ottobre 2007

29 ottobre 2007

Unified Communications, il tormentone che turberà le vostre notti

Se è vero che le indicazioni di Gartner sono il verbo supremo di ogni manager ICT sparso per l’Occidente (nel resto del mondo tale preponderanza andrebbe verificata), possiamo stare tranquilli che il tema “Unified Communications” diventerà il tormentone collettivo nelle aziende medio-grandi nei prossimi mesi. Già da qualche anno gli analisti di questa società pubblicano report in cui posizionano in un «Magic Quadrant» i principali competitor nella creazione di soluzioni complete in questo ambito: uno scenario che cambia periodicamente e che negli ultimi mesi ha visto attori tradizionalmente forti nel mondo delle telecomunicazioni (basti citare Cisco o Ericsson) finire nel campo dei «challengers» a favore di nuovi «leaders», capitanati al momento da Microsoft.

Quest’ultima società, in effetti, ha dei piani aggressivi ed una visione integrata utile per conquistare questo promettente mercato: non punta a sostituire le reti telefoniche esistenti con soluzioni VoIP (strategia spesso seguita dai concorrenti), ma cerca di virtualizzare il collegamento tra tecnologie differenti (telefono fisso, mobile, e-mail, segreteria telefonica, IM, videoconferenza, etcetera) apponendovi sopra un ampio strato software che è progressivamente integrato a monte con i sistemi informativi aziendali ed è comodamente omogeneizzato a valle con le interfacce care all’utente finale (Microsoft Office in primis). Le campagne pubblicitarie del gigante di Redmond sulla stampa specializzata sono già partite: non è difficile immaginare grandi investimenti per tutto il 2008.

L’unico concorrente che al momento sembra aver accettato la sfida a livello globale è IBM, che ha scelto una via meno proprietaria di quella Microsoft: da un lato ha infatti siglato un’alleanza a 360° con Cisco (integrando le applicazioni e le tecnologie di quest’ultima nella propria offerta), dall’altro ha lanciato la piattaforma UC² (Unified Communications and Collaboration), basata su standard aperti ed ampliabile a piacere anche da parte di attori terzi grazie ad un sistema di interfacce sia a livello applicativo (vedi Lotus Sametime e dintorni), sia infrastrutturale (alias sistemi e servizi, sia voce che video, di Cisco). Tuttavia, se IBM vola alto, Cisco non rinuncia alla sua origine di fornitore di hardware e perciò pone al centro dello sviluppo dei suoi piani di business la presenza di reti e telefoni proprietari.

Ci aspettano mesi intensi, insomma. I professionisti del settore si stanno spingendo in scenari avvincenti, sebbene verosimili solo nel lungo termine: c’è persino chi, nelle ultime settimane, ha parlato di «morte dell’hardware». Nell’ambito di questa lotta tra giganti alla ricerca dell’eldorado della riduzione di costi a tutti i costi, prima o poi anche gli attori più piccoli dovranno scegliere una strada: molti guardano a Skype e si aspettano una presa di posizione chiara, vista la posizione preminente nell’ambito del mercato VoIP ma del tutto debole in quello aziendale. Persino lo strano annuncio della partnership tra Skype e 3 di oggi assume una luce diversa se letto in un’ottica Unified Communications: che i manager (ICT e non) tengano gli occhi aperti, perché avranno tante possibilità di risparmiare, ma anche tante scelte difficili da fare.

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24 ottobre 2007

Il mercato dell’advertising nel frullatore

Il 2007 è stato un anno di grandi mutamenti nel panorama dei budget pubblicitari, nazionali e non. Rapporti anche decennali tra agenzie ed aziende clienti sono andati in frantumi in seguito a gare appassionanti e (più o meno) trasparenti: basta scorrere l’elenco mantenuto quotidianamente aggiornato dal sempre ottimo Pubblicità Italia per intuire quanto i grandi movimenti siano tuttora in corso e riguardino tutti gli aspetti della comunicazione. Non più solo gare creative per assegnare i budget tradizionali, ma anche consultazioni per trovare partner esperti nella pianificazione pubblicitaria o nel marketing diretto (qualunque cosa questo termine onnicomprensivo voglia dire, al momento), nelle pubbliche relazioni oppure nel below the line.

