16 Aprile 2008

L’uomo sognatore battuto dall’uomo dei sogni

Con un immenso sospiro di sollievo, possiamo definire conclusa la campagna elettorale 2008. Per quanto ancora alcune Amministrazioni Locali siano in balia dei ballottaggi prossimi venturi, la maggior parte dell’elettorato, quello che doveva votare per le Elezioni Politiche italiane, può dirsi fuori da quest’incubo. Una campagna iniziata in maniera sonnolenta che poi ha visto un’improvvisa impennata da parte dei due gruppi principali: da un lato, il Partito Democratico e il suo leader possibilista e sognatore, dall’altro il Popolo della Libertà guidato dall’uomo dei sogni attraverso le sue trovate quotidiane, tipo l’acquisizione “formato famiglia” di Alitalia.

Tutti gli altri 170 e passa movimenti, invece, hanno condotto una campagna elettorale decisamente sotto tono. Pensiamo all’Unione di Centro: un continuo tentativo di porsi come “forza tranquilla” à la Mitterand, mentre nel frattempo compilava liste piene di personaggi mediocri e ben poco “tranquilli”. L’esatto contrario della Sinistra Arcobaleno: candidati di alto profilo, ma tesi a comunicare un clima di eccessivo allarmismo rispetto alla pur disastrata situazione economico-politica. Poco da raccontare sulle forze minori: continuamente a lamentarsi dello scarso spazio dedicato loro dalle televisioni, con programmi-fotocopia o fuori mercato.

C’è un soggetto politico, però, che ha turbato qualsiasi analisi ex post. Prima delle Elezioni Politiche, abbiamo tutti preso in giro la Lega Nord, i suoi manifesti e il suo profilo “nudo e crudo”; ora, non riusciamo a decostruirne i processi di comunicazione, che risultano incomprensibili ma soprattutto diversissimi rispetto a quelli comuni del resto dei partiti. Non ci riusciamo, forse perché appunto fuori registro: la Lega è il lato pragmatico dell’uomo dei sogni, è il necessario contrappeso a chi gonfia la mongolfiera con le critiche del popolo del Nord, ma non se la sente di fare promesse negative al suo elettorato. Silvio Berlusconi promette di abolire l’ICI? La Lega Nord porta la voce dei comuni, e così via.

Il sognatore per eccellenza, Walter Veltroni, durante la campagna elettorale è partito direttamente con l’aerostato. Ci ha fatto sorridere ed emozionare mentre lo gonfiava grazie all’entusiasmo dei suoi elettori; ci ha fatto soffrire quando un paio di sere fa lo abbiamo visto a raccogliere i frammenti del suo aerostato bruciacchiato dal sole. Se avesse volato un po’ più basso, forse sarebbe riuscito a mantenere la rotta per i 5 anni canonici: ora ci aspetta una legislatura in mongolfiera, con alti e bassi. Con la differenza che alla guida, rispetto ai viaggi precedenti, l’uomo dei sogni è stanco e poco carico: una copia sbiadita del premier con le corna dei governi precedenti.

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    27 Marzo 2008

    Possibilisti di moda

    Si tratta di uno dei tormentoni più in voga negli ultimi anni e ne siamo tutti afflitti, come sempre avviene per le frasi di moda in un determinato periodo storico: in questi mesi, rispondiamo abitualmente “Ci può stare” sempre più spesso, in qualsiasi contesto. Lo facciamo sul lavoro, esprimendo un parere magari meno netto di un lineare “Sì, va bene”, ma anche nella vita privata, discettando del più e del meno. Un gruppetto di parole che è diventato una polirematica, un’espressione entrata nel linguaggio che però denota un atteggiamento verso la vita che tutti abbiamo assunto, almeno un po’: comunicare il possibilismo come mediazione tra certezze sfumate e negatività che si possono risolvere. La politica, come prevedibile, difficilmente poteva lasciarsi sfuggire questo fenomeno.

    L’idea di concedersi delle possibilità, di ampliare gli orizzonti rispetto a subire decisioni, sin dal 2007 è stato il tema dominante di Barack Obama, che ha stregato il mondo col suo ormai storico «Yes, We Can». Un incitamento al possibilismo declinato in gesti simbolici, immagini, video, audio: una girandola di buone intenzioni suffragate da un senso della possibilità concentrato in tre parole verso il burocratismo imperante dei candidati concorrenti. Un messaggio semplice, dalla forza comunicativa dirompente, proprio per il suo essere onnicomprensivo: se il mondo impone vincoli, Mr. Obama ha la bacchetta magica per superarli. O, almeno, convince i suoi potenziali elettori di averla e di saperla gestire nel migliore dei modi.

