Editoria
Riflessioni a margine del mercato editoriale

Riflessioni a margine del mercato editoriale
Chi si occupa di Investor Relations sa che c’è sempre una via d’uscita nel comunicare in maniera positiva la maggior parte delle situazioni: quando l’utile lordo non brilla si può citare l’Ebit, se l’Ebitda è in calo rispetto all’anno precedente si può esaltare la posizione finanziaria netta; se il fatturato è inferiore alle aspettative degli analisti, si può sottolineare che la propria performance negativa è comunque leggermente migliore a quella del proprio settore industriale di riferimento. Quando però anche il settore è in crisi profonda, c’è poco da sorridere.
Il rapporto La Stampa in Italia (2007-2009) della Federazione Italiana Editori Giornali cerca di dimostrare in maniera lucida in cosa consista la crisi dell’editoria in Italia ed in effetti il sorriso lo fa passare davvero. Tutti gli indicatori, anno su anno, in valore assoluto e spesso con percentuali a due cifre, sono in calo. Il Margine operativo lordo delle imprese editrici di giornali, ad esempio, in un solo anno (2009 vs. 2008) è crollato dell’89,7%; i loro ricavi pubblicitari sono diminuiti del 16,6%; le vendite medie giornaliere ormai sono sotto i 5 milioni.
Ci sono dei valori in crescita, a dire il vero, ma solo lato costi: basti dire che il costo del lavoro per addetto è decollato fino a oltre 107mila Euro, un valore incredibile se paragonato alla media delle altre società (51mila quelle industriali, 45mila quelle del terziario). Il tutto assume un carattere tragico, in considerazione del fatto che tutti noi, purtroppo, siamo a conoscenza di giornalisti, pubblicisti, operatori della comunicazione di seniority e percorsi diversi che negli ultimi anni hanno perso il lavoro o sono oggi costretti ad accettare contratti ridicoli.
L’associazione chiede aiuto al Governo, con incentivi fiscali e crediti d’imposta, scagliandosi violentemente da un lato col “saccheggio” operato da motori di ricerca e rassegne stampa radiotelevisive (!), ma anche col sistema postale che viene presentato come costoso ed inefficiente e con l’affollamento pubblicitario in televisione rispetto agli investitori in fuga dalle testate cartacee. La situazione è veramente drammatica, ma non ci sono grandi vie d’uscita e 9 cents che tengano: sembra di osservare il telegrafo soffrire per il sopravvento del telefono.
Filed under Editoria by Giuseppe Mazza
Estate 2005: su .commEurope ci si interrogava sulle campagne di basso profilo che scorrevano su Corriere.it. I fatturati della versione digitale del quotidiano evidentemente non andavano un granché e quindi l’editore raccimolava centesimi alla meno peggio. Una manciata di mesi dopo, il mercato accoglieva un annuncio a tratti sconvolgente e a tratti prevedibile: RCS Mediagroup annunciava con enfasi l’acquisisizione di Dada e la sua voglia di integrare i servizi multimediali dei due gruppi.
Un bel colpo, che si è tradotto in uno stillicidio lungo quasi un lustro. Ogni manciata di mesi, RCS Mediagroup ha annunciato l’acquisizione di qualche briciola del capitale sociale di Dada, sino all’annuncio di gennaio 2010 (!) di aver finalmente superato il 50% del gruppo fiorentino. Complice forse anche questa lunga danza finanziaria, delle possibili sinergie editoriali ed industriali tra i due gruppi, negli ultimi anni si è visto ben poco e quasi tutto in favore di Dada più che del gruppo editoriale.
Mentre Dada ha continuato la sua politica di acquisizioni in ambito digital goods, RCS Mediagroup ha continuato sulla sua strada di indecisioni sul proprio business model, complice la crisi economica generale e quella dell’editoria in particolare. Flessione continua delle vendite in edicola, qualche piccolo segno positivo in ambito display advertising, il lancio di Premium Publisher Network, gli investimenti per offrire i quotidiani del gruppo via mobile browsing e mobile application.
