settembre 2005

30 settembre 2005

La creatività vende e fa vendere

Occhi puntati in questi giorni sul fenomeno Million Dollar Home Page, l’ennesima intuizione generale di un ventenne che, nel giro di qualche settimana, guadagnerà il suo sudato milione di dollari, potrà continuare i suoi studi in Business Administration e nel frattempo sarà diventato una celebrità intervistata dai media e citata sui siti di tutto il mondo. Un’idea originale, senza dubbio, ma sopratutto molto redditizia, visto il costo tendente a zero dell’investimento (l’hosting di siti statici ormai è un costo marginale).

Queste caratteristiche hanno fatto sì che nascesse una schiera infinita di imitatori: chi vende i pixel per un penny, chi promette estrazioni tra i suoi acquirenti, chi propone pagine d’oro – argento – bronzo, chi si ispira alla pop art, chi addirittura li regala con un massimo di 4 e chi ne regala di più ma solo se gli va. Ovviamente, la moda è arrivata in Europa e quindi si vedono anche i primi casi in Euro. Morale della favola: l’idea funziona, proviamo a mangiarci tutti.

Uno dei maggiori tormentoni mediatici precedenti, invece, aveva una radice europea ed uno sviluppo molto più business: si tratta di The Annoying Thing, l’animazione svedese che ha dato avvio al tormentone europeo Crazy Frog, conosciuto in Italia come “La Rana pazza”, tormentone televisivo e Web di Jamba e hit dell’estate nelle discoteche con un video prodotto dal Ministry of Sound di Londra. Caymag ci informa che il suo successo rischia di scemare clamorosamente, a causa della percezione (?) dei Clienti di trovarsi di fronte ad una vera e propria truffa nei confronti dei propri figli.

Tutto ciò, ovviamente, è segno dell’enorme successo ottenuto dall’originale animazione iniziale (circolata in maniera virale e gratuita per anni) e del successivo sfruttamento commerciale. C’è una sola cosa che accomuna la rana ed i pixel, al di là dei prevedibili finali e relativi giri d’affari: si tratta di idee innovative, che hanno saputo fondare su una forte creatività il loro ampio successo commerciale. Per quanto “scontate” a posteriori, nessuno ci aveva pensato prima. E questo paga.

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25 settembre 2005

I mille aspetti positivi di WebDays 2005

Com’era stato facile anticipare leggendo il programma, i WebDays 2005 sono stati un evento interessante per i numerosi spunti offerti all’eterogenea platea. Sebbene molti siano rimasti notevolmente colpiti dal divieto di uso dell’e-mail imposto dalle deliranti norme Pisanu, chi si è dedicato esclusivamente ai dibattiti ha ricevuto notevoli stimoli culturali sulle tendenze in atto nei mondi della comunicazione e della tecnologia. Che poi, forse è questa la conclusione, son sempre più la stessa cosa.

Quello che per alcuni è stato un elemento altamente negativo, l’ampia presenza di over 60 tra il pubblico, potrebbe essere invece letto come uno degli aspetti più positivi della manifestazione: WebDays conferma la sua vocazione universalistica e formativa volta a colmare il digital divide in una città in cui le fasce più deboli possono avere vantaggi reali dall’utilizzo della Rete. Il Comune di Torino ha fatto delle belle figure proponendosi come un’amministrazione orientata all’innovazione ed alla diffusione della conoscenza, con applicazioni sofisticate e ricche di potenzialità come la piattaforma open source alla base di Torino Espresso.

Altri aspetti largamente positivi, ovviamente, sono stati la qualità dei relatori (Giuseppe Granieri per la scientificità e Sergio Maistrello per la capacità divulgativa hanno brillato su tutti, come prevedibile) e la spinta esplicitamente futuristica dei principali interventi: in primis quello di Derrick De Kerckhove che, col suo consueto italiano fantasioso, ha ripreso temi ormai classici della letteratura tecnologica, come Internet Zero, intercollerandoli con i trend emergenti della Rete.

Alla fine della manifestazione, anche coloro che erano apparsi più critici sembrano riportare un bilancio positivo: più che la logistica, poté la Rete. Un’Internet comunque diversa da quella intravista l’anno scorso, quando tutto sembrava essere piombato a dimensione uomo – blog. Questa volta il tema dominante sono stati i flussi comunicativi all’interno dei social network, attraverso parole chiave moderne ma vecchie come il mondo: condivisione e socialità. Ma qui si tocca un tema che, da sé, merita riflessioni molto più approfondite: per ora, è il momento dei complimenti ad Axell ed ai suoi soci.

