Financial Services

Commenti sull’evoluzione degli attori dei servizi finanziari

11 giugno 2006

Il World Retail Banking Report 2006 arriva in Italia

Verrà presentato a Roma il prossimo 19 giugno il World Retail Banking Report 2006, lo studio sul mondo bancario B2C annualmente curato da Capgemini, ING ed European Financial Management & Marketing Association. Si tratta di un’iniziativa interessante che, al di là dei fini meramente promozionali dei redattori, offre agli operatori finanziari di tutto il Mondo un’occasione di confronto sull’evoluzione dei principali temi commerciali nei vari mercati mondiali.

Basterebbe leggere la conclusione del rapporto per avere un’idea dei principali risultati; tuttavia, gli insight migliori possono derivare dai dati grezzi da un lato e dalle pagine di approfondimento sull’evoluzione della multicanalità dall’altro. Soprattutto quest’ultima sezione è quella che evidenzia i trend più comuni a tutte le aree mondiali: le banche attendono sensibili incrementi nelle vendite sui canali diretti e spostano perciò il lavoro delle filiali verso un approccio più destinato alla relazione col Cliente.

Nulla di nuovo sotto il sole, a dire il vero, se non il fatto che dalle parole degli scorsi lustri si è passati ai fatti: le interviste ai top manager interessati alla multicanalità suggeriscono qualcosa che va oltre l’incremento dal 2% del 2000 al 17% previsto per il 2010 nelle vendite pure (non pre-sales o marketing) via Web. Emerge l’attesa che, sempre nel 2010, di fatto filiali, ATM e Web offriranno lo stesso bouquet di servizi, con evidenti profili reddituali diversi: chissà che finalmente non si smetta di considerare l’ATM come il viatico alla migrazione sul Web.

Per il resto, colpiscono soprattutto gli andamenti dei prezzi: un cliente attivo paga mediamente 76 Euro all’anno per servizi bancari di base, cifra lontana sia dai ben più alti prezzi delle filiali italiane, ma notevolmente superiore ai costi di un cliente europeo del tutto “virutalizzato”. Ciò che viene premiato dalle Banche è in realtà la quantità di servizi utilizzati più che il modo di farlo: il rapporto di 4,6 ad 1 dei costi dei prezzi tra clienti molto attivi e scarsamente attivi è sensibile e difficilmente suscettibile di cambiamenti nel medio termine.

Per gli aficionados del settore, per i markettari o anche semplicemente per i Clienti finali, il rapporto merita una lettura. Se si vuole regalare i propri dati a CapGemini, è sufficiente iscriversi qui per il download. Altrimenti, basta andare su Google e scoprire il link diretto da CapGemini Belgio.

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26 maggio 2006

Capitalia, cambia tutto (per ora sulla carta)

Termina domani l’operazione “Cambia Tutto” lanciata da Capitalia qualche settimana fa attraverso un massiccio mailing: sembra siano state prodotte 2 milioni di copie dello pseudo – giornalino da distribuire nelle cassette postali dei residenti nelle vicinanze delle filiali interessate dal programma innovativo “Delta 2″. Di fatto, oltre ad un foglio A2 piegato in quadricromia, il vero interesse del plico plastificato è il foglio contenente i 2 coupon relativi al Concorso “Cambia tutto” ed alla Carta Capitalia Click E.

Nel primo caso, l’idea è abbastanza tradizionale: un coupon da compilare con i propri dati anagrafici (o stampare dalla Rete) e da portare in filiale per partecipare all’estrazione di una quindicina di viaggi verso le coste di Valencia, città ospite dell’America’s Cup. Nel secondo, il prodotto offerto è decisamente interessante: una carta del circuito elettronico di Mastercard, ricaricabile, offerta gratuitamente per 3 anni. Buone anche le condizioni economiche: due Euro per i servizi in filiale, un Euro per quelli sui canali diretti (ATM in primis).

