agosto 2005

26 agosto 2005

KonoPizza, ke kambia?

Nel monumentale complesso che in Piazza Duomo (a Milano) comprende il Café Autogrill, il Burger King, lo Spizzico ed il ristorante Ciao, un angolino è dedicato a KonoPizza, l’ennesima catena di ristorazione in franchising la cui peculiarità non sta tanto nel prodotto (pizza, come al solito), ma nel formato: la pasta è arrotondata e contiene gli ingredienti sono in pila, come fosse un cono gelato in versione salata.

Peccato che, però, sono proprio i coni gelato l’unica cosa venduta (e vendibile) nel punto vendita: a prezzi tutt’altro che modici, i coni riempiti di gelato industriale dell’Antica Gelateria del Corso vengono somministrati da commesse sull’orlo di una crisi di pianto visto gli scarsi successi del loro prodotto principale… D’altra parte è realistico che Autogrill non voglia crearsi un concorrente credibile in casa, visto l’eterno successo di Spizzico.

Il prodotto, al di là di tutte le discussioni che può suscitare, è originale, sebbene non sufficiente a sostenere da solo un concept di ristorazione. Lo street food ha origini e modalità di consumo che non sono necessariamente legate al prodotto di per sé quanto alle tempistiche ed alle modalità: difficile che il Kono diventi una “moda” solo perché si è cercato di investire in comunicazione con modalità innovative ma deliranti. Esempio tipico: la prima posizione in AdSense su centinaia di siti italiani che parlano di tecnologia.

La paternità dell’invenzione, a detta degli statunitensi, è di Nir Adar, mentre il franchising di origine italiano viene gestito nella zona industriale di Padova, visto che tra i promotori c’è l’onnipresente Gruppo Boscolo. Così è a Padova che si tengono i casting e gli eventi sponsorizzati: chissà se almeno lì il Kono viene venduto. Altrimenti altro che confronto con l’iPod: bisognerà confrontarlo con Boo.com, piuttosto.

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25 agosto 2005

Google, monopolizzare in un soffio

Qualche anno fa Carmine Laltrelli parlava di Jabber come di uno dei motori dello sviluppo delle comunità virtuali degli allora convergenti Inwind / IOL (poi confluiti entrambi in Libero). L’adozione di una piattaforma di sviluppo open source per il proprio instant messenger sembrava una buona idea di ecumenicità in un mercato in cui rispetto ad ICQ (leader in Europa) ed Aol IM (radicato soprattutto in USA) stavano rapidamente acquisendo importanza i sistemi di Yahoo! e Microsoft.

La situazione è evoluta nel più classico dei modi: negli ultimi anni la maggior parte degli utenti del mondo hanno iniziato a comunicare col sistema integrato nel sistema operativo (Windows Messenger ed il suo gemello più “liberal” MSN Messenger) e solo i geek si sono seriamente orientati su sistemi alternativi. L’unica vera novità del mercato è stato il progressivo affermarsi di Skype anche come sistema di messaggistica oltre che leader incontrastato della telefonia VoIP.

Ora arriva Google e come al solito anche qui la favola è già scritta. Come avveniva un tempo per Microsoft, ora è Google l’attore che piomba sui mercati, spiazza i concorrenti e si guadagna la fiducia dei clienti, da quelli più “mass market” a quelli più sofisticati. Basti pensare alla febbre GMail che è stata saggiamente controllata negli ultimi anni con il sistema degli inviti ed oggi continua ad essere regolata con sagge misure di sicurezza via mobile.

A poche ore dal lancio, Google Talk viene già smontato, analizzato e migliorato da programmatori e appassionati. C’è da scommettere che presto diverrà una delle piattaforme più aperte, come è nella filosofia di Google: a quel punto forse sarà più chiaro il business model, che stavolta mette in discussione ben più del mercato dei servizi Web. Nel prossimo futuro, forse telefoneremo ordinando “Talk” al nostro sistema operativo, oppure cercheremo su Google (e sul desktop) sussurrando un “Search” od otterremo le “News” con un semplice comando. Ovviamente, il tutto avverrà utilizzando Google OS. Forse a qualcuno diverrà simpatico persino Bill Gates, a quel punto.

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20 agosto 2005

Le verità scomode di Marco Travaglio

Come dar torto al buon Travaglio?

