Comunicazione politica
Riti e tempi della comunicazione politica

Riti e tempi della comunicazione politica
Guardate questa tabellina, resa possibile grazie all’interessante Speciale Elezioni 2010 di Repubblica.it…
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Solo tre commenti, perché tanto le immagini dicono quasi tutto:
Il clima politico esacerbato è quello che è, la noia elettorale trionfa come al solito, ma la sensazione è una sola: che tendenzialmente molti candidati alla carica (sulla carta prestigiosa) di Governatore siano stati messi lì come placeholder, marionette che dovranno interpretare le direttive in arrivo da Roma anche sulle materie in cui, teoricamente, dovrebbero essere responsabili a pieno titolo.
Filed under Comunicazione politica by Giuseppe Mazza
Inquietante notare che la campagna elettorale per le Elezioni Regionali 2010 sia iniziata ancora prima della decisione ufficiale relativamente alle date della tornata elettorale. Decine, centinaia, migliaia di manifesti hanno iniziato a tappezzare le nostre città con un fenomeno abbastanza nuovo: auto-candidati che hanno iniziato a proporsi al pubblico con manifesti 6×3 prima ancora di essere stati nominati tali da qualcuno.
Quando nel 2006 si parlava di noiosi mesi politichesi, si sperava in un crescente uso del Web per tagliare proprio questi stupidi costi, utili solo per giustificare crescenti richieste di rimborsi delle spese elettorali, non di certo per convincere i milioni di elettori indecisi. Due anni dopo si sperava nell’emulazione delle campagne Web statunitensi e si finiva per leggere in Rete solo a proposito dei soliti alterchi televisivi tra politici.
Ancora due anni e stavolta non siamo di fronte alle Elezioni Politiche, ma a quelle Regionali. Nel frattempo i blog sono passati di moda ed ora i politici nazionali hanno imparato ad utilizzare Twitter ed altri strumenti di interazione con gli elettori, almeno a livello teorico. I politici locali invece non ne vogliono sapere: dicono di essere parte della società civile e come tali si sentono in dovere di gridare come alla sagra del pollo.
Alcuni Governatori uscenti hanno veramente del coraggio a ripresentarsi, dopo svariati incarichi e magari anche qualche simpatica inchiesta sulle spalle. Altri, decapitati direttamente dai partiti a Roma, piangono miseria e reclamano poltrone ministeriali. Gli outsider sperano di venire eletti cercando di sparigliare, di arrivare al cuore degli elettori presentandosi come vergini della politica, senza macchia e senza macchie.
In ogni caso, la consueta noia è garantita. Nelle ultime settimane, il Premier è sospettosamente calmo e l’opposizione come al solito è non pervenuta. Nessuno ha voglia di colpi di scena ed il dibattito legislativo verte su argomenti di nessun interesse per gli elettori come la riforma della giustizia. Tratteniamo il fiato ed aspettiamo i risultati delle Elezioni: cambierà poco e probabilmente cambierà in peggio.
Filed under Comunicazione politica, User generated contents by Giuseppe Mazza
Capita qualche volta di discutere del declino della sinistra italiana anche fuori dai social network, incontrando dal vivo elettori di differenti vocazione politica e provenienza. Capita così di sentire una, due, tre volte un’idea striscriante, ma diffusa: che il Governo Prodi sia caduto non tanto e non solo per la risicatissima maggioranza in Parlamento, ma anche e soprattutto a causa della “nomina” di Walter Veltroni a candidato Premier in vista di elezioni sulla carta distanti 3-4 anni.
Tornando con la mente a quei mesi convulsi, in effetti, sorge il dubbio che l’ipotesi sia parzialmente verosimile: ancora oggi qualcuno si domanda che urgenza ci fosse nel puntare tanto entusiasmo nelle Primarie dell’autunno 2007. Si doveva eleggere il Segretario di un giovane Partito e si era finiti ad avviare una campagna elettorale per un candidato Premier poi pesantemente battuto quando si è trattato di “fare sul serio”. Sono passati due anni e siamo ancora lì, poco è cambiato.
