Comunicazione politica

Riti e tempi della comunicazione politica

15 giugno 2014

Un’estate poco europea

Ora che anche il secondo turno delle amministrative è andato, che la suora ha vinto The Voice e recitato il Padre Nostro in diretta, che tutti gli occhi sono puntati sulle partite di calcio del Mondiali piuttosto che sulle infinite repliche che iniziano a inanellarsi nei palinsesti TV, rimane giusto la voglia di consultare i siti di viaggio per cercare qualche idea di vacanza intelligente; possibilmente in Italia, ché i soldi son pochi e non perché è colpa dell’Euro come pensano gli stolti.

L’Europa d’altra parte, lo si è ampiamente visto nei toni della comunicazione politica alle europee, è un buon capro espiatorio piuttosto che la patria comune cui ambire; i vari popoli europei si guardano in cagnesco e non è certo il calcio il motivo scatenante. Anzi, ogni partita è l’occasione per tirare in mezzo meta-discussioni pseudo-politiche e così già infuriano i commenti in Rete contro la Germania, nonostante non sia affatto scontato il match diretto ai Mondiali.

Mentre la Rai rischia grosso coi tagli lineari imposti dal Governo, il resto dei media nazionali si aggrappa all’evento per ottenere abbonamenti (Sky) o vendere qualche copia in più (quotidiani) prima dell’ennesimo blackout estivo. D’altra parte abbiamo perso il conto del numero di estati problematiche consecutive; probabilmente 6, forse 7. Alcune proprio da dimenticare, altre sfumate: ma il nero è un colore fin troppo presente nei nostri ricordi recenti, altro che verde speranza.

Prima che arrivi il bianco della neve, tutta l’Europa dovrà essersi riorganizzata intorno al nuovo equilibrio politico del post-elezioni, che ha un sapore simile alle “grandi coalizioni” che dalla Germania in poi hanno piano piano preso il potere in diversi Stati. Un cerchiobottismo politico che rende felici quelli che gridano la morte delle ideologie ma che annacqua in maniera imbarazzante il dibattito politico: un ulteriore motivo per cui tutti noi ci staccheremo ancor più dal palazzo.

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31 luglio 2013

Normalità e sobrietà

Enrico Letta va al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un Governo indossando un giubottone sportivo e guidando la sua monovolume privata. I notisti politici esultano per questo suo understatement e lo interpretano come un segno della misura che contraddistinguerà l’Esecutivo.

William e Kate escono dalla clinica e i giornali commentano lui che sistema il seggiolino per il bebè o lei che si comporta come una giovane mamma che ha partorito da poche ore. La folla intorno a loro è in visibilio, contenta che il principino raccoglierà il testimone della monarchia.

Jorge Mario Bergoglio aka Francesco I sale sull’aereo Alitalia con una ventiquattrore e tutti in visibilio come peraltro è stato sin dal giorno dell’ascesa al trono pontificio e dalla scelta del nome, sinonimo di sobrietà. In pochi notano come fossero i predecessori a essere sopra la righe.

I potenti in tutta Europa si comportano come persone “normali” ipotizzando che le persone “normali” apprezzeranno la loro “semplicità” riconoscendo un segno di frattura rispetto ai loro predecessori. La strategia funziona nel breve termine, ma andrà verificata nel medio.

Prima o poi i politici torneranno alle urne e i monarchi dovranno prendere decisioni pesanti. Il credito accumulato nel tempo potrà essere utile per placare parzialmente i malumori, ma solo in quel momento si capirà se il mondo sta davvero cambiando o se sia tutto pura strategia.

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21 luglio 2013

Concentrarsi sulle priorità

Il titolo principale di Libero dedicato al pasticcio kazakoQuesto post dovrebbe auto-distruggersi perché è difficile dare ragione a Libero senza pentirsene. Eppure al di là del titolo un po’ grezzo, i dati presentati dal quotidiano sono talmente impressionanti da destare ben più che qualche preoccupazione.