Proprio su quest’ultimo punto, in questi giorni, si stanno alzando gli strali verso l’editore, ritenuto colpevole, con la “complicità” di Tre (e si mormora presto con quella degli altri Operatori mobile), di aver iniziato a far pagare i contenuti del quotidiano indipendentemente dalla modalità di visualizzazione. Per la prima volta, notano i più arrabbiati sui social network, si esce dall’equazione walled garden=fregatura e si passa direttamente a l’Operatore sa cosa/dove navighi e te lo fa pagare di conseguenza.
Chi oggi si indigna per la scelta di RCS e magari si eccita per Apple iPad e per la possibilità di “consultare in mobilità i quotidiani”, forse dimentica che il quotidiano da sempre si consulta in mobilità. E dimentica pure di essere in un Paese in cui appena pochi mesi fa 40.000 persone hanno prenotato un abbonamento da 130 Euro a scatola chiusa al Fatto Quotidiano. Ed in cui si spende abitualmente 10/15 centesimi di Euro per inviare ogni SMS. E che forse 9 centesimi a pagina, molti, li spenderanno pure.
Filed under Editoria, Telecomunicazioni by Giuseppe Mazza
Visto che in Rete tutto si muove per simpatie/affetti/innamoramenti, persino quando si parla di economia/marketing/trend di mercato, non è difficile ricordare le migliaia di messaggi eccitati a proposito di Chris Anderson e della sua coda lunga. Lettori o meno di The Long Tail, tutti ci sentivamo in diritto di esprimere il nostro parere su un’idea rivoluzionaria: che sarebbero stati i micro-gusti, le decisioni individuali, le tendenze sotterranee e non più le imposizioni dall’alto a guidare le evoluzioni dei principali settori economici, industria culturale in primis.
Mentre ci imbottivamo di gadget tecnologici uguali per tutti (leggi iPod) e rendevamo di massa anche quelli nati come “di élite” (leggi iPhone), dichiaravamo che li avremmo riempiti di materiali sonori di gusto sopraffino e peculiare, finendo poi per saturarli di hit estive e tormentoni della pubblicità. Lo stesso fenomeno poi visto anche in termini di libri e film: leggermente più guidati dal passaparola i primi, totalmente guidati dai gusti di massa i secondi. Qualche piccola stellina in ambito editoriale, le solite stellone in ambito cinematografico.
Negli scorsi giorni, The Economist ha gridato che il re è nudo. Con un dossier equilibrato e non gridato, ha rilevato il successo del vampiresco New Moon ed ha ipotizzato un probabile successo di Avatar, a confermare la rinascita dei grandi blockbuster rispetto al previsto boom delle produzioni alternative. I numeri riportati dal giornale sono impressionati e dovrebbero far fischiare le orecchie a Chris Anderson che, nel frattempo, fa finta di aver parlato sempre e solo di “altro”, concentrando la sua attenzione sul mercato delle news.
Può essere che il destino florido della coda lunga sia stato limitato dai limiti cognitivi dell’uomo, più propenso a seguire il gregge piuttosto che individuare nicchie appassionanti. Il problema è che le evoluzioni del mercato per inseguirla hanno esiti imprevedibili: ad esempio, si lancia il digitale terrestre per aumentare il numero di canali a disposizione dell’utente, poi li si nasconde ancora di più di come avveniva sulle frequenze analogiche. Abbiamo inseguito il mito del meglio per ognuno, siamo finiti sotto il giogo del meno peggio per tutti.
Filed under Cinema, Editoria by Giuseppe Mazza
Il primo step gli editori italiani lo hanno fatto nel momento in cui hanno iniziato ad aggreggare la versione online di tutte le proprie testate sotto un unico dominio. Prima utilizzando il dominio dell’editore o di un’iniziativa specifica per il canale (pensiamo alla genesi di Kataweb), poi quello della testata principale del gruppo.
Hanno così prevalso i grandi quotidiani, sotto i cui domini, con esiti spesso bizzarri in termini di naming, sono finite anche tutte le iniziative editoriali dei gruppi non riconducibili ad una testata specifica: dai siti promozionali agli annunci di lavoro, tutto ha trovato casa sotto tre-quattro cappelli principali e conosciutissimi.
