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19 novembre 2004

Globi dorati, previsioni avverate?

Chissà come vivono, negli Stati Uniti, la consegna dei Golden Globes, i premi cinematografici assegnati dalla stampa estera di Hollywood. Di solito, vengono visti come una sorta di “anticipazione” dei premi Oscar: pensiamo a casi come quello di Titanic, pluripremiato agli Oscar dopo i premi ricevuti ai Golden Globes e con le nominees rimaste tali (per le attrici, ad esempio) esattamente comuni nelle due manifestazioni.

Non che l’esperienza europea sia stata molto diversa: è andata male per Amélie ai Golden Globes così come agli Oscar (in entrambi i casi solo nomination come miglior film straniero), è andata bene a Nuovo Cinema Paradiso, vincitore un po’ a sorpresa, nel 1990, in entrambe le manifestazioni (sempre come miglior film straniero). Anche da questa parte dell’Oceano, insomma, da una parte li si vede un po’ come premi di serie B rispetto all’inseguitissimo Oscar (ma allora il David di Donatello in che serie sta?), dall’altra come un buon augurio per il futuro Oscar. Portiamo i nostri film europei a Cannes e Venezia, accettiamo la classica puzza sotto il naso dei giurati e stiamo contenti.

Nel frattempo, comunque, i Golden Globes rimbalzano Fahrenheit 9/11 ed accettano The passion: non è stato difficile, per molti, intravvedervi una scelta politica. Per fortuna, il mattone di Gibson è in aramaico e latino e quindi non potrà portare a casa il titolo di miglior film, ma solo quello di miglior film in lingua straniera (probabilissimo). Brutto segno, dunque, per le aspirazioni da Oscar di Moore e soci.

In tutto il solito baillame annuale di premi e premietti spiccano spesso i premi alla carriera ed al momentoi l’unica certezza dei Golden Globe di quest’anno (le nomination verranno annunciate a metà dicembre) è il tributo a Robin Williams, che ha già vinto 5 volte il Globe ma ha ricevuto un solo Oscar: l’eccezione che conferma la regola?

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17 novembre 2004

Tira più un filo di MTV che un carro di buoi

Non si tratta di un concerto imperdibile, non si tratta di una sfilata di moda di stra-belle, non si tratta di un evento sportivo memorabile. È la solita premiazione annuale degli MTV Europe Awards, stavolta ospitati a Roma. Un’interessante parata di stelle (yawn) del calibro di Eminem, Anastacia, The Hives (?), Franz Ferdinand, Nelly e con presentatori molto professionali come Naomi Campbell, Natasha Bedingfield e Paolo di Canio (eh?).

Come prevedibile, la pollination week ha fatto entusiasmare i ragazzotti di Roma e zone limitrofe: si è arrivati a scontri con la polizia davanti al Foot Locker per accaparrarsi gli ultimi 100 biglietti che poi, con un colpo di genio markettaro, si è deciso di regalare durante la trasmissione TRL, in diretta dalla Terrazza del Pincio.

I ragazzini spingono, le vere star (come gli U2) tirano pacchi, la solita Naomi Campbell flirta: insomma, tutto il chiasso prevedibile e prevedibilmente organizzato dagli organizzatori. Che sanno benissimo quanto tirino più le starlette da MTV che altri artisti più convincenti. Amen, è la loro festa, non infieriamo oltre.

Da notare che per l’occasione, anche la musica italiana potrà schierare i suoi cavalli migliori (…), come Articolo31, Caparezza, Elisa, Linea77, Tiziano Ferro. Deo gratias, pare facciano esibire solo quest’ultimo, che almeno un pubblico in giro per l’Europa è riuscito a disseminarlo. Rimane da verificare l’espressione da mucca che assumeranno i conduttori, come già avvenne per il premio dato nel 1998 ai Bluvertigo, nel premiare questi illustri sconosciuti italici.

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12 novembre 2004

Una Mentana di ottimismo

Dopo anni di pessimismo cosmico, gli osservatori europei dei media che ironizzavano sul caso italiano hanno visto collidere il pianeta – maggior gruppo editoriale italiano ed il pianeta – presidenza del consiglio. Previsione largamente azzeccabile anche dai più digiuni di affari giornalistici al di là degli schieramenti politici d’appartenenza.