Obiettivamente se è pur vero che lo spread è sceso rispetto al 2011, è tutt’ora alle stelle rispetto a parametri normali; ma soprattutto è l’economia “reale” a spaventare, ancora vittima dei suoi continui circoli viziosi e dannatamente recessivi.

Ma i toni della comunicazione politica, anche molto accesi, sono tutti orientati a rimpallarsi responsabilità reciproche su fatti del tutto marginali per la ripresa delle attività: la storiaccia Shalabayeva-Ablyazov è il culmine di questa distrazione collettiva.

Si posso capire le implicazioni etiche di casi simili, ma è sciocco continuare a ricoprirli di significati politici giusto per creare ulteriore instabilità; allo stesso modo dispiace per gli insulti razzisti ai ministri o preoccupano le spie americane… Ma poi?

Poi siamo ancora in alto mare a livello macroeconomico e ogni giorno che Governo e Parlamento dedicano a questi “casi” è un giorno rubato ad avviare una necessaria botta di vita all’economia. O è tutta una strategia per rimandare i nodi a dopo l’estate?

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20 aprile 2013

Il punto più basso della comunicazione politica

Silvio Berlusconi festeggia la rielezione di Giorgio Napolitano come Presidente della RepubblicaLa foto di Silvio Berlusconi che plaude raggiante alla riconferma di Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica ruota vorticosamente sui social network da qualche ora, come una sorta di clava agitata contro i grandi elettori di PD, PDL, Lega Nord e Scelta Civica che dopo aver intrallazzato per un po’ di giorni non sono riusciti a far altro che chiedere a un vecchietto volenteroso di continuare a fare da paciere.

Queste giornate hanno rappresentato il punto più basso della comunicazione politica (e probabilmente in generale uno dei più bassi della politica italiana) della storia repubblicana, mostrando l’incapacità di tutte le forze politiche di interpretare e tradurre in azione concreta i desiderata degli elettori. Né SEL, che pure è rimasta coerente nel corso degli scrutini, né il Movimento 5 Stelle sono riusciti a salvarsi dal naufragio collettivo.

Si sono alternati sulla scena capi-partiti, capi-corrente, capi-di-non-si-capisce-cosa a lanciare messaggi incrociati, ultimatum, dichiarazioni ai giornalisti; contenuti e pensieri postati da cittadini e politici sui social network sono stati frullati, sovra-interpretati e mischiati con gli spunti delle agenzie per riempire le ore di diretta di programmi come quelli de La7, con Enrico Mentana in video per decine di ore, come conduttore od opinionista.

In questo delirio i leader, soprattutto quelli del Partito Democratico, hanno fallito miseramente nel comunicare razionali e motivazioni nobili (si spera) delle proprie scelte, auto-condannandosi a posizioni di debolezza che nell’immediato si sono tradotte in imbarazzanti sedute monopolizzate da franchi tiratori e nel medio termine nel sicuro insuccesso alle prossime elezioni. Non esisterà campagna elettorale che potrà rimediarvi.

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31 marzo 2013

Rocco Casalino, gieffino grillino

Il personaggio-simbolo della nuova schiera di politici italiani è probabilmente Rocco Casalino, quarantenne pugliese che entrò nelle nostre vite nel 2000, quando partecipò alla prima edizione del Grande Fratello, l’unica di cui si ricordano ancora i partecipanti a memoria. “Rocco del Grande Fratello” è stato sugli schermi per anni, poi si è eclissato come molti dei suoi compari.

Dopo qualche attività come giornalista in TV locali, Casalino è tornato alla ribalta lo scorso autunno su Rai1, parlando della sua candidatura al Consiglio Regionale lombardo col Movimento 5 Stelle. Candidatura poi a quanto pare auto-abortita «per evitare discussioni» legate proprio al suo passato televisivo, poco compatibili con gli strali quotidiani di Beppe Grillo contro la TV.

