30 Maggio 2006

Gentiloni, pensa da blogger ed agisci, agisci, agisci

Mentre il Centrosinistra gongola per la nuova vittoria alle amministrative ed il Centrodestra inizia a riflettere sull’opportunità di politicizzare anche il voto del referendum come ennesimo plebiscito contro Prodi, la società civile si dedica a discutere su temi un po’ più concreti: da un governo di ispirazione centro - centrosinistresca - pocosinistresca ci si aspetta diverse riforme che tocchino argomenti trascurati dai governi precedenti, volutamente o meno.

Accanto a chi parla di diritti dei gay ed altri temi sociali scottanti, c’è anche chi inizia a discutere dell’opportunità di riformare il sistema mediatico: i vantaggi (…) del SIC previsto dalla Legge Gasparri sono sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di essere analisti finanziari per intuire che serva chiarezza in un settore industriale così delicato. Non è solo il tema del conflitto di interessi che scalda i cuori della gente di sinistra (se così fosse, i relativi politicanti avrebbero già dovuto risolverlo due legislature fa), ma anche aspetti di livello maggiormente culturale: ad esempio, il destino della Rai.

Il grido d’allarme viene da Sabina Guzzanti, che tutti si aspettano di veder tornare in Rai visto il Governo amico: è proprio lei a denunciare quanto ciò sia poco legittimo, quanto sia perverso pensare che si possa apparire in TV o meno a seconda delle simpatie dei politici al potere. La riforma della Rai passa da una de-lottizzazione che solo un Governo coraggioso può avviare: vuol dire ammettere che la longa manus della politica ha ormai definitivamente rovinato la credibilità di quella che Pippo Baudo ha definito “la più grande istituzione culturale italiana” (gulp) e ridare fiato alla sua espressione più importante.

In un sistema politico popolato da lestofanti, deve essere il buon Paolo Gentiloni a fare la differenza. Proprio lui, il ministro blogger, l’unico che scrive in maniera più o meno regolare sul suo spazio virtuale. Più dei suoi colleghi ministri Lanzillotta e Pecorario Scanio, è la persona più indicata a segnare la testimonianza di cosa voglia dire “pensare da blogger” in politica. Perché è l’unico ad avere la responsabilità di gestire il mondo della comunicazione nostrana in un quinquennio che si preannuncia cruciale per avviare questo ampio processo di riforma. God bless him, potrà essere l’asso nella manica del Governo Prodi. O la sua nemesi più feroce.

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    26 Maggio 2006

    Capitalia, cambia tutto (per ora sulla carta)

    Termina domani l’operazione “Cambia Tutto” lanciata da Capitalia qualche settimana fa attraverso un massiccio mailing: sembra siano state prodotte 2 milioni di copie dello pseudo - giornalino da distribuire nelle cassette postali dei residenti nelle vicinanze delle filiali interessate dal programma innovativo “Delta 2″. Di fatto, oltre ad un foglio A2 piegato in quadricromia, il vero interesse del plico plastificato è il foglio contenente i 2 coupon relativi al Concorso “Cambia tutto” ed alla Carta Capitalia Click E.

    Nel primo caso, l’idea è abbastanza tradizionale: un coupon da compilare con i propri dati anagrafici (o stampare dalla Rete) e da portare in filiale per partecipare all’estrazione di una quindicina di viaggi verso le coste di Valencia, città ospite dell’America’s Cup. Nel secondo, il prodotto offerto è decisamente interessante: una carta del circuito elettronico di Mastercard, ricaricabile, offerta gratuitamente per 3 anni. Buone anche le condizioni economiche: due Euro per i servizi in filiale, un Euro per quelli sui canali diretti (ATM in primis).

    Tutto oro che luccica? Quasi, visto che il passaggio dai piani di marketing romani all’applicazione pratica è decisamente meno brillante: l’esperimento di un viaggio in una delle principali filiali di Banca di Roma a Milano, aperta al sabato mattina, diventa un calvario. Se il sito recita:

    «E per averla non occorre neanche aprire un conto corrente!
    E il sabato straordinarie offerte in promozione anche per i nuovi clienti!»,

    ovviamente la prima cosa di cui si viene informati è “che sarebbe meglio aprire un conto corrente” per avere la carta da non cliente, altro che promozioni esclusive. Visto che non basta essere clienti Fineco per essere ritenuti cliente Capitalia, prima tocca l’interminabile censimento (solo a patto di avere la tessera plastificata del codice fiscale, tra l’altro), poi l’inevitabile notizia: la procedura di emissione delle carte è giù e nessuno sembra avere molta voglia di contattare l’help desk centrale. Il coupon per Valencia, poi, è qualcosa di completamente sconosciuto: cos’è e che fine deve fare?