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22 settembre 2005

Lo sport nazionale non è il calcio

Tutti gli italiani stanno rigorosamente esprimendo il proprio parere sulla Grande Punto, la nuova auto popolare di Fiat. Una volta, in particolare, lo sport consisteva nel comparare pregi e soprattutto difetti della nuova auto di turno con quelli delle più blasonate case europee e mondiali, salvo poi andarla a comprare vista l’incomparabile economicità. Oggi, che di auto economiche è pieno il mercato, lo sport consiste soprattutto nel discutere la strategia di comunicazione di volta in volta utilizzata, salvo poi comprare un’auto straniera a rate.

Strategia di comunicazione che, si badi, non è messa in discussione solo da esperti del settore, ma dall’uomo della strada che ormai di termini come target, marketing e media sente parlare a destra e a manca ed inevitabilmente si sente propenso a dire la sua. Così a commenti positivi di guru come Stefano Hesse si potranno contrapporre milioni di pareri individuali di cittadini italiani che sono in dubbio sul fatto che debbano o meno dimostrare il loro patriottismo con l’acquisto dell’ingombrante utilitaria e nel frattempo si esercitano nel lancio del giavellotto contro il parabrezza.

In realtà, l’unica auto che si pregia di essere “Grande” (?) in un mondo di city car – scatoletta, è stata lanciata in maniera non dissimile da ciò che avvenne una quindicina di anni fa con il lancio della Punto originale. Chi rileggesse oggi Paso Doble di Culicchia, troverebbe la descrizione fedele delle vetrine torinesi infestate di patriottica oggettistica Punto, esattamente come avviene oggi per le strade sabaude. In un clima di chiamata alle armi, per la campagna televisiva non si poteva che scomodare il reuccio del populismo musicale italico e come testimonial non si poteva non ricorrere alle icone dell’Italia che fu.

Che ci sia stato dietro uno sforzo notevole, è evidente ed apprezzabile. Per il bene di operai ed impiegati sparsi per l’Italia, è da augurarsi che anche stavolta la Fiat sopravviva ai detrattori che prevedono l’ennesimo flop di mercato. Nel frattempo magari assisteremo ad ulteriori attività fantasiose di Lapo e soci: l’importante pare sia promuovere il brand. Speriamo sia utile perché, a tendere, qualsiasi attività di marketing e comunicazione commerciale non deve perdere di vista il suo prosaico obiettivo reale: vendere.

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18 settembre 2005

WebDays 2005: il Web che matura

Torna a Torino WebDays, la manifestazione che coinvolge amministrazione pubblica locale ed istituzioni scientifiche piemontesi al fine di promuovere la cultura del Web in una città dalle grandi potenzialità e dai grandi timori. La bella Torino come sempre è prigioniera del suo retaggio industriale e vive di ricordi del suo passato “multimediale”: è una fortuna che questo tipo di manifestazioni cerchino di darle la sveglia, in attesa della tormenta olimpica.

Il programma di WebDays 2005 è molto più corposo e strutturato di quello delle scorse edizioni: è passata (o quanto meno si è attenuata) la febbre dei blog, dando loro spazio in maniera più organica e strumentale all’aspetto tecnologico e contenutistico di questo tipo di strumenti. Meno celebrazioni di personaggi seminoti, più riflessioni di professionisti della Rete. Si sente sempre lo zampino di Axell e c’è da essere certi che questo sarà una garanzia di qualità.

I temi di questa edizione sono più variegati rispetto al passato: si parla di technicalities come RSS e podcasting, ma ci si imbatte anche in testimonianze che illustrano le potenzialità della Rete. Si parla di Internet Banking, ad esempio, o di utilizzo della Rete da parte delle persone anziane. Molto spazio viene dato alla gestione delle foto in Rete, con un concorso a tema ed una serie di riflessioni sugli strumenti di sharing e di stampa remota. Gli interventi dei guru del settore, come Granieri, Maistrello o De Kerckhove, risultano inquadrati in maniera strumentale agli argomenti trattati, con un’opportuna assenza di interventi generalisti di personaggi dediti all’auto-culto della personalità, vero difetto dello scorso anno.

Il programma contiene anche momenti più leggeri come la festa finale al Pastis, noto locale modaiolo torinese. Non si può che andare a curiosare, per uno, due, dieci incontri: rimarrà sicuramente qualcosa a sedimentare, qualche insight che ci spingerà a riflettere sulle meraviglie di quella scatola magica che è la Rete.

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14 settembre 2005

Carmencita, che stile!

