6 Aprile 2006

Grazie a Dio sta finendo

I numi tutelari della comunicazione politica ci stanno per graziare: l’orripilante campagna elettorale per politiche ed amministrative sta terminando. Probabilmente, è andata peggio di come si era provato ad immaginare un mesetto fa: pur di sfuggire alla “teoria del monologo”, si è cercato di improvvisare dialoghi surreali, con esiti scontati in termini di impatto sul pubblico, anzi, sull’elettorato. Momenti topici sono stati i match su Rai Uno, non solo quelli tra i due principali candidati alla premiership. Finirà che durante il week-end elettorale, ci sarà più attenzione per i personaggi del Grande Fratello che per i politici: almeno sono più giovani.

Noia, imbarazzo, perplessità sono stati i sentimenti suscitati dagli incontri principali così come da tutta la campagna di tutti i partiti, nessuno escluso. Soprattutto attraverso i media, i leader dei movimenti hanno mostrato i loro lati peggiori: finti sorrisi e tanta aggressività, poche idee e molte parole non dette. Molto meglio nelle piazze: nello scorso week-end a Milano, a distanza di pochi metri l’uno dall’altro, un palchetto di Rifondazione Comunista suonava melodiose canzoni d’amore americane (?) per far ballare i passanti, mentre lo stand dei DS distribuiva volantini ironici contro Berlusconi che scimmiottavano le offerte degli ipermercati. A Torino durante le Paralimpiadi, i Verdi distribuivano frutta biologica.

Il popolo della destra, al contrario, è sembrata scegliere l’understatement. I baldacchini disseminati nelle principali città italiane sembravano più orientati a sostenere i candidati sindaci che i leader nazionali. Costoro, d’altra parte, tenevano già abbastanza il banco dell’opinione pubblica: sdoganando termini volgari, annunciando un’abolizione di tassa al giorno, facendo i conti in tasca al programma della sinistra, occupando le copertine dei settimanali di famiglia (cfr. il numero di Panorama in edicola in questi giorni). Dall’altra parte ci si poteva aspettare comportamenti più equilibrati: invece ci si è barricati dietro assenze non firmate dai genitori nei principali programmi televisivi, citazioni inopportune su ubriachi e pali della luce e registratori a nastro molto rumorosi.

La giornata di ieri è stata l’apogeo delle campagne: Berlusconi ha tentato il colpo di mano televisivo finale e si è trovato un muro ostruzionistico a sinistra, il suo amico Confalonieri si è lanciato in filippiche contro il regime, il fido Ferrara si è imbavagliato, i suoi giornalisti hanno inanellato una serie di trasmissioni sul vuoto pneumatico e nel frattempo i politicanti di sinistra si sono gongolati del non doversi esporre alle telecamere di Matrix. Probabilmente, avevano finito gli argomenti: sarebbe probabilmente divenuto un clone della serata precedente, tanto che lo stesso Mentana si è convinto a ripetere pressoché integralmente le immagini di RaiTre. Che poi sarebbero sembrate alle discussioni di una settimana prima e di due settimane e di un mese prima. Uffah.

  • Permalink • Stampa • Commenti

    2 Aprile 2006

    Chi è senza peccato scagli la prima pietra sull’azienda

    Alzi la mano chi sul proprio blog non ha mai parlato del proprio lavoro, dei propri clienti o dei propri partner. Il lavoro è parte della vita e per molti ne è la componente principale, se non altro in termini di effort su base quotidiana. In fin dei conti, è qualcosa di analogo al chiacchiericcio da cassa del supermercato: nessuno pensa che il vicino che esalta il gusto dei crackers ad alta voce sia sponsorizzato dal produttore. Al limite, lui potrebbe anche lavorare per il produttore: di fatto, in ogni caso, avrà un impatto marginale sulle nostre decisioni di acquisto.

    Potrebbe in linea di massima persino apparire così fastidioso da ottenere l’effetto opposto: il ciarlare troppo di prodotti e servizi desta sempre sospetti, al di là del grado di positività del giudizio, suscitando antipatie e scherno. In tal senso, è davvero è così diverso leggere un’esaltazione di un prodotto su un blog? Davvero è credibile chi, senza citare alcuna fonte, si lancia in esaltazioni di un’azienda o in denigrazioni della sua concorrente? Davvero non possiamo fare a meno di curarcene a passare oltre?

    Negli Stati Uniti il dossier del New York Times sui blogger “comprati” da Wal-Mart ha suscitato un polverone probabilmente perché i poco accorti navigatori, che spesso copiavano per filo e per segno i comunicati preparati dai PR dell’azienda, non erano dipendenti dell’azienda, ma svolgevano il lavoro pubblicitario per i loro nano-editori. Per di più, trattandosi di azioni di public relations, i temi trattati nei post non erano l’ultimo volantino pubblicitario o lo sconto sulle sottilette: improvvisamente, i blogger “comprati” si lanciavano in riflessioni sulle polizze sanitarie in uso nell’azienda o sulle modalità di recruiting.

    Esistono almeno 10 buone ragioni per cui le aziende non dovrebbero bloggare: in primis, perché non hanno a getto continui sufficienti temi interessanti da comunicarci, poi perché comunque non avrebbero davvero la possibilità di reagire in modo elegante ai commenti potenzialmente aggressivi di clienti, ex clienti e prospect. Ovvio dunque che la strada di Wal-Mart sembrerebbe decisamente più rapida. Tuttavia, un qualsiasi navigatore con un minimo di esperienza riuscirebbe a capire quanto sia poco convincente e rischiosa: a volte, forse, sarebbe meglio leggere quanto scrivono gli altri, piuttosto che provare a scrivere a tutti i costi.

  • Permalink • Stampa • 1 commento
    Made with WordPress and a healthy dose of Semiologic • Boxed skin by Denis de Bernardy