    È necessario tornare in settimana ed affidarsi a nuove persone: la carta viene emessa con un foglio sintetico di 5 pagine (!) che presenta simpatici asterischi: ad esempio, che fino a data da destinarsi il prelievo gratuito è possibile solo presso la Banca emittente e non da tutti gli ATM Capitalia. D’altra parte, la carta scade tra poco più di due anni e non tra tre come si potrebbe immaginare in base alla promozione: fa parte dello stock che la filiale ha ricevuto lo scorso autunno, quindi la decorrenza parte da allora e non dalla consegna al Cliente. Ironia della sorte, la carta è in realtà emessa da Fineco Bank e collocato dalla Banche rete.

    In passato su queste pagine si era plaudito al coraggio di alcune scelte di marketing di Capitalia: giudizio positivo confermato nelle intenzioni, ma tanta perplessità sulla declinazione nella realtà periferica della Banca (filiali popolate da giovani impiegati mentalmente rimasti nel Medioevo) od in quella organizzativa centrale (possibile che non si siano ancora uniformati i sistemi sottesi agli ATM?). Speriamo che le tante voci sul destino societario di Capitalia non condizionino le scelte dei piani alti in merito all’avvio di nuovi programmi come Delta 2: cambiare l’approccio al Cliente non solo è opportuno, è anche necessario.

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    21 Maggio 2006

    «E Brown ha venduto due copie in più del suo libro»

    La conclusione dell’articolo di Luigina d’Emilio su questo animato week-end di lancio mondiale del film tratto da Il Codice da Vinci è probabilmente la sintesi migliore delle mille voci levatesi a discutere sulla vicenda narrata da Dan Brown prima ancora che della sua trasposizione cinematografica. Qualsiasi discussione sull’argomento, di segno positivo o negativo essa sia stata, ha infatti contribuito a pubblicizzare ulteriormente l’uscita nelle sale, che come prevedibile ha visto un bagno di folla in tutta Europa.

    Il film, come nota l’insospettabile Lietta Tornabuoni, è un «brutto thriller», colossal quanto basta per avere successo nei cinema: dal punto di vista estetico più che per i contenuti, visto che come sottolinea la critica, si tratta per lo più di divagazioni pseudo-filosofiche impastate in salsa di secolarismo. Forse è un peccato vedere due grandi attori come Hanks e Tatou così spaesati, ma probabilmente entrambi hanno colto la palla al balzo di una grande produzione per un grande pubblico: i soldini, si sa, fanno gola a tutti.

    La verità storica proposta nel film, d’altra parte, è discutibile al pari di tante altre leggende apparse nel corso dei secoli nel fiorente mondo dell’Occidente cristianizzato: Monsignor Ravasi fa una critica feroce, eppure equilibrata, al fatto che sono state privilegiate alcune “voci”, secondo lui infondate quanto basta per considerarle blasfeme. In fin dei conti, Brown ha fantasticato ad alta voce a proposito di una tradizione tramandata nei secoli attraverso i popoli della cristianità. E con 2 milioni di Euro al giorno solo in Italia, si tratta di una fantasia venduta a buon prezzo.

    In tutta l’operazione, infatti, ciò che colpisce davvero è il genio markettaro di Dan Brown da una parte e quello commerciale di Ron Howard dall’altro: comunque vada, sarà un successo. I ciociari in crisi di astinenza da Grande Fratello potranno fare tutti i roghi che vorranno e le organizzazioni clericali si sbracceranno in scomuniche a pié sospinto, eppure tutto ciò che riguarderà film e libro sarà sempre un business clamoroso, nei secoli dei secoli. Amen.