L’evoluzione della scena italiana, d’altronde, è spesso legata a quella internazionale: da un lato, grandi multinazionali che scelgono network di agenzie internazionali cui affidare le proprie attività di comunicazione declinate Paese per Paese; dall’altro, grandi organizzazioni italiane che cercano visibilità internazionale e quindi vivono nell’eterno dilemma tra il premiare un’azienda eccellente sul mercato interno e lo scegliere un partner onnipresente che magari, nella realtà italiana, ha una presenza meno incisiva. Protagoniste di questi grandi movimenti, tante organizzazioni nazionali che vivono momenti importanti: fusioni, IPO, campagne istituzionali. E non sono solo le aziende a muoversi: il 2007, ad esempio, è stato scosso dal budget di oltre 17 milioni di Euro per la promozione turistica della Regione Campania (per la cronaca preso da JWT).

Basta scorrere il report pubblicato lo scorso mese da Pubblicità Italia, d’altronde, per rendersi conto che il mercato della produzione pubblicitaria è uno specchio fedele della realtà economica italiana: la nascita di nuovi Gruppi bancari, ad esempio, ha spostato molti equilibri tra agenzie di tutte le dimensioni (UBI Banca, Banco Popolare, CariParma/FriulAdria hanno avviato la loro attività e le relative attività di comunicazione); il rilascio di nuovi prodotti ha galvanizzato il confronto tra le agenzie (basti pensare alle gare relative a Fiat 500); la ripresa dello spending di alcune grandi organizzazioni ha scosso a fondo il mondo del media planning/media buying. In generale, insomma, la ripresa economica vista nel 2007, per quanto leggera, ha rapidamente visto la sua declinazione nel mondo della pubblicità.

Riguardo agli attori più attivi del mercato, i due mostri sacri WPP e Publicis, nelle loro mille reincarnazioni, macinano nuovi clienti ma non sempre confermano quelli storici; brillano alcune agenzie indipendenti (in particolare, ancora una volta, Lorenzo Marini ed il suo clan) e crescono quelle più piccole, anche se i budget spesso sono alquanto limitati. In fin dei conti, è un mercato che ha spazio per tutti, ma la rotazione così vorticosa dei budget rende difficile pensare all’instaurazione di rapporti di medio termine. Gli account manager dovranno spremere fino in fondo la propria rete di contatti da un lato ed il reparto creativo dall’altro: non è più tempo di timidezze, ormai la guerra è a tutto campo e la dimensione non sempre è tra i fattori più importanti. La creatività, invece, sicuramente sì.

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19 ottobre 2007

MasterCard e le candeline della discordia

Si era già parlato di MasterCard su .commEurope poco meno di un anno e mezzo fa: si parlava della promozione Capitalia Cambia Tutto, molto interessante sulla carta ma gestita in maniera povera dallo staff delle fililali del Gruppo Capitalia: la carta MasterCard gratuita veniva concessa dopo innumerevoli tentativi, aveva una scadenza più breve rispetto ai 3 anni promessi e soprattutto la visita in filiale diventava un’occasione, da parte dei gestori, di piazzare tradizionalissimi conti correnti Banca di Roma. Ora col merge con UniCredit il marchio Capitalia è sparito, ma l’iniziativa Cambia Tutto è ancora viva: chissà che non ci regali qualche nuova emozionante (…) promozione in collaborazione con MasterCard.

