novembre 2009

29 novembre 2009

La fine ingloriosa della coda lunga

Visto che in Rete tutto si muove per simpatie/affetti/innamoramenti, persino quando si parla di economia/marketing/trend di mercato, non è difficile ricordare le migliaia di messaggi eccitati a proposito di Chris Anderson e della sua coda lunga. Lettori o meno di The Long Tail, tutti ci sentivamo in diritto di esprimere il nostro parere su un’idea rivoluzionaria: che sarebbero stati i micro-gusti, le decisioni individuali, le tendenze sotterranee e non più le imposizioni dall’alto a guidare le evoluzioni dei principali settori economici, industria culturale in primis.

Mentre ci imbottivamo di gadget tecnologici uguali per tutti (leggi iPod) e rendevamo di massa anche quelli nati come “di élite” (leggi iPhone), dichiaravamo che li avremmo riempiti di materiali sonori di gusto sopraffino e peculiare, finendo poi per saturarli di hit estive e tormentoni della pubblicità. Lo stesso fenomeno poi visto anche in termini di libri e film: leggermente più guidati dal passaparola i primi, totalmente guidati dai gusti di massa i secondi. Qualche piccola stellina in ambito editoriale, le solite stellone in ambito cinematografico.

Negli scorsi giorni, The Economist ha evidenziato che il re è nudo. Con un dossier equilibrato e non gridato, ha rilevato il successo del vampiresco New Moon e ha ipotizzato un probabile successo di Avatar, a confermare la rinascita dei grandi blockbuster rispetto al previsto boom delle produzioni alternative. I numeri riportati dal giornale sono impressionati e dovrebbero far fischiare le orecchie a Chris Anderson che, nel frattempo, fa finta di aver parlato sempre e solo di “altro”, concentrando la sua attenzione sul mercato delle news.

Può essere che il destino florido della coda lunga sia stato limitato dai limiti cognitivi dell’uomo, più propenso a seguire il gregge piuttosto che individuare nicchie appassionanti. Il problema è che le evoluzioni del mercato per inseguirla hanno esiti imprevedibili: ad esempio, si lancia il digitale terrestre per aumentare il numero di canali a disposizione dell’utente, poi li si nasconde ancora di più di come avveniva sulle frequenze analogiche. Abbiamo inseguito il mito del meglio per ognuno, siamo finiti sotto il giogo del meno peggio per tutti.

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22 novembre 2009

Innovare in Europa, innovare in Italia

Desta una certa curiosità il dossier di Punto Informatico dedicato all’Innovation Day SMAU ed ai relativi vincitori. Si tratta di testimonianze che restituiscono un’idea un po’ diversa da quello che è il comune sentire sulla possibilità di innovare in Italia ed in generale in Europa. Rispetto al pessimismo cosmico che pervade chi affronta queste tematiche sul tram andando frustrato al lavoro, si intravvede un minimo di speranza sulla possibilità di fare impresa e di farla in maniera il più possibile innovativa, aggredendo mercati internazionali per fare economie di scala, ancora prima di provare a lanciarsi nel giardinetto sotto casa.

Se c’è una cosa che emerge dalle testimonianze, come prevedibile, è la difficoltà di trovare fondi freschi che permettano magari non lo sviluppo delle attività, ma quantomeno la fase di startup. Su questo, la sensazione è che il circuito del credito tradizionale faccia fatica a star dietro le iniziative realmente innovative: se hai bisogno di metter su una startup hi-tech e l’unica cosa che puoi dare in garanzia è l’appartamento in periferia dei tuoi genitori, difficilmente otterrai il credito necessario anche solo per avviare le attività. E questo vale per la stragrande maggioranza delle Banche Retail europee: ormai di Istituti mono-nazione ne esistono pochi.

L’azienda che ha vinto il mini-premio (appena 10.000 Euro) esiste in realtà dal 2005; ha ormai superato la soglia critica dell’avvio dell’attività e piano piano sta sviluppando un portafoglio di prodotti con gradi diversi di innovazione. Le altre sono ancora in fase di lancio e in qualche modo risentono di modelli di business ancora troppo uguali a quelli che ormai hanno fallito dieci anni fa: il freemium supportato dall’advertising continua ad illudere troppi, anche perché l’unico catalizzatore di fondi continua ad essere il sistema AdWords/AdSense di Google. Il che è un vincolo pesante, per una qualsivoglia startup, specie se europea.