Tutto oro che luccica? Quasi, visto che il passaggio dai piani di marketing romani all’applicazione pratica è decisamente meno brillante: l’esperimento di un viaggio in una delle principali filiali di Banca di Roma a Milano, aperta al sabato mattina, diventa un calvario. Se il sito recita:

«E per averla non occorre neanche aprire un conto corrente!
E il sabato straordinarie offerte in promozione anche per i nuovi clienti!»,

ovviamente la prima cosa di cui si viene informati è “che sarebbe meglio aprire un conto corrente” per avere la carta da non cliente, altro che promozioni esclusive. Visto che non basta essere clienti Fineco per essere ritenuti cliente Capitalia, prima tocca l’interminabile censimento (solo a patto di avere la tessera plastificata del codice fiscale, tra l’altro), poi l’inevitabile notizia: la procedura di emissione delle carte è giù e nessuno sembra avere molta voglia di contattare l’help desk centrale. Il coupon per Valencia, poi, è qualcosa di completamente sconosciuto: cos’è e che fine deve fare?

È necessario tornare in settimana ed affidarsi a nuove persone: la carta viene emessa con un foglio sintetico di 5 pagine (!) che presenta simpatici asterischi: ad esempio, che fino a data da destinarsi il prelievo gratuito è possibile solo presso la Banca emittente e non da tutti gli ATM Capitalia. D’altra parte, la carta scade tra poco più di due anni e non tra tre come si potrebbe immaginare in base alla promozione: fa parte dello stock che la filiale ha ricevuto lo scorso autunno, quindi la decorrenza parte da allora e non dalla consegna al Cliente. Ironia della sorte, la carta è in realtà emessa da Fineco Bank e collocato dalla Banche rete.

In passato su queste pagine si era plaudito al coraggio di alcune scelte di marketing di Capitalia: giudizio positivo confermato nelle intenzioni, ma tanta perplessità sulla declinazione nella realtà periferica della Banca (filiali popolate da giovani impiegati mentalmente rimasti nel Medioevo) od in quella organizzativa centrale (possibile che non si siano ancora uniformati i sistemi sottesi agli ATM?). Speriamo che le tante voci sul destino societario di Capitalia non condizionino le scelte dei piani alti in merito all’avvio di nuovi programmi come Delta 2: cambiare l’approccio al Cliente non solo è opportuno, è anche necessario.

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23 gennaio 2006

Qui BPU porta le Popolari nel futuro

Il nuovo logo di Qui BPUDopo mesi di notizie non troppo positive dall’Italia delle Banche Popolari, finalmente possiamo sorridere per una bella notizia: è on line Qui BPU, l’home banking del Gruppo BPU che prende il posto del triste mondo Lineattiva, il vecchio sistema di servizi multicanale che la Banca Popolare di Bergamo ha progressivamente imposto a tutte le banche entrate nel Gruppo negli ultimi anni. Il passo in avanti è notevole: si passa da un insieme di siti vistosamente antiquato ad un sistema multicanale che vive nei vari tentacoli delle Banche coinvolte.

Per il più filiale-centrico dei gruppi bancari italiani, in effetti, è un ottimo passo in avanti: Qui BPU si declina sul Web, nei call center e sui cellulari. Le notizie che lo riguardano campeggiano negli ATM e nelle filiali di tutte le Banche è possibile sottoscrivere pacchetti Duetto che comprendono l’accesso gratuito a questi servizi. Il servizio, vista la sua natura poliedrica, è sulla strada giusta per essere il primo mattoncino per quel processo di convergenza delle Banche rete del Gruppo di cui molti consumatori sentono l’esigenza: ormai siamo abituati a grandi conglomerati come UniCredit ed Intesa ed il modello poli-banca di SanPaolo o Capitalia non convince del tutto.

Vedremo dunque cosa ci riserverà Qui BPU nei prossimi mesi: di lavoro da fare sembra essercene ancora, da parte di tutti gli attori sul mercato, per uniformare i sistemi italiani di home banking a quelli europei. Persino Fineco ha bisogno di una bella ripulita: l’enorme proliferare di servizi l’ha ormai reso un groviglio di link più che un portale transazionale. Qui BPU nasce molto più snello, ma ha delle spalle solide: sarà interessante monitorarne la crescita nel tempo, sui vari canali. La grande sfida, probabilmente, sarà mantenere vivo l’interesse degli utenti con proposte sempre nuove, ma in maniera ordinata (e razionale), riuscendo davvero a fare apprezzare i tanti pregi dell’approccio multicanale.

