2 Marzo 2008

Il genio italico alle prese coi simboli elettorali

Immaginate la scena in stile Non ci resta che piangere: Leonardo Da Vinci alle prese con un committente che gli chiede la realizzazione di un nuovo logo per il proprio partito politico. Immaginate l’artista in versione proto-pubblicitario, che realizza un capolavoro in formato francobollo che finirà sulle pergamene elettorali. Immaginate il suo mentore che convoca una conferenza stampa e declama la bellezza del simbolo, la purezza del proprio programma elettorale, la sobrietà dei propri slogan, l’onestà dei propri candidati. Tutto ciò che, insomma, avviene almeno una volta ogni due-tre anni nell’Italia contemporanea: ogni volta, cioè, che un partitino qualsiasi mette in crisi il Governo in carica, come ritorsione per aver perso qualche poltrona chiave o per qualche problema giudiziario dei propri componenti. Forse Leonardo era più fortunato: magari i regimi dei suoi tempi erano meno democratici, ma realisticamente più stabili. Sicuramente, erano anni meno noiosi di questi, vessati da campagne elettorali intermittenti.

I nipotini di Leonardo, oggi, sono alle prese con committenti al limite della schizofrenia: non più artisti ma art director, spremono le meningi per cercare di tradurre in grafica gli altissssimi concetti con cui i politici di turno, alle prese con l’ennesima scissione, cercano di comunicare la propria differenza rispetto al resto dello schieramento politico. Personaggi che, ad esempio, fuoriescono da un partito in nome di altissimi principi morali, fondono l’ennesimo partitino del Grande Centro (yawn) e scelgono l’ennesimo fiore come nome e simbolo del proprio movimento, salvo poi riconfluire nel partito originale appena qualche settimana dopo, in cambio di qualche seggio sicuro. Ovvio che il grafico in questione non abbia tempo e voglia di sbattersi: se il partito si chiama “Crisantemo Azzurro”, disegna un crisantemo azzurro su sfondo bianco, appone il nome nella parte alta del tondo ed aggiunge qualche parola a caso sotto (da scegliere tra “Libertà”, “Democrazia”, “Sicurezza”, “Uguaglianza” ed altri 6-7 concetti astratti intercambiabili).

Fin qui, bisogna dire, si è nella normale dinamica italiana del “Il mio Partito è più tradizionalmente innovativo (eh?) del tuo”: si fanno i conti sul territorio e si coprono almeno le province più importanti con un po’ di luogotenenti locali, poi si annuncia “la presenza su tutto il territorio nazionale” e si corre a depositare il simbolo al Viminale. È qui che iniziano i dolori: nonostante si viva da ormai decenni in un sistema maggioritario, si scopre che esistono centinaia di liste, centinaia di simboli presentati e in attesa di essere giudicati legittimi. Non ci sono solo i loghi delle principali aggregazioni nazionali, quelle di cui rappresentanti strombazzano quotidianamente sui quotidiani: i partiti più scaltri depositano comunque il proprio simbolo anche se non presenteranno liste autonome; i partiti più piccoli cercano di presentare un simbolo con un qualche trucchetto acchiappa-voti dispersi; le aggregazioni stesse danno luogo a liste civetta utili a sfruttare i meccanismo della legge elettorale in vigore (chi non ricorda la Lista per l’Abolizione dello Scorporo e il suo inguardabile simbolo?).

Il risultato di così tante dinamiche intrecciate e centrifughe paradossalmente converge nel trionfo dell’ovvio: tra i 177 simboli presentati, anche quest’anno è un florilegio di scudicrociati, falciemartello, arcobaleni, partitidemocratici, verdiverdissimi, partitiantipolitica, rose, leghedelnord e di altri luoghi comuni che, si immagina, dovrebbero servire a recuperare qualche voto di ottuagenari ancorati a simboli familiari e di ecologisti distratti. Alla faccia della comunicazione politica trasparente: per raccattare qualche voticino in più, ci si limita a riempire un tondino con più messaggi possibili, per intercettare il malcontento diffuso e l’ormai chiara disaffezione alla politica e ai suoi personaggi. La partecipazione è bassa e non è il caso di disperdere in schede bianche o nulle i voti: ciò che non hanno potuto i manifesti elettorali nelle stazioni e le comparsate promozionali nelle trasmissioni televisive, lo farà il simbolino magico, colorato e attraente. O almeno così sperano, i mistici comunicatori politici alle prese con loghi e slogan che durano una stagione e poi si sciolgono nel nulla. Come i rispettivi partiti.