Per fortuna non c’è il Centrosinistra al Governo, stavolta. Sarà scontato che il Segretario che uscirà oggi dalle Primarie del Partito Democratico si sentirà automaticamente investito del ruolo di candidato Premier, ma almeno stavolta non farà cadere il Governo. Non gli mancherà comunque l’allenamento nella comunicazione elettorale: tutto il 2009 è stato speso per presentarsi agli elettori delle Primarie invece di fare un’attività seria in Parlamento e in sede Europea.
Pochi mesi fa si sperava che la comunicazione politica del Partito Democratico cambiasse radicalmente, che dal fragore di “una consultazione dopo l’altra” si passasse a comunicare agli elettori i risultati dell’opposizione parlamentare. Poco è stato fatto, anzi: si sono bruciati dei profili che pochi mesi fa sembravano interessanti (Franceschini e Serracchiani sono i casi più evidenti) sull’altare di lotte intestine degne dell’operetta più che di uno dei maggiori partiti d’Europa.
Siamo tutti abbastanza stanchi di questo clima elettorale permanente e del fatto che, quando non ci sono elezioni in vista, le si crei in casa, con sperpero di denaro e soprattutto di tempo utile. Quando si ricevono messaggi sui social network da chi invoca le “doparie” (!) come strumento di governo del Paese, viene il mal di mare: si è snaturato lo strumento e l’entusiasmo dell’elezione bottom up dei propri candidati a ruoli di Governo, riducendo le Primarie a giochino annuale su qualsiasi cosa.
Il problema è che il Partito Democratico difficilmente potrebbe decidere qualcosa da solo, nonostante i mille organi oggetto di ilarità da parte di chi è stufo di vedere bizantinismi e lotte di potere. Chiunque sarà il Segretario uscente da questa ennesima consultazione, si spera si concentri sul suo ruolo: razionalizzare e rendere coesa la struttura di un Partito che esiste solo sulla carta e che è un’accozzaglia di correnti nella realtà, puntando su una comunicazione trasparente.
Se e solo quando sarà opportuno, il Segretario potrà diventare il leader di una coalizione elettorale e in qualche modo, in questa bizzarra Repubblica non-presidenziale solo sulla Carta, candidarsi a guidare l’Esecutivo. Nel frattempo, smettiamola con questa campagna elettorale permanente, con gli appelli agli elettori del venerdì e gli scimmiottamenti delle elezioni reali. Che si pensi a compiere gesti concreti e apprezzabili: poi, la comunicazione politica efficace verrà da sola.
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Questa è la storia di un’eroina del Web che, in appena 3 mesi, è passata dall’adorazione totale alla diffidenza completa da parte di chi l’aveva appoggiata e non ha poi condiviso le sue scelte politiche. Si tratta di Debora Serracchiani, che a fine marzo è diventata famosa per aver osato sfidare “dal basso” le gerarchie del Partito Democratico, ad aprile è stata candidata a Strasburgo e a giugno, una volta eletta al Parlamento Europeo, si è ufficialmente schierata con gli attuali vertici del Partito, appoggiando la candidatura di Dario Franceschini a segretario del Partito Democratico.
La storia è fatta con le voci di blogger noti che, progressivamente, hanno dedicato alla parlamentare post di tono e carattere diverso. Non vuole essere esaustiva e probabilmente si potrebbe trovare qualche post che la criticava quando era all’apogeo e la esalta ora che il Web l’ha abbandonata. Qualcuno l’ha accusata di tradimento, altri di incoerenza. Qualunque sia la verità politica della sua scelta, ora Debora Serracchiani è un personaggio pubblico dalla visibilità ampia su tutti i media: in qualche modo, la sua strategia di comunicazione politica (volontaria o involontaria che sia) ha funzionato.
Massimo Moruzzi, 24 marzo 2009
«E questa da dove arriva? – si dice abbia sussurrato Franceschini. Da Udine. Non so se Debora Serracchiani possa essere la Obama italiana o solo un altro Nanni Moretti che ci ricorda di dire qualcosa di sinistra – o anche solo di buonsenso, ma comunque: grazie, Debora!»
