Basta andare un po’ indietro con la mente, ad esempio agli anni Ottanta, per ricordare alcuni prodotti che, magari spinti dalle campagne pubblicitarie o dal passaparola, sembravano andare per la maggiore. Presenze comuni nelle nostre case, di uso quotidiano: prodotti di grandi organizzazioni internazionali o di casa nostra, che apparivano indispensabili per (quasi) ogni famiglia. Ebbene, alcuni di quei prodotti vivono ancora tra di noi, magari meno frequentemente nella maggior parte delle case, ma in maniera assidua per chi, magari per venti anni, non ha mai smesso di utilizzarli. Qualche esempio?
- Il libretto postale
Sembra surreale, in un mondo in cui è possibile aprire un Conto Arancio nelle gallerie dei centri commerciali e operare con semplicità sui mercati dei derivati con Fineco, che in Italia siano diffusi diversi milioni di libretti postali. Non più gli ingombranti libricini compilati a mano, certo, ma un foglietto compilato col PC inserito in una custodia gialloblu, con il quale è possibile depositare e ritirare gratuitamente i propri fondi presso tutti gli sportelli postali. I rendimenti non sono più quelli del 1977, in cui il tasso netto era del 6,72%: oggi siamo all’1,17%, eppure capita sempre di vedere qualcuno in fila alla posta con il libretto in mano. E se guardiamo nei nostri cassetti, un libretto postale a noi intestato probabilmente lo troveremo pure.
- Le chewing-gum Brooklyn
Ora contengono lo Xilitolo come le sorelle Vivident o Vigorsol, ma il packaging delle gomme da masticare della Perfetti è sempre lo stesso: un parallelepipedo con un po’ di stecchette ricoperte con uno strato di finto alluminio ed incartate singolarmente. Uno spreco notevole di involucri, verrebbe da dire: guai a dirlo agli irriducibili che continuano ad acquistarle al bar sotto casa e le consumano con eleganza mentre i loro coetanei ormai hanno aderito a nuove scuole gommistiche. Provate ad acettarle la prossima volta che ve le offrono: hanno un gusto decisamente diverso da quello dei confetti di moda in questi anni e sono incredibilmente morbide. Un tuffo nel passato per le vostre papille gustative.
- Il Bimby
Quando è arrivato in Italia una ventina di anni fa, poche famiglie potevano permetterselo: il prezzo era compreso tra i 2 e i 3 milioni di lire e la distribuzione avveniva in maniera semi-clandestina attraverso la distribuzione porta a porta della Vorwerk, che fino a qualche anno prima era il mito delle casalinghe italiane solo per gli aspirapolvere Folletto. Oggi il prezzo è sceso sotto i mille Euro ed ormai non è più un oggetto riservato ai single con poca voglia di fare in cucina: le migliori casalinghe italiane, anzi, non possono farne a meno. Alcune lo usano più o meno come un frullatore, altre lo utilizzano per cucinare intere cene: lui, inossidabile, va avanti da anni e non sembra presentare graffi.
- Il formaggio (?) Philadelphia
Qualche markettaro l’ha definito “formaggio di plastica”, eppure non è riuscito a spiegarne il continuo successo. Negli anni si è adeguato ai gusti europei, arricchendosi di varianti arricchite con varie spezie ed ingredienti, ma probabilmente è il prodotto originale quello di maggior successo. Noi che ci vantiamo di non averlo mai nemmeno assaggiato, il Philadelphia Kraft, forse ci perdiamo qualcosa dal sapore indescrivibile. O forse è merito di Kaori prima e della fatina golosa di oggi e del loro continuo passare sui nostri teleschermi: i prodotti di largo consumo che vendono di più sono quelli che è normale avere in casa.