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    6 Febbraio 2008

    Noiosissimi mesi politichesi (ricominciamo)

    Questo potrebbe essere il post più breve della storia di questo blog: basterebbe un link all’articolo “Noiosi mesi politichesi in vista”, scritto nel gennaio 2006. Poco è cambiato rispetto ad allora: stiamo di nuovo guardando l’anno appena iniziato per scoprirlo contrassegnato ancora una volta da elezioni politiche ed amministrative a livello italiano e da un quadro di crisi economica in ambito internazionale. Le uniche differenze visibili al momento riguardano la diversa genesi della situazione: un brusco crollo del governo in carica in Italia (nel 2006 venivamo da 5 anni di montagne russe berlusconiane) ed un pessimo circolo vizioso macro-economico che ha portato all’inizio di una fase di recessione globale dopo anni di crescita tendente allo zero.

    Le due differenze rispetto al 2006 convergono in realtà in unico punto: una crescita esponenziale del senso di pessimismo diffuso in Europa, in particolare in Italia. La comunicazione politica, facile immaginarlo, sarà la prima vittima di questo frangente: via le speranze nei ministri blogger, si ritorna alle solite contrapposizioni (centro)destra verso (centro)sinistra, liberisti verso liberal, forza del nuovo verso retaggi del passato (i due ruoli possono essere svolti in maniera intercambiabile dalle due fazioni). Via all’auspicato ritorno al proporzionale: la legge elettorale è quella dell’ultima tornata, ma la pessima esperienza dell’ingovernabilità vissuta negli ultimi due anni farà sì che i toni si accenderanno all’interno delle coalizioni ancor più che tra i due poli.

    Se nel 2006 il tema delle Primarie era di voga in Italia, ora le Primarie negli Stati Uniti e la loro portata mediatica diventano, come era stato previsto, il tema caldo nei modelli delle macchine informative dei partiti. Ma se negli Stati Uniti il Web è diventato il fulcro delle campagne elettorali soprattutto per motivi economici (si tratta pur sempre di un meraviglioso sistema per raccogliere fondi per le incomprensibilmente costose campagne finalizzate alla nomination nei due partiti), in Italia si tratterà ancora una volta di scimmiottare quanto già visto “di là” (slogan, eventi, comizi, ma anche modalità di interazione in Rete), pur tenendo sempre presente che l’obiettivo ultimo è apparire il più possibile (e per più tempo possibile) in televisione.

    Tutti aspettiamo il guizzo vincente: in un sistema maggioritario come quello esistente, avere un bacino del 30% di elettori “indecisi” a due mesi dalle elezioni fa sì che chi riuscirà a comunicare meglio i propri programmi (e perché no, anche la propria visione, che non fa mai male) potrà crescere nei sondaggi e piano piano avvicinarsi all’agognato premio di maggioranza. Molti sostengono che sia le elezioni statunitensi che quelle italiane hanno già dei vincitori in pectore che solo “per miracolo” potranno essere scalzati dai loro avversari: nel giro di pochi mesi scopriremo perciò se l’ovvio vince sempre, o se la comunicazione politica riesce davvero a risvegliare coscienza pubblica ed interesse tra i cittadini demotivati.

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    25 Agosto 2007

    Il metro-tram-bus di Padova e le aberrazioni della politica locale

    Esiste una storia, una di quelle che per i lettori italiani hanno un po’ il sapore agro dei deliziosi articoli di GianAntonio Stella e per i cittadini locali rappresenta un incubo quotidiano e basta, che è nata come involontario caso di studio sulle aberrazioni della comunicazione politica ed è finita per causare l’invalidità permanente di diversi giovani. Si tratta delle vicende del metrotram di Padova, dai cittadini conosciuto semplicemente come tram, nel tempo rinominato dai politici metrobus e dai tecnici SIR1. Qui ovviamente ci si concentra sugli insegnamenti che le disavventure del mezzo pubblico patavino fanno trarre a chi si appresta a lanciarsi nell’agone elettorale e sta preparando il proprio piano di comunicazione politica.