Questo ha fatto sì che, nelle statistiche pubbliche, questi domini cappello esplodessero in termini di pageviews. La tendenza, peraltro, si è poi vista anche a livello internazionale: è notizia recente la scomparsa del sito dell’International Herald Tribune in favore del New York Times, con clamorosi danni all’indicizzazione dei contenuti.
Quella che invece è una peculiarità del tutto italiana è l’agitazione che ha contraddistinto il mercato a partire dall’annuncio della nascita di Premium Publisher Network, il consorzio fondato inizialmente da Rcs Mediagroup e Gruppo Editoriale L’Espresso poi arricchitosi con l’ingresso dell’Editoriale La Stampa e recenemente di Athesis.
L’agitazione deriva forse dall’entusiasmo di aver osato sfidare, a livello nazionale, i giganti internazionali della pubblicità a performance. In barba a qualsiasi normativa a tutela della concorrenza, il prossimo passo potrebbe essere un bel super-dominio che aggreghi tutti gli editori del consorzio. Tanto, se la concessionaria è la stessa per tutti…
Filed under Editoria, Pubblicità by Giuseppe Mazza
Sala gremita, auditorium universitario di una grande città: il docente che sta esponendo le sue slide ad un certo punto cita Europeana. Con la coda dell’occhio nota il viso perplesso di uno studente e gli sorge un dubbio. Si interrompe e chiede a tutta la platea, formata da docenti e studenti, quanti conoscano Europeana. Qualche docente bofonchia, solo uno studente annuisce.
Ci sarebbe da scommettere che lo studente conoscerà Europeana più per le difficoltà incontrate al tempo del rilascio lo scorso novembre che per un effettivo utilizzo in prima persona della piattaforma a fini di ricerca e approfondimento. Eppure, Europeana sembrerebbe fatta apposta per accompagnare studenti e docenti nella conoscenza della cultura europea.
Il progetto è infatti ambizioso: Europeana vuole censire e condividere fino a 10 milioni di opere culturali e artistiche prodotte nel corso dei secoli nei vari Stati dell’Unione Europea. Una volta risolti i problemi tecnici legati all’eccessiva curiosità dei cittadini ai tempi dell’annuncio, dovrebbero già essere consultabili oltre 2 milioni di opere, a titolo completamente gratuito.
Europeana è diversa da Google Book Search e da Wikipedia: si tratta di un progetto internazionale senza scopo di lucro (ciò la differenzia dall’iniziativa di Google e dai vecchi tentativi di Microsoft) ed è seguito da un gruppo di professionisti (ed in questo diverge dalla seconda). Una sfida enorme, che ben rappresenta opportunità e difficoltà di questo tipo di progetti.
L’Unione Europea sembra aver deciso di accettarla, insieme ad altri investimenti culturali finalizzati alla condivisione dell’enorme patrimonio proprio di questo Continente. La preoccupazione è che, spaventati dai risultati di pubblico prevedibilmente marginali, i gestori della piattaforma possano desistere dal portarla avanti. Costa solo 2 milioni di Euro annui, vale la pena.
Filed under Arte, Editoria by Giuseppe Mazza
Assodato il clima di crisi (andiamo avanti, o non parliamo d’altro), è possibile tirare una linea e provare ad annotare alcuni dei fenomeni visti nel corso del 2008, ovviamente dal punto di vista del loro impatto su marketing e comunicazione in Europa e dintorni. Uno in particolare, che potremmo definire “la caduta dei miti”, sembra riassumerne la maggior parte.
Pensate al mondo dello sport: doveva essere un anno mirabolante, fatto di Olimpiadi ed Europei di calcio, di record ed emozioni. Si è trattato in realtà dell’anno in cui il re si è rivelato in tutta la sua nudità. Le Olimpiadi di Pechino, in particolare, sono stati un evento freddo e poco riconducibile allo spirito olimpico: sono rimasti delusi gli investitori pubblicitari e soprattutto gli sportivi.
