Comunicazione pubblica
Come comunicano gli Stati ed i loro servitori

Come comunicano gli Stati ed i loro servitori
Sono bastate un paio di settimane per lasciar sedimentare la vicenda della campagna di Oliviero Toscani per la Regione Calabria e già il tutto assume una luce diversa. Le discussioni da 1.000 commenti sono lentamente scivolate nell’off topic e gli animi sono meno esacerbati. I detrattori della campagna si sono resi conto che dopo le paginate sui quotidiani acquistate dalla Regione, i più si sono dimenticati della vicenda; i giovani calabresi si sono dedicati a produrre proposte alternative; i navigatori hanno scoperto nuove chicche on line come lo spot della campagna calabrese “Mare Vostrum”, che tra un peperoncino ed un Bronzo di Riace inserisce un ballerino di breakdance e dei suonatori di cornamusa.
Anche i commenti della prima ora, riletti ora, sembrano essere stati scritti più sull’onda emozionale che in base ad analisi attente ad origini ed impatti di questa bizzarra campagna. Ognuno, infatti, è rimasto sulle sue posizioni: i leghisti del Nord hanno ironizzato sulla realtà degli improbabili slogan, gli amici della giunta calabrese hanno difeso l’iniziativa, i politici della parte avversa l’hanno criticata, i blogger hanno confuso la Calabria con la Puglia. Come dire: se proprio la campagna doveva cambiare l’immagine dei calabresi nel mondo, forse l’obiettivo non è stato esattamente raggiunto. Certo, è solo il primo flight della campagna: chissà come sarannno i prossimi soggetti e se le nuove campagne verranno nuovamente affidate a La Sterpaia di Toscani.
Filed under Comunicazione pubblica by Giuseppe Mazza
Ieri, mentre quel simpaticone di D’Alema cercava masochisticamente di dimostrare alla sua coalizione pacificista la necessità di spendere milioni di Euro per schierare migliaia di militari in giro per il mondo, il primo ministro ed il suo vice illustravano ai giornalisti come avevano speso i 100.000 Euro del bando di concorso per la nuova immagine dell’Italia a livello internazionale. La finalità dell’iniziativa, hanno spiegato, è fortemente orientata al turismo: è pur ora che l’Italia recuperi qualche posizione nella classifica mondiale dei paesi più visitati del mondo, visto che negli anni è stata ampiamenta superata dai cugini francesi e spagnoli.
Il logo è riuscito ad accomunare gli italiani molto più della politica estera adottata dal governo: tutti lo odiano. Non si trova in Rete alcun cenno di approvazione verdo l’idea grafica e la sua realizzazione: i professionisti si sbracciano nel segnalare la preoccupante somiglianza con quelli di Logitech ed Izquierda Unida, i più sensibili notano il bizzarro mix di caratteri tipografici, di almeno tre tipi, alcuni in maiuscolo altri in minuscolo. Un delirio che sa tanto di compromesso tra spinte politiche magari opposte, con i risultati mediocri che come sempre derivano dai compromessi. Il Governo appena caduto ne sa qualcosa.
Il secondo ingrediente di questo nuovo approccio al mercato internazionale del turismo è il tradizionale annuncio annuale di Italia.it, il portalone profumatamente finanziato dallo Stato per coordinare gli sforzi di Regioni, Enti ed aziende pubbliche. Stranamente, sembrerebbe che stavolta sembra essere stato veritiero: il sito è effettivamente on line da oggi, seppure con vistosi errori tecnici da un lato e contenuti molto poveri dall’altro. Tornano in mente le proposte di Paolo Valdemarin che qualche mese fa ipotizzò un modo molto più intelligente di spendere le diverse decine di milioni di Euro spesi direttamente dallo Stato o distribuiti alle Regioni per creare contenuti ad hoc per il sito.
