31 Luglio 2007

Politici scottati dalla prova del fuoco

Due anni e mezzo fa, mentre andava salendo l’attenzione del mondo politico verso i fenomeni della Rete sociale, molti di noi avevano partecipato al dibattito lanciato da Luca De Biase sulle tecniche e le strategie da adottare nel confronto con l’esigente pubblico di blog e dintorni. Le successive tornate elettorali, quelle Politiche in particolare, non hanno però segnato un grosso passo in avanti verso i precetti individuati da chi in Rete vive da tempo: i politici sono andati avanti con le proprie tattiche di comunicazione politica tradizionale, eventualmente aprendo i soliti siti-vetrina che d’altra parte ormai compaiono periodicamente da almeno dieci anni a questa parte.

Poi negli ultimi mesi la multimedialità ha preso il sopravvento ed oggi l’attenzione degli astanti si è progressivamente rivolta verso le nuove piattaforme: “se abbiamo imparato ad andare in TV — avranno pensato i politici — sarà un gioco presentarci su YouTube”, un po’ come andare in triciclo dopo aver imparato ad andare in bici. Ed eccoli così tutti impettiti ed eleganti sui loro tricicli virtuali, con la calza davanti all’obiettivo ed il montaggio da filmato di matrimonio. Da notare che il riferimento non è necessariamente al video di Enrico Letta, che tutto sommato dimostra almeno un tentativo di dialogo; il problema è generalizzato e legato al difficile rapporto che il mondo della politica continua ad avere con elettori e radici locali degli organismi politici.

Basti vedere le difficoltà del povero Paolo Gentiloni alle prese con la maledizione di Beppe Grillo: dopo mesi e mesi di post seguiti da una ventina di commenti ciascuno, è bastato puntare il riflettore sul suo blog per renderlo tecnicamente inutilizzabile e comunicativamente inutile. Una volta appreso l’esito dell’accettazione alle primarie del Partito Democratico, i suoi colleghi di partito, come Rosy Bindi, affilano le armi mentre vedono comparire sul Web misteriosi scalfarottini di turno e diventare sempre più forti personaggi insidiosi come il buon Mario Adinolfi, l’uomo che concilia poker, MTV ed aspirazioni politiche. A questo punto manca davvero solo Personalità Confusa, il nostro idolo bloggaro.

Alle prossime Elezioni Politiche il Web avrà per la prima volta un’importanza rilevante anche in Italia, così come succederà ancora prima alle prossime Elezioni Presidenziali negli Stati Uniti. Inutile dire che i nostri politici dovranno imparare da quei candidati come gestire la popolarità via Web; eppure, anche noi elettori dovremo cercare di comprendere da quell’esperienza come sfruttare i meccanismi della Rete senza creare solo effetto rumore. C’è tanto da dire e tanto da ascoltare, da entrambe le parti, ma bisogna capire come farlo: altrimenti sarà solo un’immensa cagnara multimediale, visto che nessuno avrà una vita sufficiente a leggere anche un solo post con 3.000 commenti. Figurarsi se quella vita deve anche utilizzarla per fare il mestiere che gli abbiamo assegnato, quello di nostro rappresentante.

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    27 Luglio 2007

    Ritratto di un innovatore sempre indebitato: Nichi Grauso

    Se c’è un personaggio che ha interpretato lo sviluppo dei media in Italia, che è stato anticipatore delle tecnologie e interprete delle mode, costui non è Silvio Berlusconi: è la sua versione sarda, quel Nicola Grauso, per gli amici Nichi, che da oltre 30 anni compare periodicamente nelle cronache dei giornali. E non solo dei suoi, che sono oggi tanti e variegati: una quindicina, nelle varie edizioni locali di quello strano fenomeno chiamato E Polis, chiamate con variazioni sul tema del tipo Il Bologna, Il Mestre, Il Bergamo, Il Napoli e così via. Un fenomeno arrivato al decimo posto nei quotidiani italiani, ma che ora rischia grosso: l’ultimo aggiornamento della versione cartacea risale ad una decina di giorni fa, quello on line ormai ha una settimana. Ci sono decine di milioni di debiti in gioco e stipendi bloccati da tempo.