Un banner promozionale dell'iniziativa MasterCard TuttigiorniAl momento, nessun Istituto bancario appare tra i partner della nuova iniziativa MasterCard Tuttigiorni, che stavolta non è mirata a promuove l’emissione di nuove carte, quanto ad incentivare l’uso delle tante già presenti nei portafogli degli italiani. L’obiettivo è passare dall’uso “istituzionale” (tipico del mercato italiano) a quello relativo agli acquisti quotidiani: dal noleggio di DVD da Blockbuster al pagamento dell’Autostrada, dalle spese negli shop Tre all’acquisto di biglietti cinematografici. Tra gli altri partner, spicca l’iniziativa in collaborazione con Auchan: basta presentare la propria carta di credito del circuito MasterCard alla cassa per ricevere in omaggio una confezione di candeline (valore commerciale scritto nel regolamento: 1,20 Euro), contenente una cartolina utile per partecipare ad un’estrazione che mette in palio carrelli spesa da 250 Euro e buoni viaggio per l’acquisto di vacanze da 1.500 Euro.

Oltre alle candeline, chi compie gli anni proprio nel giorno della spesa all’Auchan, riceve una bottiglia di spumante dallo stupefacente valore commerciale di 2 Euro (da bere a rischio e pericolo del soggetto in questione). La promozione, insomma, è un po’ contorta, ma l’ampia comunicazione effettuata sull’iniziativa (in store e non) dovrebbe renderla trasparente ai più. Il problema è che Auchan sta festeggiando il suo compleanno per tutto il mese di ottobre e quindi nel frattempo sta proponendo ai suoi clienti altre iniziative (e altri regali sciocchi): già all’entrata nel punto vendita, se non ci si è documentati a priori, è difficile capire quali siano i benefit riservati ai titolari MasterCard, cosa possono ottenere i titolari di carte MasterCard-Accord (buoni sconto) o chi le vuole richiedere ex-novo (2 anni gratis, per la cronaca), ma anche solo di cosa è riservato ai “banali” acquirenti Auchan senza carta di credito MasterCard.

Un'immagine tratta dal sito MasterCard Italia che illustra la promozione congiunta con Auchan

Non aiuta molto nemmeno il fatto che ogni collaboratrice di Auchan interpreti il regolamento a modo suo: si va dalla cassiera iper-efficiente che regala le candeline senza colpo ferire, a quella che ignora completamente la promozione, alla signora dell’ufficio informazioni che non vuole dare le candeline se non in casi estremi. Quest’ultima è un po’ il simbolo della confusione generale creata da questo tipo di promozioni: la signora chiede la MasterCard (magari Oro) del titolare, poi scuote la testa ed esclude categoricamente che le sia possibile elargire le brutte candeline rosso-gialle. Sostiene che bisogna possedere a forza la MasterCard blu presentata nel materiale promozionale dell’iniziativa (vedi sopra) ed a chi obietta che non esiste una simile carta in Italia (chi sarebbe l’issuer?) risponde con astio che non è affar suo. E tutto ciò per un pacco di candeline da 1,20 Euro.

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14 ottobre 2007

Intel e i cubicoli ammazza-comunicazione

Grande risalto, nell’home page di Corriere.it, ad un articolo che presenta “Zero e-mail Friday, l’iniziativa avviata da Intel al fine di garantire un giorno di pace ai collaboratori statunitensi della multinazionale informatica. L’obiettivo è quello di costringere con gentilezza 150 dei propri collaboratori ad alzarsi dalla sedia per chiedere informazioni ai colleghi dell’ufficio vicino oppure di intrattenersi telefonicamente con quelli più lontani. L’ipotesi di fondo è quella che l’interazione dal vivo (o quanto meno vocale) abbia la stessa portata informativa di quella mediata dal PC, ma è potenziata da aspetti soft che migliorano la qualità della vita in azienda.