L’idea del logo non è affatto nuova ed anzi vanta numerosi precedenti internazionali: a dire il vero, forse bastava quello già utilizzato dall’Enit da una ventina d’anni. L’idea del sito dovrebbe essere più innovativa, ma il risultato è preoccupante: sarebbe anche carino capire perché, ad esempio, venga di fatto regalato traffico all’Alitalia, nemmeno fosse l’unico operatore nazionale. Ora che la nuova strategia è stata avviata, dobbiamo sperare che venga perseguita sino in fondo: purtroppo, l’eterna instabilità politica di questi anni non ci fa ben sperare. Ce ne accorgeremo presto: i flussi turistici sono misurabili, sarà difficile fare i furbi riguardo al risultato di queste iniziative.
Filed under Comunicazione pubblica, Turismo e trasporti by Giuseppe Mazza
Chi l’avrebbe mai detto: il Centro nazionale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione, per gli amici Cnipa, ha annunciato investimenti in comunicazione per 4 milioni di Euro. I dettagli verranno resi noti negli incontri ufficiali dei prossimi giorni in un incontro a Roma, ma già ora è noto che il budget verrà destinato sia ad iniziative rivolte alle amministrazioni pubbliche che ai cittadini finali. Verranno soprattutto ufficializzate le linee guida nazionali destinate alle iniziative locali.
Strano destino, quello dell’AIPA prima e del CNIPA poi: in eterno bilico tra fulcro del sistema e marginalità più cupa, deve la sua instabilità allo stretto vincolo con gli organi politici che l’hanno creata. Un’Autorità nata con fini nobili che, contrariamente alle sorelle regolamentative, doveva soprattutto svolgere ruoli di promozione, formazione e condivisione delle politiche pubbliche su Rete e dintorni. Persino i redattori della voce su Wikipedia, ricostruendo la storia di questo Ente, concludono «Non è facile dare un giudizio complessivo sull’operato dell’AIPA e del CNIPA».
Rimangono in Rete le tracce dei Quaderni che, a cavallo del cambio del millennio, venivano diffusi ad Enti pubblici e privati desiderosi di informarsi: si trattava di pubblicazioni molto particolari per gli standard italiani, visto il loro spiccare per voglia di innovazione ed indipendenza. In fin dei conti, era un tentativo di partecipare all’entusiasmo collettivo per la Rete al fianco delle amministrazioni pubbliche. Cosa molto diversa da ciò che negli anni successivi è diventata la prerogativa del neonato CNIPA: l’ennesimo ufficio complicazione affari semplici.
Oggi, le notizie principali riguardano gli accordi sottoscritti con i maggiori player informatici del settore: quello con Adobe, ad esempio, per l’istituzionalizzazione del formato Pdf come formato di scambio dei documenti autenticati con firma digitale, oppure quelli con Microsoft, IBM, HP e SAP. Dopo la vita dell’AIPA sotto il centrosinistra e del CNIPA sotto il centrodestra, chissà quale sarà la prossima vita di questa entità mutante. Soprattutto, chissà che fine faranno i 4 milioni di Euro di investimenti in comunicazione.
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Attese, sognate, temute, sperate, oggi iniziano le Olimpiadi invernali. Proprio quelle per le quali Evelina Christillin una decina di anni fa sbandierava la sicura ottima organizzazione piemontese, l’efficienza torinese, il fascino italiano. Ora ci siamo in mezzo e solo a posteriori ci rendiamo conto di quanto, in realtà, di torinese, piemontese ed italiano poco ci sia. A partire dagli sponsor “veri”, quelli che investono milioni di Euro e ricevono sostanziosi onori e particolari oneri dalle Olimpiadi.
Si tratta di un evento indimenticabile per la sua mole e per la Mole: un notevole esercizio di stile declinato su un lasso di tempo breve, ma che in realtà sostiene l’economia locale da ormai molti anni a questa parte. Nulla può rimanere anche solo leggermente imperfetto: si è trattato di metter su un’organizzazione “da guerra”, anche dal punto di vista dello sforzo produttivo. Basti pensare al Tobo, che garantirà un’adeguata copertura mediale all’evento: sarebbe veramente un peccato che così tanto knowledge specifico si disperdesse.