L’altro grande mito crollato, ovviamente, è quello degli investimenti finanziari ad alto rendimento. Il sogno, oggetto di decine di campagne pubblicitarie negli ultimi anni, di ricorrere a promotori finanziari-maghi al fine di far lievitare i propri risparmi, è andato molto al di là degli hedge fund: le piccole scritte sul rapporto rischio/rendimento non le ha lette nessuno e si son visti i risultati.
Ci sono poi altri due trend che, seppure abbiano mostrato traccia in tutta Europa, in Italia hanno assunto toni molto più decisi: da un lato, il crollo dei movimenti politici di sinistra; dall’altro, la progressiva discesa nelle vendite dei quotidiani. Due “cadute” che, al di là delle apparenze, sembrerebbero avere radici comuni nella disaffezione di un certo tipo di elettorato verso il proprio “mito” politico.
Infatti, il risultato dei partiti di sinistra (e di centro-sinistra) alle Elezioni Politiche in Italia era prevedibile, seppure non in termini così disastrosi, grazie alla ripida discesa delle vendite di quotidiani di quell’area politica: La Repubblica negli ultimi mesi, ma soprattutto la triade L’Unità – Il Manifesto – Liberazione, scesa sotto la soglia cumulativa di 100mila copie già nella prima parte dell’anno.
Ripensate a voi stessi ad inizio 2008: probabilmente le vostre visioni di sport, finanza, politica ed editoria erano abbastanza (o magari profondamente) diverse. Il 2008 ha cambiato molte carte in tavola e il marketing 2009 dovrà adeguarsi. Prima, però, bisognerà che ci si adegui tutti noi: abbiamo qualche difficoltà ad orientarci, prima ancora di iniziare a pensare a comprare qualcosa.
Filed under Editoria, Financial Services, Sport by Giuseppe Mazza
Qualche mese fa era possibile abbonarsi ad un anno di Max per la modica cifra di 9,90 Euro più spese di spedizione (?) e ricevere così a casa propria il periodico maschile più diffuso in Italia. Un investimento interessante per comprendere cosa attrae così tanti lettori in un mercato editoriale asfittico.
Ciò che emerge da un anno di Max è che il mensile è in realtà molto diverso da ciò che, da esterni, immaginiamo esso sia. Siamo mediamente sicuri che si tratti di un giornalino semi-erotico e bisogna dire che le copertine difficilmente smentiscono questa fama. Ma non è così; o, almeno, non è solo così.
Mediamente ogni numero contiene un servizio fotografico con belle donne discinte. Ma le altre 200 pagine della rivista hanno una vocazione molto diversa: si possono leggere abitualmente dossier su temi caldi, indagini sui consumi, rubriche umoristiche e aggiornamenti su eventi culturali e politici.
Proprio quest’ultima parte, a dire il vero, è il punto debole della rivista. Solleva parecchie perplessità veder parlare ancora, con un mese e mezzo di ritardo, degli eventi minimi della vita quotidiana nazionale. Causa parecchi sbadigli leggere editoriali, magari satirici, basati su avvenimenti ormai vecchi.
Sarebbe perciò più interessante leggere un mensile completamente sciolto dalle vicende politico-economiche di tutti i giorni. Una rivista che continui su una strada di approfondimento dei temi caldi, ma che voli altra rispetto alle banalità che ogni giorno gli altri media ci raccontano con intensità.
Con i tempi della Rete, infatti, ormai un mensile rischia di diventare un dinosauro che fa capolino una volta al mese: qui siamo di fronte ad una redazione coi fiocchi, con ampie possibilità di crescita. Perché le vendite sex-based non potranno durare in eterno: meglio puntare su cultura e intrattenimento.
Filed under Editoria by Giuseppe Mazza
Scrive Antonio Sofi a proposito dell’uscita di IL – Intelligence in Lifestyle, il nuovo magazine della casa editrice Il Sole 24 Ore dedicato ad un pubblico maschile di fascia alta:
«non mi sembra che in molti abbiano parlato del nuovo magazine mensile del Sole 24 Ore. Chissà forse è colpa anche del nome complicatissimo da cercare su Internet: IL (Intelligence in Lifestyle). Il primo numero a me è piaciuto: si legge con piacere, ha pagine ben costruite, con belle fotografie (straordinarie per esempio quelle del reportage di Marco Beck Peccoz, quel biliardino sulla piattaforma…) e rubriche che funzionano (”Luoghi non paralleli” per esempio). Con le storie e gli incontri più o meno tradizionali messi a sandwich tra due pancarrè global (Report e Agenda).»
