30 Dicembre 2004

Luci ed ombre della Rete, edizione fine 2004

Da una parte c’è il passaparola della Rete che si mostra incomparabile strumento di ausilio alle vittime dello Tsunami ed ai familiari delle stesse, dall’altra la Rete festaiola che trasmette in diretta da Times Square i festeggiamenti per il Capodanno statunitense. Ancora una volta, le anime della Rete si confrontano, si scontrano e qualche volta si incontrano.

Si incontrano, negli ultimi giorni, nei mezzi di comunicazione tradizionali che in questi anni si sono affacciati sulla Rete: eternamente bisognosi di trovare una giustificazione economica alle loro iniziative, anche a costo di inquietanti compromessi rispetto all’indipendenza giornalistica, ma affascinati dall’anima più “naturale” della Rete. Basti pensare, ad esempio, ai messaggi di Repubblica.it, che cercano di mettere in contatto sopravvissuti e famiglie. Quest’anima “viva” del Web è quella che fa girare informazioni, dati, notizie su quanto accaduto dall’altra parte del mondo, attraverso comunità virtuali, blog, home page personali ed i media se ne stanno accorgendo.

Che una volta esistesse solo questo tipo di Rete è un dato di fatto: che possa esistere da sola, ancora adesso, è un’utopia. Non necessariamente positiva, tra l’altro: l’anima commerciale del Web trae linfa vitale da questa piacevole anarchia comunicativa (le aste sono l’esempio emblematico) e ne supporta economicamente la crescita. Fondamentalmente, gli ISP sono stati i primi soggetti economici che hanno sostenuto la crescita del Web anche grazie agli investimenti dell’altra anima, quella commerciale anche attraverso la concessione di servizi free come hosting gratuito di pagine, blog, forum.

Il problema, come al solito, è che questa Rete “commerciale” non riesce a tenere il passo dell’altra, non capisce come far soldi e sopratutto chi deve darli, sbagliando tempi e modi. Che lo faccia la TV, è praticamente scontato: show must go on ed ogni tanto basta qualche edizione straordinaria a testimoniare un qualche vago interesse per la vicenda ed accaparrarsi un po’ di audience. Persino su questi temi i soliti noti riescono a fare polemica incrociata.

Che i giornali arrivino tardi, è ormai assodato: quante copie degli “speciali 2004″ andrebbero messe al macero per non aver incluso la notizia più importante dell’anno (e no, non è quella relativa ai tagli alle tasse)? Sulla Rete, però, si potrebbe fare di più e meglio: buon 2005 a tutto il mondo della comunicazione, sperando che non debba più sbandare per eventi così drammatici cercando di elemosinare attenzione mentre tutti pensano a zamponi e lenticchie.

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    29 Dicembre 2004

    Comunicare in una soffiata

    La Ventura in una delle sue pose miglioriChissà chi è stato a dare a Novella 2000 il testo integrale degli SMS inviati da Gori alla Ventura. Visto che dovrebbero essere stati portati dagli avvocati di Bettarini come prova della causa di separazione, i primi colpevoli potrebbero essere proprio loro. Strano, però, che abbiano valutato le implicazioni legali della faccenda. O forse l’hanno fatto, giungendo alla conclusione che ne valeva comunque la pena?

    Sembra di essere tornati ai tempi del TACS, quando la tendenza molta italica a “clonare” i cellulari analogici era stata uno dei motivi per cui quella tecnologia non è mai decollata. Comunicare al cellulare via GSM apparve invece come una sorta di toccasana: un segnale digitale, criptato, permetteva sogni tranquilli ai più. Qualche perplessità è in seguito emersa a causa di tecnologie complementari come le troppo aperture di Bluetooth, ma la tecnologia core è sembrata sempre inviolabile.

    Un articolo de Il Corriere della Sera ci informa che, per poter intercettare le comunicazioni via SMS, si deve ricorrere ad «apparati elettronici costosissimi (anche 500 milioni) e quindi non alla portata di chiunque». Le sanzioni, al contrario, sono del tutto marginali: qualche centinaio di Euro tra multe penali (…) e oboli per i danni alla privacy. Un gioco economico con più facce, verrebbe da dire: la Ventura chiede 10 milioni di Euro di rimborso, Bettarini le risponde che sono solo «aspetti formali marginali». Un investimento azzeccato, probabilmente.

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    27 Dicembre 2004

    Creiamo valore, Ipse dixit

    Pare che il Tesoro voglia verificare se la decisione del Consiglio di Amministrazione Enel di acquisire Ipse possa realmente creare valore per gli azionisti dell’azienda energetica e (di fatto) per i cittadini italiani. Bella strategia per cercare di salvarsi le spalle e soprattutto l’immagine pubblica. D’altra parte, c’è già l’H3G di turno che si lamenta

    Non è la prima volta che assistiamo a questi balletti per cercare di convincere l’opinione pubblica che sì, può sembrare strano che un’azienda controllata dallo Stato continui a fare shopping di disastri economico - finanziari, ma tant’è, a volte è meglio accettare il male minore. Forse.