Negli scorsi giorni questo sfaccettato personaggio è apparso a seguito dei capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi nelle (infruttuose) consultazioni con Pierluigi Bersani, con un ruolo pare formale nello staff di comunicazione del partito (chiamiamolo così) outsider delle ultime Elezioni politiche. Con un profilo nuovo, distante dai canoni di comunicazione del Centrodestra.

Rocco Casalino è un caso limite di una nuova generazione di personaggi che cerca di fare i conti col proprio passato cercando al tempo stesso di dare contenuto e credibilità alle nuove forze politiche. È sbagliato dare corda a chi lo ritiene un cretino solo perché ha ceduto alla tentazione di fare TV, da ragazzo; ora ha la possibilità di mostrare davvero quello che vale, da adulto.

Di facce nuove se ne stanno vedendo tante e anche se Le Iene e i loro quiz a tradimento a volte svelano una certa ignoranza dietro molte di loro, faremmo bene a non essere preconcetti giudicandole in base al loro passato, pubblico o meno. Quantomeno fino a quando non si capirà se si tratta di esseri umani senzienti e capaci di discernimento, oppure di bambole radiocomandate.

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28 febbraio 2013

Berlusconi continua a dominare la comunicazione politica

La mappa è un'elaborazione di YouTrend.it

Confrontando questa mappa dei risultati in ogni comune con quella delle elezioni politiche precedenti, c’è qualche macchia gialla in più (Movimento 5 Stelle), i comuni rossi rimangono quelli di sempre tra Emilia Romagna e Toscana, ma per il resto c’è ancora tanto blu. Un po’ meno di quando in quella primavera 2008 pre-crisi vinse Berlusconi a man bassa, ma non è che il sentiment popolare sia poi cambiato tanto. Quel sentiment che molti di noi faticano seriamente a capire.

Potrebbe semplicemente dipendere dal fatto che ignoriamo cosa in questi mesi è avvenuto per strada, nei negozi, nei mercati, in televisione. Mentre in Rete da un lato ci si confrontava da mesi sul destino del Partito Democratico definendo con le primarie chi avrebbe avuto dovuto godere del “sicuro” posto da Premier e dall’altro si scaldavano i motori del partito di Grillo, dieci milioni di persone maturavano (o confermavano) la decisione di votare per il Centrodestra.

Durante la campagna elettorale il risultato di anni di populismo televisivo in stile Paolo Del Debbio si traducevano in folle-ululanti-daje-al-comunista ai comizi di Berlusconi, in piazze piene per gli eventi di Grillo, in raccolte di firme per sostenere la presentazione di decine di liste. Poi la proposta di abolire l’IMU ha orientato molti voti come avvenne con l’ICI. Sarebbe bastato guardare una puntata di Pomeriggio 5 per capire come mai l’ex Premier non ha centrato per poco il colpaccio.

Prendiamo quella del giorno dopo le Elezioni: c’è il servizio odi et amo su Maradona, ci sono la storia del barbone aiutato dal programma e quella delle starlette dei reality oggi in crisi economica, c’è il momento-nostalgia con Mal e c’è soprattutto lo spazio politico, con il voyeurismo sulla casa di Grillo, la Santanché che spopola in studio, i candidati di secondo piano dei partiti del Centrosinistra che ricevono fischi e insulti. Comunicazione politica allo stato puro.

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21 gennaio 2013

Retorica elettorale in tempi di seggio sicuro

Paolo Ferrandi ha ripreso un articolo di Peter Coy commentando come la metafora del buon padre di famiglia ci abbia costretto in questi anni a subire vincoli pesantissimi sulle politiche macroeconomiche occidentali: può sembrare controintuitivo, ma è decisamente sbagliata se applicata ai bilanci pubblici.

Sta iniziando l’ennesima campagna elettorale e così dobbiamo prepararci ad ascoltare metafore sempre più complesse (magari sbagliate come questa) per spiegare agli elettori il perché di una situazione economica disastrosa perdurante; Crozza ad esempio ha costruito la sua imitazione di Bersani sulle metafore ardite.

