31 agosto 2006

Di stratificazione in stratificazione

Chi è cresciuto negli anni Ottanta ha passato anni a cercare a decifrare incomprensibili espressioni degli adulti: slogan come “E mo’? Moplen!” e tanti altri che, nella loro cacofonia, sollevavano qualche dubbio sull’origine di frasi così “strane” ma anche così diffuse nel linguaggio di tutti i giorni. L’origine era spesso simile: si trattava di frasi pronunciate dalla generazione dei figli di Carosello che da quella meravigliosa esperienza infantile traevano parte della loro “creatività” nel linguaggio quotidiano. I pubblicitari stessi negli anni successivi hanno abbondantemente saccheggiato quel patrimonio disseminato dai loro “avi” professionali.

Succede ancora oggi, naturalmente: basta sussurrare qualche termine particolare e viene in mente il completamento dello slogan, indipendentemente dal suo effettivo collegamento alla marca: esperienza che in qualche modo ha sostituito, negli ultimi decenni, l’uso diffuso di citare i classici. Sempre meno citazioni in latino e sempre più brani di canzoni ed espressioni tratte dalla vita televisiva: indipendentemente dalla scolarità crescente, i media hanno evidentemente segnato profondamente le nostre menti più di quanto studiato a scuola. Il nozionismo, d’altronde, non è mai stato amato da nessuno.

In mezzo a queste enormi stratificazioni di frasi, immagini e suoni, ogni tanto spunta “qualcosa” che ci colpisce, che sembra particolarmente adatto al nostro colloquiare o a ciò che scriviamo: “Il lavoro rende liberi“, forse, sembra un buono slogan per un depliant pubblicitario. Peccato per le connotazioni storiche che comporta: la Provincia di Chieti ha fatto un notevole scivolone. C’è poco da giustificare: il nazismo è una delle peggiori sventure subite dal genere umano ed “Arbeit macht frei” è di fatto lo slogan ufficiale dei campi di concentramento. Colpa dei pubblicitari che hanno redatto la brochure o di chi l’ha approvata, poco importa: non doveva succedere.

Ciò che colpisce di questa storia, in effetti, non è solo l’utilizzo poco felice della frase, quanto le giustificazioni per il suo utilizzo: «Non ricordo dove lessi questa frase, ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all’istante perché raccontano un’immensa verità» spiega il Presidente della Provincia Tommaso Coletti, o ancora «Le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera, sennò tutto sarebbe opinabile», ma soprattutto: «Non sono mai andato ad Auschwitz o a visitare altri lager. Quella frase l’ho letta tempo fa su un manifesto elettorale». C’è da sperare che nessuno abbia davvero utilizzato una frase nazista per una campagna elettorale: a volte le parole sono simboli e tra una croce uncinata ed uno slogan nazista, l’accusa di apologia sta a metà strada.

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