12 Giugno 2005

Io compro qui (o forse no)

Si discute animatamente, su dot-coma, dell’onnipresente campagna pubblicitaria di Monclick, il nuovo megastore virtuale di Esprinet. Campagna onnipresente solo a Milano, a dire il vero: città come Bologna o Roma, si scopre confrontando le esperienze, non sono state toccate dai manifesti. Si sa che gli acquirenti dell’e-commerce stanno in Lombardia e si rimane lì: anche gli analisti finanziari, altrettanto residenti a Milano e dintorni, rimarranno soddisfatti da una tale campagna vecchio stampo.

Nulla da eccepire sulla scelta di Linus come testimonial, visto che è un personaggio mitologico che, attraverso i secoli, riesce sempre a conquistare le fasce cool della popolazione. E si sa, che gli acquirenti dei siti italiani sono personcine cool.

Si sa, inoltre, che ormai il settore ICT offre margini così marginali (!) da rendere micidiale la lotta per il profitto: i vendor à la Apple ormai vendono tantissimo on line persino in Italia, senza arrivare a player puri come Dell. Esprinet rischia la fine dei vari Opengate e Tecnodiffusione, se non trova nuove forme di guadagno attraverso la conquista di nuovi clienti: se si sa come trattare i buyer delle aziende della GDO si sa anche vendere direttamente ai consumatori, no? No.

Per non farsi mancare nulla, si sa anche che, per lanciare un sito di e-commerce, è necessario spendere 2 milioni di Euro tra affissioni, stampa e TV e 500mila Euro sul Web. Un po’ come se si volesse aprire un centro commerciale a Lambrate e si facesse pubblicità sulle reti televisive nazionali: fa branding. Si sa che bisogna educare gli italiani a comprare on line. Basta sponsorizzare la metropolitana milanese ed automaticamente si convincerà i passanti a: 1) iniziare a navigare sulla Rete; 2) cominciare ad acquistare sulla Rete; 3) spendere il proprio budget ICT su Monclick.

Non c’è speranza di orientarsi verso la gente - quella sì veramente cool - che vive serenamente il rapporto con la Rete e capisce in base alla propria esperienza dove andare a comprare. Gli analisti li ritengono nerd con pochi soldi in tasca, non vale la pena di inseguirli.

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    8 Giugno 2005

    Le inquietanti aberrazioni della dialettica politica

    Berlusconi alza il dito medio...Possiamo immaginare l’enorme gioco della comunicazione politica come l’insieme dei flussi comunicativi che vagano da un vertice di un triangolo ad un altro. Alla base del triangolo, banalmente, possiamo mettere da una parte i cittadini, dall’altro i politici (democraticamente) eletti. Sul vertice opposto, i giornalisti, nella doppia veste di opinion leader e di “filtro” tra le istanze dei cittadini e quelle dei governanti.

    Un filtro attivo, importante, perché riesce a tradurre gli incomprensibili algoritmi della politica a tutto favore dei cittadini, ma che allo stesso tempo (attraverso inchieste, interviste ai lettori, sondaggi di opinione, lettere alla redazione, etc.), dovrebbe poter portare “verso l’alto” la voce del “popolo”, a sua volta poco comprensibile perché accompagnata da un enorme rumore di fondo.

    In Italia il gioco (un gioco serio, tuttavia, non puerile), si sta rompendo. Al di là del proprio schieramento politico, il cittadino fa fatica a capire le dinamiche politiche ma (e la cosa potrebbe diventare molto più grave) anche quelle che legano i politici al mondo dei media. Si è già detto delle incomprensibili evoluzioni del centrosinistra italiano: qui, invece, si vuole richiamare l’attenzione sulla comunicazione quotidiana, su quell’insieme di piccoli gesti che, fatti da “grandi” (…) personaggi, assumono un alone del tutto diverso e che i giornalisti provano a raccontare nelle loro cronache.

    Di diti medi se ne vedono tanti, in giro. Il gesto è volgare di per sé, ma più che un modo di scandalizzare, a volte è un (efficiente) modo di comunicare il proprio disagio. Usato da un primo ministro con un sorriso sornione in viso, tuttavia, comunica molto più di quanto possa avvenire in qualsiasi altro contesto. L’altro lato del triangolo può solo rimanere sconvolto, incredulo: le implicazioni di quel gesto sono di tale complessità da generare reazioni diverse, ma che inevitabilmente portano alla memoria episodi similari accaduti in passato.

    Sembra inevitabile, a quel punto, che il terzo vertice scenda in campo per “filtrare”, con la sua autorità, lo sdegno pubblico per il gesto in sé e per le sue connotazioni: quando Biagi ha tentato di farlo, ha a sua volta innescato un attacco di rabbia non dalla parte lesa (el pueblo incredulo), ma da chi doveva quantomeno sminuire quel momento di pubblica debolezza, invece di utilizzarlo come trampolino per nuovi attacchi. Più che ad un triangolo, a questo punto, stiamo assistendo ad uan (pessima) spirale.

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    1 Giugno 2005

    Scienze della Comunicazione: una buona idea finita male

    Erano i primi anni Novanta, quando Umberto Eco tirò fuori dal suo cappello un’altra idea rivoluzionaria per il sonnolento mondo accademico italiano: una Laurea in Scienze della Comunicazione. Non un “laboratorio creativo” come il DAMS, ma una laurea che, specie nell’accezione di Eco, aveva i connotati di uno studio (quinquennale) di qualcosa di “scientifico”, con un forte taglio semiologico.

    A quella felice creazione a numero limitato (la selezione di un centinaio di posti prevedeva almeno un numero pari a 20 volte tanto di candidati) sono seguiti altri corsi in giro per l’Italia, in un crescendo di specializzazioni e di iscritti. La riforma universitaria ha fatto nascere ulteriori “figli” di quel corso originale, sia di tipo triennale che biennale. Gli Atenei privati come la Lumsa e lo Iulm non hanno perso il treno e progressivamente hanno ampliato la loro offerta in maniera sempre più sofisticata. Molte facoltà di sociologia hanno partorito dei mostri che, a loro volta, sono diventati più grandi dei genitori accademici (l’esempio de La Sapienza è il più noto).

    Col successo, però, è cresciuta anche la perplessità di fondo di chi quella Laurea la inseguiva, di chi l’aveva già conquistata, di chi la prendeva in considerazione per il suo futuro: per quanto si viva nel mondo della Comunicazione etc. etc., tutte le migliaia di laureati sfornati annualmente, avrebbero avuto accesso al mondo del lavoro? In che termini? Con quali qualifiche e quali professionalità, vista l’accusa ricorrente di essere una “Laurea in Tuttologia”?

    L’immagine si è incrinata definitivamente negli ultimi mesi, quando si è iniziato a regalare, in via meramente promozionale, le lauree ad honorem: quella a Vasco Rossi e quella a Valentino Rossi sono state l’apogeo di questo fenomeno di spettacolarizzazione di un Corso di Laurea (nelle sue varie ramificazioni, come quella Urbinate) che ormai viene paragonato a (poco più del) nulla. Ironicamente, Mantellini propone una laurea alla starlette di turno, mentre De Biase cerca di trovare un senso alla Laurea stessa ed a quelle ad honorem in particolare. Che Lucio Dalla sia un docente universitario, passi: ma ci sono modi più decenti di far pubblicità ad un Corso di Laurea che, più di ulteriore promozione, avrebbe bisogno di una campagna di razionalizzazione (in tutti i sensi).

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