C’è un fattore diverso, o quantomeno più esplicito, rispetto alle campagne precedenti: tutti i giornali parlano apertamente di seggi sicuri e in qualche modo anche i politici vi fanno riferimento in pubblico. Qualche quotidiano ha addirittura pubblicato le liste degli eletti “sicuri” e di quelli “probabili”, divisi per regione.

Con quali occhi guarderemo i dibattiti infiniti, con quali orecchie potremo ascoltare le solite promesse, se è già noto con precisione chi verrà eletto indipendentemente dai suffragi ottenuti? Persino Monti ha iniziato a promettere di tagliare le tasse, perdendo credibilità come molti degli altri candidati Premier.

Non è difficile immaginare un boom delle liste “alternative”, comunque tenuto già in conto dagli uffici elettorali degli altri partiti. Sarebbe divertente vedere le facce dei caporali dei grandi partiti qualora il boom fosse davvero enorme. Sarebbe divertente, ma micidiale per la serietà politica di un Paese già in difficoltà.

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11 ottobre 2012

Ancora primarie

Il Partito Democratico italiano sembra aver preso il peggio dal suo omonimo statunitense, in particolare le lotte intestine che si scatenano puntualmente a ogni ciclo di elezioni, soprattutto nelle primarie. Un florilegio di insulti che si traduce in costi immani e nell’ulteriore lacerazione della fiducia nella classe politica.

Vengono svolte primarie per tutte le occasioni: scelta dei candidati sindaci, scelta del segretario del partito, scelta del candidato premier. Quest’ultima è un’idea particolarmente esotica per l’ordinamento italiano, visto che non è possibile l’elezione diretta e per di più, con le arie di ritorno al proporzionale, piuttosto debole.

Dal punto di vista della comunicazione politica, è scioccante vedere un Fassina che incolpa un Renzi di aver copiato il programma del proprio partito (?), è stancante vedere un Vendola agitare i propri successi di governatore come clava sugli altri candidati, è imbarazzante leggere le battutine isteriche di Renzi sui vari media.

Quale sarebbe l’obiettivo di marketing politico di questa iniziativa? Costruire consenso intorno a un unico leader? Dare visibilità al Partito Democratico, al movimento Nichi-Vendola-centrico e persino al redivivo Partito Socialista Italiano? Ridare credibilità al ruolo dei politici che hanno appoggiato l’esoso Governo “tecnico”?

Qualunque sia l’esito finale di questa maratona politica addirittura a doppio turno, per molti di noi sarà semplicemente l’anticipo di una campagna elettorale, quella per le Elezioni Politiche della prossima primavera, che già si annunciava lunga e intensa senza bisogno di manifestazioni di finta democrazia dal basso.

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16 gennaio 2012

Come comunica il Governo dei tecnici?

Sono ormai due mesi che il Governo Monti è in carica. Per alcuni commentatori sembra essere un periodo sufficiente per poterne giudicare l’operato, per altri questo bimestre rappresenta giusto l’avvio di un percorso che, per la volontà riformatrice del Premier e di chi gli ha affidato il mandato, deve essere sufficientemente lungo per poter incidere sulla realtà italiana in maniera “storica”. Anche se la scadenza della Legislatura è quasi dietro l’angolo e quindi è necessario immaginare qualche colpo di scena significativo nei prossimi mesi.

Questo non è un blog politico e d’altra parte anche a volerlo fare, è difficile esprimere un giudizio politico su un Governo che sin dall’inizio è stato presentato ai cittadini (e alle forze politiche) come “tecnico”. Ciò che risulta più interessante è la capacità dell’attuale compagine di gestire i rapporti con la stampa, nazionale e internazionale. Monti sta spendendo la sua credibilità professionale senza intaccarla, mentre i suoi Ministri riescono a risultare credibili nei loro campi d’azione, comunicando le proprie idee anche quando “difficili”.

