aprile 2011

26 aprile 2011

Frequenze da riorganizzare urgentemente

Gli amici che vivono in alcune zone dell'Emilia Romagna per anni hanno visto il TG regionale del Veneto, a causa della configurazione del ripetitore sul Monte Venda (in provincia di Padova). Per molto tempo è stato detto loro che l'arrivo del digitale terrestre avrebbe risolto il problema; così non è stato e per mesi il TG dell'Emilia Romagna è stata ancora un'utopia.

Il caso è diventato rapidamente il più citato da chi ha criticato le modalità di passaggio al digitale terrestre, sottolineando come raramente abbia risolto i problemi pregressi e al contrario ne abbia introdotti di nuovi. Così tutto il mercato ha guardato con curiosità alla notizia di qualche giorno fa relativa agli interventi di miglioramento della situazione emiliano-romagnola.

L'attesa degli specialisti è ovviamente che aspetti contingenti di questo tipo vengano rapidamente risolti e il più volte annunciato anticipo dello switch-off nelle numerose regioni mancanti possa accelerare la liberazione delle frequenze da tempo destinate, almeno nelle dichiarazioni governative, al potenziamento della banda larga offerta dalle compagnie telefoniche mobile.

Sono in ballo gare da miliardi di Euro, contributi di risarcimento per operatori minori, piani di investimento pluriennali sia nel mondo televisivo che in quello delle telecomunicazioni: i palinsesti "digitali" iniziano ad avere un certo successo, ma è necessaria la copertura nazionale per renderli competitivi; sull'altro fronte, le reti LTE scalpitano per diventare realtà in Europa.

Ci saranno sicuramente delle vittime di questa evoluzione nello spettro dell'etere, ma è urgente che questa fase di incertezza termini al più presto. Qualcuno si lamenta delle frequenze tolte alle radio DAB, qualcuno ha paura che sparisca qualche TV locale: l'unica certezza è che solo a valle della redistribuzione delle frequenze almeno gli utenti saranno soddisfatti.

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18 aprile 2011

Che fare dei commenti?

Qualche anno fa su queste pagine si commentava la scelta di Wittgenstein di non permettere i commenti come modo di risparmiare tempo rispetto a contributi non sempre rilevanti. Poi Luca Sofri ha cambiato policy e nelle scorse settimane ha “festeggiato” un anno di commenti sul blog, pur con molta perplessità (e tanti commenti, per l’occasione).

Rimane la sensazione di un lavoro immane di moderazione di fronte a un chiacchiericcio di livello inferiore rispetto alla qualità dei post e a rischi non calcolabili a priori come quelli derivanti da commenti ingiuriosi verso terzi o con contenuto illegale. Se il tenutario del blog è un privato, per di più personaggio noto e impegnato, il mix funziona sempre meno.

Ci sono poi i commenti, sempre più frequenti, postati sui social network: magari il tenutario preferisce interagire con i propri amici via Facebook o FriendFeed piuttosto che con sconosciuti di passaggio sul blog. Anche qui su .commEurope ci sono post che periodicamente riprendono vita con commenti di cui non si vede davvero il valore aggiunto.

Quando recentemente il mondo dei community manager si è agitato per la scelta del Boston Globe di dare in outsourcing la moderazione dei commenti, l’attenzione è andata soprattutto alle regole date al fornitore più che al fatto che il lavoro stesso fosse diventato abnorme per i professionisti del giornale. E una testata non può non moderarli.

Più cresce la penetrazione del Web nel mass market, più i commentatori si sentono in dovere di frequentare i blog più noti e ancor più le pagine dei media; proprio questa crescita esponenziale impedisce la formazione di qualsivoglia senso di community, rendendo implicitamente ancora più povero e poco coeso il chiacchiericcio medio.

Più del classico lavoro di moderazione, i community manager dovranno inventare modi per canalizzare e far crescere un senso di appartenenza che vada oltre il “diamo contro a tutti i costi” tipico delle righe che possiamo leggere sotto qualsiasi articolo con commenti aperti. Altrimenti, non servirà più questa figura professionale, basterà un robot.

