Continuano a fioccare gli annunci di organizzazioni private o pubbliche che rendono noto il loro interesse verso Second Life e perciò decidono di aprire una propria sede in questo “mondo virtuale” di estremo successo. Non si tratta più di piccole aziende smart o di pubbliche amministrazioni di paesi in cui l’uso della Rete è così diffuso da rendere “naturale” la sperimentazione di nuove tecnologie nell’uso quotidiano. Per intendersi: c’è poco da meravigliarsi che i paesi del Nord Europa aprano proprie rappresentanze sulla piattaforma di Linden Lab; stavolta, però, è il turno dell’Italia.
In poche ore, infatti, da un lato il Ministero degli Esteri ha annunciato l’apertura di un Istituto Italiano di Cultura virtuale, dall’altro è stata Gabetti, storica firma del mercato immobiliare, a meritare un articolo su Corriere.it in cui spiegare la strategia per approcciare questa nuova realtà. Se nel primo caso l’intento è puramente promozionale (dare maggiore visibilità ad eventi culturali organizzati dalle branche del Ministero), nel caso di Gabetti i risvolti sono decisamente più ampi.
Basti pensare al core business della Gabetti: mediare tra venditori di immobili e potenziali acquirenti. Perché non ampliare la propria offerta agli immobili virtuali? Si tratta in fin dei conti di transazioni simili, sebbene le professionalità e la sensibilità dei consulenti devono essere diverse. Basti pensare al potenziale che soggetti del mercato tradizionale (esempio tipico, i produttori di arredamento) possono ottenere su Second Life: vendere una rappresentazione virtuale dei propri prodotti non solo può diventare fonte diretta di guadagno, ma può anche essere un utile esperimento per testare i gusti dei clienti proponendo prototipi che, solo in caso di interesse diffuso possono divenire prodotti “fisici”.
Il problema di fondo di tutto il grande gioco, però, è che Second Life è una realtà saldamente nelle mani di un’azienda privata, la Linden Lab, che di fatto ne controlla presente e futuro. C’è tutta un’economia di produttori di oggeti virtuali che si è sviluppata grazie a Second Life; tuttavia, il monopolio del cuore del sistema da parte di un’unica (piccola) società è una minaccia allo sviluppo stesso di quello che è ormai un “luogo” cruciale della Rete. I concorrenti affilano le armi, ma per ora Second Life è saldamente leader nel suo mercato: rimarrà “IL” mondo virtuale della Rete o sarà solo uno dei tanti?
Sono bastate un paio di settimane per lasciar sedimentare la vicenda della campagna di Oliviero Toscani per la Regione Calabria e già il tutto assume una luce diversa. Le discussioni da 1.000 commenti sono lentamente scivolate nell’off topic e gli animi sono meno esacerbati. I detrattori della campagna si sono resi conto che dopo le paginate sui quotidiani acquistate dalla Regione, i più si sono dimenticati della vicenda; i giovani calabresi si sono dedicati a produrre proposte alternative; i navigatori hanno scoperto nuove chicche on line come lo spot della campagna calabrese “Mare Vostrum”, che tra un peperoncino ed un Bronzo di Riace inserisce un ballerino di breakdance e dei suonatori di cornamusa.
Anche i commenti della prima ora, riletti ora, sembrano essere stati scritti più sull’onda emozionale che in base ad analisi attente ad origini ed impatti di questa bizzarra campagna. Ognuno, infatti, è rimasto sulle sue posizioni: i leghisti del Nord hanno ironizzato sulla realtà degli improbabili slogan, gli amici della giunta calabrese hanno difeso l’iniziativa, i politici della parte avversa l’hanno criticata, i blogger hanno confuso la Calabria con la Puglia. Come dire: se proprio la campagna doveva cambiare l’immagine dei calabresi nel mondo, forse l’obiettivo non è stato esattamente raggiunto. Certo, è solo il primo flight della campagna: chissà come sarannno i prossimi soggetti e se le nuove campagne verranno nuovamente affidate a La Sterpaia di Toscani.
Non si può dire sia stato del tutto trasparente, l’atteggiamento dei quattro gestori mobili italiani rispetto alle indicazioni di Decreto Bersani ed Authority per le Comunicazioni in merito all’impossibilità di continuare ad applicare i cosiddetti “costi di ricarica”. C’era da immaginarsi reazioni inconsulte, ma paradossalmente più evidenti: invece tutti i gestori hanno scelto di temporeggiare in attesa di vedere le decisioni dei concorrenti. Poi quasi tutti da un lato hanno obbedito all’ordine, ma dall’altro hanno re-introdotto brutte abitudini come scatti alla risposta e tariffazione a scatto.
«Quasi tutti», ma non Wind: finalmente in attivo, la compagnia di matrice egiziana (sob) ha consultato dei prestigiosi studi legali che le hanno consigliato di resistere e mantenere l’attuale assetto dei costi di ricarica. Una sfida alle autorità che, a colpi di giudici, non è difficile immaginare rimarrà impunita: chi spende sopra i 50 Euro a ricarica continuerà a non pagare i tanto odiati costi, chi sceglie i tagli più piccoli invece dovrà contribuire versare l’odiato balzello. Wind, come tutti i gestori, si difende: i costi di ricarica sono nati come “contributo” per i rivenditori (all’inizio furono soprattutto tabacchini ed edicolanti ad imporli) rispetto al traffico telefonico puro e perciò la loro destinazione non è verso la società ma verso questi soggetti terzi, che andranno perciò retribuiti in altro modo.
Peccato che proprio Wind, ai suoi esordi, fu la prima compagnia che affogò il margine per i rivenditori nel costo complessivo delle ricariche: una buona idea per l’immagine aziendale, a quei tempi spinta da questa trovata e dall’abolizione di scatto alla risposta e tariffazione a scatto. Strategie di pricing stupidine che allora impazzavano presso i concorrenti e proprio in questi giorni, come si diceva, tornano alla carica come risposta alla legge Bersianesca. Tutti i concorrenti corrono a reintrodurlo o a rendere costosi i nuovi piani: Vodafone, ad esempio, coglie l’occasione della sua nuova offerta post-decreto per aumentare il prezzo dello scatto iniziale di oltre il 25%, da 15 a 19 centesimi.
Peccato per questa scelta malsana, perché la nuova campagna di 1861 United, con le persone in fila per il bagno dietro a Totti e Gattuso (forse entrato per radersi con Gillette Fusion?), è carina e ben realizzata. Ora aspettiamoci le campagne di risposta di Tre e Tim, che sono state meno aggressive nel reagire al decreto e perciò potrebbero ottenere un buon ritorno dal non reagire con rabbia a quella che i loro concorrenti hanno visto come una condanna. Se il leader di mercato e l’ultimo arrivato arrivano a comportarsi in maniera saggia, c’è da domandare perché chi sta in mezzo ai due estremi scelga la strada più difficile: anche se si ha il sindacato dalla propria parte, mai inimicarsi i clienti, soprattutto in occasioni di provvedimenti populistici come questo.