    La storia non è del tutto nuova, a dire il vero. Quando a metà degli anni Settanta il ventenne Grauso lanciò Radiolina dal salotto di casa, il mondo dei media liberi in Italia quasi non esisteva: le radio libere ruppero l’equilibrio TV pubblica - quotidiani storici - riviste a base di fotoromanzi. Radiolina fu la Radio Alice del sud Italia, così come Videolina divenne celebre ben prima della coagulazione del polo Fininvest. Il business pubblicitario derivante dalle due emittenti regalò a Grauso la possibilità economica di conquistare L’Unione Sarda, il primo ed allora unico quotidiano sardo. Un dominio quasi totale sull’informazione locale, svanito nel giro di pochi lustri a causa dei debiti contratti da Grauso per il tentativo dell’acquisizione della Cartiera di Arbatax e dell’inizio della faida con i politici locali.

    Lo spirito innovativo di Grauso in quegli anni aveva già intuito l’evoluzione del mondo dell’informazione: l’enorme sforzo di lanciare su scala nazionale il provider Video On Line aveva ufficialmente aperto le danze della Rete in Italia. Inutile dire come andò: travolto dai debiti, Grauso fu costretto a cedere il suo gioiellino a Telecom Italia, che su quella base costruì il leader di mercato, tin.it. Grauso si buttò perciò sull’unico ambito multimediale ancora mancante, quello dell’editoria libraria: cercò di investire nell’ambito degli e-book reader, senza troppo successo. L’ultimo tentativo di imporsi su questi nuovi mercati, al cambio di millennio, fu la famosa acquisizione a tappeto di centinaia di migliaia di domini, come al solito malamente fallita, ma ancora oggi imitata da qualche politico poco creativo.

    Dopo svariati anni di assenza dal panorama imprenditoriale (ma con un’assidua presenza nelle cronache giudiziarie), il ritorno di Grauso sul palcoscenico dei media nel 2004 con Il Giornale di Sardegna è stato notato più per la marea di contributi pubblici ricevuti che per l’effettivo successo rispetto al concorrente storico, una volta punta di diamante dell’impero che fu. Solo il lancio dei quotidiani della famiglia E Polis, un anno fa, sembrava aver ridato a Grauso l’aurea di imprenditore innovativo, se innovativo si può definire un quotidiano contemporaneamente venduto in edicola, distribuito gratis nei bar e scaricabile gratuitamente via Internet. Speriamo che i poveri giornalisti coinvolti nel nuovo crack vengano davvero riassorbiti da Class o da chi altri voglia salvare, per l’ennesima volta, la creatura di turno di Grauso, Erode dei suoi figli.

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    23 Luglio 2007

    Starbucks in Italia ed altri sogni dei brand-maniaci

    Una vignetta tratta dal blog 'Una Vignetta' di PV64

    Campeggia oggi sull’home page di Repubblica.it l’articolo Quell’irresistibile voglia di global, di Laura Piccinini, vecchia conoscenza delle cronache di costume sui periodici femminili. L’articolo offre spunti interessanti, anche se a leggere i commenti ricevuti l’attenzione dei lettori si è orientata più verso lo stile “informale” dell’autrice che sulle notizie riportate: le dichiarazioni di alcuni degli interlocutori intervistati, tuttavia, meritano di non finire nel tritacarne. Sono infatti i manager di alcune delle aziende coinvolte nel (mancato) arrivo in Italia di molte delle più note catene retail internazionali, soprattutto di tipo alimentare.

    A scandagliare la Rete, sembrerebbe che sia Starbucks la catena più sognata dagli italiani: due anni di commenti sul post di IMLog dedicato al tema, d’altra parte, potevano far sorgere qualche sospetto in merito. Analisti del frappuccino assaggiato oltreoceano o giovani amanti delle tazze localizzate dal caffè della medusa si scatenano da anni a discutere del perché Starbucks non voglia aprire le sue filiali da noi. Si va dalle ipotesi complottistiche alle elucubrazioni di buon senso, dalle teorie macroeconomiche alle tesi neo-global. Eppure, l’unica che convince è quella più banale: Starbucks ha bisogno di partner industriali all’altezza per aprire un’ampia rete di locali in franchising (vedi quanto fatto in Germania) e l’unico operatore specializzato in Italia, Autogrill, ha già ampi progetti in proprio per lo sviluppo dei propri caffè ad alto valore aggiunto. Chi non ricorda le vicessitudini di Gianluca Diegoli alle prese con gli AromAcafé?