Di giri di poltrone tra le più prestigiose scrivanie giornalistiche italiane si parla da tempo immemore e guà un paio di giorni fa Media Quotidiano ha azzeccato quello che è successo davvero: Mentana vittima del noto detto “promuovere per rimuovere”, Rossella al suo posto, Calabrese al posto di Rossella. Probabilmente Di Rosa al posto di Rossella dopo che Vaccari ha preso il posto di Di Rosa al Secolo XIX e Angelico ha preso il posto di quest’ultimo a City. Scivola il cetriolo, insomma: tutti promossi, dal primo giornale gratuito nazionale al primo giornale sportivo nazionale e così via.

Un cetriolo mica tanto amaro, a dire il vero: ci guadagnano tutti e c’è chi ha azzardato una liquidazione pari a 9 milioni di Euro per il giornalista ricciolone. Alla fine, anche se i motivi del “siluramento” sono tristi, è lo stesso Mentana ad ironizzare sul clima da funerale che si è creato. Mettiamoci l’anima in pace, è stata solo un’operazione di facciata ed una promozione, forse insperata, per molti.

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10 novembre 2004

Il mondo onirico di Adriano Celentano e Claudia Mori

Adriano Celentano fa un nuovo album: peccato che a presentarlo non ci va, lasciando che sia Claudia Mori a diffondere a noi comuni mortali il suo verbo. Parte così la solita serie di deliri di onnipotenza, di autocelebrazioni poco credibili per un cantante che, dopo aver cercato di cambiare il mondo, ora canta canzoni di Gianni Bella e Cheope.

L’album, a quanto pare, uscirà

«nei formati cd, cd+dvd, super audio cd, musicassetta, lp picture disc e cofanetto per i fans a tiratura limitata con libro e t-shirt»,

manca solo in formato freesbee, insomma. Come se non bastasse, pare che delle canzoni (due? tre? tutte?) saranno disponibili via Web (a pagamento? gratis? su quale piattaforma? in streaming? scaricabili?), nonostante le polemiche che il personaggino in questione aveva avviato qualche tempo fa col mondo P2P, forse grazie alla posizione più liberale di Claudia Mori.

Ma nel mondo dei sogni che diventano business della coppia più bella del mondo (…) non può mancare la televisione: tipico strumento che Celentano aborrisce ma che brama continuamente come la volpe desidera l’uva. Come se non bastasse, cerca anche di convincerci che siamo noi a desiderarlo: che, se non fosse per le censure Rai, ci avrebbe già deliziato con un programma in quattro puntate.

Ecco, forse a volte bisogna ringraziarla, la censura di regime.

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8 novembre 2004

Più che una bestemmia poté uno sbadiglio

Perché gli italiani continuano ad essere così affascinati dai reality show?

[Continua...]

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3 novembre 2004

Previsioni mediatiche viziate

Il Foglio è stentoreo: mentre le elezioni statunitensi sono ancora in corso, proclama la vittoria di Bush ed a fondo pagina sghignazza sul pronostico che, a parer loro, è univoco. Il manifesto è ottimista: colpa dei sondaggi, probabilmente. Un giornalista travestito da blogger come Cohen non è da meno: fa addirittura gli auguri a Kerry.

Partecipano al gioco anche i bloganti “puri”: c’è chi è sicuro del risultato pro-Kerry, chi analizza i deliri propagandistici dei media. Alla fine, insomma, ognuno legge la realtà, spara pronostici e diffonde notizie sulla base delle proprie speranze e dei propri ideali. Mentre Kerry ammette la sconfitta, in giro per il Web si continuano a leggere miti speranze di chi lo sosteneva. Probabilmente, non ci sarà nemmeno il teatrino del 2000. Tanto è inutile.

Viste dall’Europa, le elezioni negli Stati Uniti sembrano il trionfo dello status quo, mischiato ad un uso delirante della tecnologia. Se in Italia i lettori “liberal” di Repubblica.it hanno scelto ampiamente Kerry, non è da meno per il resto del mondo: ma il feedback, al di là dei voti, lo si legge su Benrikland, il sito che ha promesso il sondaggione globale. Gli Statunitensi guardano malissimo agli Europei, gli Europei reagiscono con una sorta di aplomb francamente ingiustificato.

Alla fine, più che media, exit poll ed amenità tecnologiche varie, sembra che ciò che conta di più siano sempre gli stereotipi, che influenzano pareri ed azioni. Peccato che, stavolta, è in ballo il “capo del mondo”.