Per capire la rilevanza di questo esperimento, bisogna comprendere ciò di cui non parla l’articolo italiano, cioè il motivo di fondo per il quale Intel ha avviato questo programma. Lo possiamo ritrovare in un articolo che parla di un’inchiesta nemmeno tanto ironica di Conan O’Brien, che pure è il figlio professionale di Jay Leno:

«In April, Conan O’Brien filmed a visit to the Intel headquarters in Santa Clara, Calif., mockingly praising the working environment. He called the color scheme of gray, gray and grayish-blue “imaginative” and the signs on columns such as B9 and H10 defining cubicle sections, “like you’d see in a parking garage.”

“It makes people feel as though they’re all basically the same. There’s no individuality, there’s no hope, there’s no sense that life has possibilities,” joked O’Brien as he wandered through a seemingly endless maze of identical cubes.»

Uno scenario del tutto terrificante, che richiama alla mente il riso amaro delle strisce di Dilbert: ingegneri ed impiegati costretti in pochi metri quadri, che incontrano dal vivo i loro colleghi solo in pause caffè nelle quali, per ovvi motivi, non hanno alcuna voglia di discutere di problematiche lavorative. Ciò fa sì, tra l’altro, che la qualità dei gruppi di lavoro si abbassi sensibilmente: non è un caso che le e-mail oggetto del programma sul “venerdì libero” non siano tutte, indiscriminatamente, ma solo quelle interne ai team (sconsigliate, ma ovviamente non vietate), non quelle che permettono a gruppi diversi di interagire e lavorare insieme.

Si tratta di un esperimento interessante, che fa parte di un programma più ampio contro l’information overload. L’iniziativa precedente, Quiet Time“, è stata lanciata ad agosto in maniera ancora più ambiziosa: 300 collaboratori si isolano per mezza giornata ogni martedì, deviando le telefonate in segreteria, chiudendo la porta del cubicolo e non consultando l’e-mail. Un tentativo di azzerare del tutto la comunicazione interna, per poi farla rifiorire 3 giorni dopo dal vivo, qualcosa da tenere d’occhio, visto che noi Europei siamo ancora nella fase “confusione negli open space“: quando a qualche manager illuminato verrà in mente di sostituirli con i cubicoli, sapremo già in partenza come sopravvivere…

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9 ottobre 2007

Perugina: 100 anni di dolcezza (e pubblicità)

C’è chi li ha visti davanti alla Stazione Cadorna a Milano nel week-end e chi in questi giorni li sta vedendo parcheggiati nelle città lombarde ed emiliano-romagnole: i due camion che la Perugina ha realizzato per festeggiare il proprio centesimo compleanno hanno iniziato la lunga marcia che, fino alle soglie del Natale 2007, permetterà alla maggior parte degli italiani di assaggiare le specialità della casa umbra e di conoscerne meglio la storia e i prodotti. Cento piazze di medio-grande dimensione da attraversare con calma, con la convinzione di costituire una piccola, dolce attrazione in ognuna delle tappe.

Molto interessante ed istruttivo,  l’allestimento dei camion promozionali: il contenuto della mostra dimostra quanto pubblicità e packaging rimangano i capisaldi più forti della nostra memoria collettiva. Tolta qualche immagine storica, infatti, il resto del materiale esposto è costituito dalle principali campagne pubblicitarie dell’azienda dolciaria (tra l’altro per la maggior parte indimenticabili) e da qualche confezione degli anni d’oro. Un po’ meno interessante lo spazio destinato alla presentazione dei prodotti attuali: non si capisce se è uno shop o un puro spazio dimostrativo, ma sicuramente è l’angolo più abbandonato dello spazio promozionale.

In nove città (Milano, Torino, Bologna, Perugia, Pescara, Roma, Napoli, Bari e Palermo), inoltre, è stata prevista un’iniziativa in più: ai camion viene aggiunto un tendone in cui pasticcieri esperti illustrano l’arte e la professionalità necessarie per trasformare i coriacei grani in fluida lava nera. Il professionista chiamato a raccontare la sua esperienza a Milano si è dimostrato quantomeno scintillante fino alla fine, pur dopo due giornate consecutive passate a presentare la sua attività e raccontare curiosità sul mondo del cioccolato, continuando nel frattempo a mescerlo e prepararlo: chissà come saranno gli altri, ma in ogni caso l’esperienza della Scuola del Cioccolato Perugina vale una visita alla mostra itinenerante.