«Debora Serracchiani è meritatamente sulla cresta dell’onda da qualche giorno, ormai. A quelli che dicono “vabbè, è stato solo il discorso di un giorno: voglio vedere cosa è capace di fare poi”, bisogna rispondere: “è stata capace di fare quel discorso di un giorno”. Ma l’informazione che volevo aggiungere e che mi pare non sia sufficientemente nota è un’altra. Anche se è vero che non si dovrebbe parlare dell’età di una signora, mi pare giusto smontare i paternalismi di chi la tratta come una ragazzina simpatica, e far presente che ha 38 anni: tanto per mettere qualche ansia a chi non se ne sente impensierito.»
«Debora Serracchiani dimostra 24 anni ma ne ha 38, ed è avvocato del lavoro a Udine. Con un intervento di 12 minuti all’Assemblea dei circoli democratici di Roma, sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, le ha suonate a tutti, mettendo in imbarazzo i notabili del partito e infiammando la cosiddetta base. Il suo video ha invaso il web e Debora è diventata l’eroina della settimana: su Facebook in poche ore sono sorti i seguenti gruppi: «Debora Serracchiani al Parlamento Europeo», «Debora Serracchiani presidente del Consiglio», «Debora Serracchiani leader del Pd», «Debora Serracchiani for President», «Quelli che avrebbero detto le stesse cose che ha detto Debora Serracchiani» e «Debora Serracchiani e quelli come lei». Come ha fatto Debora senza acca a scatenare un tale entusiasmo? Ha solo detto quello che tutti i simpatizzanti del Partito democratico pensano.»
«La candidatura di Debora Serracchiani è una buona cosa: non si può apprezzare che una responsabile del PD dica delle cose convincenti e riscuota grandi consensi tra la “base” e gli elettori, e poi non apprezzare altrettanto che le siano date delle responsabilità e degli spazi e che il suo consenso sia sfruttato (e la sua corsa sarà in salita, comunque). L’unica cosa di cui bisogna essere preoccupati è che la sua candidatura diventi la solitaria foglia di fico che copre altre scelte assai deludenti e lontane dalle annunciate intenzioni di rinnovamento e congruità con il ruolo di deputato europeo.»
Marco Massarotto, 16 maggio 2009
«Debora Serracchiani posta su flickr la sua sidebar di facebook. Thanks for sharing, Debora: ti uso come cavia, a questo punto. Nell’immagine vediamo molti dati significativi, uno in particolare: 2.358 richieste di amicizia inevase. Ora le alternative possono essere:
- Debora Serracchiani trascura facebook e le tantissime richieste si sono accumulate nel tempo.
- Debora Serracchiani NON trascura facebook, ma ha oggettivamente difficoltà a tenere il ritmo con la sua popolarità crescente.»
Alessandro Gilioli, 9 giugno 2009
«Alla dirigenza del Pd evidentemente il caso Serracchiani – 144.558 preferenze – non dice nulla. Pensano di aver fatto bella figura candidandola e mandandola a Strasburgo: ora però ragazzina lasciaci lavorare che dobbiamo scannarci tra Franceschini e Bersani. L’idea di farsi da parte tutti e di lasciare spazio a mille Serracchiani, ai cuori contenti del meno sette per cento non viene neppure in mente.»
«Ho visto e ascoltato gli interventi di Ignazio Marino e di Debora Serracchiani, due persone del PD che mi interessano, delle quali ho una buona opinione, delle quali in tanti dicono un gran bene e per le quali si disegnano magnifiche sorti e progressive. E insomma, non saprei come metterla diversamente: che delusione. Perché qui, noi semplici elettori ci saremmo anche un po’ stancati delle belle enunciazioni di metodo fini a se stesse. Perché è intristente e umiliante ascoltare nove minuti e quaranta secondi di dissertazione il cui punto più alto viene toccato pronunciando l’immortale massima “Io vorrei che da queste riunioni qui venissero fuori anche le proposte”. Non so, forse l’evento di ieri non aveva questo come obiettivo – quello di fare proposte, dico – o forse le proposte le hanno fatte altri e non i due che ho seguito con attenzione. So solo che se io non avessi saputo chi fosse Debora Serracchiani, al termine del suo intervento non lo avrei saputo comunque. E so anche che invece pensavo di sapere chi fosse Debora Serracchiani, e adesso non lo so più.»