C’è poco da fare i miscredenti: il culto di Armando Testa non conosce motivi di smentita. Oggi, grazie ai creativi della sua agenzia, torna alla ribalta Carmencita, una delle più indimenticabili eroine dei Carosello nostrani. La donna più “tosta” di quelle serate, le cui protagoniste femminili solitamente erano massaie e soubrette. Il nuovo sito di Carmencita racconta una “coerente” storia virtuale delle nostra eroina, resa protagonista dei più importanti fenomeni di costume dagli anni della sua scomparsa dai teleschermi ad oggi.

Tra un mese, finalmente, Carmencita, Caballero ed i loro nuovi amici torneranno in televisione, con una serie di 12 puntate: come ai tempi di Carosello, la pubblicità diventa spettacolo che va oltre i 30 secondi canonici, estendendosi a evento in miniatura da proporre, stavolta, anche sul Web. Un progetto affascinante, che mostra la lungimiranza della Testa nel pianificare una campagna atipica rispetto all’eccessivamente tradizionalista mercato pubblicitario europeo.

In uno spettacolo simile, la Lavazza ed il suo caffé rimangono per definizione più dietro le quinte rispetto ai canonici spot dell’azienda: è vero che Solenghi prima e Bonolis poi sono stati protagonisti di saghe paradisiache, ma è sempre stato il caffé a farla da padrone. In questo caso, Carmencita è la protagonista di un’avventura “multicanale” che riesce a far parlare di sé ovunque un mese prima della messa in onda della campagna.

Sarebbe bello che il mercato pubblicitario italiano e quello europeo in generale prendessero spunto da questo tipo di sperimentazioni: la comunicazione “prodotto – centrica” ha stufato tutti, quella “onirica” è ormai fin troppo suggestiva per poter realisticamente dare impulso al servizio / prodoto sottostante (pensiamo allo standard degli annunci legati ai profumi). Un’idea come quella dell’Agenzia Testa e dei suoi tentacoli (pensiamo alla casa di produzione Little Bull o a TestaWeb Edv) deve essere premiata non solo per la sua originalità, ma per i sicuri risultati di alta qualità che otterrà sui target più interessanti.

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11 settembre 2005

La cenerentola del cinema mondiale

Chi in questi giorni ha distrattamente seguito le vicende del Festival di Venezia ha avuto un assaggio di quello che è disponibile nei cinema italiani: da una parte, ad esempio, il candidabile all’Oscar Cinderella Man, dall’altro La bestia dentro o I giorni dell’abbandono, come al solito lanciati in veste possibili successoni internazionali e realisticamente rilegati ad un ambito più che nostrano. Da una parte i filmoni hollywoodiani, dall’altro il cinema presuntuosamente drammatico di matrice europea, anzi italiana.

Cinderella Man, di fatto, è stato studiato a tavolino per essere un blockbuster: com’era avvenuto per Titanic, si parte da una storia vera per imbastire un fitto intreccio di amori, storia comuni e disperazioni universali. I film italiani, al contrario, vorrebbero intercettare un pubblico più elitario, con temi forti come la dissoluzione della vita di coppia e la violenza familiare. Nel primo caso, si sta male per i pugni che volano sul viso di Russel Crowe, negli altri per i visi diafani di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno.

Il cinema è bello perché è vario ed ovviamente sui nostri schermi in questi giorni si possono anche ammirare commediole demenziali e cartoni animati. Ma se non si vuole scendere nel triviale, non sembra necessario sorbirsi ore di disperazioni italiche per emozionarsi. Altro che la grandeur del cinema francese: quello italiano continua a dimenarsi con fatica nel panorama internazionale, aspettando il prossimo Tornatore di turno che, imparata la lezione dai kolossal di Oltreoceano, possa smuovere i tiepidi animi dell’Academy.

Ormai persino i festival più pretenziosi, come quello di Cannes, riservano un’accoglienza contrastante a mattoni impossibili come Le conseguenza dell’amore e gli analoghi “capolavori” italici. Nessuno pretende di dover fare nuovi cinemiparadiso e nuovi mediterranei a palla: ma sarebbe bello che ogni tanto il cinema italiano si impegnasse a smuovere un po’ gli animi del pubblico oltre che ad accarezzare i cervelli dei critici. Abbiamo ottime strutture ed ottimi professionisti: speriamo di poter proporre anche ottime produzioni, oltre ad ottimi esercizi stilistici.