Commenti forse ancora più positivi a casa di Fabrizio Verrocchi…
«Nonostante sia una sorta di XL per ometti cresciuti, con un rapporto pubblicità/contenuti forse anche peggiore, gli articoli scorrono via piacevoli alla lettura. Anche quelli meno ben scritti vengono aiutati da un impatto visivo decisamente fludio, minimale senza essere scialbo, elegante senza apparire snob. Insomma, per quanto riguarda la grafica e – a tratti – la scelta degli articoli, è indubbiamente un bel lavoro. Pur non essendo mai stato un lettore di riviste simili (ho abbandonato XL dopo i primi numeri e ne compro uno ogni tanto, pentendomene sempre) sono convinto che al momento non ce ne siano di altrettanto ben fatte in giro, almeno per quanto riguarda l’Italia.»
Un po’ troppo enfatici, invece, i toni della presentazione ufficiale, a cura di Walter Mariotti.
«Pensato come supplemento maschile del giornale, IL s’iscrive nella linea di sviluppo editoriale della casa editrice, varata con Ventiquattro e proseguita con le felici esperienze di House 24 e de I Viaggi del Sole. Come gli altri mezzi, anche IL vuole contribuire ad ampliare gli orizzonti culturali ed esistenziali del lettore del Sole, proponendosi come un giornale capace di compiere una piccola, grande svolta editoriale: innovare il segmento delle passioni declinando l’alfabeto dell’uomo contemporaneo in un approccio giornalistico di standing superiore.»
E ancora…
«Proprio come il lettore del Sole, anche il lettore di IL appartiene a un’élite. Di spirito e pensiero, però, prima ancora che di censo e frequentazioni. È un protagonista della tradizione, certo, ma caratterizzato da un’innata propensione al rischio, al cambiamento, che gli permette di anticipare la realtà. Sempre all’avanguardia dell’economia, della finanza, delle professioni, non può che trovarsi all’avanguardia delle idee, dello status, dei consumi culturali e materiali.»
Un commento anche su .commEurope? Bel prodotto editoriale, ma incapace di giungere al target di elezione. Non è credibile l’idea che un professionista dai tratti descritti sopra possa muoia la voglia di aspettare un mese per ricordarsi di acquistare ilsuomensilepreferitissssimo, ma soprattutto che riesca a dedicargli il tempo infinito necessario anche solo a scorrere le oltre 300 pagine, o almeno guardare le pubblicità.
Il primo numero di IL ha una bella grafica e una bella impostazione generale, sebbene pecchi spesso di banalità nel cercare di essere originale (es. non tutti i brani musicali segnalati sono all’altezza/hanno una correlazione con l’articolo in cui sono citati). Si tratta di un bell’esperimento, che però rischia di soccombere sotto l’eccessiva attesa di cui è rivestito: forse sarebbe bastato un (leggero) allegato al quotidiano, forse sarebbe bastato rieditare Ventiquattro.
Filed under Editoria by Giuseppe Mazza
Non è vero che tutti gli Italiani abbiano un libro nel cassetto: alcuni, infatti, lo hanno anche pubblicato. Lo hanno fatto, nella stragrande maggioranza dei casi, a proprie spese: volumi di prosa e poesia di vario genere, ma anche saggi sulle più svariate discipline, da regalare (o vendere, nei casi più disperati) a familiari, amici, colleghi, conoscenti. Una mania dilagante che ha radici antiche: molte minuscole case editrici di provincia hanno basato esclusivamente i propri bilanci su questo narcisismo creativo. Nemmeno le case di media dimensione sono state immuni: in questo caso, i libri pubblicati sono stati quelli “sponsorizzati” dalle aziende, che poi li regalano a clienti e fornitori.
