29 Giugno 2005

Todo Mondo, il first minute va in linea

Forse non c’era bisogno di un altro portale - vendi - vacanze, ma di una ventata di freschezza nel settore sì. La fortuna di Todo Mondo sta nel nascere in un momento in cui finalmente l’Internet italiana è matura: lo si vede nell’usabilità del sito, nella selezione commerciale, nella coerenza dell’offerta. Carina anche la campagna stampa, che è riuscita a colpire, a quanto si sente in giro, soprattutto un target femminile.

On line come off line, d’altra parte, i feedback positivi sulle vacanze effettuate con Todo Mondo prendono il sopravvento e c’è da immaginare che lo facciano allo stesso modo i profitti. L’idea del “prima prenoti, meno spendi” non è nuova: TeoremaTour ne declama la paternità già nel 1988. Todo Mondo aggiunge al concetto anche il criterio del numero di richiedenti: man mano che ci si avvicina al sold out, i prezzi crescono.

Tra i tanti aspetti positivi di questa bella esperienza di e-commerce, tuttavia, c’è anche qualche lato oscuro: nella contrattualistica, ad esempio, i dati societari (e non solo) sono incompleti e sostituiti da xxxx temporanei mai riempiti. L’assenza completa di Avitour Srl da InfoImprese non aiuta a dare credibilità. Altra pecca, la scelta di un call center a pagamento: nessuno chiede un numero verde, ma un 899 è veramente troppo, anche perché ormai classicamente filtrato sia dai centralini aziendali, sia dai privati.

In ogni caso, è bene andare avanti su questa strada: ogni esperienza felice aggiunge un granello di credibilità all’e-commerce italiano e questo è molto, molto importante. Che si aggiunga una briciola in più di trasparenza alle belle interfacce e si avranno migliaia di consumatori soddisfatti e milioni di profitti in più…

Update: è doveroso segnalare che, successivamente a questo post, Todo Mondo (anzi, TodoMondo come è scritto nel loro sito) ha compilato i dati mancanti nelle condizioni generali di contratto. Non ci si può che augurare un altro piccolo sforzo con l’abolizione dell’899 e poi si potrà etichettare il sito come una delle migliori piattaforme europee di brokering turistico.

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    26 Giugno 2005

    Troppa fiducia verso le e-mail o verso le Banche?

    Da tempo immemore le Banche si pongono come interlocutore privilegiato per le esigenze di tutela (del patrimonio, del futuro proprio e della famiglia, degli affari, etc.) di individui ed aziende: la comunicazione a volte eccessivamente fredda (non è un caso che si ricorra oggi a “Più Susanna, meno Banca” e similari) è stata spesso intesa come garanzia di “freddezza professionale”, di capacità di astrarsi dalle contingenze per poter svolgere meglio il proprio compito.

    Agli estremi, questo approccio di “terza parte fidata” (traduzione alla meno peggio dall’inglese) è stata la motivazione per cui, ad esempio, in molti paesi Europei (Italia in primis) gli Istituti Bancari sono stati incaricati di garantire i flussi di comunicazione tramite firma digitale, potendo svolgere un ruolo “istituzionale” ma al tempo stesso “indipendente” in situazioni quali le controversie tra pubblico e privato.

    C’è poco da meravigliarsi, dunque, che una persona apra un’e-mail inviata da un indirizzo riconducibile alla propria Banca: proprio perché magari rarissima, potrebbe essere una comunicazione interessante o importante. Tuttavia, quando si leggono messaggi del genere:

    «Siamo spiacenti di annunciare che negli ultimi giorni hackers hanno trasmesso fraudolenti e-mail chiedono le parole di accesso dei nostri clienti. D’ora in poi una nuova misura di sicurezza sarà attivata. Tutti i clienti sono sospesi. Per riattivare il vostro cliente dovete seguire il collegamento e fornirci nuove informazioni di sicurezza per verifica soltanto»

    forse dovrebbe sorgere qualche dubbio sulla legittimità della provenienza e della destinazione linkata, per quanto il messaggio ed il sito possano presentare template riconducibili alla grafica ufficiale dell’Istituto.

