aprile 2006

26 aprile 2006

Giovani Berlusconi crescono

Hanno fatto un certo scalpore, le dichiarazioni della sempre affascinante Barbara Berlusconi a proposito della scarsa simpatia dichiarata nei confronti di Buona Domenica, una delle trasmissioni di punta delle reti televisive dirette dal fratellastro sotto l’egida paterna. Un attacco complesso, in realtà, che va oltre il programma di Costanzo ed interessa anche altri bacini di ascolto della Rete ammiraglia: i suoi figli non dovrebbero vedere nemmeno i reality show, a lei non piacciono le trasmissioni del Bagaglino.

Lucidità da critica televisiva, oltre che da potenziale mamma: in poche battute, Barbara non solo riesce ad evidenziare la deriva pseudo – populistica delle reti Mediaset, ma esprime un netto giudizio di valore. Giudizio saggio che si riassume nella riflessione da scuola steineriana che regala alla Bignardi: «Ci vuole buon senso nell’uso del mezzo televisivo». Giudizio che suona sincero ma tutt’altro che detto a cuor leggero: in fin dei conti, il suo prosperoso reddito deriva anche dalle imbarazzanti pantomime dei protagonisti del Salone Margherita.

Viste le idee chiare sul suo futuro, c’è da sperare che una volta arrivata al timone di comando di Mediaset Barbara possa dare una svolta alla programmazione delle sue reti: non è detto che per fare ascolti si debba per forza proporre prodotti di mediocre qualità, anzi. Il gusto del pubblico si sta raffinando e le reti generaliste rischiano grosso: visto il crescente numero di canali satellitari, persino chi non può fare a meno di un certo tipo di televisione (i reality stessi sono un esempio) troverà in essi il massimo della declinazione dei propri interessi.

La stessa La7 che ha ospitato l’intervista alla Berlusconi è un esempio interessante di rete che ha saputo inventare propri format e scegliere con attenzione quelli di importazione: per quanto i suoi ascolti risultino sempre di nicchia, riesce comunque ad esprimere una posizione interessante nel panorama mediatico italiano. Vedremo come sarà questa nuova leva di manager televisivi, nati quando la televisione privata era ormai una grande realtà anche in Italia: le reti Mediaset diventeranno grandi La7 o le reti minori diventeranno piccole Mediaset?

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22 aprile 2006

A proposito di consumer generated media

Viene pubblicata l’indagine di TNS Influenza dei consumer generated media nelle decisioni d’acquisto degli utenti Internet e sui blog italiani ci si lancia in divagazioni e riflessioni ad alta voce sul tema: si analizza, si spulcia, si vivisezionano le poche pagine dei risultati, alla ricerca di conferme alle proprie teorie o di pecche nella metodologia utilizzata. I risultati dovrebbero essere chiari, ma c’è chi riesce a ribaltarli: chissà perché, chissà se in buona fede.

I risultati della ricerca su 5.000 navigatori, infatti, dicono che questi si sentono decisamente più influenzati da forum e newsgroup (24% «Molto» o «Abbastanza»), più che dai blog (11%, meno della metà). Anche la partecipazione è notevolmente superiore: 82% conoscono o partecipano alle comunità, 73% ai blog. Ciò nonostante, giornalisti e blogger stessi esaltano il ruolo dei secondi: tutti schiavi della moda? Tutti rapiti dal solito termine blog come panacea di tutti i mali della comunicazione interpersonale?

La discussione migliore sul tema si svolge proprio nei commenti di un post critico sulla ricerca: per quanto paradossale, proprio nell’ambito di un esempio celebre di blog, c’è la migliore esaltazione possibile delle comunità. Si discute di «superiorità del lavoro collettivo», di «economia del libero scambio», di «longeva credibilità dei newsgroup». Temi affascinanti che sembravano essere spariti dal discorso pubblico della Rete: dopo anni di esaltazione delle comunità virtuali, infatti, si era finiti a discutere solamente di blog e dintorni.

Meriterebbe di tornare un tema dominante, quello delle comunità virtuali, per l’enorme impatto che queste aggregazioni volontarie di autori e lettori, nel loro ricoprire ruoli del tutto interscambiabili, hanno su società, economia, flussi di comunicazione interpersonale. Nulla da eccepire sulla crescente importanza dei blog: ma difficilmente di quelli veramente personali. I blog importanti diventano inevitabilmente comunità virtuali: cresce il numero degli autori, esplode quello dei commenti. Incredibile a dirsi, si creano di fatto ad enormi forum: nulla di nuovo rispetto a dieci anni fa?