Appuntamento, quindi, alla maturità di questo prodotto, appena nato e già forte delle centinaia di migliaia di clienti ereditati dalle varie Banche rete, che vanno dal sud di Carime all’est di BPA, dalla provincia di Popolare di Todi alla metropoli di Commercio & Industria. Speriamo che questo appuntamento col futuro rechi qualcosa di radicalmente innovativo, che diventi un benchmark per tutto il mercato. Nel frattempo, superando la tradizionale pacatezza, chissà che le banche del Gruppo non prendano una decisione forte e univoca che superi gli egoismi locali: c’è bisogno di essere abbastanza alti, in un mondo di giganti.

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31 dicembre 2005

Considerazioni di fine 2005

Come già avvenuto lo scorso anno, è il momento di tirare i fili di quanto avvenuto nel 2005 e di abbandonarsi a vaghe previsioni sull’anno incipiente. Obiettivamente, Capodanno è il momento dei bilanci e delle previsioni: per fortuna, quest’anno non ci sono fenomeni impressionanti in corso come lo Tsunami di fine 2005 a sfalsare auguri e riflessioni. I mezzi di comunicazione fanno a gara a fare rassegne dei “grandi avvenimenti” visti in questi mesi, ma hanno scarsa preveggenza sul futuro.

L’occhio al passato porta senza dubbio a Roma: la grande scoperta del 2005 è stato vedere quanto anche nella secolarizzata Europa la morte di un Pontefice sia l’Evento per eccellenza, quello che non lascia indifferente nessuno e trascina con sé tutti gli altri, concerti o eventi sportivi essi siano. La Chiesa Cattolica ha colto al balzo la palla dell’emotività collettiva dei suoi seguaci per proporre una rifocalizzazione sui core values del suo mondo, imponendo un nuovo leader che, pur peccando in termini di carisma, ha il potere di saper comunicare con precisione ai suoi adepti. Si aspettano le prossime mosse…

Da un punto di vista strettamente aziendale, la previsione sui successi di Trenitalia e keyword advertising si è in grande parte avverata: la Rete ha visto progressivamente affermarsi il suo potere commerciale, sebbene in molti Stati di Europa la diffidenza dell’utente medio sia ancora troppo alta. La consapevolezza collettiva delle potenzialità del mezzo è comunque cresciuta: ad esempio, l’atavica diffidenza per le transazioni con carta di credito via Web è stata superata da italiani e non attraverso espedienti artigianali come le ricariche delle carte di credito ricaricabili dei venditori all’asta.

Gran parte del successo di PostePay e prodotti simili deriva proprio da questo alto livello di fiducia nel mezzo frammisto ai bassi costi commissionali, imparagonabili a quelli di servizi più tradizionali come il bonifico bancario. Appare una lezione per i product manager di tutto il Mondo: attenzione all’uso che i clienti fanno dei vostri prodotti. In questo caso, Poste Italiane si sfrega le mani e PayPal piange: in altri, l’abbiamo visto nel 2005, aziende e clienti possono avere interessi troppo divergenti per consentire un sereno confronto. Alcuni settori, come appunto quello bancario, dovranno imparare nel 2006 ad assecondare maggiormente i desiderata dei propri clienti: il caso Genius One insegna che ormai siano finiti i tempi delle vacche grasse.

Il miglior articolo su Rete e dintorni visto nel 2005 è stato quello di Shirky sulle ontologie: in tempi di acquisti milionari di siti e sitarelli che hanno visto nel “Web 2.0″ il nuovo campo di battaglia commerciale ed a causa della perdurante assenza di business model sensati, sarà importante tenerlo a mente alle prossime notizie sulle mosse di Yahoo! e Google. Il più grande augurio per il 2006, d’altra parte, riguarda proprio questo tema: che i prossimi mesi non presentino una versione rivista (e poco corretta) di quanto avvenuto poco meno di 10 anni prima, che non si crei una nuova bolla speculativa. Il Web non è più un germoglio come allora: è una piantina che ha messo radici. Speriamo non si abbassi terribilmente la temperatura.

