febbraio 2005

27 febbraio 2005

Le acrobazie dell’istituzionalità policentrica

Il nuovo logo CapitaliaIn occasione della presentazione dei risultati 2004, il Gruppo Capitalia ha presentato alla stampa una “gustosa” anticipazione della nuova corporate image. “Anticipazione” nella misura in cui sul sito istituzionale, sul documento stesso sull’evento ed ovviamente sulle centinaia di filiali e sedi istituzionali delle banche del Gruppo appaiono ancora i segni della vecchia.

Il nuovo logo che accompagna il nuovo lettering della società ha in comune col passato l’amaranto come colore distintivo: per le banche controllate, invece, la scelta è diversa. Recita a tal proposito la “nota stampa” (forse “comunicato” è un termine desueto)…

«Il carattere distintivo delle varie realtà del Gruppo è assegnata al colore. Ogni banca dispone di un proprio cromotipo, in grado di favorirne la riconoscibilità e lo stile: azzurro per Bipop-Carire, blu oltremare per Banca di Roma, arancio per Banco di Sicilia, grigio per Mcc, blu cobalto per Fineco.»

Questo arcobaleno di colori istituzionali, d’altra parte, recupera la peculiarità del Gruppo rispetto ai concorrenti italiani ed europei: UniCredit, ad esempio, ha creato un gruppo bancario molto ampio, con una posizione forte sui mercati centrorientali europei, omogeneizzando più possibile la propria immagine interna sotto un unico logo e diversi tipi di filiale, in base al target di destinazione. In Capitalia, invece, ogni Banca (molto radicata territorialmente) mantiene la propria clientela e la propria immagine presso i consumatori.

Il nuovo logo Capitalia è elegante e sono apprezzabili le motivazioni della spinta al rinnovamento, che ci si può solo augurare non restino parola morta dell’ufficio stampa. Molto meglio, tra l’altro, rispetto all’arcobaleno (quello lo è davvero) di Banca Intesa, che ha distrutto l’immagine delle banche originali e soprattutto della gloriosa Commerciale Italiana, in favore di un logo troppo colorato per comparire nelle austere vie dei centri storici italiani, ma anche sui comunicati ufficiali dell’Azienda.

Resta la curiosità di vedere come la nuova corporate image di Capitalia verrà declinata nella vita quotidiana. Spariranno le mega insegne luminose che, ad esempio, riproducono il logotipo attuale di Banca di Roma su molti palazzi della Capitale? Verranno sostituite dalle nuove? Da quelle di Capitalia o da quelle della Banca originale? E le vetrofanie delle filiali, appena rinnovate col vecchio logo Capitalia, verranno ri – sostituite tutte? Le società “strumentali” del Gruppo (Capitalia Service, Capitalia Informatica, Roma Leasing, etc.), avranno anch’esse un nuovo logo coordinato? Appariranno in Rete i loro siti ufficiali? L’immagine di Fineco Group, che è quotata in Borsa ed è abbastanza indipendente rispetto alla Capogruppo, risentirà molto di questa evoluzione?

Aspettiamo fiduciosi: soprattutto rispetto alla lunga fase di M&A che ha contraddistinto il mondo bancario europeo, è sempre affascinante vedere un’immagine aziendale mutare nel tempo. A quando il rinnovamento dell’immagine Telecom Italia, ad esempio, che utilizza ancora il vecchissimo logo SIP, nonostante le mille evoluzioni societarie della sua storia recente?

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23 febbraio 2005

Liberi tutti (di copiare)

Bolle la discussione su Libero Blog, uno dei due servizi che, insieme ad una sorta di Arianna dedicato ai blog, segna la virata modaiola della nuova veste di Libero verso il fenomeno blog. Strategia per nulla nuova, verrebbe da dire, da quando Iol lanciò Softcity nel periodo di prima diffusione della Rete, quando andavano di moda i download di freeware. Allo stesso modo, Italia On Line tentò con i portali legati alle città ed alla ricerca di Mp3, mano a mano che questi temi diventavano di pubblico dominio.