    Una cosa è essere vittima di un attacco keylogging via trojan: un’altra è convincersi che UniCredit o Banca Intesa possano scrivere messaggi in lingua straniera e poi tradurli con il traduttore automatico… Più che mala o buona fede, il phishing si basa sulla stupidità di fondo: non si può nemmeno invocare il fattore emozionale, trattandosi di comunicazioni commerciali da parte di Banche!

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    21 Giugno 2005

    Servizi o contenuti?

    Onorevole l’iniziativa di Gianluca Neri di riprendere l’aggiornamento di “Banca Dati della Memoria”, iniziativa un tempo avviata su Clarence con partner illustri dell’intellighenzia di sinistra italiana ed oggi planata, come molti altri contenuti (cfr. gli articoli di Genna od Orioles) su Macchianera.

    Onorevole, soprattutto, perché parte da uno spunto di vita quotidiana che, però, lo ha spinto a ragionare sui massimi sistemi: un “ad maiora” della ragionevolezza in Rete che, tuttavia, deve far riflettere sugli spunti di fondo. Gianluca ha deciso, infatti, di metter su di nuovo il teatrino in considerazione dell’abbandono - anzi, della conversione forzata - del suo (ex) Clarence, da portale cool e “saggio” allo stesso tempo ad abominevole servizio di hosting (?) da una parte ed in portalino porta box pubblicitari dall’altra.

    “Servizi, non contenuti”, pare sia stata la giustificazione dell’evoluzione. Si torna, come al solito, al vecchio dilemma per cui, dopo anni in cui si è cercato, in tutta Europa, di fabbricare contenuti su cui appioppare pubblicità, ci si è resi conto che l’unica attività che continua a produrre reddito è quella della connettività. Inquietante, ma vero: non c’è Excite che tenga, persino i “portali” (che certo non brillavano per l’originalità dei contenuti) ormai vengono svenduti dalla Tiscali di turno, riconcentrata come i concorrenti sul core business.

    Le suonerie e le altre cavolate pseudo - VAS (in cosa starebbe, il valore aggiunto?) sono solo un (piccolo) step più avanti rispetto alla vendita di connessioni ed hosting: di fatto, basta vedere il billing, che di solito avviene tramite addebiti sui conti telefonici, per rendersi conto che chi ottiene i veri guadagni sono le compagnie telefoniche, non gli operatori del mondo della comunicazione o gli editori.

    “Contenuti, non servizi”, rimane la chimera di chi vuole costruire un’Internet basata sulla compravendita di beni immateriali non legati, appunto, al mondo TLC. Ma la storia, si sa, sta andando in maniera diversa: Creative Commons e P2P sono ormai realtà consolidate e, per grazia di Dio, conosciute al largo pubblico. Certo, un giusto equilibrio tra contenuti “a valore aggiunto” e contenuti “di pubblico interesse” potrebbe essere il perno su cui far avanzare il traballante sviluppo economico della Rete europea…

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    17 Giugno 2005

    Il rumoroso silenzio di uno sciopero

    A volte anche ai blogger più esagitati capita ancora di leggere i quotidiani on line. Perché magari li ritrovano linkati nei post del vicino di piattaforma o, è l’ultima moda del momento, ne hanno voluto premiare la sete di innovazione inserendo qualche timido RSS nel proprio aggregatore. Senza voler entrare nell’infinita polemica scaturita da un intervento di Zambardino proprio sul rapporto tra blogger, giornalisti e link che li collegano (o meno), ogni tanto qualche riflessioncina sulla visibilità della stampa tradizionale in Rete (e di quella “alternativa”) la si può anche fare.

    Restando al caso italiano, colpiscono oggi i disclaimer in cima alle home page di Repubblica.it e Corriere.it: colpiscono magari non a prima vista, ma attirano sicuramente l’attenzione di coloro che, per caso o per scelta, transitano da quelle pagine più di una volta al giorno e trovano il proprio sito preferito sempre immobile ed uguale a sé stesso. Dando un’occhiata al comunicato del Corriere della Sera, si scopre che i quotidiani free non sono usciti ieri, l’intero sito rimane senza aggiornamenti per tutta la giornata di oggi, mentre il quotidiano non esce nelle edicole domani. Il 20, invece, è il turno dei radiotelevisivi. Insomma, in un sol colpo si spegne il flusso informativo per un’infinità di giorni.