Nicola Mattina, 28 giugno 2009
«Non mi ha convinto neanche un po’ il discorso di Debora Serracchiani a Torino. Il motivo è molto semplice: è praticamente lo stesso del famoso discorso che ha segnato l’inizio della sua fortuna politica. Mi sarei aspettato che, invece di continuare a dire “dobbiamo dare delle risposte”, avesse detto “queste sono le mie risposte”. Così è il pistolotto di una maestrina, non il discorso di una leader: un’occasione persa!»
Massimo Mantellini, 30 giugno 2009
«La Serracchiani sta con Franceschini. Che sta con Rutelli, che sta con Fioroni che sta con la Binetti (e insomma…)»
Alessandro Gilioli, 1 luglio 2009
«Serracchiani molla e accetta di fare la linea giovani del marchio Franceschini. Senza offesa, il contenuto delle sue risposte a Curzio Maltese è di profilo bassino. Occorre evidentemente arrendersi al fatto che il Pd non ha una generazione di trenta-quarantenni con le palle: alla fine preferiscono tutti accomodarsi all’ombra dei leader.»
«Che Debora Serracchiani abbia deciso di stare assieme a Franceschini a questo giro è un dato, e io ne sono il primo critico. È una scelta fallimentare politicamente e disgraziata per lei stessa. Ma che questa scelta si spieghi con gli argomenti sintetizzati oggi dalla sua intervista su Repubblica è una cosa che escludo del tutto, avendo ascoltato assai i suoi motivi negli ultimi tempi, e che dovrebbe escludere qualunque lettore intelligente. Quindi se dobbiamo criticarla sulla scelta, non facciamolo per quelle parole, non all’altezza delle sue intenzioni e della sua lucidità. E chi oggi la attacca allegro su quelle parole o ha seconde intenzioni o pensa di essere l’unico furbo. Dai, non facciamo la solita cosa di passare dall’adorazione alle monetine.»
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Se si dovesse guardare la crisi dal punto di vista della comunicazione politica, si farebbe oggi fatica a capire dove sono posizionati il nostro mondo e la nostra economia. La sensazione è che, dopo i drammi finanziari dello scorso autunno in cui i politici internazionali dovevano comunicare ottimismo a tutti i costi, ora abbiano iniziato a cambiare atteggiamento. La confusione, quella sì, continua comunque a farla inevitabilmente da padrone universale.
Ci sono titoli celebri che, nelle Borse di tutta Europa, hanno quintuplicato il proprio valore dalla primavera ad oggi. Sono spesso azioni di Istituti finanziari che, dopo aver raggiunto quotazioni poco coerenti con il loro valore “reale”, negli ultimi mesi hanno fatto la fortuna di chi ha avuto il coraggio di investire la liquidità che, appena pochi mesi prima, aveva messo sotto il materasso, spaventato dai crolli dei fondi comuni in tutto il mondo.
I politici, nel frattempo, si sono resi conto che in questi mesi la crisi ha cambiato volto, mutando da finanziaria ad economica. Se prima crollavano i titoli di chi aveva soldi da investire, oggi sono crollati i consumi di chi i soldi li usa per sopravvivere. A volte per motivi oggettivi, vedi precari rimasti a casa, altri per puro senso di sfiducia, vedi responsabili d’acqusisto spaventate/spaventati dal vedere uno stipendio e una carriera che non vanno da nessuna parte.
La comunicazione politica si sta progressivamente adeguando a questo mood, anche se risulta difficile a tutti riuscire a capire qual è il modo migliore di comunicare sicurezza a chi vive nell’incertezza. I candidati alle recenti Elezioni Europee hanno accuratamente evitato di prendere posizione in merito alla situazione economica, preferendo spostare l’attenzione verso la mondanità del Premier italiano o, al massimo, su eventi internazionali.