Se “Libero Ricerca Blog” riprende la tecnica di Libero News, l’aggregatore che a sua volta sfrutta l’innovazione originaria di Google News (esplodendone in entrambi i casi gli errori di attribuzione alle label), Libero Blog è un frullatone dei post di presunti “blogger di fiducia” (ma si ha la sensazione che tirino un po’ a casaccio), decontestualizzati, omogeneizzati e resi commentabili sulla nuova piattaforma, con un vago link all’home page dell’autore dei post stessi. La tecnica, anche in questo caso, riprende quella utilizzata in News2000 di prendere i dispacci di agenzia, cambiarne le prime e le ultime righe e ripubblicarli come contenuti originali.

Le reazioni sono tra le più disparate, per lo più negative: a parte la saggia ironia di Paolo Valdemarin e le prese di posizione di Paolo Graziani, si leggono soprattutto strali degli “autori di fiducia”, in particolare di chi, come Alberto, critica l’incauta politica di appropriamento senza notifica compiuta da Libero. Si possono trovare, comunque, anche interventi propositivi come quelli di Marco Montemagno, che individua i trend più promettenti della Rete (come la “folksonomy” di Flickr e simili) e dà suggerimenti all’azienda del Gruppo Wind per riportare l’iniziativa sulla giusta rotta.

La perplessità di fondo (ne parla anche Settolo sui commenti a Mantellini), comunque, rimane nei riguardi di chi, dopo essersi pavoneggiato per mesi con le etichette Creative Commons, si è reso conto che il suo ultimo desiderio era che i suoi contenuti venissero davvero distribuiti liberamente. Un’ampia sottovalutazione dei portati legali di iniziative come le licenze Creative Commons è ravvisabile in chi, seppure in buona fede, ha messo sul proprio blog il richiamo ad una licenza tanto per aggiungere un antipixel in più, senza riflettere sull’effettiva concessione a terzi di grande parte dei propri diritti d’autore.

Se si è davvero sostenitori della libera circolazione delle informazioni, non ci si può scandalizzare che qualcuno, prima o poi, decida di sfruttare i benefici che vengono concessi urbi et orbi. Rimane quantomeno dubbia, in ogni caso, la strategia di Libero di modificare i contenuti, attraverso una misteriosa redazione con tanto di direttore responsabile. Ci si potrebbe augurare che i gruppi di studio italiani sul tema si interessino alla vicenda: sarebbe un bene per i sostenitori della giusta causa e, si spera, un monito per chi, abituato al deep linking di immagini ed informazioni si sente “espropriato” per il fatto che, stavolta, sono i “grandi” che prendono a lui.

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18 febbraio 2005

Pubblicità false che aiutano (o meno)

La Volkswagen è molto sicuraFa bella mostra di sé, nell’home page del Corriere della Sera, un link ad un articolo sulle “falsi annunci pubblicitari” che, a dire dell’autore, starebbero spopolando sul Web. Non che sia, in realtà, una grossa novità…

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15 febbraio 2005

Chatta, chatta, chatta… Tanto nessuno ti dice nulla

Sembra un po’ questo il senso profondo dell’indagine sull’uso delle chat in Italia, soprattutto di quello sul posto di lavoro…

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11 febbraio 2005

Anche lo staff di Stanca usa il Principio di Pareto – Juran

Saverio Manfredini pubblica su Punto Informatico un accorato articolo sulla lista degli “auditi” dalla Commissione Interministeriale sui contenuti digitali nell’era di Internet (che brutto nome), lamentando la scarsa presenza di movimenti no profit ed altre realtà che non vedono i contenuti digitali esclusivamente come fonte di reddito. Si sviluppa, come al solito, la discussione sul tema (non tanto nuovo, tra l’altro), con i consueti arroccamenti su posizioni qualunquistiche o pretestuose. Che noia.

Bisognerebbe capire, piuttosto, quali erano gli obiettivi dell’audizione. Leggendo il documento Traccia dei temi pubblicato dal Ministero di Stanca, si capisce chiaramente che si trattava di una riflessione sul business dei contenuti digitali più che sulle dinamiche sociocomunicative degli stessi o sui diritti (e doveri) dei navigatori. La critica per l’assenza della Free Software Foundation Europe è legittima fino ad un certo punto, visto che l’Associazione Software Libero, che vi è affiliata, era presente; quella per il mancato coinvolgimento di New Global lo è ancora meno.