[Continua…]

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16 agosto 2005

Rai Click, speriamo che duri

Tra tutte le cattiverie (giustificate e non) che abitualmente si ascoltano (e si dicono) a proposito della Rai, è difficile scagliarsi con vigore contro Rai Click. Anche rimanendo nel campo della multimedialità, ci si può scagliare contro il Vignettoso e disordinato mondo del portale pubblico Rai.it, si può rimanere perplessi rispetto all’evoluzione del glorioso programma delle Teche e ci si può domandare il senso profondo del sito dedicato alle Risorse Umane, ma prima di scagliarsi contro Rai Click è bene riflettere un attimo sull’avanzamento del progetto e sulle sue finalità.

Rai Click ne ha almeno due: da una parte, mettere a disposizione dell’utenza italiana il meglio della sua offerta di “servizio pubblico” consultabile gratuitamente via Web, dall’altro predisporre un palinsesto ricco ed appetibile per i clienti di FastWeb, che dovrebbero poterne apprezzare i 4 canali on demand in streaming. Il canale Cinema, ad esempio, mischia attualmente inguardabili film ed imperdibili capolavori, non necessariamente disposti coerentemente sotto le etichette “Prima visione” e “Film d’autore”, ma tant’è.

In effetti, è proprio la parte “pubblica” di Rai Click quella che convince e piace di più. I programmi più visti sono sempre i telegiornali, ma è possibile assistere via Web a contenuti di qualità a qualsiasi ora del giorno e delle notte. Per citare un programma di informazione, si passano volentieri una ventina di minuti a guardare la puntata di TG2 Mistrà che mescola Auditel, pizze e Turchia, senza dover sottostare agli orari un po’ assurdi delle Reti pubbliche.

Come scriveva giustamente Matteo Balzani un po’ di mesi fa, è proprio la digitalizzazione e l’archiviazione dei contenuti un plus imperdibile della televisione via Web. Rai Click l’ha capito e dimostra di saper condividere con FastWeb un primato mondiale anche nella selezione dei contenuti, più che nella quantità fine a sé stessa. Speriamo che la joint venture duri e porti ulteriori risultati positivi: sicuramente più di quelli del mezzo pubblico via televisione tradizionale.

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14 agosto 2005

Come si guadagna da vivere Il Corriere della Sera digitale?

In questi giorni fa la sua bella (?) presenza nell’header di Corriere.it una delle solite campagne (abituali per chi naviga spesso nei siti di Oltreoceano) di quella sorta di compravendita delle illusioni chiamata Green Card Lottery. Campagne solitamente brutte graficamente che conducono a siti tradotti col traduttore automatico: verrebbe da domandarsi quale sia il reale giro d’affari di tutto il circo in questione…

Quello che colpisce nel caso del Corriere della Sera, comunque, non è tanto la qualità dell’annuncio (in termini di banner, si è visto anche di peggio) quanto il fatto che venga servito da PennyWeb, uno dei pochi servizi statunitensi che negli anni sono sopravvissuti allo scoppio della bolla proprio grazie ai microinvestimenti pubblicitari condivisi in minima parte con i gestori di siti e sitarelli. Soprattutto dei secondi, che da sempre hanno costruito una massa critica grazie alla loro numerosità, piuttosto che alla qualità e quantità dei navigatori.

In questo asfissiante agosto, evidentemente, il Corriere non ha trovato niente di meglio con cui occupare un terzo del browser dei suoi lettori. Quello che sembrava lo iato tra grandi editori e piccoli siti, insomma, sembra definitivamente saltato: un tempo un editore italiano non avrebbe mai pubblicato un link stile Commission Junction, oggi invece gli inserzionisti di TradeDoubler sono onnipresenti in portali e giornali on line. I box di Overture e Google fanno il resto, garantendo visibilità anche ai microinvestitori pubblicitari in cambio di qualche centesimo all’editore. Di campagne “tradizionali”, garantite dalla concessionaria, se ne vedono sempre meno.

Da una parte, dunque, è evidente che in tutta Europa manchi una chiara strategia di gestione delle entrate pubblicitarie da parte dei grandi editori: di fronte alla crisi degli scorsi anni, si è scelto di infarcire le pagine con qualsiasi cosa possa vagamente produrre centesimi, come un tempo facevano i siti privati (chi non ricorda la febbre del pay to surf?). Non sta più in piedi nemmeno la famosa equazione che distrusse i mercati finanziari ad inizio decennio, quella che supponeva una crescita dei ricavi esponenzialmente legata al numero di registrati. Oggi ci si rende conto che, in molti contesti, rendere disponibili gratuitamente le informazioni è una spinta all’approfondimento, piuttosto che un “regalo” fine a sé stesso.