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27 novembre 2005

Politiche di marketing e macroeconomia in pillole

C’è qualcosa di estremamente positivo nel pagare qualsiasi cosa con la carta di credito: a parte il non utilizzare i sudici contanti (che ormai molti usano solo saltuarimente per caricare la chiavetta dei distributori automatici), l’idea che la spesa in corso verrà addebitata non prima del decimo (o del 15°, o anche solo del 1°) giorno del mese successivo mette un po’ tutti nella condizione di immaginare qualsivoglia miracolo che, nelle settimane successive, stravolgerà (in positivo) il cash flow familiare. I markettari conoscono il brivido del plastic money e fioriscono ovunque offerte di carte di credito.

Il credito al consumo esalta ancor più l’aspetto favolistico promettendo che, solitamente a tasso zero, l’ultimo ritrovato dell’elettronica sarà nelle proprie mani entro pochi secondi, ma che il relativo costo verrà sostenuto in tante piccole rate da lì all’eternità. Le carte di credito revolving dovrebbero unire i due profili del furbo acquirente ed a ben vedere le offerte di carte di credito fanno parte di questo redditizio (per gli issuer) segmento: tuttavia, dal lato del consumatore, ci si accorge i tassi proibitivi fanno diventare le piccole rate progressivamente sempre più grosse e soprattutto, a mente fredda, il bene è costato notevolmente di più di un acquisto a saldo al giorno zero.

Questi pensieri affolleranno le menti di quelli italiani che devolveranno al saldo di tutte queste piccole e grandi rate, fino a quel primordiale acquisto d’impulso maledetto ogni giorno meglio conosciuto come mutuo, gran parte delle proprie tredicesime. L’altra parte di italiani, quella che vive di contratti a progetto e collaborazioni saltuarie, la tredicesima non sa nemmeno cosa sia: si accontenta di non consumare e basta. Anzi, per sicurezza, rimane a casa della mamma.

Lo dice anche l’articolo dell’Economist che in questi giorni ha scaldato il dibattito pubblico: un quadro assolutamente lucido che, contrariamente a quanto sostengono i politici italiani, contiene solo dati realisticamente corretti. C’è poco da essere entusiasti: dopo le crisi di inizio anni Novanta, quelle del decennio successivo ci fanno riflettere sul fatto che l’entusiasmo generalizzato della seconda metà degli anni Novanta era più un modo di auto-convincersi che l’economia potesse magicamente ripartire da sola, piuttosto che un vero momento di floridità.

Allo stesso modo, le strategie di marketing del futuro prossimo dovranno maggiormente tenere conto di questa sorta di indici di fiducia dei consumatori impliciti: per quanto ci si possa dedicare a nicchie redditizie, difficilmente si riuscirà a sfondare in mercati come quello italiano in cui persino la domanda di beni primari è fiacca. Tutti si domandano quale possa essere The Next Thing, il prossimo volano dell’economia mondiale: quella europea e quella italiana seguiranno come al solito a ruota. Sperando che arrivi presto.

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2 ottobre 2005

Comunicare la sicurezza: difficoltà e prospettive delle Banche on line

Sabato scorso, nei saloni del WebDays, delle professionali bancarie del SanPaolo cercavano di illustrare al pubblico presente (età variabile dai 20 agli 80 anni) i vantaggi dell’Internet banking all’italiana: bonifici a costo ridotto rispetto alla filiale, accessiblità al saldo 24*7, possibilità di ricaricare il cellulare e pagare le bollette postali degli enti e delle società convenzionati. Il pubblico come al solito era diviso tra banconlinescettici e banconlinentusiasti: peccato che, rispetto agli altri incontri in cui venivano esaltate le virtù del Web 2.0, in questo prevalevano i primi.Insospettabilmente, la gente più giovane presente in sala aveva un solo chiodo fisso: non il prezzo dei servizi sbandierato dalle signorine, ma la sicurezza. Quali informazioni in tempo reale, quale Phone banking: l’unico tormentone che permeava la sala era una richiesta forte, pressante, di sicurezza. Con caratteri ovviamente populistici e poco tecnici, il pubblico si riempiva la bocca di termini magari sentiti solo una volta ed usati a sproposito (“hacker” è il più noto, si sa) al fine di placare le proprie ansie.Il rapporto degli Italiani con la propria Banca, d’altronde, è tipicamente conflittuale. Rispetto al resto degli Europei, la diffidenza è padrona assoluta: le comunicazioni in arrivo dalla Banca sono solitamente astruse ed incomprensibili, le richieste di contatto nei salottini dei Gestori vengono intese esclusivamente come occasioni di vendita del prodotto da spingere al momento. Nulla da aggiungere alla percezione che i bancari hanno della Rete: la campagna di IngDirect con l’impiegato che disegnava la zucca di nascosto al Cliente coglieva a pieno nel segno.