Basta guardare le pagine che quest’ultima associazione dedica ai lavori della Commissione per capire che non è così difficile capire il motivo per cui il Ministero non l’ha presa in considerazione. Le critiche all’operato della Commissione partono criticando la pubblicazione del documento di cui sopra in versione Powerpoint invece che in XML o in formato solo testo. Gli aderenti all’associazione hanno dovuto scaricare un viewer per guardare il file: chissà cosa avrebbero dovuto fare, gli utenti comuni, per accedere con tranquillità alla versione XML, distribuirla comodamente e magari scriverci su. L’attacco va avanti con una divagazione sull’esterofilia del mercato dei prodotti multimediali. Si finisce tirando in ballo la Dichiarazione di Ginevra sulla Proprietà Intellettuale. Si rimane, dopo aver letto l’intervento, in dubbio sul perché un Ministero dovrebbe interessarsi a questo tipo di “suggerimenti” di nicchia. Viva la democrazia, ma allora verrebbe da dar voce ad associazioni ben più radicate.

Tutto ciò, tuttavia, non deve servire come giustificazione del mediocre lavoro svolto dalla Commissione, anzi. Semplicemente, è evidente che Vigevano e soci hanno seguito il più basilare dei principi gestionali: l’80/20 di Pareto – Juran. Microsoft più Apple fanno ben più dell’80% dei sistemi operativi installati. Vodafone, Wind, H3G e Telecom Italia coprono il 100% del mercato della telefonia mobile italiana. L’AIIP copre almeno l’80% dei provider medio – piccoli, e così via.

Hanno individuato, insomma, gli attori principali del mercato ed hanno chiesto loro, in un’ottica più Europea che Italiana, cosa pensassero dell’andamento e dei possibili sviluppi. Da qui a dire che è la tecnica migliore, lo sforzo ci vuole. Che sia un’occasione sprecata, lo si vede tutti. Ma non trinceriamoci dietro la solita retorica da collettivo antagonista: il mercato europeo dei contenuti digitali sta esplodendo e lo farà sempre di più in futuro. Cerchiamo di non lasciarci schiacciare, come potenziali clienti e come potenziali produttori di contenuti, dietro le barricate del peer to peer legale a tutti i costi.

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10 febbraio 2005

Metti caso che un politico voglia improvvisarsi blogger…

Non ci si può esimere dal partecipare all’ampia conversazione avviata da Luca De Biase che, col suo consueto acume, propone alla blogosfera di suggerire ad un politico, presumibilmente italiano, cinque idee per approdare felicemente sulla Rete ed in particolare aprire un blog. Proviamoci, dopo aver letto già numerosi suggerimenti altrui: proviamoci pur essendo controcorrente, rispetto al generale entusiasmo sul tema…

  1. Rinuncia in partenza, se ambisci ad una responsabilità maggiore del consigliere di circoscrizione. L’impegno quotidiano che richiede un blog non è verosimilmente conciliabile con un lavoro di responsabilità. Di Mauro Lupi, che riesce a conciliare lavoro di alto livello e blog, ce ne sono pochi. E con tutta la stima che ho per lui, è comunque, una persona che vive di Rete e parla di Rete. Un politico professionista non vive di Rete, non ha tempo per leggere post a destra e a manca, non ha tempo per scrivere post seri.
     
  2. Valuta la possibilità di aprire un Forum, piuttosto che un blog. Riuscirai a lanciare temi di tuo interesse, valutando il feedback sulla qualità del tuo programma e, una volta eletto, verificando la coerenza della tua attività. Nomina una persona del tuo staff moderatore e partecipa leggendo, seppur saltuariamente, le risposte ai temi che lanci. Altrimenti, fai lanciare le discussioni agli altri e scrivi un tuo commento solo se hai una posizione chiara sull’argomento in discussione. Ovviamente, prendi spunto dai “temi caldi” per orientare la tua attività. Fiorello Cortiana ci ha provato, con esiti altalenanti.
     
  3. In alternativa al blog, se sei abbastanza scafato con la Rete potresti valutare la possibilità di un Wiki. Sebbene sia vero che in Italia non sono granché diffusi, potrebbero essere la prossima ondata calda, più della moda attuale dei blog. Col Wiki potresti, in prospettiva, scrivere intere proposte di legge insieme alle persone che vi partecipano. Tuttavia, valuta bene chi sono i tuoi partner nell’iniziativa. Soprattutto, non usarlo come un mezzo promozionale: fa una certa tristezza vedere abbandonato così l’esperimento di Aronchi. Lo stesso Caravita, partner di alto livello del progetto, è tornato a tempo pieno sul suo blog.
     