    La storia di Ipse 2000, come la raccontano i pochi dipendenti superstiti, non è molto esemplare: un’escalation drammatica che segue uno startup a pieno ritmo. Sembra la storia di molti altri fallimenti della bolla speculativa che scoppiò in Europa proprio con la gara - farsa per le licenze UMTS. La differenza principale, però, è che la vicenda di Ipse 2000 coinvolge nomi notevoli dell’economia europea: non solo le italianissime Banca di Roma (poi Capitalia) e Falck, ma anche imprese a vocazione internazionale come Telefonica o Acea Electrabel. Proprio Telefonica, d’altra parte, ha cercato sino alla fine di inglobare il tutto secondo gli schemi aziendali, cercando di ispirarsi a Tim e sognando di diventare la Vodafone dei poveri: con pessimi risultati, ovviamente.

    C’era una volta NoiCom, ed ora non c’è più. C’era una volta Blu, ed ora rimane solo come spauracchio per chi vuole investire nel settore della telefonica mobile senza un approccio sensato. C’erano una volta tante altre piccole e grandi aziendine telefoniche, di telecomunicazione, di comunicazione. Di valore per gli azionisti, nemmeno l’ombra. Di clienti ancora meno. E lo Stato, o chi per esso, decideva (e decide) il loro destino secondo un’algebra bizzarra, spesso facendo le orecchie da mercante.

    E che mercante.

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    22 Dicembre 2004

    Auguri e business

    Le cartoline per gli auguri “virtuali” sono ancora in voga, così tanti anni dopo le loro prime apparizioni sul Web. All’inizio fu BlueMountain, che proponeva delle scarne pagine HTML che, con uso sapiente delle Gif animate, dei file Midi e delle ancore intrapagina davano la sensazione di essere a dir poco multimediali, in un periodo in cui il Web era soprattutto testo nero su sfondi bianchi e non era così dissimile dal Gopher che l’aveva preceduto.

    Poi vennero i concorrenti, primo tra tutti Hallmark, che da anni può contare su un vero e proprio impero di buoni sentimenti, veicolati in biglietti cartacei o persino attraverso canali televisivi visti in tutto il mondo. Una partnership vittoriosa fu quella con Yahoo!, che tra i primi link “fissi” della sua Yahoo!Mail inserì proprio quello alle cartoline del gigante degli auguri. Se era arrivata Hallmark, il business doveva esserci!

    Peccato che, come al solito, nessuno ha mai capito granché quale dovesse essere, questo business model. Gli unici soldi che giravano sembravano essere quelli delle mega acquisizioni, come quella di Excite@Home su BlueMountain, poi finita in altre mani. I primi siti nascevano anche in Italia, ma tanto per cambiare l’unico tentativo di racimolare qualche cent era quello di inserire qui e lì qualche link pubblicitario: erano pur sempre e-mail indirizzate a destinatari realmente esistenti (almeno a livello di indirizzo). Ciò che è necessario per un po’ di spam leggero, insomma.

    Gli ultimi tentativi, negli ultimi anni, sono stati quelli di vendere cartoline sempre più elaborate, solitamente in Flash, lasciando solo qualche teaser a disposizione delle spedizioni gratuite. Come dire: comunicate pure in maniera cool, ma dateci l’obolo. In questi giorni di festa, a sensazione è che la gente continui a comunicare sì con le cartoline virtuali, ma di oboli nemmeno l’ombra. Tra l’altro, l’aveva già scoperto The Industry Standard molti anni fa…

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    16 Dicembre 2004

    Menti illuminate ci illuminano sul futuro dei nostri figli

    Ci sarebbe da domandarsi a cosa volessero giungere gli organizzatori del convegno sulle “Nuove solitudini” (eh?) invitando allo stesso tavolo antropologi e neurologi. A leggere le agenzie, sicuramente ad un po’ di pubblicità. La ricetta è sempre la solita: far dire banalità melodrammatiche a medici e ricercatori per recuperare un po’ di spazio su quotidiani gratuiti e radio locali, tipicamente i mezzi più golosi di queste notizie. I media mainstream, invece, di solito ignorano del tutto i proclami. A meno che non siano a corto di notizie, ovviamente.

    Forse per paura di perdere persino il proprio pubblico affezionato, stavolta, non si è risparmiato sulle “notizie - bomba”: scopriamo che non solo i videogiochi fanno “male” ai ragazzi, ma anche la televisione ha il suo bel ruolo nel rincretinirli.

    [Continua…]

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