31 Maggio 2005

Cinquecento (milioni) di auguri

Questa bizzarra parodia del recente spot TIM, per chi non ne riconosce immediatamente lo stile, è la cinquecentesima puntata della saga Net To Be di Roberto Grassilli, l’ironica parodia delle disavventure net - economiche italiane da ormai diversi anni.

Più dei vari Dilbert e delle analoghe strisce “dal basso” di matrice statunitense, Net to Be è stata creata da chi la “rivoluzione” la viveva quotidianamente, nella tripla veste di “imprenditore”, “animatore”, “utente”. La Immanet di qualche anno fa non è la stessa di oggi ed i suoi protagonisti hanno maturato, col tempo, i nostri stessi tic internettari.

Non si può che auspicare che Roberto, tra i suoi mille impegni fumettistici e non, trovi il tempo di riprendere lo sviluppo del plot. La striscia merita di tornare sui nostri desktop, quotidianamente, come segnale dei tempi internettari (e non) che viviamo.

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    27 Maggio 2005

    Les merveilles du mercatique Français

    L’ordinateur, con il suo système d’exploitation ed i suoi logiciels, lo conoscono un po’ tutti: nessuna sopresa nemmeno per il “Démarrer” al posto dello “Start” di Windows. In fondo, anche in Italia Windows 95 e 98 avevano il tasto “Avvio”, prima della campagna pubblicitaria internazionale che proprio del tasto “Start” faceva il motore di un mondo di immagini, suoni, etcetera etcetera.

    Un po’ meno conosciuti sono gli altri termini tecnici dell’economia, della scienza e della tecnologia, tradotti ufficialmente da una Commissione Governativa il cui unico compito è, appunto, far da sentinella all’entrata di tali termini nella lingua quotidiana francese. Peccato per i milioni di blogger francesi che sono stati “condannati” a cambiar nome ai loro strumenti di comunicazione.

    I bloc, d’altronde, sono una realtà felice in Francia ed in gran parte dell’Europa, Italia compresa: essendo il segno più evidente del “trionfo del passaparola”, difficilmente hanno bisogno di campagne pubblicitarie o promozionali, soprattutto di carattere internazionale. Al tempo stesso, sono redatti solitamente nella lingua madre del tenutario: sembrerebbero fuori, dunque, da ogni possibile preoccupazione di marketing (anzi, di mercatique) internazionale. Nessuno avrà la voglia di forzare un cambiamento come nel caso della Microsoft alle prese con l’Europa.

    Questa decisione cultural - politica, con tanto di pubblicazione sulla gazzetta ufficiale, scava tuttavia un ulteriore scalino nella direzione dell’isolazionismo culturale francese, ormai ampiamente esteso anche ai nuovi mondi della comunicazione. Mentre gli spammer ricorrono al latino per sfuggire ai controlli linguistici sul contenuto dei messaggi, i francesi sfuggono (involontariamente) dalla condivisione delle informazioni: cosa succederà quando tutti i tag (chissà come si dirà in francese) saranno scritti ognuno nella propria lingua?

    Semplice, avremo tante conversazioni interrotte: nessuno vuole un Web anglocentrico, ma i compromessi devono essere sottoscritti da tutti. Altrimenti, c’è poco da meravigliarsi del probabile insuccesso della Costituzione Europea in Francia: se si è sicuri di essere una spanna sopra tutti gli altri (cosa tra l’altro vera in molti campi della multimedialità), non si avrà nessuna voglia di comunicare con il resto dell’Europa. Perché condividerne le strutture politiche e sociali, a quel punto?

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    26 Maggio 2005

    Esercizi per elettori confusi dalla comunicazione politica

    Iniziamo con un esercizio di scioglimento: chi erano i Progressisti? Facile: la “gioiosa macchina da guerra” della sinistra italiana che sfidava la politica italiana della prima metà degli anni Novanta. Chi erano i Popolari? Erano i discendenti diretti della DC, di cui avevano perso un pezzo, quello di Buttiglione (padre più o meno diretto, a sua volta, di CCD, CDU, UDEUR), che aveva portato via una delle innumerevoli correnti della Balena Bianca.

    Scorriamo avanti gli anni e cominciamo con qualche domanda più difficile: chi erano i Democratici, quelli il cui logo è ancora presente in Piazza dei Santi Apostoli, a Roma? Chi componeva la Margherita, oltre ai suddetti Popolari? Dubbi che potrebbero risolversi rispondendo en passant: tanto nel 1996 c’era l’Ulivo come forza unificatrice del Centro Sinistra vincente. Nel frattempo nascevano i Democratici di Sinistra, cioè l’evoluzione dell’ex PCI - Pds più altre mini sigle come i Cristiano Sociali (?) e parte degli ex Socialisti.

    Andiamo ancora un po’ più avanti: inizia il delirio. Che senso aveva il Girasole, l’aggregazione suicida di Verdi e SDI? A cosa ci si riferiva, nei mesi scorsi, con Fed e Gad? L’apparizione del simbolo de L’Unione ha spazzato la seconda ma ha mantenuto in piedi l’ipotesi della prima, fino alle recenti dichiarazioni in senso contrario di De Mita? Perché Rutelli e Prodi litigano insistentemente sulla “proprietà” dell’Ulivo e sul diritto di utilizzarne il simbolo?