Nel deserto della comunicazione bancaria, giunge così come acqua preziosa l’aggiornamento di DigitalFinance, la ricerca che CommStrategy (in collaborazione con Nielsen NetRatings) pubblica periodicamente al fine di confrontare il mercato bancario europeo della Multicanalità con i desiderata dei Clienti. Una lettura che i manager bancari dovrebbero leggere con attenzione e soprattutto assiduità nelle sue evoluzioni: riesce a fotografare con precisione qual è il loro posizionamento di mercato più dei loro stessi uffici marketing.

Di insight la ricerca ne offre tanti, sottolineando la micro-dimensione del canale Web per le Banche italiane, se paragonata a quelle del resto d’Europa. I manager bancari che hanno commentato la ricerca sembrano preoccuparsene poco: spicca la voce di Edoardo Giorgietti di Fineco, che sostiene di sentire la sua banca nata on line sempre più come concorrente di quelle tradizionali, quindi con ampi margini di crescita. Osservazione giusta, ma fa raggelare quella successiva: “bisogna smettere di pensare che i costi di una banca on line debbano essere necessariamente inferiori a quelli delle banche tradizionali”.

Ci risiamo: il mercato chiede sicurezza, le ricerche di mercato spiegano ai manager cosa fare, i manager pensano ad altro. Continuano a giocare con le uniche variabili che conoscono, il prezzo e l’advertising, addirittura rischiando di perdere quel target originario che aveva fatto la fortuna delle banche on line, i Clienti delusi del caro-banca. Poco redditizi, evidentemente, da meritare di essere ascoltati: ma se spariscono loro e non ne arrivano di nuovi a causa delle paure sulla sicurezza, con cosa cresceranno le Banche italiane in Rete?

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29 luglio 2005

La compromessa immagine della Banda d’Italia

Chissà perché a molti italiani Fazio piaceva e magari continua a piacere, nonostante la gestione allegra della Banca d’Italia in questi anni. A dire di Alberto Statera, ben 4 milioni di persone l’avrebbero votato qualora si fosse buttato in politica. Prospettiva inquietante, per un personaggio dal fare un po’ viscido che però ha sempre lavato la sua immagine spacciandosi per devoto.Le ormai note intercettazioni telefoniche distruggono non solo l’immagine del Governatore e non solo quella dell’Istituzione. Già negli scorsi mesi, il comportamento sopra le righe aveva creato molta diffidenza in tutta l’Europa: a questo punto, tutti i brutti presentimenti di olandesi e spagnoli (ma anche del resto dei professionisti della finanza europea) trovano riscontro nella realtà di un personaggio che ha cercato di difendere più che l’italianità del sistema bancario (già di per sé un valore non troppo nobile) gli interessi della sua Banda.

“Tonino” ed i suoi uomini di fiducia fanno rimpiangere i Governatori del passato: non tanto i simil - Baffi & Carli che di fatto negli anni Ottanta diedero luce agli scandali antenati di quelli odierni, quanto quelli che, un secolo fa, gestivano l’Istituto con fare magari disinvolto, ma con una chiara idea di bene pubblico in mente. L’immagine dell’Italia bancaria non è mai stata troppo positiva, ma non per questo tutta la colpa era la loro: in un Paese in cui manca del tutto l’idea della public company, difficilmente il sistema finanziario può garantire il giusto equilibrio del mercato.