L’unico tormentone che sembra montare sono le tematiche energetico-ambientali che, realisticamente, costituiranno la prossima bolla dopo quella Internet-related e quella immobiliare. Ormai sono decenni che la nostra Europa (ed in generale tutto l’Occidente) va avanti a botte di flussi economici a senso unico. Speriamo che stavolta almeno il risultato finale sia davvero del bene fatto all’ambiente. Speriamo che anche stavolta serva per uscire dalla crisi.
Filed under Comunicazione politica by Giuseppe Mazza
Esistono decine di milioni di elettori che, in tutta Europa, oggi non potranno votare. Si tratta di quei cittadini che, in diversi Stati, si trovano lontano dalla città di residenza, ma comunque all’interno del proprio Paese. Per quanto paradossale, se fossero cittadini residenti all’Estero, il proprio Stato di origine garantirebbe loro la possibilità di voto tramite le proprie rappresentanze consolari. Al contrario, nulla viene loro garantito se non si impegnano, a spese proprie, a tornare alla città di origine appositamente per votare. In altre parole: uno studente campano che fa l’Università a Torino non voterà mai, ma suo cugino, i cui genitori sono emigrati in Canada decenni fa, sì.
Si tratta solo di una delle mille situazioni imbarazzanti che, ad ogni tornata elettorale, i cittadini italiani si trovano a scontare. Centinaia di milioni di Euro spesi ad ogni consultazione, per garantire agli elettori di esprimere le proprie preferenze secondo regole che, nella maggior parte dei casi, risalgono ancora al Testo Unico del febbraio 1948. Altre centinaia di milioni di Euro spesi in campagne elettorali estenuanti, fatte di santini elettorali, fac simile di schede, tribune elettorali in televisione e soprattutto di brutti e ingombranti cartelloni elettorali, abusivi o magari esposti per poche ore, giusto il tempo che qualche big spender copra i manifesti del concorrente, magari dello stesso partito.
Meraviglia che, nel furore rivoluzionario che ha contraddistinto questi mesi da Ministro, Brunetta non abbia pensato ad intervenire in qualche modo su questo argomento, se non altro attraverso un’adeguata moral suasion nei confronti del Ministro dell’Interno, che è il sacerdote quasi unico di queste messe che, ormai annualmente, vengono celebrate in Italia al debutto dell’estate. Messe antiquate, tenute in edifici pubblici fatiscenti presidiati da forze dell’ordine che sbadigliano e presidenti di seggio intenti a consegnare agli elettori le matite copiative. Nemmeno la consolazione della penna biro come in Francia e in Germania: figurarsi chi vuole pensare al voto elettronico.
Eppure, sarebbe ora. Si risparmierebbero fondi, si aumenterebbe la partecipazione degli elettori ma anche la sicurezza e la velocità delle operazioni. Si potrebbe permettere di votare via Internet, lasciando un piccolo numero di seggi sul territorio in cui ospitare totem dedicati a coloro che amano crogiolarsi nel digital divide. E invece no: per decenni, ancora, continueremo a tenere in ballo un carrozzone in cui comunicazione pubblica e comunicazione politica danno il loro peggio. In attesa del prossimo referendum, in cui qualche migliaio di cittadini coscienziosi vorrà a tutti i costi esprimere il proprio voto, sapendo a priori che il quorum, come al solito, non verrà nemmeno lontanamente raggiunto.
Filed under Burocrazia, Comunicazione politica by Giuseppe Mazza
Dopo l’inverno particolarmente freddo, questo marzo inizia con gli auspici di meteorologi e politologi per una primavera dalle tinte più tenui. Le Elezioni Europee si avvicinano ed il clima che si è instaurato in effetti non aiuta a vivere sereni. A destra, i soliti dissidi tra la politica rigida leghista e il moderatismo dei leader; a sinistra (?), una carneficina continua tra partiti e tra correnti del partito maggiore.