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11 aprile 2011

C’è private label e private label

Ripensando ad appena una quindicina di anni fa, molti di noi ricorderebbero una distanza enorme nei confronti delle private label. I prodotti stavano lì con i loro marchi fantasiosi e i loro package simili ai prodotti leader di ogni categoria, con prezzi stracciati e tanta voglia di richiamare nei supermercati i consumatori che negli anni precedenti erano scappati verso i discount.

Negli anni tutti avremo provato uno, dieci, cinquanta prodotti “private”. Magari perché mancava la marca di fiducia, magari per le promozioni, magari (ed è qui la vera novità) perché su quella referenza era esattamente la migliore disponibile sul mercato. Un cambio culturale significativo, spesso derivato dalla qualità dei produttori “celati” dietro le marche dei retailer.

La grande svolta sul mercato italiano è probabilmente stata merito di Coop, che nell’ultimo decennio ha superato la logica della private label low cost a tutti i costi proponendo linee di qualità, con particolare attenzione a prodotti ecologici, biologici, specializzati per l’infanzia. Difficile dimenticare le discussioni infinite in Rete sul nuovo packaging, decisamente elegante.

Oggi ad esempio a Conad o Carrefour: la pasta Rummo travestita da pasta della prima catena o la pasta Garofalo della seconda sono prodotti di buona qualità per uso quotidiano, più dei marchi standard. Alcune linee come Terre d’Italia o a Sapori e dintorni hanno posizionamenti di eccellenza, con pricing adeguati alla qualità, garantita da piccoli produttori sul territorio.

Nel nostro Paese iniziative come Marca a Bologna creano cultura e diffondono il business model. In Gran Bretagna ormai gli acquisti di questo tipo di prodotti cubano oltre il 40% delle spese, da noi siamo intorno al 15%: la maggior parte della nostra spesa probabilmente continua ad essere fatta di prodotti di marca, ma piano piano le private label cresceranno, molto.

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4 aprile 2011

Prezzemolo Cortellesi

In questi giorni Paola Cortellesi è in tour in radio e televisioni per promuovere il suo quarto film in meno di quattro mesi (da Maschi contro femmine a fine ottobre 2010 al C’è chi dice no di questi giorni, passando per Femmine contro maschi e Nessuno mi può giudicare, usciti nelle ultime settimane); appena qualche giorno fa era sui giornali a commentare la chiusura della prima edizione da co-conduttrice di Zelig.

Una maratona di sovraesposizione cui in realtà l’attrice non è nuova: negli scorsi anni spesso si dedicava a comparsate televisive mentre era nei teatri, registrava spot per l’acqua minerale e partecipava a fiction di successo. I suoi fans negli anni hanno imparato a etichettarla come artista polivalente, gli spettatori più critici hanno iniziato a obiettare che il troppo stroppia, specie quando i personaggi sono gli stessi ormai da anni.

Qualche mese fa Paolo Cortellesi era stata al centro di un’ampia polemica sui suoi significativi compensi per la co-conduzione dell’ultima serie di Zelig; la sua reazione da maestrina-prima-della-classe era stata del tipo “se me li danno vuol dire che li valgo”. Gli ascolti positivi della trasmissione di Canale 5 le hanno dato probabilmente ragione, sebbene guardando gli spezzoni su YouTube non appaiono passaggi indimenticabili.

Complimenti alla (ex) comica, che è sulle scene nazionali da meno di 15 anni ma ha già segnato una traccia importante. Così giovane e promettente, potrà farci ancora emozionare per molti anni; speriamo però che impari a centellinare le sue apparizioni, se non altro perché tenta che ti ritenta (e in campi così diversi), il rischio-fiasco è sempre dietro l’angolo. L’insuccesso di Non perdiamoci di vista non le ha insegnato nulla?

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