In questi giorni di sciopero dei giornalisti, una delle notizie che sta ottenendo maggiore eco sui quotidiani in Rete è lo sbarco in Italia di Lulu.com, la nuova iniziativa di quel volpone di Bob Young, che ormai parecchi anni fa ci aveva stupito con l’idea di un’azienda software concorrente alla strabordante Microsoft: si trattava di RedHat ed era la prima realtà che riusciva a proporre sistemi di qualità basati sul lavoro delle comunità open source, poi venduta al migliore offerente.
Stavolta l’idea non è troppo innovativa, ma sembra ben ideata in termini di time to market e soprattutto di promozione internazionale: è stata predisposta una piattaforma di compravendita di contenuti multimediali indipendente dal supporto di distribuzione ed è stata lanciata in diverse zone del Mondo inseguendo di volta in volta i contenuti e gli strumenti più interessanti per ogni Paese. Che si tratti di voler vendere le proprie creazioni lettearie o quelle musicali, che si voglia consentire il download o predisporne la stampa in tipografia, la scelta è ampia e soprattutto la produzione ha prezzi stracciati.
Esistono anche in Europa piattaforme simili, persino italiane come LampiDiStampa, che consentono iniziative auto-editoriali, ma hanno due vincoli forti: i costi fissi che l’autore deve sostenere e la necessità di dover ricorrere a distributori che tradizionalmente si occupano di distribuire libri tradizionali. Nel caso di Lulu, invece, la focalizzazione totale sul modello on line consente agli autori di usufruire di una piattaforma specializzata e del tutto multimediale.
Rimane da capire chi, in Europa, acquisterà in Rete ed a scatola semi-chiusa libri e musica prodotti da semi-sconosciuti come invece avviene con successo nel resto del Mondo: in Italia è da poco rinata Vitaminic dopo la dissoluzione di qualche anno fa dovuta allo scarso giro d’affari ed è difficile immaginare che tornerà ad essere una potenziale concorrente di Lulu. Probabilmente sarà importante richiamare l’attenzione di nicchie solitamente vessate dagli editori tradizionali, come gli autori di manualistica universitaria: in ogni caso, è il trionfo della coda lunga e della possibilità per ognuno di offrire al mondo il frutto della propria settorialissima passione. Sperando che interessi a qualcuno.
Fa bella mostra di sé su Corriere.it Sara Tommasi, la giovane stellina televisiva che presenta il calendario realizzato per Max con un’intervista realizzata prima della sua partenza per L’Isola dei famosi, il sonnolento reality show condotto con scarso successo da Simona Ventura. C’è poco da dire sulle foto, visto che la percezione della bellezza femminile è più soggettiva di quanto si possa pensare: sono interessanti piuttosto le parole pronunciate da questo strano personaggio che è solo relativamente famoso (non che gli altri partecipanti al reality lo siano molto di più), ma è senza dubbio abbastanza complesso da suscitare interesse.
Sara Tommasi, infatti, sfida gli stereotipi che perseguitano modelle e donne di spettacolo in generale in giro per l’Europa: se spesso le loro colleghe d’oltreoceano vengono catalogate a priori come oche bellissime ma senza cervello, per qualche strano motivo qui ci si aspetta che non solo le soubette del vecchio Continente siano assolutamente belle e sensuali, ma anche colte e preparatissime. Sara Tommasi colpisce proprio per questo: perché ha capito come incarnare alla perfezione queste nostre attese, perché sa cosa vuole e lo sa anche perché ha studiato per saperlo.
Conseguire una laurea in Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari alla Bocconi con 105/110, in effetti, non è esattamente una passeggiata: perciò, quando la Tommasi spiega all’intervistatrice che sta seguendo una strategia di self marketing per vendere alla meglio la sua mercanzia finché regge (silicone permettendo), magari non è del tutto scientifica, ma è abbastanza convincente. Persino l’ammissione del taroccamento del suo fisico, spiegata con candore e dettagli tecnici sul dolore provato, serve ad aumentare l’attrattività del personaggio.
C’è poco da meravigliarsi che la Tommasi abbia già orde di fan, capitanate dalle sue amiche / conoscenti dei tempi dell’Università milanese: la prossima mossa sarà probabilmente consolidare in Rete questo enorme interesse nei suoi confronti, ovviamente amplificato dalle sue comparsate televisive, sull’esempio di quanto fatto a suo tempo da Selvaggia Lucarelli. Nel frattempo sarà curioso vedere se davvero il destino la costringerà al piano B: diventare giornalista. I giovani pubblicisti italiani, al solo pensiero, battono i denti per il terrore.
Se ne parla animatamente in Rete, gli appassionati ne discutono nei bar o negli autobus: tutti sottolineano che nell’anno italiano dei reality show (o quantomeno quello in cui ne vengono trasmessi di più contemporaneamente), proprio questo genere televisivo sembra subire maggiormente il disinteresse degli spettatori. Se le puntate di esordio sono state seguite da platee tutto sommato interessanti rispetto alle medie di rete, le puntate successive hanno segnato drastici cali nell’audience, tanto da fare di volta in volta fare i calcoli ai responsabili a proposito dei rapporti costi / risultati.
Il problema di questo tipo di conteggi è che i costi sono per la maggior parte fissi e soprattutto risultano molto alti soprattutto per quanto riguarda le luuuunghe serate in prime time. I risultati, al contrario, sono molto variabili e la scarsa prevedibilità degli ascolti, anche rispetto alle edizioni precedenti, rende molto ballerino il conto economico. Attenzione, però, al fatto che non sono i soli spettacoli del genere a subire drastici ridimensionamenti: Aldo Grasso ha notato che anche alcuni programmi italiani di successo negli scorsi anni crollano una volta ripropostone il sequel in versione 2006.
Gli unici ad incrementare gli ascolti sembrano essere i canali satellitari: che siano quelli ormai classici del bouquet di Sky o i sempre più specialistici canali dedicati a fiction e programmi per bambini, per la prima volta ottengono ascolti paragonabili a quelli delle reti maggiori. Il loro valore aggiunto rispetto ai canali generalisti sta proprio nella quantità e nella qualità dell’offerta: in confronto, si somigliano tutte tra loro le prime serate che iniziano sempre più tardi a causa dell’espansione continua di Striscia la notizia e compagnia andante e finiscono a notte fonda dopo le noiose nottate dei reality.
Le proposte per far resuscitare l’interesse per la TV generalista fioccano, da parte di appassionati ed addetti ai lavori: c’è chi scrive ricette per salvare i reality, chi punta ad accorciarne la durata e chi, sulla scorta dell’esperienza statunitense, propone di puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. La speranza è che questa crisi sia benefica per tutti, per poter riprendere fiato e ricominciare a ripensare a programmi che non necessariamente contengano lo spionaggio del dietro le quinte e della vita quotidiana dei protagonisti. Anche perché, ad essere sinceri, chi se ne frega?