L’elezione di qualche giorno fa di Dario Franceschini a segretario del Partito Democratico è un evento difficile da posizionare in termini di potenziali impatti sulle dinamiche della comunicazione politica nazionale e (giù a scendere verso la base) locale. Ciò che gli viene richiesto da più parti è uno sforzo per aumentare la coesione e migliorare la dialettica interna al Partito. Ma non basta.
Agli elettori, delle diatribe interne, interessa fino ad un certo punto. Anzi, più si esacerba il protagonismo dei soliti noti, meno si riesce a rendere interessanti sé stessi presso l’elettorato. E per questo Dario Franceschini deve sì diventare un leader forte e credibile, ma soprattutto deve riuscire ad elaborare uno stile comunicativo riconoscibile e convincente. Deve, soprattutto, riuscire a stupirci.
Non si tratta delle “invenzioni stupefacenti” tanto care al Premier. Si tratta di una necessità auto-evidente di raccogliere dal resto del Partito le idee innovative e riproporle, con tono adeguato, al fine di far percepire il proprio valore distintivo. Si tratta di riuscire a far passare idee out of the box, al contrario di quanto fatto da Walter Veltroni. Ci riuscirà? O tra 6 mesi ci sarà un nuovo segretario?
Filed under Comunicazione politica by Giuseppe Mazza
Quanti momenti “storici” ci sono nelle noste vite terrene? Quanti ne viviamo in prima persona, quanti ne vediamo tracciati sui vari media, quanti ci sono raccontati da conoscenti, parenti, amici, colleghi? Quanti meritano davvero l’epiteto di “storico”, quanti in effetti lasceranno un solco nella coscienza comune e quanti nella storia personale?
A leggere i giornali, viviamo ogni giorno nuovi, emozionantissimi, momenti storici. Tutto merita questo aggettivo: la decisione di un consigliere provinciale, il record olimpico di un atleta, gli aerei sul World Trade Center, la cresima del figlio di un attore, lo share di un programma televisivo. Tutto insieme giù nel calderone, tutto indelebilmente (?) “storico”.
La comunicazione politica, poi, si diletta a enfatizzare questa tendenza. La nascita di ogni partitino sembra essere la svolta che porterà la democrazia italiana verso un glorioso futuro, ogni risultato delle elezioni statunitensi viene letto come momento imprescindibile per il salvataggio delle sorti del mondo. Con buona pace degli “storici” risultati di Obama.
La verità è che i nostri giorni procedono con una noia terribile e senza grosse svolte significative. Potrà far parte della Storia il primo passo dell’Uomo sulla Luna, ma tra qualche centinaio di anni di tutto periodo storico rimarrà poco o nulla. Perché la comunicazione va veloce e la cronaca è diversa dalla storia. Altri momenti “storici” si succederanno.
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Che bello: Barack Obama sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Mancano due mesi e in due mesi George Bush potrà combinarne ancora di tutti i colori, ma molti di noi sono convinti che il peggio stia passando. L’economia si riprenderà, le guerre finiranno, i tassi e i cambi si stabilizzeranno e tutto il mondo andrà meglio. O forse no: l’importante però è crederlo e Mr. Obama ce lo sta facendo finalmente immaginare.
Lo fa da tempo, almeno da quel febbraio 2007 che ha visto l’annuncio della sua candidatura e l’inizio della sua guerra infinita, con Mrs. Clinton prima e con Mr. McCain dopo. L’aspetto davvero innovativo della sua campagna, però, non è stata questa capacità di far sognare, quanto il riuscirlo a comunicare in maniera efficace. Di promesse elettorali d’altronde ne sentiamo sempre e da parte di tutti: ma ormai riusciamo a filtrarle.
Da Barack Obama, invece, ci siamo fatti tutti ipnotizzare. Sia per la bontà delle sue idee, sia per il candore con cui le ha pronunciate: ha ammesso i suoi peccatucci personali a priori, poi ha invitato tutti a concentrarsi sui contenuti e sulla buona fede. Una strategia di comunicazione vincente, basata sulla limpidezza dei comportamenti e sul fascino delle idee, sui rapporti umani e sulla costruzione della fiducia collettiva.