Nel 2005 verrebbe voglia di mandare Fazio, i suoi scugnizzi ed i suoi amici banchieri / bancari a qualche corso di formazione in più: rovinare definitivamente l’immagine già abbastanza compromessa del sistema economico italiano è stato un passo falso micidiale. Gli italiani saranno pizza, mandolino, anema e core: ma in fin dei conti sono generalmente più onesti di come vengono considerati a livello internazionale. Certo, comunicare l’onestà di una classe dirigente in questo modo non è stato un grande affare.

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26 giugno 2005

Troppa fiducia verso le e-mail o verso le Banche?

Da tempo immemore le Banche si pongono come interlocutore privilegiato per le esigenze di tutela (del patrimonio, del futuro proprio e della famiglia, degli affari, etc.) di individui ed aziende: la comunicazione a volte eccessivamente fredda (non è un caso che si ricorra oggi a “Più Susanna, meno Banca” e similari) è stata spesso intesa come garanzia di “freddezza professionale”, di capacità di astrarsi dalle contingenze per poter svolgere meglio il proprio compito.

Agli estremi, questo approccio di “terza parte fidata” (traduzione alla meno peggio dall’inglese) è stata la motivazione per cui, ad esempio, in molti paesi Europei (Italia in primis) gli Istituti Bancari sono stati incaricati di garantire i flussi di comunicazione tramite firma digitale, potendo svolgere un ruolo “istituzionale” ma al tempo stesso “indipendente” in situazioni quali le controversie tra pubblico e privato.

C’è poco da meravigliarsi, dunque, che una persona apra un’e-mail inviata da un indirizzo riconducibile alla propria Banca: proprio perché magari rarissima, potrebbe essere una comunicazione interessante o importante. Tuttavia, quando si leggono messaggi del genere:

«Siamo spiacenti di annunciare che negli ultimi giorni hackers hanno trasmesso fraudolenti e-mail chiedono le parole di accesso dei nostri clienti. D’ora in poi una nuova misura di sicurezza sarà attivata. Tutti i clienti sono sospesi. Per riattivare il vostro cliente dovete seguire il collegamento e fornirci nuove informazioni di sicurezza per verifica soltanto»

forse dovrebbe sorgere qualche dubbio sulla legittimità della provenienza e della destinazione linkata, per quanto il messaggio ed il sito possano presentare template riconducibili alla grafica ufficiale dell’Istituto.

Una cosa è essere vittima di un attacco keylogging via trojan: un’altra è convincersi che UniCredit o Banca Intesa possano scrivere messaggi in lingua straniera e poi tradurli con il traduttore automatico… Più che mala o buona fede, il phishing si basa sulla stupidità di fondo: non si può nemmeno invocare il fattore emozionale, trattandosi di comunicazioni commerciali da parte di Banche!

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27 febbraio 2005

Le acrobazie dell’istituzionalità policentrica

Il nuovo logo CapitaliaIn occasione della presentazione dei risultati 2004, il Gruppo Capitalia ha presentato alla stampa una “gustosa” anticipazione della nuova corporate image. “Anticipazione” nella misura in cui sul sito istituzionale, sul documento stesso sull’evento ed ovviamente sulle centinaia di filiali e sedi istituzionali delle banche del Gruppo appaiono ancora i segni della vecchia.

Il nuovo logo che accompagna il nuovo lettering della società ha in comune col passato l’amaranto come colore distintivo: per le banche controllate, invece, la scelta è diversa. Recita a tal proposito la “nota stampa” (forse “comunicato” è un termine desueto)…

«Il carattere distintivo delle varie realtà del Gruppo è assegnata al colore. Ogni banca dispone di un proprio cromotipo, in grado di favorirne la riconoscibilità e lo stile: azzurro per Bipop-Carire, blu oltremare per Banca di Roma, arancio per Banco di Sicilia, grigio per Mcc, blu cobalto per Fineco.»

Questo arcobaleno di colori istituzionali, d’altra parte, recupera la peculiarità del Gruppo rispetto ai concorrenti italiani ed europei: UniCredit, ad esempio, ha creato un gruppo bancario molto ampio, con una posizione forte sui mercati centrorientali europei, omogeneizzando più possibile la propria immagine interna sotto un unico logo e diversi tipi di filiale, in base al target di destinazione. In Capitalia, invece, ogni Banca (molto radicata territorialmente) mantiene la propria clientela e la propria immagine presso i consumatori.