    Le motivazioni della FNSI, ovviamente, sono più che giuste. Tuttavia, a guardare Google News Italia dello sciopero non sembra esserci traccia: centinaia di collegamenti, come ogni giorno, vengono catalogati e segnalati in base alla loro importanza. Non è un caso che a prima vista risaltino segnalazioni di articoli tratti da siti come Ragionpolitica.it (?). Continuano a persistere i collegamenti alle testate giornalistiche di articoli di ieri, ma col passare delle ore scendono implacabilmente nella gerarchia automatica del servizio. A scorrere la pagina, invece, si trovano numerosi link ad articoli tratti da RaiNews24 o da La Padania On line.

    Morale della favola, anche se l’informazione ufficiale si ferma, c’è sempre qualcuno che mette in linea contenuti aggiornati e no, non si sta parlando dei blog o dei newsgroup. C’è tutta una selva di siti a metà strada tra l’amatoriale ed il semiufficiale che iniziative come Google News premiano e portano allo stesso livello dei siti informativi ufficiali. Visto che sono secoli che nel Web Italiano si parla di mancanza di contenuti, forse è il caso di iniziare a “mappare” meglio il mondo.

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    15 Giugno 2005

    Illudersi fa male (ed innervosisce)

    Una volta calmati gli animi per i risultati (prevedibilissimi) dei referendum dello scorso week-end, viene voglia di riflettere sull’ondata di malcontento che, molto più di quanto sia avvenuto nel mondo “reale”, ha attraversato i blog italiani. Gli stessi che, fino al giorno del voto, ostentavano banner e altri ammenicoli promozionali in favore del Sì.

    La campagna di sensibilizzazione era legittima e, nessuno può negarlo, apprezzabile nei toni e nei modi: i radicali avevano saputo cavalcare non tanto l’onda del viral marketing classico sul Web, quanto quello assai più moderno (ed efficace) del “Tam tam blog“; meno convincente la campagna dell’altra campana, quella che invitava all’astensionismo, ruotante quasi del tutto intorno al sito di Scienza e Vita. In entrambi i casi, comunque, il meccanismo di fondo era quello di una campagna a costo zero che mettesse in gioco la credibilità personale di ognuno in favore di una causa o dell’altra. Con episodi bizzarri come la marea di link al sito Grazie alla Vita: predisposto per convincere i cattolici a dire Sì, conteneva affermazioni talmente drastiche da convincerli forse ad andare a votare, ma con sonoro No al cambiamento.

    Ma la mappa non è il territorio, scrivevano gli analisti più attenti il giorno dopo: le campagne, si è scoperto, erano più autoreferenziali del previsto. Plausibilmente, si era riusciti a convincere soprattutto i sostenitori del Sì, già ampiamente motivati dal proprio humus culturale, ad andare a votare a favore dell’abrogazione: peccato che, se sostenitori e neoconvertiti rimanevano personalità illustri del Web, ma illustri sconosciuti fuori dalla Rete. La credibilità delle starlette è stata ben spesa in favore di altri navigatori indecisi, ma il passaparola si è fermato a qualche bit di bannerini, piuttosto che a qualche parolina in più alla portinaia.

    Notava Gianluca Neri che molti si sono risvegliati come da un sogno, scoprendo che non sempre essere “elite” premia: si finisce banalmente ghettizzati non tanto per la caparbietà della propria posizione “politica”, quanto per il volerla perorare a tutti i costi esclusivamente nel proprio luogo favorito, il non - luogo di blog e similari. Stefano Hesse estendeva il discorso in maniera molto profonda: se c’è un malessere culturale (ignoranza iper diffusa?), poco possono fare (ed hanno fatto) coloro che si chiudono davanti allo schermo del PC a ragionare brillantemente da soli invece che davanti allo schermo della TV a rincretinirsi in lieta compagnia.

    La campagna astensionistica ha vinto, in ogni caso, proprio per questa (in)abilità generale a perdere di vista il contenuto della materia in discussione a favore dello schieramento politico: un’enorme semplificazione del gioco in chiave “siamo i buoni - siete i cattivi” che è valsa più di mille ore di comunicazione televisiva scientificamente corretta (inevitabilmente ritenute noiosissime sulla fiducia, va da sé). I blogger si erano già illusi con Howard Dean: succederà altrettanto nelle Elezioni Politiche 2006?

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