    In Italia la fase possibilista della politica l’ha inaugurata Mario Adinolfi, quando era candidato a leader del Partito Democratico in occasione delle ultime Primarie e non un qualsiasi candidato alla Camera del PD stesso. Gli spin doctor del suo partito hanno ripreso lo slogan «Si può fare», che è diventato senza dubbio il messaggio chiave della campagna elettorale di Walter Veltroni. Non un atto immenso di originalità, bisogna dire: in Italia nessuno ricorderà lo sforzo creativo di Adinolfi che utilizzava la celebre canzone di Branduardi come inno, però tutti sono sensibili al fascino di Barack Obama e molti non perdonano a Veltroni di non essere riuscito a trovare elementi veramente innovativi nella sua comunicazione elettorale.

    Nelle stesse settimane in cui Coop ha iniziato a diffondere a spron battuto il suo nuovo slogan «Tutti insieme si può, basta andare alla Coop», la base del Partito Democratico ha adottato la forza possibilista del proprio leader come fulcro della propria attività elettorale, nell’ambito di una impresa a dir poco impossibile, visto lo scarto iniziale dalla concorrenza. Anche il tanto discusso video I’m PD va in questa direzione: il testo è inascoltabile e i riferimenti gratuiti a Dini e Mastella si potevano evitare, ma lo spirito possibilista appare in tutta la sua forza. In fin dei conti, in questo senso il Partito Democratico italiano sta interpretando al meglio i sentimenti di chi passa le giornate a dire “Ci può stare” o “Si può fare”. Un po’ di originalità comunicativa in più, però, non guasterebbe.

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    22 Marzo 2008

    Alitalia cerca di comunicare, ma tutti vogliono dire la propria

    Sarà una festa molto triste, quella di domani, per i dipendenti del Gruppo Alitalia: al di là del loro senso di appartenenza o meno all’azienda e del loro destino individuale nelle pieghe dell’eventuale piano esuberi, l’idea di appartenere alla società più criticata dagli Italiani non deve essere una sensazione piacevole. Lavorare per un soggetto economico in grave crisi non è mai semplice: le notti dei lunghi coltelli si susseguono e gli azionisti, soprattutto quelli più piccoli, vedono i propri risparmi andare a fondo e discreditano ulteriormente la serietà della compagnia che ha emesso i titoli in discesa libera. I media poi fanno la parte del leone: se in questi casi tipicamente amplificano i malumori di tutti gli stakeholders, nel caso di Alitalia raggiungono vette sublimi (si fa per dire) di necrofilia, rimestando continuamente la moribonda. Non che il clima di sfiducia verso la compagnia di bandiera sia una novità: basti scorrere gli archivi di .commEurope per scoprire come già 3 anni fa si parlasse bene persino di Trenitalia e si criticasse aspramente Alitalia.

    Chi in questo ponte pasquale vola con Alitalia, vede i volti dei dipendenti tesi e preoccupati, soprattutto quelli del Personale di terra. Chi sfoglia l’edizione di marzo di Ulisse, la rivista di bordo, capisce anche il perché: i media tradizionali non rappresentano correttamente la situazione attuale della compagnia aerea; solo Il Sole 24 Ore cartaceo di oggi sembra iniziare a fotografare i rivoli del presente Alitalia, al di là del fumoso futuro di cui tanto si parla. Le ultime pagine di Ulisse, invece, presentano come sempre la realtà aziendale (con descrizioni di flotta, destinazioni, hub, servizi), ma per la prima volta parlano esplicitamente ed esclusivamente di Roma Fiumicino come aeroporto di riferimento. La rivista parla del nuovo orario e segnala implicitamente come il suo addio a Malpensa sia già consumato nella timetable in vigore tra una settimana, ma anche come le compagnie low cost del Gruppo (VolareWeb e AirEurope) diventeranno le compagnie di riferimento dello scalo varesino, acquisendo in parte le rotte dismesse dall’Alitalia.

    Nell’opinione pubblica, tuttavia, regna sovrana la confusione: l’abbandono di Malpensa a molti sembra derivare dalla scelta di Air France - KLM come partner, pare un’azione cattiva e feroce fatta per sgarbo agli antipatici politici lombardi e non una condizione industriale necessaria per iniziare a “pulire” le follie accumulate negli anni dall’Alitalia, di volta in volta costretta a soddisfare gli appetiti dei politici di turno. L’adozione di decine di rotte internazionali su Malpensa è stata una sciocchezza sin dalla creazione di questa cattedrale nel deserto e, per quante critiche si possano fare agli eterni ritardi dei voli da Fiumicino, rappresenta il punto più basso nella storia della compagnia tricolore. Chi si sbraccia nel comunicare all’opinione pubblica lo sdegno per la decisione dell’Alitalia di razionalizzare le spese, fa cattiva informazione: dispiace a tutti noi per i dipendenti SEA in cassa integrazione, ma la trasparenza della comunicazione pubblica non può essere resa opaca da una turbolenta campagna finalizzata a tutelare interessi di parte con soldi pubblici.