Bisogna ammettere che la Nestlé ha fatto le cose in grande. Si tratta, d’altronde, di un saggio percorso promozionale iniziato con la visita del Presidente della Repubblica agli stabilimenti di Perugia: avendo sempre lasciato abbastanza libere di crescere autonomamente la Perugina e la sua azienda sorella, quella Buitoni che nel frattempo compie 180 anni, Nestlé è sempre riuscita a farle percepire come marchi italiani, profondamente legati ai propri territori di origine. Oggi i Baci Perugina o i prodotti Buitoni vengono esportati in tutto il mondo come simboli dell’alta tradizione alimentare europea: chissà che prima o poi Perugia non venga annessa di diritto al territorio di Vevey…

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4 ottobre 2007

Alcune lessons learned sul social networking

Delle piattaforme dedicata al social networking, in questi anni, abbiamo parlato tanto: dai primordi di Orkut (tornato alla ribalta qualche mese fa solo per i problemi con Daniela Cicarelli) all’eterno successo di LinkedIn, dalle cronache giudiziarie su YouTube e Google Video ai miti costruiti su MySpace e dintorni, dalle alterne vicende di Flickr al successo (parzialmente) inaspettato di aNobii. Ogni volta si è arrivati alla più classica delle considerazioni: che ogni piattaforma non è una monade intoccabile, ma un pianeta affogato in un universo in costante crescita. Il successo di ognuna di queste iniziative, d’altronde, è emerso ed esploso grazie all’eco che le informazioni pubblicate in quelle sedi hanno avuto in altre sedi, blog dei membri in primis. Ora è forse venuto il momento di trarre qualche lezione da quanto visto in questo lustro di reti sociali, in termini di design, ergonomia e gestione delle piattaforme e di interazione delle stesse con il resto dell’universo Web: ecco sfornato un bel decalogo, visto che questo tipo di liste piace tanto agli utenti italiani.

  1. Lasciate etichettare correttamente le relazioni tra membri

    Se c’è un problema reale in LinkedIn, consiste nel fatto che tutte le relazioni hanno uguale valore. Se c’è qualcosa che fa star male in MySpace, è che la stragrande maggioranza dei “friends” sono contatti fittizi gestiti da soggetti non meglio identificati o comunque del tutto lontani dal membro in questione. Al contrario, su Flickr, è possibile strutturare il livello di profondità del rapporto in termini più precisi, distinguendo tra “contatto”, “amico”, “familiare”; su aNobii, è possibile tracciare i propri “amici”, ma anche sottoscrivere gli aggiornamenti di sconosciuti dai gusti interessanti, etichettandoli come “vicini”. Nel medio termine, la possibilità di etichettare correttamente le relazioni sarà un asset per le piattaforme che hanno gestito meglio questo aspetto (es. i diritti di accesso alle informazioni differenziati su Flickr).

  2. Non costruite piattaforme troppo rigide

    L’angoscia implicita nel gestire il proprio profilo su Facebook, deriva dal fatto che la piattaforma lega indissolubilmente la partecipazione ad un network con il possesso di un indirizzo e-mail. Assodato che non potrete mai più entrare tra gli alumni del vostro Ateneo a causa della mancanza di un indirizzo e-mail del relativo dominio, vi verrà voglia di cercare di far parte almeno del network dell’azienda attuale. Nel caso in cui l’azienda in questione non sia già tracciata, dovrete inviare richiesta formale a Facebook per avviare il relativo network. Alla fine, aderirete sconsolati solo al vostro network nazionale, che di per sé è del tutto inutile (qual è il senso di affermare la propria partecipazione ad un network “Italy”?). Gli utenti, alla lunga, si stancano delle rigidità, specie di quelle che non favoriscono l’integrità collettiva dei dati, ma sembrano pure perversioni dei designer; preferiscono piuttosto la folle anarchia delle pagine di MySpace, tutte diverse l’una dall’altra e tutte totalmente destrutturate (alla faccia dell’accessibilità).

