aprile 2013

30 aprile 2013

Qual è il futuro di MTV Italia?

Alcuni dei più noti programmi in onda nel 2013 su MTV ItaliaDopo anni effervescenti, il valzer intorno a Telecom Italia Media sembra essere arrivato alla fine: nelle scorse ore Umberto Cairo ha tranquillizzato gli azionisti sull’imminente finalizzazione dell’acquisizione di La7 grazie al via libera dell’Antitrust. Anche i più sospettosi dovrebbero essersi l’anima in pace sull’effettiva svolta dopo mesi di trattative. Rimane però in pancia alla società la partecipazione del 51% di MTV Italia, la joint venture con MTV Networks Europe che gestisce l’omonima rete e una serie di canali secondari in ambito musicale e kids. E allora ecco il via a una nuova girandola di voci, finalizzate forse a convincere Viacom ad andare oltre il suo 49% acquisendone la totalità.

La più forte è stata la dichiarazione del presidente di Telecom Italia Media, Severino Salvemini, a margine dell’assemblea degli azionisti: riferendosi in particolare a MTV, ha detto che, per renderla più attraente verso nuovi soci, «La tv verrà asciugata nella parte musicale e verrà resa più generalista». I fan hanno tremato: ancora meno musica di così? Di fatto non passano più videoclip sul canale 8 del digitale terrestre: tante produzioni originali come Ginnaste, Mario, La prova dell’otto, Calciatori; tanti programmi terribili importati dagli Stati Uniti, come Jersey Shore o i vari drammi sulle adolescenti incinta; un po’ di serie di culto come Scrubs, New Girl, Modern Family. Ma niente musica.

La direttrice Antonella di Lazzaro difende da tempo la sua impostazione sempre più generalista, facendosi scudo di programmi come Il testimone che obiettivamente in anni poveri di creatività come questi costituiscono prodotti televisivi di qualità e impegno civile. Ciò non toglie però che MTV abbia completamente smarrito la sua vocazione originale, lasciando spazio aperto a possibili concorrenti che, nello spezzatino dei nuovi canali digitali/satellitari potrebbero recuperare le nicchie tempo per tempo abbandonate. La despecializzazione potrebbe anche piacere a Viacom, che ha lasciato per strada la musica anche in altri Paesi; ma gli spettatori giovani cambiano rapidamente gusti e se il nuovo proprietario statunitense toglierà dal palinsesto anche le chicche di produzione italiana, chi rimarrà a guardare MTV?

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20 aprile 2013

Il punto più basso della comunicazione politica

Silvio Berlusconi festeggia la rielezione di Giorgio Napolitano come Presidente della RepubblicaLa foto di Silvio Berlusconi che plaude raggiante alla riconferma di Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica ruota vorticosamente sui social network da qualche ora, come una sorta di clava agitata contro i grandi elettori di PD, PDL, Lega Nord e Scelta Civica che dopo aver intrallazzato per un po’ di giorni non sono riusciti a far altro che chiedere a un vecchietto volenteroso di continuare a fare da paciere.

Queste giornate hanno rappresentato il punto più basso della comunicazione politica (e probabilmente in generale uno dei più bassi della politica italiana) della storia repubblicana, mostrando l’incapacità di tutte le forze politiche di interpretare e tradurre in azione concreta i desiderata degli elettori. Né SEL, che pure è rimasta coerente nel corso degli scrutini, né il Movimento 5 Stelle sono riusciti a salvarsi dal naufragio collettivo.

Si sono alternati sulla scena capi-partiti, capi-corrente, capi-di-non-si-capisce-cosa a lanciare messaggi incrociati, ultimatum, dichiarazioni ai giornalisti; contenuti e pensieri postati da cittadini e politici sui social network sono stati frullati, sovra-interpretati e mischiati con gli spunti delle agenzie per riempire le ore di diretta di programmi come quelli de La7, con Enrico Mentana in video per decine di ore, come conduttore od opinionista.

In questo delirio i leader, soprattutto quelli del Partito Democratico, hanno fallito miseramente nel comunicare razionali e motivazioni nobili (si spera) delle proprie scelte, auto-condannandosi a posizioni di debolezza che nell’immediato si sono tradotte in imbarazzanti sedute monopolizzate da franchi tiratori e nel medio termine nel sicuro insuccesso alle prossime elezioni. Non esisterà campagna elettorale che potrà rimediarvi.

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10 aprile 2013

Time Warner cambia ancora pelle

Time Warner cede Time. La notizia è decisamente più rilevante di quando il conglomerato perse per strada il prefisso AOL, che era stato apposto a inizio millennio a seguito di una strana (se vista con gli occhi di oggi) operazione finanziaria in cui teoricamente era stata proprio America On Line, con una capitalizzazione drogata dalla dot-com bubble, a comprare Time Warner.

Time da un lato e Warner dall’altro erano e sono marchi storici dei media internazionali e la fusione con AOL non ha mai creato le sinergie sperate; la verità è che nell’ultimo decennio la progressiva erosione del business editoriale tradizionale è stata combattuta investendo più sulla TV che sulla Rete. Ora è appunto giunto il momento di tagliare definitivamente il “ramo secco” cartaceo.

Addio a riviste come Time, Life o Sports Illustrated, dopo che negli anni nel gruppo erano transitati marchi importanti come MTV, Atari, Hanna-Barbera e tutto il mondo Warner Music Group, che ormai da tempo al di là del nome non è più parte di Time Warner. Rimane qualche dubbio sul destino di attività come DC Comics, che seppur nate su carta hanno potenzialità “cross-mediali”.

Gli impatti saranno visibili in tutto il mondo, visto che Time Warner negli ultimi anni si sta giocando la leadership con Walt Disney Company, a sua volta negli ultimi anni protagonista di significative operazioni di M&A. Ma sono soprattutto gli effetti sui gruppi europei quelli che osserveremo con più attenzione: arriverà il giorno in cui L’Espresso o RCS venderanno le attività tradizionali?

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