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18 aprile 2006

Anche il Cnipa investe in comunicazione

Chi l’avrebbe mai detto: il Centro nazionale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione, per gli amici Cnipa, ha annunciato investimenti in comunicazione per 4 milioni di Euro. I dettagli verranno resi noti negli incontri ufficiali dei prossimi giorni in un incontro a Roma, ma già ora è noto che il budget verrà destinato sia ad iniziative rivolte alle amministrazioni pubbliche che ai cittadini finali. Verranno soprattutto ufficializzate le linee guida nazionali destinate alle iniziative locali.

Strano destino, quello dell’AIPA prima e del CNIPA poi: in eterno bilico tra fulcro del sistema e marginalità più cupa, deve la sua instabilità allo stretto vincolo con gli organi politici che l’hanno creata. Un’Autorità nata con fini nobili che, contrariamente alle sorelle regolamentative, doveva soprattutto svolgere ruoli di promozione, formazione e condivisione delle politiche pubbliche su Rete e dintorni. Persino i redattori della voce su Wikipedia, ricostruendo la storia di questo Ente, concludono «Non è facile dare un giudizio complessivo sull’operato dell’AIPA e del CNIPA».

Rimangono in Rete le tracce dei Quaderni che, a cavallo del cambio del millennio, venivano diffusi ad Enti pubblici e privati desiderosi di informarsi: si trattava di pubblicazioni molto particolari per gli standard italiani, visto il loro spiccare per voglia di innovazione ed indipendenza. In fin dei conti, era un tentativo di partecipare all’entusiasmo collettivo per la Rete al fianco delle amministrazioni pubbliche. Cosa molto diversa da ciò che negli anni successivi è diventata la prerogativa del neonato CNIPA: l’ennesimo ufficio complicazione affari semplici.

Oggi, le notizie principali riguardano gli accordi sottoscritti con i maggiori player informatici del settore: quello con Adobe, ad esempio, per l’istituzionalizzazione del formato Pdf come formato di scambio dei documenti autenticati con firma digitale, oppure quelli con Microsoft, IBM, HP e SAP. Dopo la vita dell’AIPA sotto il centrosinistra e del CNIPA sotto il centrodestra, chissà quale sarà la prossima vita di questa entità mutante. Soprattutto, chissà che fine faranno i 4 milioni di Euro di investimenti in comunicazione.

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14 aprile 2006

Gialappa’s Band: bravi, intelligenti ed efficaci

Tanti auguri alla Gialappa’s Band: il trio formato dai tre uomini che con la voce e non col volto hanno fatto un pezzetto della storia televisiva italiana, compie 20 (venti!) anni di carriera. I fan più anziani li ricordano alla radio, prima Popolare, poi Deejay: la maggior parte del pubblico, li conosce tuttavia per l’infinita serie di “Mai dire…”, trasmissioni televisive di intrattenimento, comiche ed innovative, che sono riuscite a ritagliarsi un posto unico nella programmazione delle reti Mediaset.

Nonostante vari tentativi di boicottaggio, dovuti alla scarsa affinità che i tre autori nutrono nei confronti del Potere, le loro trasmissioni sono tuttora in onda, nelle varie declinazioni: dal più classico “Mai dire Goal” al funambolico “Mai dire Grande Fratello”, che riesce a rendere divertenti persino i reality show italiani. A qualcuno mancheranno “Mai dire Banzai”, il primo programma dedito al commento ironico di folli imprese nipponiche negli anni della leadership economica mondiale giapponese, oppure “Mai dire TV”, che portava a teoriaz il concetto di zapping e dava l’occasione agli spettatori di conoscere brandelli di reti locali e TV satellitari.

A leggere la sintesi dell’articolo celebrativo di TV Sorrisi e Canzoni, pubblicata sul Web, si capisce quanto Marco, Carlo e Giorgio hanno regalato allo spettacolo italiano: si parla di collaborazioni con i più grandi comici italiana degli anni Ottanta a monte e dei Duemila a valle, così come dei mille personaggi lanciati o ri-lanciati. Le foto non lasciano spazio a dubbi: è un bene che la Gialappa’s Band sia ancora libera di apportare un così alto valore all’insieme della televisione nostrana.