    La storia iniziò quasi venti anni fa, all’inizio degli anni Novanta. La variegata giunta comunale del tempo, guidata dal sindaco Giaretta, ebbe un’illuminazione urbanistica: per risolvere l’angosciante montata del traffico d’affari (e non) derivante dall’hinterland ed accentuato dalle decine di migliaia di turisti e studenti quotidianamente attratti dallo spiccato profilo culturale della città, era necessario riformare i sistemi dei mezzi pubblici. Venne varato un Piano Urbano del Traffico che focalizzava gli sforzi intorno ad un sistema di tram ad alta capacità, guardando alle esperienze vincenti delle maggiori città d’Europa che effettivamente, negli anni successivi, hanno seguito strade simili.

    Vero e proprio paladino del mezzo era il giovane Flavio Zanonato, proveniente dal centrosinistra e con una crescente esperienza nel settore dei lavori pubblici; con le sue nomine a sindaco nelle successive tornate elettorali, il piano sembrò spiccare il volo verso la metà degli anni Novanta. Vennero rastrellati ampi fondi a livello nazionale e si aprì un ampio dibattito interno alla città: nonostante l’incessante comunicazione pubblica cercasse di spiegare i vantaggi del mezzo unico rispetto all’attuale sistema di autobus comunali, ampie frange dell’opinione pubblica temevano un impatto negativo sul delicato equilibrio architettonico cittadino (basti dire che i principiali viali del centro storico sono costruiti intersecando antichi ponti romani).

    Nella successiva competizione elettorale, nel 1999, il metrotram non poteva che diventare il principale oggetto del contendere tra il sindaco uscente e la rampante Giustina Destro, rappresentante dell’area berlusconiana del centrodestra veneto. Fu proprio quest’ultima ad esacerbare lo scontro sull’argomento ed a trasformarlo nel punto a favore della sua elezione: con appena un migliaio di voti di scarto, la vittoria della Destro fu quella del movimento trasversale del partito “No tram” più che del centrodestra. Le arti della comunicazione politica erano state usate più che sapientemente nel mobilitare il malumore diffuso rispetto ad un progetto che da marginale era diventato cruciale nel dibattito pubblico cittadino.

    Il vero colpo di scena della vicenda si ebbe pochi mesi dopo: pur di non perdere svariate decine di milioni di Euro stanziati dallo Stato, la Destro tirò fuori dal cassetto un progetto “innovativo”: il metrobus. Si trattava di un’iniziativa dalle impressionanti similitudini con quello tanto vessato precedentemente: l’unica innovazione sembrò essere nel mezzo di trasporto, una sorta di treno leggero su gomma più che il tram tutto sommato tradizionale di Zanonato. La maggiore differenza stava soprattutto nella capacità: il progetto della giunta precedente arrivava a garantire circa 100.000 persone trasportate al giorno, mentre la nuova struttura fu pensata per meno di un quinto. La macchina della comunicazione pubblica ricominciò a pompare entusiasmo sulla nuova iniziativa, tra la perplessità generalizzata della popolazione, in primis dei sostenitori della sindaca.

    I lavori partirono grazie ad un appalto abbastanza “guidato”, gestito dall’Azienda Padova Servizi: il Ministero dei Trasporti, tuttavia, sollevò circa una trentina di obiezioni al progetto della Lohr, azienda francese capofila del Consorzio Mantegna. Le osservazioni statali vertevano soprattutto sull’eccessivo grado di innovazione del progetto: il tanto agognato mezzo leggero non aveva precedenti al mondo. I francesi rassicurarono le controparti e la città subì anni di lavori per la posa della via guidata, cioè la rotaia unica che guida il mezzo, oltre che per la costruzione di ponti ed altre strutture necessarie ad accogliere il percorso da nord a sud della città. In questa fase che iniziarono i problemi seri per la popolazione: alcuni cittadini avevano subito incidenti gravi incappando nella rotaia o nei lavori. Presto si formò un Comitato vittime Metrobus di Padova, per gridare al mondo le brutte vicende tempo per tempo correlate con il nuovo mezzo.