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29 ottobre 2004

Dove vai se non hai l’UsigRai

Tralasciamo il baillame mediatico per la Costituzione Europea: la speranza è che sia qualcosa di “concreto”, non solo un’arma propagandistica nelle mani dei premier degli ormai 25 paesi dell’Unione. Diamo, piuttosto, un occhio al polverone alzato dall’UsigRai a proposito delle immagini della cerimonia ufficiale.

I sindacalisti dell’UsigRai sono spesso in agitazione: guardando il sito ufficiale UsigRai, d’altra parte, è facile rendersi conto che spesso hanno ragione. Che quasi sempre, concretamente, sono l’unica voce “contro” che si alza nel carrozzone pubblico: si leggono storie allucinanti, che mettono in seria discussione la reale libertà di fare informazione nel Paese. Molto inquietanti, visto che quasi tutte vengono alla fine ricondotte a trame di natura politica.

Questa volta il sindacato dei giornalisti Rai ha dichiarato guerra direttamente al Premier, reo di aver appaltato ad un’azienda privata la copertura televisiva dell’evento europeo. Si alzano da varie parti voci preoccupate ed arrabbiate, visto che non è difficile immaginare che sia solo uno dei primi casi di una pratica che, progressivamente, prenderà sempre più piede: il Governo sceglie chi deve seguire la propria attività e quindi come farlo. Ottima idea per avere sì immagini di qualità, ma fin troppo – come dire – “perfette”.

Ciò che fa riflettere è il solito balletto tra sindacato dei giornalisti ed azienda: stavolta, la dirigenza Rai non è chiamata in causa direttamente e non dovendosi difendere si schiera con i propri giornalisti, contro il sindacato. Posizione alquanto bizzarra, che ovviamente i giornalisti rifiutano. Basta leggere la velina dell’AdnKronos sull’argomento, ripresa da tutti i portali: la Rai dice che l’UsigRai offende i giornalisti, i giornalisti dicono che non si sentono offesi dal sindacato ma dalla direzione aziendale, il segretario della Fnsi pensa che la direzione non offenda solo i giornalisti, ma anche la storia dell’azienda.

In tutto ciò, i primi a doversi sentire “offesi”, ma soprattutto “preoccupati”, sono i cittadini europei, che hanno visto le immagini che si voleva far vedere loro. Si trattava di una cerimonia molto “di rappresentanza” e quindi questo potrebbe passare in secondo piano: ma cosa avverrà quando tutta l’attività politica verrà ripresa solo da chi è di fiducia?

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27 ottobre 2004

Infieriamo sullo SMAU

L’edizione 2004 dello SMAU verrà forse ricordata come il punto più basso della storia della manifestazione. Considerando che riflessioni simili si erano udite anche l’anno scorso e quello prima, non è difficile intravvedere una china descendente che mette una certa tristezza. Forse gli ultimi “anni d’oro” erano stati quelli della grande illusione collettiva: ma già allora, non si trattava più del “Salone Macchine Automazione Ufficio” dei decenni precedenti, quanto di una scintillante edizione meneghina del Futurshow di turno, assolutamente mass market.

In questi giorni informatici di spessore come Paolo di eVectors o la premiata ditta Corsini & Bordin di HardwareUpgrade, avevano sollevato perplessità e rimestato ricordi sui tempi che furono. Se Mantellini ha ironizzato sulla solita pseudo-domotica di SMAU, il buon Moruzzi ha sottolineato il “pienone” in termini di spazi e di persone. Sono solo alcune delle tante voci alzatesi per commentare l’evento, dopo averlo visto o dopo aver deciso di non andarci: ecco perché appare ancora più insensato l’articolo entusiasta apparso su Il Sole 24 Ore.

Molti dicono “speriamo nel 2005“, nei tanti progetti di Cazzola che cercheranno di rilanciare un nome che, ai presunti acquirenti aziendali di informatica, ormai fa venire l’orticaria e poco più. Se pensiamo che molte “nuove leve” hanno preferito fare un salto ai WebDays e molti personaggi illustri hanno preferito il Salone del Gusto, potremmo domandarci chi potrà mai cambiare idea e tornare, il prossimo anno, a visitare una fiera che, dice la sfera magica, sarà vista come “il punto più basso della storia di SMAU”. Tanto per cambiare.