Un rischio solo parzialmente risolto dal fatto che parte degli “organizzatori” di Olimpiadi vagano di continuo per il Mondo, passando da un evento all’altro: quelli che rischiano di rimanere fuori dal giro sono proprio quelli che, soprattutto nel campo della comunicazione, hanno maturato esperienza sul territorio e lì vogliono spenderla. Chissà cosa faranno, dopo. Chissà cosa faranno soprattutto in un’economia come quella torinese, già abbastanza disastrata di suo.
Lasciando da parte il pessimismo a medio termine, è facile immaginare che i torinesi vivranno giornate intense ed emozionanti, circondati dalle migliaia di persone inviate dai media internazionali, statunitensi in primis: continueranno ad osservare incuriosite le strane scelte che si pareranno davanti ai loro occhi, magari sostenute da interessi economici o semplice disorganizzazione. Vedremo cosa ci racconteranno, con gli occhi disincantati di chi vive una delle città più belle in Europa e la vede ogni giorno più preoccupata del suo futuro. Speriamo si inventino ancora qualcosa di grandioso: ci rivediamo tra dieci anni!
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Esiste dal 1993 e la incontriamo spesso: la marcatura CE di solito fa bella mostra di sé sui prodotti tecnologici, sui giocattoli, sugli occhiali da sole. Ad ognuno comunica qualcosa in maniera diversa, ma tutti sono sicuri che è un simbolo di sicurezza che le istituzioni europee affidano solo ai prodotti che rispondono agli standard. Sbagliato: la marcatura è frutto di autocertificazione da parte dei produttori: una volta apposta, la marcatura non ha scadenza e diventa un vero e proprio lasciapassare per tutto il mercato europeo, visto che nessuno Stato può rifiutare l’entrata sul proprio territorio di un prodotto che reca le due letterine magiche.
Quest’altro simbolo invece deriva addirittura dall’ISO, notoriamente fonte di rigide regolamentazioni. Anche in questo caso si tratta di autocertificazione, ma qui il dubbio è ancora maggiore del precedente: sebbene in tutti noi ormai susciti l’idea del riciclo, è ufficialmente permesso che la sua presenza su una conferzione possa significare sia che il prodotto ivi contenuto è riciclabile, sia che solo il contenitore stesso è riciclabile, sia che il prodotto è fatto di materiale riciclato, sia che è solo il contenitore ad essere di materiale riciclato. Chiaro esempio di comunicazione, no?
Il doppio quadrato a sinistra è misterioso ma presente selettivamente su alcuni prodotti elettrici ed elettronici: come per tanti altri il consumatore spesso lo ignorerà totalmente. In realtà, dovrebbe servire a comunicare ai Clienti, quali sono i prodotti con isolamento elettrico di Classe II. Diffusa a livello europeo, sarebbe un’indicazione interessante poiché indicante una serie di prodotti le cui caratteristiche permettono di supporre una maggiore sicurezza anche in impianti elettrici senza collegamento a terra, situazione purtroppo non così rara in molte abitazioni del Vecchio Continente.
Il barattolino a destra è invece presente sui prodotti igienici e cosmetici: basta guardare i propri e sicuramente lo si troverà, sebbene microscopico, visto che è obbligatorio. Sta ad indicare il Period after Opening, cioè il valore di mesi in cui il prodotto conserva uno stato di affidabilità e sicurezza. Forse in pochi pensano al fatto che prodotti delicati come le creme o i dentifrici stessi, quotidianamente a contatto con il nostro corpo, possano perdere poteri o addirittura diventare dannosi, dopo un certo periodo di contatto con l’aria. La tipica comunicazione pubblicitaria legata all’efficienza di questi prodotti effettivamente lascia supporre poteri magici insiti per natura stessa dei prodotti.
Magari, un giorno, ogni volta che si acquisterà un dentifricio per la casa al mare si penserà a guardare i mesi di validità, oppure si sceglierà un oggetto elettronico anche in base alle certificazioni di sicurezza segnalate. Per ora, guardiamo distrattamente ai simbolini che campeggiano sui prodotti che utilizziamo quotidianamente o li ignoriamo del tutto, visto lo scarso potere comunicativo con cui sono stati realizzati. A volte sono graziosi, in altri contesti magari rovinano il look di un oggetto a causa della loro stessa esistenza.