Questo spinge a considerare l’altro problema, più evidente per i giornali italiani rispetto agli altri del Continente: una gestione delirante di quella che dovrebbe essere l’altra fonte di reddito, il pagamento della versione digitale. Da una parte torna alla carica dopo qualche anno PuntoCom, in versione gratuita rispetto ai 2 Euro (!) di quella cartacea; dall’altra Corriere e Repubblica alternano periodi di folli pagamenti a periodi del tutto promozionali. Si vorrebbe capire come pensano di (soprav)vivere le versioni digitali dei quotidiani di casa nostra, da sempre ai primi posti in termini di numero di visitatori e pagine viste tra i siti italiani: sarebbe ora che si comportassero da “grandi”, e non solo nei numeri.

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10 agosto 2005

Da Bonolis a Pupo, passando per Fazio (Fabio)

Vista dall’Europa, la situazione italiana appare quella di sempre: un’enorme commedia all’italiana, in cui i protagonisti principali sono gli stessi da decenni e verso i quali è difficile provare altro sentimento che una sorta di “tenerezza” per le sventure pubbliche e private dei soliti noti. Per chi è sulla scena della politica o della comunicazione da anni, gli italiani nutrono un misto di gratitudine ed odio, di simpatia e malcelato stupore. Non potrebbe essere diversamente, perché Andreotti come Baudo, Berlusconi come Arbore, potranno averne combinate di tutti i colori, ma avranno regalato ad ognuno di noi almeno un solo buon ricordo.

Al contrario di queste icone sacre, qualcuno recentemente ha avuto il coraggio di etichettare Fabio Fazio come “giovane di successo”. Etichetta comprensibile per il viso da eterno bravo ragazzo, un po’ meno per la reale età anagrafica: Fazio vaga sui teleschermi europei da venti anni, pressoché gli stessi di quelli del suo predecessore ad Affari tuoi, Paolo Bonolis. “Predecessore” per modo di dire, visto che il “pacco“, alla fine, l’han tirato a lui, sollevandolo dall’incarico relativo alla nuova edizione del programma.

Il management Rai ha addotto scuse vaghe per giustificare l’abbandono di un’ipotesi che, nella realtà, nessuno (tranne il povero Fazio, probabilmente), aveva davvero preso sul serio. Ieri si era addirittura fatto vociferare ad arte che la rinuncia sarebbe derivata dal conduttore stesso: oggi è scoppiato il bubbone politico legato all’evidente tentativo di mandare a rotoli il programma nella “fascia di garanzia” autunnale, quella in cui tutti gli occhi degli investitori pubblicitari sono rivolti al comprendere i cavalli vincenti della stagione. Inutile dire che la beneficiaria della situazione dovrebbero essere Mediaset ed i suoi proprietari.

Per quanta simpatia possa ispirare un’altra memoria vivente italiana, il buon Pupo, viene spontanea qualche perplessità nell’immaginarlo proiettato a condurre il programma di punta dell’ammiraglia Rai. Il suo nuovo programma estivo non riesce nemmeno a superare Paperissima Sprint, un collage di “papere” di videoamatori già trasmesse dagli anni Ottanta in poi (cfr. commento a cura di Columbro e Cuccarini). Eppure lo si vuol far passare come un successo, visto che lo si paragona al Supervarietà che andava in onda fino alla scorsa settimana. Programma che, tra l’altro, è anch’esso un collage di momenti televisivi dal Dopoguerra ad oggi. Che abbiano ragione, a guardarci con sguardo intenerito?

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5 agosto 2005

Il boomerang delle Primarie ed il copyleft opportunistico

Immaginiamo questo scenario: ad ottobre 2005 un numero interessante di italiani va a votare in massa alle bizzarre Primarie dell’Ulivo. Bertinotti stravince su Prodi ed i partiti del Centrosinistra si spaccano sul significato della consultazione: nessuno capisce chi gliel’ha fatta fare, chi ha avuto la balzana idea di mettere in discussione la leadership consolidata di Prodi. Questi fa distruggere il suo camion giallo preparato ad hoc ed inizia a sobillare gli alleati affinché gli confermino il potere perso sul campo.