    Era scontato che la querelle Alitalia diventasse uno dei temi caldi della comunicazione politica per le prossime Elezioni Politiche. Silvio Berlusconi ha assestato un colpo da maestro: annunciando con entusiasmo la voglia di contribuire a una cordata di imprenditori italiani interessati a risollevare le sorti della compagnia grazie a un prestito ponte del Governo, ha comunque vinto una battaglia importante in questa noiosa guerra elettorale. Se la cordata si farà davvero, la sua immagine pubblica sarà inevitabilmente quella di “salvatore della Patria”, con i candidati-imprenditori a fare da discepoli; se il progetto non andrà in porto, potrà addebitare alla parte avversa la svendita un prezioso bene pubblico e un forte danno gli interessi del “suo” Nord. Comunque vada, insomma, un colpo di comunicazione vincente in una campagna che sino ad ora aveva condotto in maniera sorprendentemente low profile. ora si attendono le mosse degli avversari, sebbene sul piano della comunicazione (purtroppo?) sembrano decisamente meno scaltri del solito volpone di Arcore.

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    2 Marzo 2008

    Il genio italico alle prese coi simboli elettorali

    Immaginate la scena in stile Non ci resta che piangere: Leonardo Da Vinci alle prese con un committente che gli chiede la realizzazione di un nuovo logo per il proprio partito politico. Immaginate l’artista in versione proto-pubblicitario, che realizza un capolavoro in formato francobollo che finirà sulle pergamene elettorali. Immaginate il suo mentore che convoca una conferenza stampa e declama la bellezza del simbolo, la purezza del proprio programma elettorale, la sobrietà dei propri slogan, l’onestà dei propri candidati. Tutto ciò che, insomma, avviene almeno una volta ogni due-tre anni nell’Italia contemporanea: ogni volta, cioè, che un partitino qualsiasi mette in crisi il Governo in carica, come ritorsione per aver perso qualche poltrona chiave o per qualche problema giudiziario dei propri componenti. Forse Leonardo era più fortunato: magari i regimi dei suoi tempi erano meno democratici, ma realisticamente più stabili. Sicuramente, erano anni meno noiosi di questi, vessati da campagne elettorali intermittenti.

    I nipotini di Leonardo, oggi, sono alle prese con committenti al limite della schizofrenia: non più artisti ma art director, spremono le meningi per cercare di tradurre in grafica gli altissssimi concetti con cui i politici di turno, alle prese con l’ennesima scissione, cercano di comunicare la propria differenza rispetto al resto dello schieramento politico. Personaggi che, ad esempio, fuoriescono da un partito in nome di altissimi principi morali, fondono l’ennesimo partitino del Grande Centro (yawn) e scelgono l’ennesimo fiore come nome e simbolo del proprio movimento, salvo poi riconfluire nel partito originale appena qualche settimana dopo, in cambio di qualche seggio sicuro. Ovvio che il grafico in questione non abbia tempo e voglia di sbattersi: se il partito si chiama “Crisantemo Azzurro”, disegna un crisantemo azzurro su sfondo bianco, appone il nome nella parte alta del tondo ed aggiunge qualche parola a caso sotto (da scegliere tra “Libertà”, “Democrazia”, “Sicurezza”, “Uguaglianza” ed altri 6-7 concetti astratti intercambiabili).

    Fin qui, bisogna dire, si è nella normale dinamica italiana del “Il mio Partito è più tradizionalmente innovativo (eh?) del tuo”: si fanno i conti sul territorio e si coprono almeno le province più importanti con un po’ di luogotenenti locali, poi si annuncia “la presenza su tutto il territorio nazionale” e si corre a depositare il simbolo al Viminale. È qui che iniziano i dolori: nonostante si viva da ormai decenni in un sistema maggioritario, si scopre che esistono centinaia di liste, centinaia di simboli presentati e in attesa di essere giudicati legittimi. Non ci sono solo i loghi delle principali aggregazioni nazionali, quelle di cui rappresentanti strombazzano quotidianamente sui quotidiani: i partiti più scaltri depositano comunque il proprio simbolo anche se non presenteranno liste autonome; i partiti più piccoli cercano di presentare un simbolo con un qualche trucchetto acchiappa-voti dispersi; le aggregazioni stesse danno luogo a liste civetta utili a sfruttare i meccanismo della legge elettorale in vigore (chi non ricorda la Lista per l’Abolizione dello Scorporo e il suo inguardabile simbolo?).

