30 novembre 2015

Carne rossa e catene bio

Quanto può far male a un’industria un avviso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità? Nel caso della carne cancerogena: un decremento a due cifre per wurstel e carne in scatola, quasi del 7% per la carne rossa fresca. Un giro di affari di milioni di Euro sfumato in pochi giorni.

Ma è davvero una novità? Sul serio sino ad ora tutti avevano ignorato le decine di studi sull’argomento? C’era bisogno di questo nuovo studio per mettere in relazione su vasta scala carni processate e tumore al colon? Ora siamo tutti certi e non ne mangeremo più, mano sul cuore?

Certo che no. Alla fine passata la buriana gli onnivori torneranno a ingozzarsi di salumi e i vegani saranno ulteriormente convinti delle proprie posizioni. Si stanno costruendo veri e propri muri tra fazioni, con atteggiamenti irragionevoli su entrambi i fronti, altro che scienza.

La grande distribuzione più smart sta provando a lanciare nuove catene come Bio C’ Bon e Piacere Terra, che fanno sicuramente gola ai puristi ma cercano di costruire ponti anche verso chi sino ad ora era vissuto nella campana del “va-tutto-bene-basta-mangiare-un-po’-di-tutto”.

Il punto socialmente delicato è che queste catene sono sempre “premium”, anche se non come la madre NaturaSì, nota da sempre per i suoi prezzi poco popolari; esattamente come carissima è la carne rossa di alta qualità, forse più sicura dal punto di vista alimentare.

Nel mezzo un sacco di poveri cristi che mangiano wurstel perché costano poco, molto meno delle verdure bio; là non c’è studio scientifico che tenga, perché l’unico driver di scelta è il prezzo. Altro che Eataly, sono i discount quelli che non vedono un momento di crisi.

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