maggio 2015

31 maggio 2015

Aspettando le future generazioni di Apple Watch

La recensione dell’Apple Watch su Wired.it è simpatica come spesso accade con gli articoli di Gianluca Neri, che sa alternare temi seri e scanzonati per poi mischiarli all’uopo. Restituisce l’idea di un prodotto che sarà l’ennesimo successo Apple, pur evidenziando qualche neo di gioventù. D’altronde se si confrontasse il primo iPhone e gli ultimi partoriti, si farebbe fatica a credere si tratti dello stesso prodotto.

Apple fa crescere davvero bene le sue creature, o almeno quelle in cui crede davvero. Se si scorresse il listone dei fallimenti di Apple, sarebbe facile accorgersi che le motivazioni sono quasi tutte riconducibili a due categorie: prodotti arrivati troppo presto sul mercato (Newton è senza dubbio il caso più noto) oppure tentativi di inseguire aree già presidiate, ma con i classici prezzi “premium” della casa della mela.

Presto l’Apple Watch verrà venduto nella quasi totalità dei paesi europei e già si parla di prenotazioni eccedenti la capacità di produzione; ma sarà questa prima edizione lo stesso shock culturale e tecnologico che erano stati iPod e iPhone rispetto ai terminali che li avevano preceduti? La situazione è forse più simile al lancio dell’iPad: si va a incidere su un mercato affollato pur “alleggerendo” il concept rispetto agli altri.

Ironia della sorte, il principale killer degli orologi da polso è stato proprio l’iPhone, che insieme ai miliardi di smartphone successivi distribuiti nel mondo ci ha fatto perdere l’abitudine di guardare l’ora alzando il braccio. Ora proprio Apple dovrà ridare forza a quel gesto, arricchendolo di nuove opportunità di utilizzo: in fin dei conti non si è sempre visto in tutti i film di fantascienza qualcuno parlare col proprio polso?

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15 maggio 2015

Noooo, logo!

Ogni tanto spunta un articolo come quello di Mental Floss che passano in rassegna casi emblematici di loghi infelici, spesso ri-edizioni di quelli usati per anni da brand di prestigio, amati da tutti e probabilmente proprio per questo ampiamente criticati nel momento del cambiamento.

In questi casi a volte il cambio è dovuto, magari perché il logo storico è relativo a un’azienda oggetto di M&A e si vuole opportuno dare visibilità al nuovo assetto; in altri è voluto dal management per “svecchiare” l’immagine del prodotto o dell’azienda, magari nell’ambito di una nuova brand image.

Ci sono un paio di casi italiani in cui il cambiamento è stato (all’apparenza) così limitato da aver creato malumori tra gli azionisti per il budget di revisione: il passaggio da bpu><Banca, ad esempio, ma soprattutto quello di Alitalia, che passò a una versione inclinata del lettering.

In queste settimane proprio la (ex) compagnia di bandiera è alle prese con una revisione della propria immagine: ci è stato promesso un nuovo logotipo ma anche qualche intervento più radicale sul modo di comunicare dell’azienda, che per fortuna non è dovuta passare da una tragedia à la Germanwings.

Aspettiamo incuriositi, sperando che i manager internazionali che la guidano siano un po’ più illuminati dei “padri” dei drammatici cambi di logo visti negli ultimi anni. In ogni caso poi li giudicheremo a valle per la capacità di innovare radicalmente il business, che è molto più importante del resto.

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