- Rete Quattro
Spesso è stata candidata a finire sul satellite o sul digitale terrestre, ma ad oggi la rete che nacque in casa Mondadori è ancora lì a trasmettere Emanuela Foliero a tutte le ore ed in tutte le salse: conduttrice, annunciatrice, showgirl. Trasmette le telenovele di giorno ed i migliori film tra tutte le televisioni generaliste la sera, inframmezzando il tutto con gli improbabili telegiornali di Emilio Fede. Non c’è alcun motivo apparente per cui possa essere ancora in onda, ma i centri media contiuano a pianificare le campagne dei propri clienti su questo bizzarro canale televisivo. Se e quando non sarà più in onda, per molti sarà un buco nello zapping fantozziano serale: strano, visto che nessuno ammette di guardarla.
Qualche milione di italiani conosce SWG per essere il fornitore di sondaggi di alcuni dei più prestigiosi magazine italiani. Qualche decina di italiani ricorda SWG come l’organizzatore dello strano incontro tra blogger e sondaggisti in occasione delle ultime elezioni politiche. Qualche centinaio di italiani ora conoscerà SWG come l’organizzatore di Diario Aperto, l’iniziativa che mira a sondare la blogosfera italiana ed i suoi protagonisti in profondità. Un’iniziativa lodevole, che ricalca analoghe iniziative internazionali ma che è profondamente calata sulla realtà nazionale.
Il questionario ora disponibile sul sito di SWG è infatti il frutto della raccolta dei feedback di autori e lettori dei principali blog italiani ed è un lungo tentativo di tastare il polso ai lettori da molti punti di vista: di fatto, molte delle conclusioni che verranno dalla ricerca, che si spera saranno rese il più possibile note al grande pubblico in maniera gratuita, potranno essere estere alla maggioranza dei navigatori, al di là del loro interesse verso il mondo dei blog. Peccato solo per la seconda parte del questionario: i siti sui quali è possibile esprimere un giudizio sono probabilmente poco rappresentativi della blogosfera o comunque troppo pescati tra “i soliti noti” per essere un buon campione statistico.
La rete dei blog, infatti, è ormai ampia e diffusa in ambiti troppo diversi per essere sintetizzata da un gruppetto di siti che, ad esempio, ignora quasi completamente il mondo adolescenziale. Le ricerche internazionali mostrano quanto i lettori siano giovani ed attenti alla realtà ed i casi di brillanti e preparati adolescenti che mantengono un blog (basti citare Salvatore Aranzulla come rappresentante della categoria) meritano maggiore attenzione di alcune imbolsite presunte blogstar italiane. Nessun razzismo al contrario verso gli “adulti”, però: ad esempio, i Maestrini per Caso meritano un 10 soprattutto grazie alla loro autoironia, al contrario di altri blogger citati nel panel che non brillano certo per acume.
Aspettiamo con ansia, dunque, i risultati della ricerca. Per quante critiche siano state mosse all’iniziativa, è un bene che l’SWG da un lato ed i suoi partner (Università di Trieste in primis) abbiano avuto il coraggio di sondare a fondo il nostro piccolo grande mondo. C’era bisogno di un approccio professionale e c’è da essere sicuri che le sorprese non mancheranno. Per chi ha gradito la partecipazione al sondaggio, nel frattempo, è ampiamente consigliata la partecipazione al panel on line di SWG: periodicamente si riceveranno inviti a partecipare alle iniziative dell’azienda e finalmente si potrà leggere i sondaggi sulle riviste e pensare “Hanno ascoltato anche me!”.
Con il consueto ritardo (sigh), ecco una possibile risposta al meme più diffuso negli ultimi giorni nella blogosfera italiana, “Definire un blog in 2.000 battute”, gentilmente passato da [mini]marketing. Una staffetta impegnativa perché si è al tempo stesso atleti e spettatori: da un lato i blogger scrivono post, dall’altro dedicano del tempo a cercare di capire il destino della categoria. Esercizio corretto, vista la grande attenzione che ormai viene prestata a questo strano mondo, che abitualmente si immagina vissuto contemporanemante da adolescenti e professionisti, appassionati di qualsivoglia tema e gente in cerca di notorietà.