L’altro aspetto che non viene fuori dal dossier, ma che emerge con forza dalle testimonianze dei giovani imprenditori che appaiono in Rete e probabilmente vessa quotidianamente molti di noi nella nostra attività professionale in settori innovativi, è che tutti gli stati europei (ed in questo l’Italia non è un’eccezione vistosa) sono letteralmente prigionieri delle proprie regole e queste, inevitabilmente, fermano l’avvio di progetti imprenditoriali, specie di quelli più innovativi. Questo fa ancora più paura della mancanza di fondi.

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15 novembre 2009

Quaranta anni di Internet

Nell’autunno del 1969 l’agenzia governativa statunitense ARPA (poi conosciuta come DARPA, in un eterno altalenare tra i due nomi) diede l’avvio a quella che sarebbe stata la più importante invenzione della seconda metà del ventesimo secolo: erano i primi passi di Internet, substrato indispensabile delle nostre vite contemporanee e tecnologia abilitante per tutte le invenzioni di rilievo successive. Nemmeno la peggiore delle distopie riuscirebbe ad immaginare un mondo diverso da quello odierno, senza la Rete e le sue ricadute profonde su ogni tecnologia di comunicazione, su ogni contesto sociale che abbia superato la soglia della civiltà.

Qualche anno fa si plaudiva, giustamente, a Tim Berners Lee ed al suo World Wide Web; oggi, con l’evolversi di nuovi protocolli e nuovi contesti d’uso, ci si rende conto di come Internet stia evolvendo molto oltre il concetto di pagina Web, di sito da navigare per cercare informazioni. Dobbiamo esultare per la capacità di rigenerarsi ed evolvere, di riscoprire quotidianamente gli strumenti di base ricombinandoli in nuove possibilità di interazione e comunicazione. Persino la posta elettronica sta conoscendo una nuova giovinezza, spesso nascosta sotto le spoglie di messaggi di servizio, a supporto delle applicazioni che girano su BlackBerry e similari.

La grande svolta di Internet è probabilmente avvenuta nell’ultimo lustro, quando i relativi protocolli e linguaggi hanno iniziato ad ibridarsi in maniera complessa con i linguaggi di programmazione “vecchio stile”. Molte persone hanno iniziato ad utilizzare il browser come strumento principale di lavoro senza nemmeno rendersene conto, accedendo ad applicazioni remote le cui interfacce e modalità di funzionamento si sono fatte ogni giorno più vicine a quelle del Web. Negli ambienti iniziali la Rete è diventata la metafora e il background in cui mischiare operatività quotidiana, comunicazioni top-down e primi accenni di flussi informativi tra colleghi.

Oggi possiamo goderci lo slideshow del Guardian che narra la storia di Internet, sorridendo su piccoli fallimenti e grandi successi delle tecnologie che si sono alternate sui nostri schermi nel corso di questi 40 anni. Ci sono sfide importanti ancora da giocare, come le decisioni globali sulla Net Neutrality o l’indipendenza della Rete da censori pubblici poco illuminati. Ciò che conta è che continuerà ad accompagnarci nella vita quotidiana e lo farà sempre più in maniera nascosta: il che è un bene, perché solo quando si capirà che la connettività è un’utility primaria al pari della corrente elettrica o dell’acqua potabile, il tutto potrà librarsi libero da vincoli.

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8 novembre 2009

Amazon Kindle, Google Wave e le mode degli early adopters

Nonostante il suo costo ancora piuttosto elevato rispetto ai comparables, ormai l’iPhone di Apple è un prodotto di massa. Raggiunta una penetrazione quasi totale sui geeks, ha velocemente conquistato vip e persone in cerca di visibilità, poi ha saltato lo squalo ed è diventato diffuso anche tra i meno affini al marchio Apple. La stessa strada che, qualche anno prima, aveva seguito l’iPod.

La carovana degli early adopters, perciò, si è spostata altrove. L’attenzione è caduta sul Kindle di Amazon, ora acquistabile dall’Italia. Look vagamente simile ai prodotti Apple e sedici fantastiche tonalità di grigio con le quali visualizzare giornali e libri. Anche stavolta a molti è tornato in mente l’iPod prima versione, anch’esso con lo schermo piccolo e brutto, ma con una qualità del suono eccelsa.