  3. Permettete di condividere i contenuti sui siti di proprietà dei membri

    Ora ci sembra una lezione banale, ma è grazie a questo aspetto che le piattaforme di condivisione di contenuti multimediali sono cresciute ed hanno raggiunto quotazioni incredibili. YouTube è stata la prima a capire questo nuovo paradigma: a costo di sacrificare un po’ di banda in più, è riuscita a piazzare milioni di box col proprio marchio in blog e siti di varia natura. Degli spazi multimediali, in cui proiettare il video richiesto dall’utente e poi suggerire altri contenuti interessanti, pubblicità ed informazioni in continua evoluzione: altro che AdSense, questo sì che può diventare il mezzo pubblicitario del futuro di Google. Nel loro piccolo, anche Flickr ed aNobii stanno creando utili agganci nelle pagine dei propri membri: non male, in un mondo in cui la credibilità viene misurata in termini di link.

  4. Scegliete correttamente il vostro target

    Dev’essere facile, fare il country manager di Studylounge, rispetto a svolgere lo stesso ruolo in Facebook. Nel primo caso la missione del tuo portale è chiara ed i membri si iscrivono con obiettivi precisi. Nel secondo sei ancora alla ricerca di un’identità (già, anche Facebook era nato per tracciare le care vecchie informazioni universitarie) ed invidi un po’ il tuo alter ego in LinkedIn che gestisce una comunità di milioni di membri esclusivamente dediti a mappare le proprie relazioni professionali. Poi guardi verso il tuo collega di MySpace e ti domandi dove voglia arrivare: OK inseguire i ragazzini, ma si sa che sono soggetti volubili e l’evoluzione di Orkut insegna. E le comunità di professionisti saranno anche un target interessante, ma ormai sono un po’ troppe (ed i membri si annoiano a mappare ogni volta gli stessi contatti).

  5. Individuate il vostro mercato geografico

    Orkut è un caso di studio anche per quanto riguarda l’evoluzione geografica delle piattaforme dedite al social networking. Si tratta, infatti, di un network ormai popolato quasi esclusivamente da brasiliani: i naviganti del resto del mondo si sono iscritti nel 2004 e poi se ne sono dimenticati. In Brasile, invece, la piattaforma evolve ed accumula credibilità per varie applicazioni, dal dating alla condivisione di contenuti multimediali. Una storia strana, rispetto alle altre piattaforme, solitamente nate negli Stati Uniti e poi evolutesi in maniera uniforme in tutto il Mondo, con rilasci progressivi della propria infrastruttura nella lingua del Paese di volta in volta target. Se avete sogni di gloria, seguite questa strategia; altrimenti, create la vostra bella piattaforma nazionale e concentratevi sul diventare leader in questo mercato ristretto, nella vostra nicchia di riferimento.

  6. Spingete sull’integrazione con altre piattaforme, preservando le vostre peculiarità

    Il concetto di mash-up è alla radice di tutti i fenomeni etichettati come Web 2.0 e dei social network in particolare. Riuscire ad integrare servizi infrastrutturali di rete (es. le applicazioni geografiche di Google) con i contenuti dei propri membri, ma anche con i servizi della concorrenza, riesce a regalare all’utente una sensazione di maggiore affidabilità e completezza. Facebook ha puntato tutto su questo: con l’ambizione di diventare il “sistema operativo” comune e trasversale alle altre piattaforme dedicate al social networking, ha sviluppato e permesso di sviluppare gadget, tools e widget che, attingendo dalle fonti più svariate, permettono di mappare efficientemente il proprio profilo e le proprie relazioni. Peccato che, in questo senso, Facebook ha perso ogni peculiarità rispetto ai concorrenti; meglio piattaforme come aNobii che offrono informazioni in più (i libri preferiti ed i desideri d’acquisto) rispetto al solito profilo individuale, integrando eventuali informazioni provenienti dall’esterno (Amazon, ad esempio, in questo caso) in maniera seamless.