Ma poeti di provincia e manager da regalo natalizio hanno sempre avuto uno scoglio insormontabile davanti: le loro opere non sono mai state acquistate volontariamente dai lettori e perciò difficilmente lette davvero. La loro diffusione è sempre stata limitata e soprattutto ha risentito dell’aassenza dell’arma di marketing più importante in ambito editoriale: il passaparola entusiasta dei lettori, vale a dire (nemmeno a farlo apposta) il sale stesso di Internet. Era prevedibile, perciò, che questi due mondi prima o poi si sarebbero incontrati: Produttori di contenuti da una parte, potenziali lettori dall’altra e soggetti economici predisposti a intermediarli riducendo all’osso i costi industriali di produzione.
Si spiega così il successo internazionale di Lulu.com, la piattaforma che negli anni si è saputa distinguere per essere diventata un buon sistema di e-commerce prima ancora che di self publishing. Si spiega ancora di più lo spazio di mercato di Ilmiolibro.it, iniziativa patrocinata dal Gruppo L’Espresso che riassume tutti gli elementi vincenti di questo business model: costi limitatissimi per gli autori, prezzi decenti per gli acquirenti e una comunità che li coinvolge e serve a mettere in primo piano i testi più meritevoli. Un buon sistema che fa della flessibilità e non della produzione industriale il suo cardine: una copia di un libro ha lo stesso prezzo di un centesimo di un lotto di cento copie.
Siamo abbastanza lontani dagli eccessi di Amazon ma siamo sopratutto distanti dal livello “professionale” di TuttiAutori di LampiDiStampa, il primo operatore specializzato in Italia, che però ha sempre presentato costi minimi all’apparenza insormontabili per gli scrittori alle prime armi. Ilmiolibro.it sembra essere un sistema più amatoriale, ma proprio per questo dalle prospettive rosee. Chissà che presto, tra un panino e l’altro, il Gruppo L’Espresso non decida di portare in edicola i libri che avranno avuto maggior successo sulla sua piattaforma: sarebbe il trionfo di un nuovo modo di intendere l’editoria, la voglia di scrivere e soprattutto l’opportunità di leggere.
Filed under E-commerce, Editoria by Giuseppe Mazza
Ferve l’attesa per l’uscita, prevista tra qualche giorno, del terzo numero di Subvertising, il mensile prodotto da giornalisti free lance ad uso e consumo di pubblicitari e markettari alternativi italiani che negli ultimi due mesi ha attirato grande e meritata attenzione. In chiave promozionale, si riporta il testo di uno degli articoli tratti dal numero 2, dedicato interamente all’azione “Moonities” di Boston: si tratta solo di una riproduzione non autorizzata, che si pubblica su .commEurope al solo scopo di far venire l’acquolina collettiva per ulteriori download. In bocca al lupo a tutta la redazione!
«Ceci n’est pas un bomb: l’azione entrata nella storia del marketing non convenzionale
Di Wolverine, redazione@subvertising.it
Torino. Questa è la città italiana forse più simile al teatro che mercoledì 31 gennaio 2007 ha visto andare in scena lo spettacolo Mooninites. Non era il Piemonte, con il suo buon vino e le pasticcerie, ma Boston, capitale del Massachusetts, Stati Uniti. Una città di quasi 4 milioni di abitanti leader economico-culturale della propria regione. Ore 8,05 del mattino: un passante nota uno strano oggetto sulla statale 93, nei pressi di Sullivan Square. L’avvistamento viene comunicato alle autorità competenti. Fino a qui, tutto bene. Tempo due ore cominciano però a giungere sul luogo pompieri, ambulanze, blindati degli artificieri, forze di sicurezza, perfino i robot per la deflagrazione. Tutti lì per neutralizzare quello che si valuta un pericoloso ordigno, come immediatamente rilancia il Boston Globe. Il traffico viene bloccato, in puro stile stelle e strisce: ponti come il Longfellow e il Boston University Bridge chiusi, paralizzata la statale, i quartieri isolati e tutto il delirio di spiegamento mezzi e uomini che avete sempre visto nei film di Bruce Willis.