    Di dubbi striscianti, per i potenziali elettori del Centro Sinistra italiano, se ne potrebbero aggiungere molti altri. Concretamente, chi vorrà votare per Prodi, nelle prossime elezioni politiche, fosse anche solo un voto contro Berlusconi, su quale simbolo dovrebbe mettere la propria croce? Chi pagherà la campagna elettorale e con quale simbolo lo farà? Succederà come alle recenti Regionali, in cui la prima parte della campagna era affidata a simboli tipo “L’Ulivo per il Presidente Pincopallo” e successivamente a quelli della serie “L’Unione per Pincopallo Presidente”? Alla faccia de L’Unione: la balcanizzazione della politica italiana continua, in barba al maggioritario ed a ogni buona regola di comunicazione politica. Keep it simple, stupid.

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    20 Maggio 2005

    I disastri di immagine fanno male

    Dopo le disavventure di Acer e OneMeet, dopo i rilasci affrettati di Google, stavolta è il turno di Timberland, protagonista principale, insieme a Puma, del bel dossier pubblicato negli scorsi giorni su Repubblica. Le parole trasmettono immagini strazianti, il rigurgito causato dalla lettura è forte: la risposta immediata è la solita, “Mai più”.

    Neanche il fatto che, appena pochi giorni prima, Timberland avesse espresso il suo rispetto pubblico per le povere pecore merinos, oggetto di una campagna internazionale della Peta, ha potuto risollevarne l’immagine pubblica. Anzi: molti hanno visto nella dichiarazione pubblica un efficace lavaggio di immagine e nel dossier uno squarcio sulla realtà, rispetto alle “verità” da vetrina pubblicate sui siti ufficiali.

    L’articolo è interessante perché non solo mette in luce la disumanità del lavoro dei poveri cinesi, ma offre anche cifre chiare: un paio di Puma costerebbero industrialmente 90 centesimi, più 6 euro di sponsorizzazioni sportive. Il dato è interessante perché dimostra che non è necessariamente la pubblicità il buco nero in cui finiscono i soldi degli acquirenti finali: è guadagno puro, del produttore e di tutta l’infinita catena distributiva.

    I conti delle aziende coinvolte in questo tipo di torture, d’altra parte, sono chiari: meno di un mese fa la stessa Timberland, ad esempio, aveva rivelato un primo trimestre con risultati da sogno. Con l’utile in crescita del 36%, tanto per citare un dato, c’è proprio bisogno di far stramazzare gli operai dei propri fornitori? Se anche non lo si volesse fare per motivazioni etiche, da un punto di vista strettamente di business, che senso ha farsi del male, distruggere così il proprio marchio?

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    18 Maggio 2005

    Quando accelerare diventa pericoloso

    Google ha ancora una volta spinto il piede sull’acceleratore ed è scivolata su una gigantesca buccia di banana: Google Web Accelerator è stato sì rilasciato in beta, ma ad un numero persone tale da scatenare un putiferio. Come hanno subito notato i commentatori statunitensi, l’azienda zsta seriamente rischiando di rovinare la propria reputazione a causa di una serie di rilasci affrettati di prodotti in fase di test a persone che non hanno la minima idea di cosa si intenda con “beta”.

    La sofisticatezza tecnologica di GMail, unita al sistema ad inviti molto rigido (almeno nel primo anno di vita), aveva fatto sì che la beta fosse di fatto un rilascio pubblico ad una comunità di Internettomani subito pronti a comprendere i potenziali (minimi) problemi del mezzo, senza incaponirsi su questioni riguardanti privacy e dintorni, sostanzialmente importanti, invece, per i media e l’audience più ampia. Oggi GMail è un prodotto maturo e formidabile, pronto, appunto, per un rilascio in grande stile.

    Con l’Accelerator, Google ha sbagliato molti passi, fin quando ha dovuto sospendere la distribuzione dell’Accelerator, visto che i bug erano troppo evidenti, i commenti degli utenti troppo acidi, quelli degli analisti troppo orientati a dichiararlo un “rallentatore” della navigazione. Nel frattempo, i web designer hanno scoperto che il programmino scaricava fin troppo e troppo velocemente, inseguendo tutti i link su cui il mouse si soffermava, quelli “distruttivi” compresi.

    Chi gliela faccia fare, a Google, resta un mistero. L’accoppiata Google più AdWords più AdSense è un mostro di redditività. Accessori come GMail e Google Desktop possono accrescere la fedeltà al marchio e costruire buoni database di conoscenza sull’utente. Ma qual è l’utilità di rilasciare servizi poco sensati come l’Accelerator, progettato per un mondo in cui le pagine erano tutte html puro, non dinamiche e cacheabili senza grossi problemi? Farsi del male? Tenere alta la bandiera dell’innovazione a tutti i costi, sperando di far faville in Borsa?

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