    Tanta agitazione implicò un nuovo coinvolgimento del metrobus nella successiva tornata elettorale: arriviamo al 2004 e l’Amministrazione Destro, incredibile a dirsi, punta maggior parte della propria campagna elettorale sulla fine dei tanto odiati lavori. Viene lanciata la campagna di comunicazione “Pronti si parte” mentre il contendente, alias il “solito” Zanonato, svolge il ruolo che cinque anni fa aveva svolto la sua contendente: dichiara che ovviamente porterà a termine il progetto, ma viste le ampie riserve sull’iniziativa Destro, ci penserà due volte prima di costruire ampliamenti al sistema. La sindaca fa culminare la sua campagna pubblica-elettorale-politica con un colpo di genio: invita il Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, all’inaugurazione del mezzo pubblico.

    L’immagine di Berlusconi alla guida del metrobus in mezzo ad una città dal traffico impazzito non aiuta la campagna per la rielezione della Destro: il tram non riesce ad effettuare il collaudo sulle strade delle città ed è costretto a tornare alla casa madre di Strasburgo, mentre Zanonato riconquista la sua vecchia poltrona con ampio margine. Il resto è storia di questi mesi: il tram è entrato realmente in funzione nel 2007, quasi tre anni dopo l’inaugurazione “elettorale” del 2004. Gli incidenti segnalati dal Comitato aumentano verginosamente ed il metrotram, in servizio sull’asse principale della Città del Santo, ha il brutto vizio di deragliare nei tempi e nei luoghi meno opportuni. L’Amministrazione non osa togliere di mezzo gli autobus tradizionali, perciò il mezzo unico accresce il caos invece di contribuire a diminuirlo.

    I padovani, di centrosinistra o di centrodestra, hanno imparato tante lezioni da questa annosa vicenda di cattiva comunicazione politica mischiata a pessima amministrazione pubblica: la città è profondamente cambiata nell’aspetto e nella cultura dominante, ormai decisamente più variegata di quella monocolore (bianco) di un tempo. Ciò che sfugge a loro e che lascia perplessi anche noi che leggiamo di queste vicende interpretandole come un caso di studio, è il perché tutto ciò sia successo: c’era bisogno di questa girandola di cambiamenti di posizione, campagne elettorali al vetriolo e comunicazioni pubbliche esagitate? Il traffico è rimasto quello di sempre, con i pedoni a litigare con i ciclisti intenti a litigare con gli automobilisti propensi a litigare con gli autobus: c’è un serpentone metallico in più a cercare di farsi strada ed a litigare con tutti gli altri, ma le persone che lo usano sono veramente poche.

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    31 Luglio 2007

    Politici scottati dalla prova del fuoco

    Due anni e mezzo fa, mentre andava salendo l’attenzione del mondo politico verso i fenomeni della Rete sociale, molti di noi avevano partecipato al dibattito lanciato da Luca De Biase sulle tecniche e le strategie da adottare nel confronto con l’esigente pubblico di blog e dintorni. Le successive tornate elettorali, quelle Politiche in particolare, non hanno però segnato un grosso passo in avanti verso i precetti individuati da chi in Rete vive da tempo: i politici sono andati avanti con le proprie tattiche di comunicazione politica tradizionale, eventualmente aprendo i soliti siti-vetrina che d’altra parte ormai compaiono periodicamente da almeno dieci anni a questa parte.

    Poi negli ultimi mesi la multimedialità ha preso il sopravvento ed oggi l’attenzione degli astanti si è progressivamente rivolta verso le nuove piattaforme: “se abbiamo imparato ad andare in TV — avranno pensato i politici — sarà un gioco presentarci su YouTube”, un po’ come andare in triciclo dopo aver imparato ad andare in bici. Ed eccoli così tutti impettiti ed eleganti sui loro tricicli virtuali, con la calza davanti all’obiettivo ed il montaggio da filmato di matrimonio. Da notare che il riferimento non è necessariamente al video di Enrico Letta, che tutto sommato dimostra almeno un tentativo di dialogo; il problema è generalizzato e legato al difficile rapporto che il mondo della politica continua ad avere con elettori e radici locali degli organismi politici.