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8 settembre 2005

Darty, basta la parola

Continua la cavalcata europea di Darty, il leader francese dell’elettronica di consumo: dopo quarant’anni di Francia e le esperienze in Italia e Lussemburgo, il noto marchio che della Confiance ha fatto il suo slogan sbarca in Svizzera. Nel frattempo, spuntano come funghi i cartelloni nella Metropolitana milanese a proposito del nuovo punto vendita nell’hinterland che reclamizzano i mille “impegni” della catena.

Nella comunicazione di Darty c’è l’impegno dell’ampia scelta e del miglior prezzo sul mercato (con tanto di rimborso della differenza e regalo di champagne), ma di per sé non sembrano temi da comunicare con particolare enfasi, vista l’offerta similare da parte dei concorrenti. C’è anche e soprattutto una serie di servizi dall’impatto non minimale: la consegna a casa di domenica, il call center eternamente aperto, la sostituzione dell’oggetto in garanzia con uno “di cortesia”, il ritiro dell’usato. Buone pratiche mutuate da altre catene della Grande Distribuzione che segnano definitivamente la svolta rispetto ad un mercato che, soprattutto in Italia, fino a pochi anni fa era in mano a grossisti e dettaglianti di quartiere.

L’arrivo in Italia di MediaMarkt ha accontentato i fanatici della convenienza ad oltranza. Quello di Darty potrebbe invece raccogliere proseliti soprattutto in un target un po’ più sofisticato, che ha maggiori esigenze di servizio ma è disposta a soddisfarle scegliendo prodotti di fascia alta. Una clientela che probabilmente è rimasta piacevolmente colpita da quella sorta di installazione d’arte contemporanea che è il punto vendita di Torino, ma che probabilmente è attratta piuttosto dalla nota “Carta dei diritti”, in cui riesce a riconoscersi fino in fondo.

C’è da scommettere che Darty potrebbe avere successo in Italia, qualora la Capogruppo voglia investire in un mercato solo apparentemente saturo. Il posizionamento merita attenzione e rimane la curiosità di scoprire come il Gruppo transalpino comunicherà al grande pubblico. Ha tanto da alzare la voce, rispetto ai vari Euronics ed Unieuro che infestano i media italiani: però ha tanti motivi per alzarla.

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1 settembre 2005

L’uragano che spazza via la comunicazione

Scrive Il Corriere della Sera a proposito di ciò che sta avvenendo a New Orleans…

«Il problema più grave è la comunicazione» ha detto Henri Whitehorn, capo della polizia dello stato della Louisiana, «non riusciamo a coordinare bene i nostri agenti sul campo: l’inondazione ha spazzato via il nostro sistema di comunicazione e se anche prendessimo i saccheggiatori, non ci sarebbero prigioni agibili in cui rinchiuderli».

Aggiunge lo stesso giornale, in un altro articolo…

Con telefoni fissi e mobili fuori uso, l’unico contatto con i sopravvissuti dell’uragano Katrina in Louisiana, Mississippi e Alabama, bloccati e isolati in locali di fortuna o in cima a edifici e collinette, sono le radio locali. Le emittenti radiofoniche, infatti, sono l’ultima risorsa sia per i rifugiati che per i loro familiari che tentano di stabilire un contatto con i propri cari attraverso messaggi, appelli, richieste di informazioni.

Ribatte L’Internazionale, in una sorta di rassegna dei principali quotidiani statunitensi…

Usa Today fa notare invece che «nonostante i satelliti, i mezzi di comunicazione di massa e i piani di emergenza, la nostra capacità di mitigare la furia della natura è limitata. I piani di evacuazioni hanno mostrato infatti tutti i loro limiti: alcune persone non hanno voluto lasciare le proprie case e i 1.600 uomini della Guardia nazionale del Mississippi, mobilitati per l’evento, non sono bastati a coprire il numero delle chiamate di assistenza».

Si sprecano i blog che con foto, messaggi e video testimoniano l’impatto drammatico dell’uragano. E mentre i mezzi di comunicazione interpersonale fanno cilecca, ci si ricorda di quello che per anni i film hollywoodiani ci hanno mostrato: orde di disperati che vagano alla ricerca di una via di fuga mentre gli sciacalli prendono di mira i resti delle loro abitazioni. Pensavamo potesse avvenire solo nei paesi più remoti della Terra e vediamo che accade nei “progrediti” Stati Uniti.

Lo avevo previsto Roberto Vacca 30 anni fa: basta un minimo incidente per scatenare una reazione a catena di dimensioni sempre maggiori. In questo caso, l’incidentino consisteva in un uragano di potenza non indifferente: il turbine si è solo innescato, vedremo dove arriverà.

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