Basti guardare cosa viene ricercato su un blog nato nel 2001 per rendersi conto di quanto siano diverse le esigenze dei navigatori: i blog sono un insostituibile patrimonio sostitutivo proprio per il loro essere da un lato onnicomprensivi, dall’altro destrutturati. Un tempo, si apriva un sito su un particolare argomento quando si pensava di poter offrire un numero significativo ed organico di informazioni; oggi, si apre un blog cui aggiungere quotidianamente brandelli di informazioni, frammezzati magari con osservazioni del mondo esterno, link interessanti, commenti sulle notizie del giorno.
Proprio questi ultimi elementi ricordano la vera essenza dei blog: più dei nostri noiosissimi contenuti pseudo-professionali, i disordinatissimi blog su MSN Spaces, spesso redatti da giovani, risultano più aderenti all’etichetta originale. Il motivo è probabilmente legato al modo di vivere il Web: solo chi dedica una parte sostenziale del proprio tempo a coltivare le proprie amicizie in Rete, condividerne le informazioni ed utilizzarla come principale fonte di aggiornamento riesce a dedicare organicamente parte di queste ore a commentare ciò che vede intorno (realmente e virtualmente), così come si farebbe normalmente con gli amici alla macchinetta del caffé.
I blog sono dei calderoni che trovano l’unico fattore comune nella personalità di chi li scrive. A volte è affascinante seguire l’evoluzione nel tempo di simili spazi: cambiano gli interessi dell’autore, si vede evolvere la sua vita personale e professionale. Una sorta di effetto strain virtuale: evolvono lentamente le caratteristiche del blog e sembra sempre di riconoscere chi vi dedica tempo e risorse, magari con qualche ruga in più. Ed ora basta con ’sto delirio: le 2.000 battute sono finite ed è ora di comunicare a chi passare il testimone e cioè
[Cut]
Un’attesa spasmodica come quella per l’iPhone difficilmente si era vista in passato: ci sarà anche stata curiosità per Windows Vista (se non altro per l’eterno sviluppo) od interesse per il primo iMac, ma nulla di paragonabile a quella miriade di simulazioni 3D, finte foto rubate, supposizioni filosofiche ed ipotesi tecniche che in questi anni ha dominato il dibattito pubblico. In fin dei conti, al già sovraffollato mondo della telefonia mobile, dell’ingresso di Apple interessava poco: ma per gli Apple-fili di tutto il mondo, l’iPhone doveva essere la sintesi perfetta del passaggio dell’ex Apple Computer verso la sua nuova realtà di produttore di ergonomica elettronica di consumo a tutto tondo.
Qualcosa, però, stavolta è andato storto nella meravigliosa macchina da guerra del marketing di Mr. Jobs: per quanto l’oggetto in sé sia assolutamente bellissimo, sostenere che abbia avuto un buon lancio sul mercato è un po’ forzato. Si è rapidamente formato il partito di chi non vuole comprarlo ed ovviamente di chi non aspetta altro: in mezzo, coloro che cercano di comprendere le ragioni di questa bizzarra strategia di marketing. Nulla da eccepire sulla rapida ascesa delle azioni dopo l’annuncio di Jobs: ma gli effetti nel medio periodo possono essere di tutt’altro segno.
L’interfaccia è affascinante ed ovviamente tutti si sono apprestati a copiarla: ma cosa succederà quando i produttori di dispositivi portatili (cellulari o PDA ormai poco importa) ne adotteranno gli aspetti più innovativi nei propri prodotti? L’iPhone infatti sarà sul mercato tra non meno di sei mesi per un ristretto numero di clienti statunitensi e solo tra un paio di anni in Europa ed Asia. Nel frattempo i prodotti dei concorrenti, già sostanzialmente più avanti dell’iPhone su molti fronti, saranno forse più attraenti per la maggior parte degli utenti, soprattutto di quelli con maggior potere di spesa.