    Ovviamente, Starbucks non è l’unico sogno proibito: c’è chi rimpiange le ciambelle di Dunkin’ Donuts, che apparvero a Roma e dintorni per una breve stagione (tra lancio a fine anni Novanta e fallimento dell’azienda licenziataria nel 2002), ma anche chi invidia gli abitanti di Nizza, che a pochi kilometri dal confine italiano possono godere delle piccanti alette di pollo di Kentucky Fried Chicken, dei glaciali oggetti di arredamento di Habitat o delle improbabili pizze di Pizza Hut. C’è anche il flusso di ritorno: qualche paninaro nostalgico rimpiange i Burghy milanesi, gli storici fast food cannibalizzati da McDonald’s dopo essere stati per anni sotto il controllo pubblico, tramite l’holding alimentare SME.

    Il logo di Coral Cola tratto dal film Shark TaleIl polso della Rete sembra invece restituire meno interesse per le catene di abbigliamento: dopo l’indigestione delle grandi catene italiane negli scorsi decenni, la recente invasione di spagnoli e nord-europei ha smorzato gli entusiasmi dei consumatori casual. Eppure, è proprio da quel settore che vengono i veri protagonisti della brand-mania: figli degli anni Ottanta, hanno ancora in mente le strategie per impietosire i negozianti al fine di ottenere vistosi gadget Levi’s o gli orripilanti adesivi del Camel Trophy appiccicati sulle auto dei fratelli maggiori. In fin dei conti, ad essere sinceri, siamo tutti un po’ brand-maniaci: difficile nasconderlo, quando ognuno di noi vede i marchi ritoccati in Shark Tale o Shrek 2 e ridacchia sentendoli come una foto goliardica di un amico di famiglia.

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    19 Luglio 2007

    Second Life, first step

    Nonostante negli anni sia diventato un portentoso strumento per solleticare la fantasia e l’interesse di giornalisti ed utenti, di Second Life su queste pagine si è parlato sempre poco: qualche accenno al suo uso in ambito universitario e poco più. Non è per altezzosità o supponenza, quanto piuttosto per timore reverenziale. Quando un fenomeno monta così rapidamente ed in maniera così ampia, è opportuno evitare di dare un giudizio tranchant o soggettivo. Forse è il caso di mantenere la calma, applicare un approccio scientifico e provare a costruire ipotesi di studio. L’alternativa è tornare a dibattiti simili a quelli della fine anni Ottanta, del tipo ”Videotel sì / Videotel no”, o a quelli della seconda metà dei Novanta, quando c’erano i talebani delle chat ed i predicatori del verbo che vedeva le chat unicamente come luogo di lussurie inenarrabili.

    Non è un caso che, in un’accesa discussione con Paolo Attivissimo, anche Fabio Metitieri proponga di tornare indietro con la mente: la storia di questi giorni, effettivamente, ha tanti punti in comune con quella di una dozzina di anni fa. Allora pochi siti, bruttarelli ma utili, iniziavano a solleticare la curiosità del grande pubblico e gli investimenti delle aziende, soprattutto in chiave promozionale; allo stesso modo, oggi, i giornali seguono con attenzione cosa si muove nel secondo mondo. La differenza, se vogliamo, è proprio negli spettatori del fenomeno: allora non esistevano molte fonti giornalistiche on line, non esistevano i blog e le opinioni individuali era necessario cercarle nelle comunità virtuali, tra un commento e l’altro al topic del giorno.

    L’esplosione di meta-dialoghi a proposito di quanto accade on line, negli ultimi anni, è decisamente cresciuta: qualche commentatore si è addirittura specializzato nel discettare di argomenti specifici. Il caso tipico, proprio riguardo a Second Life, è Wagner James Au, che si è ritagliato il ruolo di Cassandra ufficiale della piattaforma tridimensionale: le sue opinioni sono spesso condivisibili, ma quelle degli epigoni che le utilizzano per “distruggere il mito” sono parte stesso dell’hype montante, che infatti sta assumendo carattere negativo dopo mesi di puro ottimismo. Molto più saggi gli interventi come quello di Massimo Moruzzi: l’ottica è quella aziendale, l’analisi è pessimistica ma sensata. Colpisce soprattutto il paragone immobiliare, perché fotografa bene la mentalità di molte organizzazioni nostrane.

