aprile 2012

24 aprile 2012

La maledizione del jingle Wind

Della schizofrenia della comunicazione pubblicitaria del Gruppo Wind si è già scritto un paio di anni fa e le cose sono tutt’altro che migliorate: è cambiato l’azionista di riferimento, ma accanto ai filoni Fiorello & soci vs. Panariello e Incontrada vs. comunicazione istituzionale-emozionale, si è progressivamente affermato quello di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Gli spot del trio sono tutti un po’ uguali: una scena slapstick con effetti speciali e una canzone di sottofondo, trasmessa sulle principali reti televisive; poi tante versioni ridotte dello stesso spot, con la stessa canzone, ripetute all’infinito, ovunque. È così che le canzoni e gli spot diventano indissolubili, persino per coloro di noi che non guardano la TV. Arriva comunque.

L’effetto è devastante. Era successo l’anno scorso con Back It Up di Caro Emerald, canzone nata semi-clandestina, promossa a brano cool dai canali musicali specializzati, sbracata come colonna sonora dello spot di Aldo Giovanni e Giacomo (e pare anche delle danze delle veline a Striscia la notizia). Sta succedendo in queste settimane col nuovo singolo dei Planet Funk.

Probabilmente gli artisti sono contenti, è comunque un modo per ottenere visibilità. Succede anche con altre aziende: qualcuno dice che il vero successo di Lady Gaga in Italia è nato con gli spot Tim, i più curiosi hanno imparato a conoscere The Asteroid Galaxy Tour con lo spot dell’Heineken lo scorso anno così come scovavano gruppi rock nei ’90 con Levi’s.

Eppure l’effetto degli spot Wind è diverso da tutti gli altri. Non si capisce perché, ma ogni canzone che transita sotto le scenette di Aldo, Giovanni e Giacomo diventa antipatica per molti, clienti e non. Sarà per come vengono tagliati i brani, sarà per l’associazione con il contenuto delle scene, sarà per le ripetizioni infinite. Artisti scappate se Wind vuole “utilizzarvi”.

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14 aprile 2012

Basta con la Search Engine Optimization

Persino Google si è auto-“multata” qualche mese fa per un’infelice campagna di ottimizzazione dei risultati del proprio motore di ricerca relativamente al proprio browser, Google Chrome. Come un’azienda qualsiasi, prima ha negato, poi ha buttato la colpa su un’agenzia esterna.

Di “investimenti” scorretti ce ne sono sempre tanti, troppi. In tutto il mondo non mancano piccoli professionsiti e grandi società che raccontano ancora alle aziende clienti quanto sia necessario “per farsi trovare” il baillame di link disseminati in giro, di ritocchi ai metatag e cavolate varie.

Dopo gli anni di entusiasmo collettivo, in questi ultimi tempi si parla spesso di morte della Search Engine Optimization. I professionisti la negano, dicendo che non bastano Google Instant o Google Panda o altre innovazioni del principale motore di ricerca per smettere di ottimizzare.

Chi sul Web ci lavora quotidianamente e non ha interessi in ambito SEO, sa ormai bene che l’unico fattore importante per tutti i motori di ricerca, compreso Google, è la qualità dei contenuti. La difficoltà, semmai, è che ormai privati e aziende li disseminano “in giro” più che sul proprio sito.

Quindi massimo rispetto per i professionisti che accompagnano chi vuole comunicare in Rete a gestire questi contenuti in maniera efficace. Però smettiamola di parlare nel 2012 solo di Search Engine Optimization, oggi suona come una presa in giro o una stregoneria poco credibile.

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4 aprile 2012

Chissà quali sono i veri ascolti televisivi

Sarebbe bello che, utilizzando i social network, dedicati come Miso o generalisti come i più grandi, gli spettatori di tutto il mondo potessero segnalare in primis l’ascolto di una trasmissione televisiva, poi eventualmente anche il proprio livello di gradimento. E invece no. In tutti i Paesi, industrializzati e non, l’audience viene ancora misurata con metodi arcaici.

Un tempo i vincoli erano soprattutto tecnologici, basti pensare ai “diari” della Nielsen Company a cavallo della II° guerra mondiale; poi diventarono soprattutto economici, visto che installazione, rotazione e monitoraggio dei meters installati nelle case ed elaborazione della mole di dati raccolti sono attività costose e quindi necessariamente limitate nel campione.

È così ancora oggi l’Auditel di turno in ogni Paese sforna dati su panel limitatissimi che però diventano il principale mezzo decisionale del management di ogni network televisivo. In qualsiasi altra industry un simile meccanismo verrebbe deriso: i dati di vendita sono diretti e rilevati in tempo reale, quando mancano le indagini di mercato sono molto più precise.

Il meccanismo funziona probabilmente sui grandi ascolti, quelli che si potrebbero quasi definire a priori: eventi sportivi di livello internazionale, da show musicali, qualche fiction dal budget importante. Ma è poco credibile in un mondo in cui l’ascolto si frammenta tra canali super-specializzati, in time shift, fruiti via TV ma anche via PC, tablet, smartphone.

Le nicchie culturali di élite si compattano solo su eventi catalizzatori, ma per definizione seguiranno sempre più percorsi molto specializzati, che un campione di poche migliaia di famiglie, specie in Paesi geograficamente disomogenei come la Francia o l’Italia, non riuscirà mai a catturare. La bufala diventerà sempre più evidente e non basterà qualche piccola multa.

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