ottobre 2013

31 ottobre 2013

Dammi il tuo nome

Quando lo scorso anno Starbucks aveva iniziato a regalare bicchieri di latte macchiato in cui il nome della catena era sostituito con quello dell’acquirente, il debranding sembrava ancora una cosa innovativa. D’altra parte la medusa è ormai un simbolo talmente riconosciuto e riconoscibile che la manovra ricordava un po’ l’adozione della M dorata come logo unico di McDonald’s, senza scritte superflue.

Proprio la catena di fast food in estate aveva estremizzato la propria distintività lanciando in Francia una campagna in cui TBWA puntava tutto sulla riconoscibilità di un Big Mac o di un Sundae: in fin dei conti se riusciamo a riconciliare le immagini pubblicitarie perfette di questi prodotti con i loro sciupati alter ego reali, vuol dire che i prototipi ce li abbiamo bene impressi in mente. Comunque erano avvisaglie.

Il debranding ha fatto un salto epocale con la campagna Coca Cola che un po’ in tutto il mondo ha visto sostituire il logotipo su lattine e bottigliette con i nomi delle persone con cui la bevanda veniva condivisa. Un’idea che ha letteralmente invaso il Web, ma soprattutto ha avuto un riscontro universale nella vita quotidiana, tra clienti di tutte le età e le estrazioni sociali, anche negli eventi sul territorio.

Poi sono iniziate le imitazioni. La più clamorosa è stata quella di Nutella, che con una versione un po’ cheap (etichette da appiccicare su barattoli standard, pacchetti dono inviati a blogger e altre amenità da manuale) ha cercato di riprodurre il successo dell’iniziativa globale della bibita gasata, suscitando tanti “tu quoque” e sbadigli tra gli utenti italiani, che solo in parte hanno aderito all’iniziativa.

Non è difficile immaginare che ci saranno altri emuli, anche se ormai il giochino del nome è stato abusato. Rimangono invece grandi potenzialità sul debranding, in un mondo in cui i brand “pesanti” hanno sì fatto storia, ma rischiano ora di diventare pesanti. Una mela morsicata o uno swoosh sono ormai simboli più che riconoscibili, sarà curioso vedere se scompariranno anche essi dai relativi prodotti.

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13 ottobre 2013

Ma il flat design è usabile?

In tempi non sospetti ci si domandava se lo scheumorfismo di Apple non avesse preso una deriva eccessiva e se il design Metro (poi Modern) di Microsoft non fosse più “contemporaneo” rispetto a quello della concorrenza. Meno di un anno e mezzo dopo la risposta del mercato è chiara: da un lato iOs è il trionfo del flat design, dall’altro la nuova interfaccia Microsoft stenta a decollare, soprattutto sui PC tradizionali.

Fa sorridere che oggi gli Apple-maniacs esaltino strumenti già in uso da anni in ambiente Android (es. il pannello di setup rapido delle impostazioni), dall’altro un design che sembra ben più che “ispirato” a Windows. In generale è un bene per il mercato, visto che c’è un allineamento verso l’alto in cui le varie piattaforme Mobile ora giocano su un livello di maggiore pulizia e usabilità. Anche se qualche dubbio c’è.

È evidente che questo stile di design sia quello che sta contraddistinguendo questo decennio, ma a volte si ha la sensazione che con l’acqua sporca delle ridondanti interfacce pseudo-3D degli scorsi lustri si sia buttato anche il bambino della chiarezza delle interfacce. E forse sì, i ragazzini oggi sentono come “naturali” le interfacce flat, ma il confronto con le piattaforme precedenti fa storcere il muso agli adulti.

Il problema non riguarda solo iOs: l’ultimo update grafico dell’application store Google Play è elegante e pulito, ma ha perso per strada diverse feature e a volte non è facile capire cosa/dove si deve cliccare. Su Windows 8 gli utenti tornano alla vecchia interfaccia, che comunque già in Windows 7 aveva raggiunto un buon equilibrio grafico tra bordi alleggeriti e supporti chiari all’interazione utente.

L’ultima rivoluzione in casa Apple è già oggetto di studio in ambito innovazione e non è difficile immaginare che tutti gli sviluppatori nel giro di pochi mesi si sarà adattato al nuovo stile. La curiosità sta nello scoprire quando lo faranno gli utenti, specie quelli più tradizionalisti che, in un mondo in cui l’età media si allunga vistosamente, devono essere il target ideale da coccolare nei prossimi anni.

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