    Esprimere un giudizio secco su Second Life, dunque, ha la stessa possibilità di essere legittimo quanto potevano essere le discussioni sterili di cui si diceva all’inizio. Il Videotel è stato ucciso dall’evoluzione tecnologica e dalle truffe (ma non ditelo ai francesi, che al Minitel sono decisamente affezionati ancora oggi), le chat sono andate svuotandosi a favore delle discussioni tramite instant messenger. La tecnologia cambia e Second Life è solo il primo passo dell’ultima evoluzione tecnologica del Web, quella tridimensionale: si tratta di una tecnologia proprietaria e di un ambiente chiuso, ma un’evoluzione intelligente probabilmente trasformerà il tutto in qualcosa di molto diverso da quanto vediamo oggi. Nel frattempo, conviene esserci: altrimenti, se ci si ostina al Web-solo-testo-immagini-e-flash di oggi, si farà la stessa fine dei nostalgici delle messaggerie.

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    15 Luglio 2007

    Perfetti Van Melle, il dolce monopolista

    Big Babol. Brooklyn. Golia. Tabù. Chupa Chups. Mentos. Happydent. Goleador. Chlormint. Morositas. Daygum. Fruit-tella. Vigorsol. Melody Pops. Frisk. Pip. Alpenliebe. Vivident. Alzi la mano chi non gusta almeno una volta al giorno uno di questi prodotti: che lo faccia per addolcirsi la vita o per calmare il mal di gola, per rinfrescare l’alito o per provare a dare una parvenza di pulizia ai denti in assenza di spazzolino, ognuno di noi è un consumatore più o meno fidelizzato della Perfetti Van Melle. Anche se spesso non lo sa.

    Il logo di Perfetti Van MelleOgnuno dei principali marchi della multinazionale di Lainate citati sopra, infatti, possiede una propria identità, dei propri clienti ed una strategia di marketing definita che, almeno all’apparenza, mette spesso in concorrenza i marchi tra loro. Chi osserva gli scaffali vicino alle casse degli ipermercati o i super-espositori dei tabacchini, d’altra parte, ha una così ampia variabilità di gusti e forme, moltiplicati per molti dei marchi in questione (come non pensare alle mille declinazioni del marchio Golia?), da ritenere superflua la necessità di poter valutare altri marchi. La presenza saltuaria di Saila, Charms, Halls o Dietorelle (cioè i marchi gestiti da Leaf Italia, unico mini-concorrente nazionale), garantisce qualche alternativa in più per chi proprio non ama il gigante italo-olandese.

    D’altra parte, come si fa a non amarlo? Che si sia sentilmente legati ad un brand storico o si abbiano ferme in testa le campagne più note, non si può negare che l’azienda sia un vero e proprio vanto per l’economia italiana: basti fare un giro sui siti internazionali come quello indiano per intuire quanto questa azienda stia facendo in mercati difficili ma dalle notevoli potenzialità. Non a caso, proprio il country manager indiano di Perfetti Van Melle, Stefano Pelle, ha scritto un prezioso saggio sulle strategie di approccio alle opportunità di sviluppo sui nuovi mercati internazionali. Come dire: non solo paesi dove produrre low cost, ma anche territori immensi in cui è possibile fare profitti da sogno anche per le multinazionali europee.

    L’unico neo nella strategia di marketing internazionale di Perfetti Van Melle è la scarsa attenzione prestata ai mercati tradizionali occidentali: è pur vero che vendere chewing-gum nei paesi anglosassoni, dove Wrigley e Cadbury Schweppes regnano sovrane, si presenta come una sfida ardua; tuttavia, è difficile sentirsi veramente globali quando gli unici marchi veramente conosciuti a livello internazionale sono Mentos ed Alpenliebe. Per quanto paradossale, speriamo che il successo in Cindia e dintorni faccia da volano al completamento dell’internalizzazione sui mercati più tradizionali. Sarebbe bello vendere gomme da masticare agli americani, no?

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