Il vero segreto di Barack Obama, in ogni caso, è stato un saggio media mix. Curiosamente, mentre i sostenitori ne esaltavano l’uso smart della Rete e delle sue dinamiche, finalizzate alla raccolta dei fondi ed al consolidamento del consenso, i nemici lo accusavano di aver battuto ogni record di spesa in termini di spot televisivi, inducendo i suoi sfidanti a rincorrerlo in termini di investimenti e profondità di comunicazione.
La verità sta nel mezzo. Barack Obama ha saputo utilizzare i comizi come leva per entrare gratuitamente nei media di tutto il mondo, poi ha sostenuto questa presenza costante attraverso tutti i media a disposizione, affiancando pubblicità e pubbliche relazioni, passaparola e comunicazioni strutturate. Sicuramente un esempio per i nostri imbalsamati politici europei, sicuramente una speranza per i cittadini statunitensi.
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Non passa giorno senza che un Istituto di ricerca, un quotidiano o un sito Web propongano all’attenzione dei cittadini i risultati di un qualche sondaggio riguardante la popolarità dei componenti del Governo Berlusconi o l’opinione sui provvedimenti adottati (pochi), sui disegni annuncianti (molti), sulle polemiche tra Gruppi parlamentari su argomenti futili (troppe). In fin dei conti si tratta della naturale estensione nell’agorà politica quotidiana delle dinamiche dell’agone elettorale (pressoché) annuale. I sondaggi condizionano il voto anche in Italia come all’Estero succede ormai da tempo: non poteva mancare il completamento dell’abitudine con l’adozione della popolarità personale dei politici come driver per orientare l’azione di Governo.
Ecco che, inevitabilmente, un occhio di bue si è acceso sul panorama politico per illuminare Mara Carfagna, che dell’Esecutivo è probabilmente la rappresentante più famosa (capo del Governo escluso, ovviamente) per larga parte della popolazione. Nel suo curriculum compaiono concorsi di bellezza, vallettaggio televisivo su reti pubbliche e private, calendari scosciati: un volto noto, insomma, quindi per definizione rassicurante. Più giovane di una Gabriella Carlucci, più spigliata di una Stefania Prestigiacomo, dalla prosa migliore rispetto a Topo Gigio: una figura perfetta, pertanto, per svolgere il ruolo di Ministro delle Pari Opportunità, con ampie deleghe su temi di attualità.
Mara Carfagna, nel 2006, suscitava tenerezza: sin dalla foto ufficiale da Deputata con gli occhi da cerbiatto sperduto nel bosco, ha sempre cercato di dissuadere il pubblico (ops: l’elettorato) che lei era lì perché brava, laureata in Giurisprudenza e stimata dal futuro Premier. E nonostante questo, finiva sempre in prima pagina più per vicende di cronaca rosa (chi non ricorda l’affaire Berlusconi – Lario – Carfagna) che per effettivi contributi al dibattito politico. Cosa pensassero di lei le deputate parte della Maggioranza è cosa nota: rimarrà sempre il dubbio di cosa di cosa rappresentasse la sua sovra-esposizione mediatica per le silenti parlamentari del Centrodestra all’opposizione.
Mara Carfagna, nel 2008, è una donna che comunica sicurezza (?) e sobrietà: addio capelli da soubrette, ecco un taglio più istituzionale; arrivederci tailleur da discussione di laurea, ecco la camicetta da manager scafata. Altro che il passato imbarazzante di Michela Vittoria Brambilla: Mara ha appena qualche foto un po’ osé da farsi perdonare ed un Ministero fatto apposta per esercitare una vigorosa azione ispirata al benpensantismo. La comunicazione politica ricorda canoni troppo televisivo-dipendenti? Lei ci ricorda i valori della famiglia. I blogger la sfottono per il suo blog-comunicato-stampa-dipendente? Lei ci ricorda i valori della famiglia. Gay, lesbo e trans la provocano chiedendo reali pari opportunità? Lei ci ricorda i valori della famiglia. Il che, a noi, ricorda tanto Michele Guardì.
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