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    17 Maggio 2006

    In un mondo di nani, Biscardi sembra un gigante

    Considerando che la maggior parte dei nuovi programmi televisivi italiani ha una vita molto breve (vedi il successone di Comedy Club su Italia Uno, sospeso dopo la prima puntata, deludente e noiosissima), pensare che Il processo di Biscardi fosse trasmesso pressoché ininterrottamente dal 1979 regala una strana sensazione: se dopo quasi trent’anni il prodotto riusciva a fare il doppio della media ascolti della rete su cui andava in onda, qualche segreto vincente dovrà pure averlo avuto.

    Verrebbe da chiedersi, da non spettatori dei programmi Biscardiani, del perché di tante voci negative sul rosso conduttore dall’accento inconfondibile: possibile che un programma noto a tutti come sede ideale per caciare sportive, moviole violente e discussioni infervorate riuscisse ancora a fare così tanto audience? E cosa succederà a La 7, ora che ha perso il suo bizzarro programma di punta? Cosa farà Aldo Biscardi, travolto dalla scandalosa gestione allegra della res calcifera italiana?

    Domande destinate a rimanere senza risposte, almeno sino a quando l’indignazione nazionale sarà terminata e si ricomincerà a nuotare nell’abituale torbido (se ne riparla non più tardi del prossimo inizio di Campionato, insomma). Nel frattempo, leggere quello che La Gazzetta dello Sport ha chiamato il «romanzo del processo» è istruttivo: si può leggere la storia del nostro uomo dall’essere subentrato ad Enrico Ameri nella conduzione dl Processo del Lunedì, all’aver occupato vari ruoli di potere nei vari trasferimenti seguiti all’abbandono della Rai.

    In fin dei conti, leggere la storia di Biscardi e del suo Processo, anche nella versione raccontata da Antonio Dipollina, porta a capire che più di un programma sportivo, si trattava di puro entertainment: in fin dei conti, accanto a qualche “vero” esperto di calcio e dintorni, gli ospiti di Biscardi erano soprattutto istrionici personaggi dello show business italico. A questo punto, sarebbe interessante vedere il conduttore in uno spettacolo vero: finirà a condurre Mai dire Goal?

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    13 Maggio 2006

    La sete di contenuti si soddisfa col passato

    In tutta Europa in queste settimane si discute molto di contenuti multimediali: da una parte, tutti si preparano all’indigestione dei Mondiali di Calcio, che terrà banco su metà dei media, specialistici e non; dall’altra, si susseguono annunci di nuove iniziative, soprattutto nel campo televisivo. La motivazione è semplice: lo sviluppo tecnologico sta offrendo tecnologie sempre più innovative e gli attori interessati ad utilizzarle crescono in maniera esponenziale.

    I contenuti pseudo - televisivi, ad esempio, non sono più trasmissibili via etere (in analogico ed in digitale) o satellite (in analogico ed in digitale), ma anche via cavo (eventualmente anche con una “semplice” linea Adsl al posto della fibra ottica), via Web (in streaming ed in download), via cellulare (anche con l’alta qualità permessa dalle reti di terza generazione). Come al solito, la revisione delle tecnologie tradizionali alla luce di Internet è stata la molla scatenante: l’IP-TV è ormai uno stilema che va oltre le sue declinazioni cross-canale.

    Il vero problema è che, in degli imbuti così ampi, bisogna trovare del buon cibo da far digerire ai teleutenti in movimento, a pagamento, col supplemento: produrre contenuti ad hoc per televisioni così di nicchia è un’ottima idea per fidelizzarli, ma rischia di avere dei costi mostruosi. Non meraviglia che le “nuove televisioni” abbiano solitamente un palinsensto di 4 - 6 ore ripetuto ad oltranza per le 24 ore successive o che lo stesso film in prima visione su un canale satellitare venga poi riproposto sui canali fratelli per settimane.

    In questo contesto, magazzini di idee come le Teche Rai assumono nuova importanza: non solo ottima base di dati per l’utilizzo di studiosi e studenti, ma anche asset da vendere a i tanti canali assetati di contenuti. Sarebbe utile che questo tipo di iniziative venisse sostenuto alla pari delle Biblioteche Nazionali e che i fondi derivanti dalla cessione dei diritti venissero reinvestiti nel potenziamento del fair use. Non sia mai che lo spettacolo anni Sessanta tanto desiderato passi una sola volta su uno sperduto canale satellitare e finisca di nuovo nel dimenticatoio per decenni…

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