Non abbiamo grossa sensibilità su questi temi e probabilmente pensiamo che siano stati messi lì da qualche ente supremo per stupidi motivi burocratici, quali dazi assolti ed astruse verifiche di sicurezza in laboratorio. Per fortuna, la Banca Dati Marchi di Altroconsumo riesce a spiegare ai consumatori tutta la strana simbologia di matrice europea ed internazionale, distinguendo quelli veramente importanti da quelli che addirittura sono stati creati da alcuni produttori: sono avvertite le aziende furbastre.
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Son sempre scritti bene, i comunicati stampa del Ministero dell’Innovazione. Riescono a trasmettere entusiasmo, ottimismo, vivacità. Quello sullo sviluppo della banda larga in Italia non fa eccezione: squillino le trombe, il 37% delle aziende ed il 19% delle famiglie usa la banda larga, così come il 73% delle scuole ed addirittura l’85% delle strutture sanitarie (qualsiasi cosa esse siano).
Al di là dei dati sulla pubblica amministrazione, cui va un plauso per l’effettivo investimento in nuove tecnologie (i soldi pubblici non sono un problema, si direbbe), è importante notare che, letti da un’altra luce, i dati vogliano anche dire che il 63% delle aziende italiane e l’81% delle famiglie non ha ancora, nel 2005, nessuna connessione broadband. Non ce l’hanno magari non perché non la vogliono, ma perché magari nessuno riesce loro ad offrirla.
Il problema non è strettamente commerciale: di pubblicità di Alice e delle sue sorelle son piene le fosse. Il problema è biecamente infrastrutturale: la mappa dell’Italia pubblicata nella seconda slide degli allegati al comunicato stampa fa paura. L’Italia appare da un lato afflitta da un rossastro morbillo, dall’altra preoccupantemente ingiallita: la sintesi visuale dice più dei numeri quanto territorio italiano sia ancora largamente scoperto, non raggiunto dall’Adsl.
Si badi bene: dall’Adsl, non dalla vera banda larga. In Italia ormai in pochi investono nella fibra ottica e ciò non lascia prevedere nulla di buono sul lungo termine. Per quanto l’invenzione dell’Asdl sia stato un assegno in bianco per il futuro tecnologico italiano, la mancanza di investimenti infrastrutturali rischia di diventare un problema eccessivo nel lungo termine. Non è un caso che, una volta confrontati i nostri dati con i benchmark europei, la verità di un’Italia fanalino di coda venga prepotentemente alla luce.
Continuiamo a tenere d’occhio i lavori dell’Osservatorio Banda Larga, ma cerchiamo di farlo con senso critico: proprio perché gli attori coinvolti sono così importanti per il mercato italiano, è importante che orientino le loro strategie verso uno sviluppo che tenga conto delle necessità dell’economia reale. La banda larga non è un gingillo per scaricatori indefessi: è uno strumento di comunicazione e di lavoro che può far fare un salto di qualità notevole a tutti noi.
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Se la Verità (quella con la V maiuscola) stesse sempre dietro delle pecette posticce, la Rete sarebbe il Paradiso.
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Non l’ha scritto un adolescente, l’SMS che la protezione civile sta mandando (random?) agli Italiani: l’ha scritto un organo ufficiale dello Stato, sdoganando l’uso ufficiale dell’X per “per” e confermando ancora una volta che, di fronte ai grandi eventi, l’invio degli SMS è diventata una regola. Era successo per il blackout, per le elezioni, per lo tsunami.
«PROT. CIVILE — SE VAI A ROMA X OMAGGIO PAPA USA MEZZI TRASPORTO COLLETTIVO. PREPARATI A CODE ORGANIZZATE MA MOLTO LUNGHE. CALDO DI GIORNO FRESCO DI NOTTE. X INFO ISORADIO 103.3»,
recita l’SMS, che al tempo stesso riesce ad invitare all’utilizzo di mezzi pubblici e consigliare la radio per gli automobilisti. La situazione, d’altronde, sta precipitando, come si era già intuito domenica, quando a fine Messa le folle si accalcavano per uscire dalla Piazza ed era facile spostarsi senza muovere i piedi: ora il tutto è moltiplicato per 10 e le persone non si misurano più in decine ma in centinaia di migliaia. Pare che si siano moltiplicate anche le forze dell’ordine, praticamente inesistenti durante quel primo evento.