Il nuovo logo Capitalia è elegante e sono apprezzabili le motivazioni della spinta al rinnovamento, che ci si può solo augurare non restino parola morta dell’ufficio stampa. Molto meglio, tra l’altro, rispetto all’arcobaleno (quello lo è davvero) di Banca Intesa, che ha distrutto l’immagine delle banche originali e soprattutto della gloriosa Commerciale Italiana, in favore di un logo troppo colorato per comparire nelle austere vie dei centri storici italiani, ma anche sui comunicati ufficiali dell’Azienda.

Resta la curiosità di vedere come la nuova corporate image di Capitalia verrà declinata nella vita quotidiana. Spariranno le mega insegne luminose che, ad esempio, riproducono il logotipo attuale di Banca di Roma su molti palazzi della Capitale? Verranno sostituite dalle nuove? Da quelle di Capitalia o da quelle della Banca originale? E le vetrofanie delle filiali, appena rinnovate col vecchio logo Capitalia, verranno ri – sostituite tutte? Le società “strumentali” del Gruppo (Capitalia Service, Capitalia Informatica, Roma Leasing, etc.), avranno anch’esse un nuovo logo coordinato? Appariranno in Rete i loro siti ufficiali? L’immagine di Fineco Group, che è quotata in Borsa ed è abbastanza indipendente rispetto alla Capogruppo, risentirà molto di questa evoluzione?

Aspettiamo fiduciosi: soprattutto rispetto alla lunga fase di M&A che ha contraddistinto il mondo bancario europeo, è sempre affascinante vedere un’immagine aziendale mutare nel tempo. A quando il rinnovamento dell’immagine Telecom Italia, ad esempio, che utilizza ancora il vecchissimo logo SIP, nonostante le mille evoluzioni societarie della sua storia recente?

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9 aprile 2004

Furti di carte di credito e furti di identità

Il rapporto Istat citato ieri ci ha raccontato che per il 66,1% delle aziende il principale ostacolo alla vendite on line è la sicurezza dei pagamenti. Il tema, d’altronde, è un classico della Rete europea e non. Probabilmente la modesta diffusione delle carte di credito ed i costi non troppo trasparenti che le banche europee addebitano agli utenti (pensiamo alle spese mensili di estratto conto o al bollo previsto in Italia per importi superiori all’ottantina di Euro) e le “favole” negative che circolano da anni sono ancora una spada di Damocle sullo sviluppo reale del commercio elettronico.

Non che non ci siano problemi veri: oggi Punto informatico ha pubblicato un interessante articolo intitolato Furto d’identità, la Ue segue gli Usa, a proposito delle prospettive di miglioramento della pessima legislazione attuale in tema di identity theft. Un tema che qualche settimana fa aveva fatto scalpore con il caso giapponese Softbank Corp ed i successivi dati diffusi dagli organi di stampa: i dati che vengono sottratti sono quelli anagrafici, ma anche le coordinate bancarie…

Poi c’è il grande mondo delle carte di credito: proprio oggi viene da Reggio Emilia la notizia di una grossa truffa avviata utilizzando numeri di carta di credito non ancora utilizzati. La cosa interessante è che, seguendo i link dell’articolo del Corriere della Sera sull’argomento, si scopre che non è certo la prima volta che avviene. Se nel giugno 2001 una mega-operazione aveva arrestato i 32 responsabili di una truffa lombarda da 5 miliardi di lire, ad inizio marzo 2004 a Verona era stata scoperta l’ideona di un rumeno e dei suoi complici ristoratori.

Attenzione a quest’ultimo particolare: le operazioni citate, sono relative a truffe organizzate e realizzate del tutto off line. L’arguto Raimondo Boggia l’ha detto e scritto più volte: siamo così sicuri quando utilizziamo la carta di credito in giro per il mondo o, addirittura, in un ristorante di Verona o nelle boutique milanesi? Più che durante le transazioni su server sicuri, in cui non c’è traccia di intervento umano? Perché? Riusciremo ad ammettere che le paure sono leggittime, ma devono essere equilibrate?

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