Si scopre che da una parte la vittoria di Bertinotti è dovuta alla grande mobilitazione dei rifondaroli, dall’altra agli elettori del centrodestra che, essendo elettori italiani, hanno avuto tutto il diritto di votare alle Primarie per un candidato che, oooops, è esattamente il miglior spauracchio che il loro leader possa avere. Inutile dire che, alle successive elezioni, il centrodestra stravince contro il candidato estremista.

Si può sfidare chiunque a dire che questa situazione sia del tutto inverosimile. La mobilitazione popolare in Puglia ha portato prima Vendola a vincere alle Primarie regionali, poi alle “vere” elezioni. Il popolo del centrosinistra è rimasto a casa in Puglia come probabilmente non avrà voglia di votare ad ottobre: quello di Rifondazione, conosce la forza della comunicazione sotterranea ed andrà in massa ad appoggiare il suo leader.

Comunicazione sotterranea che, stranamente, assume ora il volto dei post it, in un tentativo di avviare una campagna di guerilla marketing de noantri: scelta che, visto il titolare del brevetto in questione, gli ha causato un mare di critiche da parte dei suoi sostenitori. La reazione dell’ufficio stampa di Rifondazione sembra una grande scivolata sugli specchi: avevano la vittoria in mano, rischiano tutto a causa dell’alleanza involontaria con una multinazionale. Paradossi no global.

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4 agosto 2005

La pubblicità è morta, viva la pubblicità

La strada era stata aperta dall’ultimo numero di Prima Comunicazione, che in copertina poneva il mascherone di Darth Vader a simboleggiare il «volto spaventoso» della crisi europea della pubblicità. Una crisi che assume sfaccettature diverse da quelle degli scorsi anni, in cui il problema principale era la brusca frenata degli investimenti. Oggi assistiamo a fenomeni eterogenei che, tuttavia, contribuiscono in maniera fin troppo efficace a mettere in dubbio un modello solo, quello pubblicitario: fenomeni che si possono ricondurre all’esplosione (anzi, all’implosione) del modello industriale di offerta pubblicitaria.

Sulla strada tracciata dal magazine si son posti Beppe Grillo ieri e Antonio Tombolini oggi: da punti di vista diversi, tutti condividono che il punto che il business della pubblicità ha soffocato le possibilità stesse del mezzo pubblicitario. Grillo ne fa un’analisi molto meno demagogica di quella dei suoi lettori, Tombolini ci regala una riflessione semplice ma fondamentale: di fatto, i costi pubblicitari stanno crescendo così tanto da mettere seriamente in crisi non tanto e non solo il fatturato aziendale, quanto i ricavi, sempre più ridotti. Grillo risponde che si è di fatto di fronte ad una sorta di meccanismo perverso per cui paghiamo sempre di più prodotti e servizi che, a loro volta, avranno bisogno di maggiori introiti per giustificare gli investimenti pubblicitari.

La pubblicità, di per sé, non sarebbe affatto una cosa negativa. Per prima cosa, svolge un’attività informativa non secondaria: qualsiasi cittadino può testimoniare che almeno una volta è venuto a conoscenza di nuovi prodotti, di nuove offerte, di nuove possibilità, grazie a degli annunci pubblicitari, magari nemmeno troppo insistenti quanto abbastanza chiari. Secondariamente, è un serbatoio di creatività che a volte supera la qualità dei programmi mediamente in onda sulle reti europee. Terzo, per quanto possa sembrare meno importante dal punto di vista delle persone coinvolte, alimenta una filiera non indifferente, che offre occupazione a molte migliaia di professionisti di tutto il Continente.

Si è esagerato, tuttavia. Ormai è evidente, ad esempio, che il bollino “Ticket” sui CD per giustificare la pubblicità in onda su Odeon TV (?) svolge un ruolo alquanto surreale: perché un cliente dovrebbe aggiungere una cifra pari al 10% del costo del CD per pagare l’inutile promozione che qualcuno ha deciso di fare su media poco significativi? Perché uno spettatore di uno spettacolo cinematografico, dopo 7 – 8 Euro di biglietto, deve sottoporsi a decine di minuti di spot in attesa che la sala si riempia? Restituiamo alla pubblicità il valore che le è proprio: informare il cliente per spingere all’acquisto, non opprimere per convincerlo a causa della disperazione.

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