A questi ultimi, business o meno, del nome non troppo originale o dei pochi megapixel della fotocamera importerà poco: ma all’assenza di un supporto alle reti 3G ed all’impossibilità di installare applicazioni presteranno molta più attenzione. Soprattutto quest’ultimo punto sembra il punto debole dell’iPhone: nemmeno le scarsamente illuminate TelCo europee avevano immaginato dei terminali così blindati. Jobs ha dato spiegazioni pseudo-tecniche: eppure, è chiaro che l’obiettivo è di creare eleganti gingilli ad uso e consumo delle compagnie telefoniche e degli altri venditori di contenuti multimediali (applicazioni comprese).
Non ci vuole una sfera di cristallo per immaginare che la prima versione dell’iPhone venderà un numero notevole di esemplari agli Apple-fili per poi fare il boom con le evoluzioni successive: è successo con l’iPod e succederà con tutti i prodotti della Apple. Più che un erede degli sfortunati Mactorola, l’iPhone è il più nuovo discendente della stirpe Newton, ma non di certo l’ultimo. La nuova Apple che sta nascendo imparerà dai suoi errori e la prossima volta azzeccherà forse un po’ di più i tempi del lancio dei propri prodotti: il buon Jobs, nei prossimi anni, ci stupirà ancora molte volte e noi, come sempre, lo premieremo.
Piano piano ci stanno riuscendo: l’arrogante ma obiettivamente solido mondo della Playstation sta improvvisamente franando dopo anni di dominio assoluto nel campo dell’home entertainment. Non siamo certo di fronte ad una valanga, quanto ad un harakiri che cerca di distruggere il mito dalla base: da un lato, sono spariti i giochi super-esclusivi e tecnologicamente avanzati che ne avevano segnato il successo; dall’altro, la nuova console che presenta come unica novità sostanziale il lettore Blu-Ray, non esattamente la tecnologia più ambita dai ragazzi di tutto il mondo.
Eppure il lancio di PSP era stato abbastanza positivo: numeri lontanissimi dai “soliti” prodotti portatili di Nintendo, leader incontrastati del mercato giovanile, ma tanto successo tra un pubblico più maturo e disposto a spendere (tranne che per gli inguardabili film formato francobollo UMD). L’attesa della PlayStation 3 era altrettanto focosa ed il suo esordio negli Stati Uniti ha visto brutte scene di violenza nei negozi; un mercato di successo come quello dei videogiochi, in ogni caso, lasciava immaginare ampi margini per il colosso giapponese grazie al suo nuovo prodotto di punta.
Il fatturato atteso a Natale è arrivato solo in parte e di fatto quasi del tutto legato, almeno negli Stati Uniti, alla PlayStation 2, ormai vecchissima: 1,4 milioni di esemplari venduti, cioè tre volte il numero di PS3 acquistate dagli statunitensi. In mezzo, una strabordante XBox ed una sorprendente Nintendo Wii, che ha dominato anche nel mercato domestico giaponese. La scusa ufficiale per l’insuccesso commerciale del nuovo modello, nemmeno venduto in Europa, è quella dei bassi stock di magazzino. Ipotesi che può valere per il prodotto Nintendo, sicuramente più venduto rispetto alle aspettative iniziali, ma non di certo per lo storico leader di mercato.
Sorge piuttosto il dubbio che sia l’ufficio marketing di Sony ad essere un po’ in crisi di identità: il posizionamento di alto livello di PS3 ha portato a scelte come l’esclusione di materiale porno dai dischi Blu-Ray, ottima strategia per far fallire il formato come ai tempi del Betamax; il tentativo di avviare un network per i giocatori on line sul modello di XBox Live appare più una necessaria imitazione del modello Microsoft piuttosto che una reale innovazione. A questo punto c’è da sperare che, dopo aver ottenuto brillanti appellativi come «social media idiot» grazie al «worst fake blog ever» dedicato alla campagna natalizia di PSP, i nostri si affidino a partner pubblicitari più affidabili: la guerra della prossima generazione è accesissima ed i concorrenti non regaleranno niente a nessuno, soprattutto a Sony.