6 Febbraio 2007

Carosello compie 50 anni

Un frame della sigla di CaroselloSi festeggia in questi giorni il cinquantesimo anniversario di Carosello, l’unico programma della storia televisiva italiana che non ha bisogno di presentazioni. Ci sarà sempre qualche giovane curioso di scoprire cosa fosse Canzonissima o in cosa consistesse il successo di Fantastico (questo a dire il vero ce lo chiediamo anche noi), ma probabilmente conoscerà Carosello ed i suoi protagonisti, citerà a memoria qualche slogan celebre o magari addirittura canticchierà qualcosa. Magari perché l’ha visto crescendo negli anni Ottanta a “20 anni prima” su Rai Tre, oppure perché l’ha scaricato da un sito come MondoCarosello.com.

I giudizi dei telespettatori sono stati e saranno ancora per lungo tempo favorevoli a questo pezzo di storia televisiva: spesso ciò che rientra nella categoria dell’Amarcord perde gli eventuali caratteri negativi e rimane come indelebile ricordo di felicità (magari infantile). I giudizi degli addetti ai lavori, invece, sono spesso di carattere opposto: è così anche per Carosello, che non per tutti i pubblicitari rimane un ricordo così irrinunciabile. Una delle posizioni più note in merito è di Giancarlo Livraghi, tante volte citato su .commEurope per le sue illuminate considerazioni sul panorama della comunicazione europea.

Questa volta, però, è difficile essere d’accordo al 100% col buon Gandalf. Nelle sue parole si capisce l’amarezza di un lavoro pesante e magari a tratti non troppo gratificante, ma è opportuno soppesare anche le positività storica del modello-Carosello. Quei 42.000 (!) siparietti vanno ormai letti più come frammenti di cinema che come tentativi di primordiale attività pubblicitaria televisiva: basti pensare che i filmati venivano realizzati in 35 mm per comprendere quanto quelle produzioni abbiano aiutato Cinecittà e dintorni nei decenni in cui nasceva e si affermava la televisione.

Dal punto di vista strettamente pubblicitario, invece, Livraghi ha probabilmente ragione: basti guardare il primo filmato di Calimero per rendersi conto di come una produzione pur artisticamente valido potesse essere dannoso per il committente; basti dare un occhio ad un soporifero carosello di Mina per ringraziare Dio che la Barilla nei decenni successivi abbia sperimentato linguaggi pubblicitari più azzeccati. La sindrome di Carosello c’è, ma a volte sarebbe bello che ne soffrisse anche qualche qualche creativo in più: molta della pubblicità odierna di quell’esperienza ha preso il peggio, ma ha dimenticato di approfittare anche del meglio.

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    3 Febbraio 2007

    Donne in crisi vs. pregiudicati e garantisti

    A molti di noi del Grande Fratello interessa poco o nulla. Per molti di noi, la querelle Berlusconi - Lario - Carfagna - etcetera sembra una pura guerra di parole tra pseudo-starlette ed ex-attrici. Eppure, a guardare l’ansia di agenzie e quotidiani nell’aggiornarci degli sviluppi di queste vicende, il mondo non è più lo stesso: colpa di tale Diana che è uscita dal gioco del reality più famoso o forse della strana lettera pubblica della signora Lario. Eventi marginali per molti di noi che però esplodono nelle copertine e nelle home page, più per le loro connotazioni che per l’essere non-notizie in sé.

    Basti prendere il caso Berlusconi - Lario: i quotidiani europei si sono tuffati a pesce nella notizia, riprendendo la lettera inizialmente inviata dalla signora a La Repubblica. Ore ed ore di trasmissioni televisive, soprattutto italiane, hanno cercato di sviscerare le implicazioni di questa apparente faida familiare. Da un lato una donna tradita ancora una volta nell’orgoglio, dall’altro l’uomo che più di chiunque altro in Italia ha saputo imporre tempi, modi e costumi della nostra realtà quotidiana. In mezzo, tutti gli italiani che in questa realtà vivono: derisi dagli altri europei, studiati con curiosità dal resto del mondo.

    Proprio l’interesse collettivo per le vicende del Grande Fratello 7 (gulp, già sette edizioni!) deriva da questo profondo mutamento dei costumi che negli ultimi trenta anni ha investito la realtà italiana. Colei che riesce a divertire anche noialtri astemi del video, la brava Anna Lupini, descrive la serata di giovedì come una sorta di trionfo di questa nuova iper-realtà italiana. Le teledipendenti cellular-dotate hanno decretato l’uscita istantanea della ragazza vista come ninfetta ninfomane; gli autori hanno “salvato” un tale che, come le diverse pagine dedicategli dai quotidiani ci hanno raccontato, è stato condannato per lesioni da un giudice.

    Stiamo d’altra parte parlando di un programma di Canale 5 ed ecco confermate le strategie (anche politiche) del suo fondatore: facciamo parlare la gente di questioni morbose, puniamo chi esce dal seminato, ma salviamo chi è vittima dei giudici (comunisti) di primo grado. Il cerchio si chiude probabilmente una volta la settimana: che sia il Grande Fratello o la nuova avventura di SuperSilvio, ogni volta c’è un nuovo tormentone ad allietare i giornalisti italiani e non. Noi, al di là delle nobili dichiarazioni, lo aspettiamo come uccellini col becco aperto. Questa è l’Italia vera, il resto è l’Italia dei sogni. Ma non quelli televisivi.

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