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25 ottobre 2004

C’è chi parla con cognizione di causa, c’è chi se la tira…

Questa è l’impressione finale sui WebDays 2004, di cui qualche giorno fa, da queste parti, si criticava la commistione tra “sacro” e “profano”, tra relatori apprezzati e personaggi pseudo – noti della big conversation italiana. Sensazione parzialmente confermata da molti che hanno partecipato all’evento, nel veder continuamente alternati sul palco interventi degni di lode e performance di qualità non eccelsa.

Svettano, su tutti, Mafe de Baggis e Giuseppe Granieri, che ieri pomeriggio hanno illuminato la platea a proposito di social network e cultura dei blog. Una platea sicuramente più “selezionata” di quella che, al mattino, era stata richiamata dall’intervento di un De Kerckhove non particolarmente brillante come era successo in passato, se non per l’invenzione del termine “blogante” come traduzione di “blogger”.

Proprio il pubblico, forse, era l’anello debole della manifestazione: pensiamo all’intervento sugli urban blog di Axell e Kiara, seguito da un’unica domanda vagamente inquietante, “Scusate, mi spiegate come si fa, un blogghe?”… Tutto ciò, tra l’altro, dopo che nella presentazione si era già parlato abbondantemente di cose terra-terra come “cos’è un blog”, “le categorie del blog” e così via.

Ciò che lascia perplessi è che si va alla seconda giornata di un convegno, non considerando la prima, marcatamente più “aperta al grande pubblico”, si scopre che ogni volta bisogna reinventare l’acqua calda. Come se, ad un convegno sulla televisione digitale, si alzasse qualcuno dal pubblico e chiedesse “Shhhhcusate, come si accende la televisione?”… Forse sarebbe il caso di riflettere davvero su eventi che livellino l’audience in modo da renderla più omogenea.

Ricorda un po’ quella tendenza comune a scrivere in ogni libro che parla di Web la storia di Internet, che deriva da ArpaNet etcetera etcetera. Possibile che non ci si possa spostare un po’ più avanti, considerare che in Italia c’è una platea abbastanza interessata ad ascoltare argomenti di un livello più alto? Anche più tecnico, se vogliamo. Si suppone che, all’apparire del patrocinio comunale, debba sempre essere la dimensione divulgativa ad essere premiata. Un intervento come quello di Granieri è stato illuminante per le citazioni colte, che riuscivano a coinvolgere da un lato chi aveva una certa familiarità con questi temi, dall’altra chi veniva da mondi limitrofi come quello della comunicazione ed addirittura della letteratura.

Complimenti, comunque, ad Andrea Toso e soci. Da un punto di vista strettamente blogante, verrebbe da dire che hanno commesso un’unica pecca: dare troppo retta al continuo auto-incensamento delle presunte blogstar nostrane. Alla fine, in questi giorni, abbiamo visto che persone come Granieri o Mafe De Baggis non hanno bisogno di luce riflessa per brillare, da soli. Solo le mezze calzette si auto-esaltano, si auto-pubblicano, si auto-illudono di essere “qualcuno”. Ah, beh…

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20 ottobre 2004

Musica e fantasia

De Gregori e Guccini cantano per Emergency, Laura Pausini canta Madonna, Meg ricanta Toquino e De Moraes con Elio e le Storie tese. Poi dicono che non sono fantasiosi, i cantanti italiani. Chi ha al mondo una così fervida immaginazione, soprattutto nel far parlare di sé?

Questa sembra essere la prima impressione, mentre si spulciano le notizie del mondo musicale italiano. Vista la continua crisi del mercato discografico, ogni plus che si riesce a dare all’artista è una speranza per il successo nei negozi. Forse.

Ad esempio, la notizia che Battiato stia realizzando un inno per il padiglione italiano all’Expo giapponese, in confronto a quelle citate in apertura, appare del tutto secondaria. Questo, forse, perché l’ultimo album ha un discreto successo. Magari ha meno bisogno di ulteriore pubblicità: in altri tempi, qualche astuto PR avrebbe magnificato questa notiziola con chissà quali chicche.

Bella l’iniziativa benefica, senza dubbio. Tanto alla fine è la SIAE che si arricchisce, sull’immancabile bollino. Bella l’idea di tirare in mezzo Madonna, Vasco Rossi e Biagio Antonacci per rivitalizzare un album che rischia di morire (dal sonno) prima della nascita. Ancora migliore l’idea di Meg, che può uscire dall’anonimato grazie all’enorme traino mediatico degli EELST.

Ancora uno sforzo, forse qualcuno la comprerà, una copia di un CD a prezzo intero. Forse.

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