L’intervista fa anche riferimento all’ultima, imprevedibile attività dei tre: testimonial per il Gruppo SanPaolo, come sempre solo in voce, accanto allo staff della Banca prima ed ai protagonisti di Olimpiadi e Paralimpiadi poi. Una campagna divertente che, nel puro stile dell’agenzia torinese che l’ha prodotta, è riuscita ad avvicinare il mondo imbalsamato dell’Istituto di Credito ai suoi potenziali clienti, conciliando asset come la cortesia e lo spirito con la professionalità dei dipendenti. Tutto ciò, paradossalmente, grazie alle prese in giro della Gialappa’s Band: se non è genialità questa.

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10 aprile 2006

Il riconoscimento ufficiale della musica digitale

In un impeto di buon senso, non così scontato viste le performance degli ultimi anni, la Fimi ha riconosciuto che 14 milioni di download in un anno sono una cifra consistente per un paese da 60 milioni di abitanti e pertanto ha ritenuto di regalare alla musica digitale un riconoscimento ufficiale: evento che avviene attraverso l’avvio della classifica musicale dedicata, con cadenza similare a quelle più tradizionali dei dischi di Luttazziana memoria. Un giro di affari da 11,6 milioni di Euro che, per l’asfittico mondo discografico italiano, è pura manna dal cielo, viene finalmente dimensionato e promosso.

Gli attori principali del mercato partecipano tutti alla rilevazione: dal classico iTunes italiano a MediaWorld, da MTV a Coca Cola (…), i paladini della musica digitale italiana sono un po’ quelli che regnano in tutta l’Europa. Mancano però Libero, RossoAlice e le compagnie telefoniche: dato che sorprende solo parzialmente, vista la notoria diffidenza delle TelCo nel mettere in piazza i numeri dei propri giri di affari. Il problema non è indifferente: se da un lato è male che la classifica ignori le produzioni indipendenti, in questo caso è un vero problema il fatto di non riuscire a determinare un pezzo rilevante del mercato.

Incredibile o meno che sia, infatti, l’80% della musica downloadata è destinata ai cellulari: per la maggior parte si tratta di suonerie o quantomeno di brani destinati a diventarlo. Non è difficile immaginare che i 190 negozi censiti in Europa debbano molto ai produttori di telefonia mobile: non c’è niente di meglio di un mercato che nasce dal nulla, si fortifica nel giro di pochi anni e soprattutto è fortemente radicato tra i più giovani, clienti che hanno anni di potenziali download davanti.

Peculiarità ancora una volta italiana, comunque: in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, è la musica “vera” e non le suonerie TrueTones che produce il maggior fatturato alle major discografiche. Sarebbe curioso capire quanto la preferenza per la “musica in miniatura” condizioni i gusti: la prima leader della classifica è Gianna Nannini, poi seguono le hit radiofoniche del momento. Siamo al 4% del mercato discografico nazionale ed al 6% di quello mondiale: vedremo se sarà il gusto a determinare le suonerie, o il dover creare musica per suonerie ad incidere sui gusti.

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6 aprile 2006

Grazie a Dio sta finendo

I numi tutelari della comunicazione politica ci stanno per graziare: l’orripilante campagna elettorale per politiche ed amministrative sta terminando. Probabilmente, è andata peggio di come si era provato ad immaginare un mesetto fa: pur di sfuggire alla “teoria del monologo”, si è cercato di improvvisare dialoghi surreali, con esiti scontati in termini di impatto sul pubblico, anzi, sull’elettorato. Momenti topici sono stati i match su Rai Uno, non solo quelli tra i due principali candidati alla premiership. Finirà che durante il week-end elettorale, ci sarà più attenzione per i personaggi del Grande Fratello che per i politici: almeno sono più giovani.

Noia, imbarazzo, perplessità sono stati i sentimenti suscitati dagli incontri principali così come da tutta la campagna di tutti i partiti, nessuno escluso. Soprattutto attraverso i media, i leader dei movimenti hanno mostrato i loro lati peggiori: finti sorrisi e tanta aggressività, poche idee e molte parole non dette. Molto meglio nelle piazze: nello scorso week-end a Milano, a distanza di pochi metri l’uno dall’altro, un palchetto di Rifondazione Comunista suonava melodiose canzoni d’amore americane (?) per far ballare i passanti, mentre lo stand dei DS distribuiva volantini ironici contro Berlusconi che scimmiottavano le offerte degli ipermercati. A Torino durante le Paralimpiadi, i Verdi distribuivano frutta biologica.