    Basti vedere le difficoltà del povero Paolo Gentiloni alle prese con la maledizione di Beppe Grillo: dopo mesi e mesi di post seguiti da una ventina di commenti ciascuno, è bastato puntare il riflettore sul suo blog per renderlo tecnicamente inutilizzabile e comunicativamente inutile. Una volta appreso l’esito dell’accettazione alle primarie del Partito Democratico, i suoi colleghi di partito, come Rosy Bindi, affilano le armi mentre vedono comparire sul Web misteriosi scalfarottini di turno e diventare sempre più forti personaggi insidiosi come il buon Mario Adinolfi, l’uomo che concilia poker, MTV ed aspirazioni politiche. A questo punto manca davvero solo Personalità Confusa, il nostro idolo bloggaro.

    Alle prossime Elezioni Politiche il Web avrà per la prima volta un’importanza rilevante anche in Italia, così come succederà ancora prima alle prossime Elezioni Presidenziali negli Stati Uniti. Inutile dire che i nostri politici dovranno imparare da quei candidati come gestire la popolarità via Web; eppure, anche noi elettori dovremo cercare di comprendere da quell’esperienza come sfruttare i meccanismi della Rete senza creare solo effetto rumore. C’è tanto da dire e tanto da ascoltare, da entrambe le parti, ma bisogna capire come farlo: altrimenti sarà solo un’immensa cagnara multimediale, visto che nessuno avrà una vita sufficiente a leggere anche un solo post con 3.000 commenti. Figurarsi se quella vita deve anche utilizzarla per fare il mestiere che gli abbiamo assegnato, quello di nostro rappresentante.

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    22 Maggio 2007

    Quella volta che Miss Padania vendette l’anima

    Leggere gli impietosi commenti sulla finale di Miss Padania, tenutasi dal vivo sabato sera e trasmessa in un’interminabile differita domenica notte su Rete 4, fa sorgere qualche dubbio sull’effettivo successo della manifestazione. Di per sé è già difficile provare simpatia per gli ideali razzisti dei leghisti più esagitati: fino a qualche anno fa, però, il concorso Miss Padania destava una certa simpatia derivante dal suo essere la punta kitsch del movimento, una sorta di parata di bizzarre donne nordiche non esattamente corrispondenti agli ideali di bellezza comunemente condivisi. Era un modo come un altro per far parlare del movimento del Nord attaverso codici per quei tempi innovativi.

    Allora come oggi, Bossi ed i suoi soci hanno considerato quest’occasione per esternare le proprie posizioni sulla politica nazionale. La differenza principale, però, è che un tempo la manifestazione aveva una dimensione locale e gli sponsor erano i macellai della zona; oggi, si tratta di un improbabile show trasmesso su una rete televisiva nazionale, scandito nei suoi tempi per divenire un prodotto televisivo prima che un evento fine a sé stesso. Questa mutazione genetica ha fatto sì che un tempo la platea fosse formata dai notabili leghistoidi della zona, mentre ora in prima fila stanno i vip e dietro di loro, idealmente, oltre 500.000 spettatori televisivi.

    Tutti con il fascino per l’orrido, si direbbe, visto il programma della serata:: un concentrato di ospiti surreali come Edoardo Raspelli o Mariangela (la lagnosa cantante tormentone di qualche mese fa) coordinati da presentatori riciclati tipo Marco Balestri e DJ Ringo, invitati a regalare 12 (dodici!) fasce alle aspiranti miss “padane” (per modo di dire, visto che arrivavano anche dalle “nordiche” Marche). Modalità di selezione per la fascia più prestigiosa: dei microesami di portamento, cucina, cultura celtica (…), recitazione, canto, ballo tenuti sul palco dalle dodici finaliste sotto l’occhio attento dei “professori”, dei quali si è portati a credere la fede leghista.

    Il noiosissimo spettacolo, con le sue punte trash, ha segnato un po’ la svolta per la comunicazione politica del movimento leghista, che ha strategicamente tenuto la manifestazione durante la campagna elettorale per le amministrative prossime venture. Venduta l’anima più grezza (e più radicata nei ceti medio-bassi), il movimento che sogna la Padania libera, ha dovuto indossare il vestito elegante del PalaSharp per finire su un canale televisivo connivente, ma nazionale. Bisognerebbe capire cosa ne pensi la base: che il movimento avesse perso la sua identità già da tempo era evidente, ma a questo punto non è né carne né pesce. In attesa che anche la prossima Miss Padania finisca a La Pupa e il Secchione come la precedente…

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