    Il risultato di così tante dinamiche intrecciate e centrifughe paradossalmente converge nel trionfo dell’ovvio: tra i 177 simboli presentati, anche quest’anno è un florilegio di scudicrociati, falciemartello, arcobaleni, partitidemocratici, verdiverdissimi, partitiantipolitica, rose, leghedelnord e di altri luoghi comuni che, si immagina, dovrebbero servire a recuperare qualche voto di ottuagenari ancorati a simboli familiari e di ecologisti distratti. Alla faccia della comunicazione politica trasparente: per raccattare qualche voticino in più, ci si limita a riempire un tondino con più messaggi possibili, per intercettare il malcontento diffuso e l’ormai chiara disaffezione alla politica e ai suoi personaggi. La partecipazione è bassa e non è il caso di disperdere in schede bianche o nulle i voti: ciò che non hanno potuto i manifesti elettorali nelle stazioni e le comparsate promozionali nelle trasmissioni televisive, lo farà il simbolino magico, colorato e attraente. O almeno così sperano, i mistici comunicatori politici alle prese con loghi e slogan che durano una stagione e poi si sciolgono nel nulla. Come i rispettivi partiti.

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    6 Febbraio 2008

    Noiosissimi mesi politichesi (ricominciamo)

    Questo potrebbe essere il post più breve della storia di questo blog: basterebbe un link all’articolo “Noiosi mesi politichesi in vista”, scritto nel gennaio 2006. Poco è cambiato rispetto ad allora: stiamo di nuovo guardando l’anno appena iniziato per scoprirlo contrassegnato ancora una volta da elezioni politiche ed amministrative a livello italiano e da un quadro di crisi economica in ambito internazionale. Le uniche differenze visibili al momento riguardano la diversa genesi della situazione: un brusco crollo del governo in carica in Italia (nel 2006 venivamo da 5 anni di montagne russe berlusconiane) ed un pessimo circolo vizioso macro-economico che ha portato all’inizio di una fase di recessione globale dopo anni di crescita tendente allo zero.

    Le due differenze rispetto al 2006 convergono in realtà in unico punto: una crescita esponenziale del senso di pessimismo diffuso in Europa, in particolare in Italia. La comunicazione politica, facile immaginarlo, sarà la prima vittima di questo frangente: via le speranze nei ministri blogger, si ritorna alle solite contrapposizioni (centro)destra verso (centro)sinistra, liberisti verso liberal, forza del nuovo verso retaggi del passato (i due ruoli possono essere svolti in maniera intercambiabile dalle due fazioni). Via all’auspicato ritorno al proporzionale: la legge elettorale è quella dell’ultima tornata, ma la pessima esperienza dell’ingovernabilità vissuta negli ultimi due anni farà sì che i toni si accenderanno all’interno delle coalizioni ancor più che tra i due poli.

    Se nel 2006 il tema delle Primarie era di voga in Italia, ora le Primarie negli Stati Uniti e la loro portata mediatica diventano, come era stato previsto, il tema caldo nei modelli delle macchine informative dei partiti. Ma se negli Stati Uniti il Web è diventato il fulcro delle campagne elettorali soprattutto per motivi economici (si tratta pur sempre di un meraviglioso sistema per raccogliere fondi per le incomprensibilmente costose campagne finalizzate alla nomination nei due partiti), in Italia si tratterà ancora una volta di scimmiottare quanto già visto “di là” (slogan, eventi, comizi, ma anche modalità di interazione in Rete), pur tenendo sempre presente che l’obiettivo ultimo è apparire il più possibile (e per più tempo possibile) in televisione.

    Tutti aspettiamo il guizzo vincente: in un sistema maggioritario come quello esistente, avere un bacino del 30% di elettori “indecisi” a due mesi dalle elezioni fa sì che chi riuscirà a comunicare meglio i propri programmi (e perché no, anche la propria visione, che non fa mai male) potrà crescere nei sondaggi e piano piano avvicinarsi all’agognato premio di maggioranza. Molti sostengono che sia le elezioni statunitensi che quelle italiane hanno già dei vincitori in pectore che solo “per miracolo” potranno essere scalzati dai loro avversari: nel giro di pochi mesi scopriremo perciò se l’ovvio vince sempre, o se la comunicazione politica riesce davvero a risvegliare coscienza pubblica ed interesse tra i cittadini demotivati.

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