Si tratta, stavolta, dell’Evento, quello con la E maiuscola. Sebbene non si capisca quale sia esattamente (la coda o il funerale?), nel suo complesso il post mortem del buon Wojtyla sta smobilitando mezza Italia e mezza Polonia, oltre a colonie sparse di fedeli e politici proveniente da altri Paesi. Dopo che ha raggiunto il Centro Storico di Roma ed ha fermato la città, Bertolaso si è finalmente deciso a chiudere la fila ma in un impeto di ottimismo ha fissato la fine a stasera alle 22, immaginando “solo” 24 ore per esaurire la gente in coda.
Non è difficile immaginare che, domani sera alle 22, a fine esposizione, decine (o centinaia?) di migliaia di persone saranno ancora sul sagrato di San Pietro e sulle vie limitrofe. Arrabbiati per essere rimasti fuori ad un passo dalla visione mistica ma furbescamente già pronti ad aspettare ulteriori 12 ore (cosa vuoi che siano…) per assistere in pole position ai funerali. Ovviamente, nel frattempo, qualche altro centinaio di migliaia di persone sarà lì lì pronto ad accodarsi giù giù verso il centro di Roma.
I media, ovviamente, stanno impazzendo. Di gioia, sì. Sabato sera chiunque camminava per Castel Sant’Angelo poteva capire come stessero mugugnando “speriamochemuoiasperiamochemuoia”, dopo 48 ore ad aspettare. Dopo che è avvenuto, si son resi conto che questo voleva dire aspettare almeno un’altra settimana, fermi lì, nonostante si fossero finite la fantasia e la forza.
E giù ad aspettare, aspettare, aspettare. A vedere la fila di pellegrini crescere fino a davanti le telecamere, poi vederla andare ben oltre, ormai strabordante verso il Tevere ed oltre, giù per il Centro. Ormai avranno capito che è l’Evento e saranno felici di poterlo testimoniare e raccontare ai propri figli. A meno che non avvenga qualcosa di terribile venerdì: allora, diventerà l’Ecatombe. E non ci sarà SMS che tenga.
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Saverio Manfredini pubblica su Punto Informatico un accorato articolo sulla lista degli “auditi” dalla Commissione Interministeriale sui contenuti digitali nell’era di Internet (che brutto nome), lamentando la scarsa presenza di movimenti no profit ed altre realtà che non vedono i contenuti digitali esclusivamente come fonte di reddito. Si sviluppa, come al solito, la discussione sul tema (non tanto nuovo, tra l’altro), con i consueti arroccamenti su posizioni qualunquistiche o pretestuose. Che noia.
Bisognerebbe capire, piuttosto, quali erano gli obiettivi dell’audizione. Leggendo il documento Traccia dei temi pubblicato dal Ministero di Stanca, si capisce chiaramente che si trattava di una riflessione sul business dei contenuti digitali più che sulle dinamiche sociocomunicative degli stessi o sui diritti (e doveri) dei navigatori. La critica per l’assenza della Free Software Foundation Europe è legittima fino ad un certo punto, visto che l’Associazione Software Libero, che vi è affiliata, era presente; quella per il mancato coinvolgimento di New Global lo è ancora meno.
Basta guardare le pagine che quest’ultima associazione dedica ai lavori della Commissione per capire che non è così difficile capire il motivo per cui il Ministero non l’ha presa in considerazione. Le critiche all’operato della Commissione partono criticando la pubblicazione del documento di cui sopra in versione Powerpoint invece che in XML o in formato solo testo. Gli aderenti all’associazione hanno dovuto scaricare un viewer per guardare il file: chissà cosa avrebbero dovuto fare, gli utenti comuni, per accedere con tranquillità alla versione XML, distribuirla comodamente e magari scriverci su. L’attacco va avanti con una divagazione sull’esterofilia del mercato dei prodotti multimediali. Si finisce tirando in ballo la Dichiarazione di Ginevra sulla Proprietà Intellettuale. Si rimane, dopo aver letto l’intervento, in dubbio sul perché un Ministero dovrebbe interessarsi a questo tipo di “suggerimenti” di nicchia. Viva la democrazia, ma allora verrebbe da dar voce ad associazioni ben più radicate.