Il popolo della destra, al contrario, è sembrata scegliere l’understatement. I baldacchini disseminati nelle principali città italiane sembravano più orientati a sostenere i candidati sindaci che i leader nazionali. Costoro, d’altra parte, tenevano già abbastanza il banco dell’opinione pubblica: sdoganando termini volgari, annunciando un’abolizione di tassa al giorno, facendo i conti in tasca al programma della sinistra, occupando le copertine dei settimanali di famiglia (cfr. il numero di Panorama in edicola in questi giorni). Dall’altra parte ci si poteva aspettare comportamenti più equilibrati: invece ci si è barricati dietro assenze non firmate dai genitori nei principali programmi televisivi, citazioni inopportune su ubriachi e pali della luce e registratori a nastro molto rumorosi.

La giornata di ieri è stata l’apogeo delle campagne: Berlusconi ha tentato il colpo di mano televisivo finale e si è trovato un muro ostruzionistico a sinistra, il suo amico Confalonieri si è lanciato in filippiche contro il regime, il fido Ferrara si è imbavagliato, i suoi giornalisti hanno inanellato una serie di trasmissioni sul vuoto pneumatico e nel frattempo i politicanti di sinistra si sono gongolati del non doversi esporre alle telecamere di Matrix. Probabilmente, avevano finito gli argomenti: sarebbe probabilmente divenuto un clone della serata precedente, tanto che lo stesso Mentana si è convinto a ripetere pressoché integralmente le immagini di RaiTre. Che poi sarebbero sembrate alle discussioni di una settimana prima e di due settimane e di un mese prima. Uffah.

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2 aprile 2006

Chi è senza peccato scagli la prima pietra sull’azienda

Alzi la mano chi sul proprio blog non ha mai parlato del proprio lavoro, dei propri clienti o dei propri partner. Il lavoro è parte della vita e per molti ne è la componente principale, se non altro in termini di effort su base quotidiana. In fin dei conti, è qualcosa di analogo al chiacchiericcio da cassa del supermercato: nessuno pensa che il vicino che esalta il gusto dei crackers ad alta voce sia sponsorizzato dal produttore. Al limite, lui potrebbe anche lavorare per il produttore: di fatto, in ogni caso, avrà un impatto marginale sulle nostre decisioni di acquisto.

Potrebbe in linea di massima persino apparire così fastidioso da ottenere l’effetto opposto: il ciarlare troppo di prodotti e servizi desta sempre sospetti, al di là del grado di positività del giudizio, suscitando antipatie e scherno. In tal senso, è davvero è così diverso leggere un’esaltazione di un prodotto su un blog? Davvero è credibile chi, senza citare alcuna fonte, si lancia in esaltazioni di un’azienda o in denigrazioni della sua concorrente? Davvero non possiamo fare a meno di curarcene a passare oltre?

Negli Stati Uniti il dossier del New York Times sui blogger “comprati” da Wal-Mart ha suscitato un polverone probabilmente perché i poco accorti navigatori, che spesso copiavano per filo e per segno i comunicati preparati dai PR dell’azienda, non erano dipendenti dell’azienda, ma svolgevano il lavoro pubblicitario per i loro nano-editori. Per di più, trattandosi di azioni di public relations, i temi trattati nei post non erano l’ultimo volantino pubblicitario o lo sconto sulle sottilette: improvvisamente, i blogger “comprati” si lanciavano in riflessioni sulle polizze sanitarie in uso nell’azienda o sulle modalità di recruiting.

Esistono almeno 10 buone ragioni per cui le aziende non dovrebbero bloggare: in primis, perché non hanno a getto continui sufficienti temi interessanti da comunicarci, poi perché comunque non avrebbero davvero la possibilità di reagire in modo elegante ai commenti potenzialmente aggressivi di clienti, ex clienti e prospect. Ovvio dunque che la strada di Wal-Mart sembrerebbe decisamente più rapida. Tuttavia, un qualsiasi navigatore con un minimo di esperienza riuscirebbe a capire quanto sia poco convincente e rischiosa: a volte, forse, sarebbe meglio leggere quanto scrivono gli altri, piuttosto che provare a scrivere a tutti i costi.

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