  4. Se proprio non resisti all’idea di aprire un blog, prova con un blog personale. Prova a dare in pasto agli elettori un po’ della tua vita personale, esponiti. Sai già che non riusciresti mai a mantenere un blog “serio”, prova almeno ad utilizzare il mezzo come è nato: un luogo personale, in appendice alla propria pagina personale, per annotare le cose che ti sembrano cool mentre navighi sulla Rete. Ovviamente non esagerare come Miss Understanding, che con la sua forse eccessiva simpatia ha rischiato di non avere abbastanza credibilità una volta scesa in politica.
     
  5. Chiedi aiuto a tuo figlio. Se sei un politico ultraquarantenne, è quasi sicuro che ne sappia più di te. Probabilmente, lui un blog ce l’ha già. Chiedigli come iniziare, quale piattaforma usare, quali blog legge. Prova ad iniziare da lì ad entrare in questa maledetta grande conversazione. Se proprio non ci riesci, lascia stare: se non ti viene proprio da commentare nei blog altrui, difficilmente accetterai che qualcuno lo faccia sul tuo. Peraltro, se tuo figlio ride all’idea che tu voglia aprire un blog, cerca di capire il perché. Forse perché non sai nemmeno usare la posta elettronica?

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6 febbraio 2005

Buoni auspici, cattive amicizie

Questi ultimi giorni hanno visto numerosi protagonisti della Rete italiana interrogarsi sull’iniziativa PI Solido di Punto Informatico, il mensile cartaceo figlio del più noto quotidiano telematico italiano. Leggendo gli entusiasmi “paterni” di Mantellini da una parte e le perplessità da lettore smart di Moruzzi, ci si potrebbe interrogare sul fatto che stiano sfogliando lo stesso prodotto editoriale: i gusti sono sempre personali, ma quando divergono così tanto c’è da sospettare che esista una chiave di interpretativa più soft, non necessariamente più obiettiva, ma meno emotiva.

Proprio l’articolo di Mantellini, ad esempio, è tra le pagine più interessanti del primo numero. Altrettanto, probabilmente, si può dire dell’inchiesta di copertina, dedicata al duro mondo dei call center. Si può parlare bene anche dell’impaginazione: la grafica è interessante ed appare nettamente in contrasto con gli annunci pubblicitari dozzinali che inframmezzano gli articoli.

D’altra parte, è proprio la pubblicità che sostiene l’iniziativa editoriale, come già avviene per quella originale telematica. Se su quest’ultima, tuttavia, appaiono abitualmente gli annunci dei grandi vendor informatici e telematici (frequentissimi gli annunci di Microsoft ed NGI, ad esempio), Solido viene sostenuta da una serie di micro partner, per la gran parte provenienti dal mondo dell’hardware. I contenuti della rivista, al contrario, sono orientati verso i massimi sistemi, con ampie riflessioni sugli scenari e le dinamiche dell’informatica e soprattutto del Web.

Ha ragione Moruzzi, tuttavia, a prendere di mira articoli come quello sulla guerra dei motori di ricerca: il tono è degno di un quotidiano generalista, i contenuti sono a dir poco banali o arretrati. L’arretratezza si nota in più parti della rivista: un articolo squalliduccio sui gadget USB parla dell’imminente Natale (…) nonostante la rivista stia arrivando nelle nostre case molto dopo del previsto (novembre scorso, come era stato annunciato a luglio). In generale, sorge il dubbio che si voglia cercare di raggiungere troppi target contemporaneamente: dal lettore sprovveduto al super tecnologo, dal docente liceale all’esperto di open source.

Margini di miglioramento a parte, comunque, è un bene che Solido sia nata. Non si può che augurare a De Andreis e soci ogni in bocca al lupo per l’avventura: un mensile è già di per sé un lavoro impegnativo, ancor più quando vuol parlare di tecnologia. Speriamo solo che, appunto, scelga la sua strada e la persegua con coerenza, anche a costo di sacrificare un po’ di articoletti scritti da amici degli amici degli amici. 

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2 febbraio 2005

Pubblicità fa rima con obesità?

I bambini sono bamboccetti inclini a farsi imbambolare dalla pubblicità. Questo è quello che sembra emergere dalle dichiarazioni di Sirchia…

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