Tutti a comprare il Kindle, compresi coloro che non aprivano un libro da anni, istruzioni dell’iPhone escluse. Tutti a magnificare le magnifiche sorti e progressive di un oggetto che di eccelso ha poco e riesce a rendere desiderabile persino un quotidiano gratuito da prendere in metropolitana: sicuramente più maneggevole e chiaro nella lettura. Tutti a domandarsi come hanno fatto a vivere senza.

Il dollaro debole, probabilmente, ha convinto molti a buttarsi nell’avventura. L’altro fattore scatenante, quello del voler essere alla moda prima degli altri, forse deriva anche dalla delusione collettiva per Google Wave, piattaforma tanto attesa quanto incomprensibile: meglio buttarsi su qualcosa di fisico (che si mostra meglio) e abbordabile (si può anche far finta di leggere libri in lingua originale).

Chi si è incaponito su Google Wave, d’altra parte, non ha avuto grande appeal nemmeno presso i geek più duri: le onde pubbliche più grandi in lingua italiana raccolgono al massimo qualche decina di utenti, facce note sui social network che fanno capolino nella lista ma poi non rilasciano nemmeno un commento o un voto. Anche perché magari non hanno ancora nemmeno capito come si faccia.

Tra Amazon Kindle e Google Wave, dunque, per ora vince il primo. Sarà per molto un gadget di nicchia, perché per comprarlo bisognerà azzardarsi nel mondo dell’e-commerce (cosa che purtroppo terrorizza ancora molti) e per utilizzarlo si dovrà addirittura tornare a leggere (cosa che fanno in pochi). Riguardo al secondo, per ora è una bella promessa mantenuta troppo in fretta per essere bella fino in fondo.

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1 novembre 2009

Solitudine dei potenti e linciaggio morale

Non si parlava tanto di transessuali in Italia da circa quattro anni, quando molti ne scoprivano il fascino in seguito alla vicenda Lapo Elkann. Il tema aveva poi fatto capolino associato ad un’edizione del Grande Fratello e proprio questa trasmissione, in questi giorni, lo sta ritirando fuori per esibire una nuova attrazione del circo. Quasi a volerla presentare come una situazione più “originale” del solito, stavolta è il turno di una donna diventata uomo.

Il tema transessualità, più che per il programma televisivo, rimarrà attaccato a questo autunno 2009 per merito/colpa della vicenda di Piero Marrazzo, sorpreso in atteggiamenti casalinghi con una transessuale di origini brasiliane. Una storia difficile da comprendere sino in fondo, che forse solo in queste ore sta venendo fuori in maniera un po’ più chiara, grazie alle testimonianze dei vicini di casa di Natalì, in Via Gradoli.

Emerge infatti una storia simile a quella di molti altri amanti, di qualsiasi genere, razza e religione: un marito infedele che tradisce la moglie invaghendosi di una più giovane. Storia squallida quotidiana, ma non sufficiente a giustificare il vero e proprio linciaggio mediatico cui l’ex presentatore televisivo è stato sottoposto nell’ultima settimana. Una pioggia continua di insulti, attacchi e richieste di dimissioni, mal gestita da Marrazzo.

La linea comune dei media è stata “Marrazzo si deve dimettere perché è risultato ricattabile da Carabinieri corrotti”. La linea reale professata (con ampie dosi di ignavia) da molti connazionali è stata “Marrazzo si deve dimettere perché va a trans”. Molti hanno pensato la seconda ed hanno adottato in pubblico la prima, magari non riuscendo poi a sostenerla nel dibattito e lasciando trapelare le vere motivazioni della sfiducia al politico.

Fa male, tutta la vicenda, perché come al solito viene fuori l’Italia razzista ed omofobica, che perdona i mariti fedifraghi ma non quelli che fanno emergere pulsioni sessuali “diverse” da quelle più comuni. Piero Marrazzo è finito nel frullatore come un Sircana qualsiasi, senza le giustificazioni del tipo “colpo di testa” o “debolezza temporanea” che solitamente si leggono in casi analoghi, quando dall’altra parte c’è una donna.

La storia di un potente che si sente solo e cerca compagnia in luoghi diversi da quelli della quotidianità è una vicenda che si ripeterà ancora negli anni. Ciò che si può auspicare è che si smetta di guardare male chi ha preferenze diverse dalle proprie, nascondendo il proprio linciaggio morale sotto la scusa dei pericoli della ricattabilità del politico di turno: siamo dei tremendi bigotti e pretendiamo anche di fare bella figura in pubblico.

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