In questi primi due mesi non sono mancati momenti interlocutori nella comunicazione del Governo: il Ministro del lavoro in lacrime per alcuni è stato un colpo di genio in termini di comunicazione e per altri una reazione incontrollata ed evitabile; lo stesso Premier qualche volta si è lasciato andare coi comunicati stampa peccando in eccessiva ironia aderendo a una tendenza in atto rispetto alla quale però ci si poteva aspettare discontinuità; al contrario, si potrebbe sperare in più incisività in risposta alle pretestuose accuse di conflitti di interesse.

A parte questi momenti poco convincenti, obiettivamente possiamo dire che il Governo Monti sta riuscendo a comunicare prima di tutto serenità, sia ai cittadini che agli interlocutori istituzionali. Un grande vantaggio dopo mesi di panico a tutti i livelli. La curiosità è su come evolverà il suo stile di comunicazione nel caso in cui, come si spera, le cose da qui alle Elezioni Politiche cambieranno davvero, in meglio: Monti vorrà spendere la sua fama di “duro ma buono” per candidarsi e ottenere il favore dei cittadini o riprenderà i suoi vecchi lavori?

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23 novembre 2011

Longitudini parastatali

Trotterellando nelle lounge di Trenitalia nelle ultime settimane era possibile trovare delle copie omaggio di Latitude. Un piccolo evento da cogliere al volo, non tanto per il prezzo di copertina del mensile (12 Euro in versione cartacea, 8,99 Euro su iPad), quanto per la sua fama, tra gli addetti ai lavori, di introvabile rivista fantasma. Longitudine è nato all’inizio di quest’anno sotto l’egida di Franco Frattini, Ministro degli Esteri che al lancio elogiò la «coraggiosa e indipendente iniziativa editoriale che punta ad illustrare la nostre decisioni in politica estera» ma non chiarì affatto i rapporti editoriali ed economici tra la rivista e il suo Ministero.

Nel corso dei mesi Longitude ha alternato begli articoli di approfondimento sulle dinamiche internazionali e obbrobriosi spazi lasciati all’ego dei politici al potere. Il tutto in lingua inglese, accompagnato con una grafica curata, da magazine di vocazione internazionale. Un prodotto editoriale tutto sommato interessante, anche se dalla diffusione piuttosto dubbia: da un lato può aver senso il non trovarlo in nessuna edicola italiana in quanto prodotto teoricamente rivolto all’Estero; dall’altro sorgono seri dubbi su chi possano essere i veri destinatari di un simile prodotto editoriale e quali i canali di distribuzione più adatti e/o in effetti adottati.

Ipotizzando dunque una diffusione prossima allo zero e comunque non sostenuta da acquisti di cittadini e studiosi di politica internazionale, si può ipotizzare che il business model di Longitude, ufficialmente prodotto da una omonima startup di Roma e dal service editoriale Koiné di Milano, sia basato sulla pubblicità: non frequentissima rispetto al totale della foliazione, ma decisamente caratterizzata. In questo numero di novembre 2011, oltre a marchi prestigiosi dell’economia italiana come UniCredit, Ferragamo e Versace, i posti d’onore sono occupati da Ferrovie dello Stato (questo spiegherebbe la presenza…), Enel, Eni e Finmeccanica.

Aziende parastatali, insomma, che in qualche modo potrebbero aver ricevuto “l’input” dal Ministero degli Esteri di contribuire a fondo perduto a questa iniziativa imprenditoriale di Pialuisa Bianco e dei suoi soci. Cosa succederà a queste aziende e soprattutto alla rivista col nuovo Governo? Longitude continuerà le pubblicazioni come se nulla fosse cambiato, con gli editoriali di Giulio Terzi di Sant’Agata al posto di quelli del suo predecessore? Verrà finalmente messo online il sito ufficiale? Si chiarirà una volta per tutte il rapporto tra rivista e Ministero? E soprattutto, Longitude troverà dei canali distributivi e un business model sensati?

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