  7. Effettuate investimenti adeguati

    Sequoia Capital potrà anche continuare ad investire su LinkedIn (e su altre piattaforme di social networking) milioni di dollari, ma questo farà solo sorgere il dubbio che le nostre piattaforme preferite siano ancora bimbi incapaci di camminare con le proprie gambe. Il problema è che mantenere piattaforme così radicate a livello mondiale costa. E non poco. Basti pensare ai social network basati sulla condivisione di materiale multimediale: lo spazio per storare centinaia di migliaia di video, le infrastrutture per erogarli e la banda per distribuirli sono investimenti non banali. E se finito lo startup avete eternamente bisogno di venture capital, vuol dire che il vostro modello di business ha ancora qualche problema…

  8. Permettete livelli di aggregazione diversi tra i membri

    Il successo dei forum di Flickr ha dimostrato la positività di un modello che, accanto alle sottoscrizioni individuali, permette anche l’aggregazione di gruppi spontanei ed ai gruppi stessi propone strumenti per favorire la condivisione delle proprie passioni. Facebook permette la creazione di gruppi più o meno destrutturati, accanto agli ufficialissimi network, offrendo strumenti di collaborazione diversi. LinkedIn permette di mettere delle simpatiche etichette sui propri profili che rappresentino l’appartenenza a Gruppi ma, di fatto, non offre particolare supporto a queste comunità. In fin dei conti, il caro vecchio forum sembra ancora lo strumento più adeguato a supportare gruppi e sub-network: l’importante è che sia ben integrato nella piattaforma.

  9. Supportate i vostri Clienti (o Fornitori)

    Sarà anche divertente leggere i profili dei vostri membri o scorrerne il video, ma ricordate che, li intendiate come clienti o come fornitori, dovete essere pronti a supportarli nella loro attività quotidiana. Le piattaforme di social networking, sino ad ora, hanno mostrato zero supporto: qualche form per richiedere assistenza, qualche e-mail automatica di ritorno, poi niente più. Unica eccezione positiva, aNobii: complice probabilmente la sua dimensione ancora ridotta, questa piattaforma non solo raccoglie il feedback degli utenti su ogni item (per la serie “migliorate le informazioni insieme a noi”), ma gestisce rapidamente anche le richieste di censimento di nuove opere e soprattutto risponde con serietà a chi segnala bug, risolvendoli quasi in real time. Gli altri, purtroppo, sono molto ma molto più indietro.

  10. Facilitate la comunicazione tra i membri

    L’aspetto positivo delle regole iniziali di LinkedIn consisteva nella protezione dallo spam: la richiesta di essere riconosciuti come contatto di un membro già iscritto doveva necessariamente passare per la conoscenza del suo indirizzo e-mail, la possibilità di ricevere un messaggio era legata alla presenza di conoscenze intermedie in comune. L’aspetto negativo di queste regole era l’irraggiungibilità di contatti persi da tempo, tipico output positivo di questo tipo di piattaforme. Ora il modello di LinkedIn è decisamente cambiato: basta dichiarare di essere un ex-collega di un altro membro, per inoltrargli richiesta di connessione. Questo però ha fatto scemare l’importanza degli altri strumenti di contatto, compreso il contatto tra membri mediati da una conoscenza comune. Una vicenda che simboleggia il comportamento di molte altre piattaforme: pongono regole rigide iniziali e poi le allentano nel tempo. Attenzione, però, a bilanciare quotidianamente vincoli sciocchi e protezione dallo spam.

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