Tutto ciò, tuttavia, non deve servire come giustificazione del mediocre lavoro svolto dalla Commissione, anzi. Semplicemente, è evidente che Vigevano e soci hanno seguito il più basilare dei principi gestionali: l’80/20 di Pareto – Juran. Microsoft più Apple fanno ben più dell’80% dei sistemi operativi installati. Vodafone, Wind, H3G e Telecom Italia coprono il 100% del mercato della telefonia mobile italiana. L’AIIP copre almeno l’80% dei provider medio – piccoli, e così via.
Hanno individuato, insomma, gli attori principali del mercato ed hanno chiesto loro, in un’ottica più Europea che Italiana, cosa pensassero dell’andamento e dei possibili sviluppi. Da qui a dire che è la tecnica migliore, lo sforzo ci vuole. Che sia un’occasione sprecata, lo si vede tutti. Ma non trinceriamoci dietro la solita retorica da collettivo antagonista: il mercato europeo dei contenuti digitali sta esplodendo e lo farà sempre di più in futuro. Cerchiamo di non lasciarci schiacciare, come potenziali clienti e come potenziali produttori di contenuti, dietro le barricate del peer to peer legale a tutti i costi.
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Una volta Rodotà era un buon politico: anzi, vista l’eterna morìa dei buoni leader del centrosinistra, si sarebbe potuto affermare come figura di primo piano. Invece, si è lentamente lasciato avvolgere nel tormentone dello “scrivo un articolo sulla privacy – scrivo un libro – divento garante fino alla fine dei miei giorni”. Peccato: non che non abbia lanciato buone idee (a livello di principio), ma l’Authority nel suo complesso ha lanciato solo continui, costosi (per le aziende) elenchi (di tutti i tipi).
Stavolta non si tratta dei soliti elenchi di titolari di trattamenti etc. etc. ma del più classico degli elenchi: quello degli abbonati. Rivisto in maniera molto più ampia delle classiche Pagine bianche che da sempre arrivano nelle case ed oggi sono facilmente consultabili (gratuitamente) in Rete. Si tratta, piuttosto, di un vecchio tormentone contemplato anche nelle licenze ai gestori: un esempio è quella GSM ad Omnitel Pronto Italia, oggi Vodafone Italia, che all’articolo 10, prima di cose molto più importanti (l’interconnessione, il canone, etc.) parla de
«L’ELENCO ABBONATI
- Omnitel può inserire i nomi degli abbonati che lo richiedono nell’elenco telefonico e nell’elenco del servizio 12
- Può essere stipulato un accordo tra Omnitel e Telecom Italia per l’elenco abbonati».
Rimangono tracce on line di come Omnitel aveva provato ad adeguarsi: un clamoroso fallimento. Fondamentalmente, tutti gli operatori avevano scoperto che, nonostante la gratuità dell’operazione, i titolari di linee mobili non ci tenevano proprio a finire in elenchi pubblici. Gli stessi titolari delle classiche linee fisse, hanno negli ultimi anni mostrato una crescente insoddisfazione, visto che ora i loro dati oggi appaiono senza colpo ferire in migliaia di siti in giro per il mondo: il primo fu InfoSpace e fece un certo scalpore a fine anni Novanta.
L’Autorità ha pubblicato un comunicato trionfante, sicura che cesseranno le violazioni della privacy degli utenti italiani. D’altra parte, il modello che gli utenti dovrebbero compilare è praticamente incomprensibile. Si prevedono elenchi telefonici moooolto leggeri, nei prossimi anni: saranno ben pochi, in Italia, a prendersi la briga di comprendere il questionario, compilarlo correttamente, inviarlo…
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