Nella sola città di Boston, grazie alle segnalazioni che si accavallano man mano che la notizia si diffonde, vengono individuati cinque dispositivi elettronici; tutti identificati come ordigni esplosivi a causa del loro posizionamento in prossimità di punti d’afflusso e del loro corredo di fili, batterie e nastro isolante ben in vista. Gli elicotteri delle reti televisive si sono intanto alzati in volo e sui principali network nazionali rimbalza la notizia meritandosi una diretta mattutina di tutto rispetto. La CNN decide di puntare le proprie telecamere sulla vicenda tramite continui “breaking news”. Solo in un secondo momento si scoprirà che sono nove le città americane colpite dalla stessa fantomatica minaccia terroristica.
L’omino a LED che alza fiero il dito medio si rivelerà per quello che è solo tra le due e le tre del pomeriggio, cinque ore dopo il primo avvistamento: Bin Laden non c’entra, si tratta semplicemente di un’originale campagna pubblicitaria avviata due settimane prima in diverse città americane dall’agenzia Interference Inc. per conto della Turner Broadcasting System – che, sottolineano i maligni, è curiosamente proprietaria anche della CNN/Fox. Obiettivo dell’azione, preparare il pubblico all’uscita del lungometraggio della serie animata Aqua Teen Hunger Force, in onda su Adult Swim, fascia di programmazione notturna della rete Cartoon Network. Ignignokt, l’omino lunare raffigurato a LED sul circuito stampato autoalimentato intanto se la ride, con quel suo dito medio alzato alla polizia che lo mette sotto sequestro.
Più passano le ore e più risulta evidente come le autorità di Boston e dello stato del Massachussets siano cadute in un tremendo equivoco procedurale, tanto è vero che le stesse istallazioni non avevano ricevuto altrettanta attenzione da parte delle stesse di New York, Los Angeles, Chicago, Atlanta, Portland, Austin, San Francisco e Philadelphia. Intuendo il volume della figuraccia fatta, a qualcuno nei palazzi che contano comincia a gonfiarsi la vena del collo. Phil Kent, CEO e presidente della Turner Broadcasting System presenta subito in due dichiarazioni scritte solenni scuse pubbliche nei confronti dei cittadini di Boston. La Turner rassicura la cittadinanza di aver avvisato le forze dell’ordine sui luoghi prescelti per il posizionamento degli oggetti e di aver già provveduto a farli rimuovere. Il procuratore generale dello stato del Massachusetts Martha Coakley giudica l’installazione dei Mooninites un crimine a tutti gli effetti e fa arrestare, con l’accusa di procurato allarme cittadino, due giovani videoartisti, Peter Berdovsky (intervista in questo numero di Subvertising, ndr.) ed il suo amico Sean Stevens, braccia operative bostoniane dell’azione di guerriglia marketing.
Anche il sindaco Thomas Menino reagisce alla campagna pubblicitaria definendola oltraggiosa e dichiarando di ritenere le scuse pubbliche della Turner non abbastanza soddisfacenti per la cittadinanza. Menino afferma di aver appreso solo alle 17,30, tramite fax, i posizionamenti dei vari oggetti e di aver ricevuto solo alle 21 una chiamata da un semplice responsabile dell’ufficio pubbliche relazioni della Turner e di non aver risposto alla comunicazione, giudicando il comportamento della società televisiva come una mancanza di rispetto verso l’istituzione comunale.
Qualche settimana dopo (il 9 febbraio), Jim Samples, general manager di Cartoon Network rassegna le dimissioni nel silenzio dei suoi superiori entro Turner, con l’attuale e fortissimo sospetto di pressioni subite da parte delle autorità che richiedevano all’azienda una testa da tagliare in sacrificio rituale. Jim toglie il disturbo, prende qualche mese di vacanza, ed eccolo spuntare di nuovo, al soldo questa volta di HGTV (Scripps Network), una rete dedicata al mondo dell’arredamento, del giardinaggio, del fai da te, seguita in qualcosa come 89 milioni di case americane.»
Filed under Editoria, Marketing by Giuseppe Mazza