Editoria

Riflessioni a margine del mercato editoriale

9 maggio 2007

Il Sole 24 Ore alle grandi manovre

Gira ormai da qualche giorno la notizia che Il Sole 24 Ore, tra un progetto di quotazione in Borsa e qualche altra iniziativa editoriale fuori dal core business (vengono in mente i prodotti “turistici” degli ultimi tempi), intenda anche imbastire una faraonica piattaforma di “blog d’autore”, con una previsione iniziale di 100 blog specialistici. C’è chi nota che il numero sia un po’ alto, chi si candida come autore e chi indice concorsi per definire i possibili dettagli dell’operazione: com’era prevedibile, la notizia non poteva passare inosservata per una questione di quantità prevista e di qualità attesa. Qualità, in particolare, che dev’essere veramente alta: il quotidiano non può rovinare la propria immagine per qualche “pensirerino” poco consono.

L’iniziativa, d’altronde, avrebbe sicuramente il vantaggio di avvicinare alle iniziative dell’editore un pubblico più eterogeneo; tuttavia, non è difficile immaginare che i primi lettori arriveranno direttamente dalle pagine del quotidiano e saranno lettori tradizionali: liberi professionisti, professional aziendali ed altri membri del variegato mondo aziendale e finanziario. Dal punto di vista editoriale, l’idea non suona affatto malvagia: i blog di un consulente del lavoro o di un fiscalista appariranno irrimediabilmente noiosi per il pubblico tecnofilo di Nòva, ma potranno attrarre verso le mirabolanti spiagge del Web 2.0 anche gente che, in azienda, naviga decisamente poco.

Sarebbe carino, però, capire il business model dell’iniziativa: se di blog veramente specialistici e di qualità si tratta, perché non prevedere forme di abbonamento ai contenuti? La proposta appare provocatoria rispetto alla filosofia in voga in questi anni, ma potrebbe segnare un punto a favore della sostenibilità del piano: se si tratta di far spendere tempo a preziosi professionisti del diritto o della finanza, è bene che gli stessi vengano retribuiti, magari in funzione delle sottoscrizioni del singolo blog. Non si vorrà, si spera, seguire la logica un po’ ridicolizzante di alcuni circuiti di nanopublishing: concedere agli autori una microparte dei microricavi derivanti dalle microinserzioni pubblicitarie dell’AdSense di turno.

Non si tratta, si badi bene, di rendere quella del blogger una professione: al contrario, si tratta di fare entrare le professioni nel mondo delle opinioni condivise e di qualità. Sarà forse un peccato che in un modello simile le informazioni non possano, per ovvi motivi, essere aggregate su Technorati e dintorni: ma si tratta di un “pedaggio” a favore di iniziative che devono durare nel tempo per costituire riferimenti affidabili. Abbiamo già visto morire iniziative mirabili come NetManager per la solita miopia di imprenditori improvvisatisi editori, desiderosi solo di inserire banner e link pubblicitari ad ogni angolo di pagina: se di contenuti professionali stiamo parlando, dobiammo essere professionali anche nell’usufruirne.

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1 maggio 2007

La febbre delle foto

Ad inizio marzo la stampa alternativa pone l’accento su una vicenda da un lato bizzarra, dall’altro decisamente negativa: la versione cartacea de Il Corriere della Sera qualche mese prima ha pubblicato un articolo su Guantanamo allegano un’immagine tratta dalla locandina di un film invece che un’immagine reale dell’infermo americano. Tanto scalpore, niente scuse ufficiali ed un messaggio del presidente dell’Ordine dei Giornalisti al free-lance della serie “tutti possiamo sbagliare”. A dire della redazione, la colpa sembrerebbe da attribuire ad un’erronea ricerca su una banca dati fotografica commerciale.

Primo d’aprile: Luca Zappa, un blogger con la passione della fotografia, scopre che una delle sue foto è stata pubblicata nell’ambito di una delle mille categorie gallerie pubblicate ogni giorno dai principali quotidiani on line, Repubblica.it in questo caso. La sua denuncia non rimane isolata: poche ore dopo, su Flickr, persone di tutto il mondo iniziano a discutere i furti delle proprie immagini da parte dei quotidiani italiani. Il buon Pandemia avvia il dibattito su questa pessima abitudine e piano piano tutti i maggiori blogger italiani hanno iniziato ad inveire contro lo scarso (anzi, nullo) rispetto dei diritti da parte di Repubblica.it, che negli stessi giorni ha avuto il coraggio di esaltare i propri record di traffico.

Il risultato del Pandemonio sembrava essere di segno positivo: Repubblica.it aveva iniziato a pubblicare forme primordiali di riferimento all’autore delle foto, pur continuando ad ignorare le caratteristiche delle licenze pubblicate su Flickr e su altri siti simili, vero e proprio serbatoio di foto a costo zero per i quotidiani. Non solo di quelli on line, però: è proprio di ieri la “denuncia” di Macubu, un blogger genovese, rivolta a La Repubblica cartacea, edizione genovese. Il quotidiano ha infatti pubblicato una sua bella foto, senza citare i riferimenti all’autore che, se non altro per quanto riguarda la stampa cartacea, è espressamente previsto dalla Legge. Nel frattempo, passata la burrasca, anche i credits sono (ri)scomparsi dalle gallerie della versione digitale, ormai sempre più spesso “blindate” in Flash.

Sia detto che la cattiva abitudine, in realtà, non è solo quella del Gruppo L’Espresso: poche ore fa anche Corriere.it ha dovuto pubblicamente scusarsi per aver rubato una foto dal sito di una blogger. Per aggiungere torto su torto, l’immagine è anche stata usata in un pessimo contesto: si trattava infatti di un articolo su una hostess dedita alla prostituzione. Se teniamo questo ritmo, prossimamente ogni articolo, dal giallo di Cogne al dibattito politico internazionale, sarà accompagnato dalla foto (ottenuta senza rispettare la licenza, ovviamente) di un blogger: possibilmente, super-decontestualizzta e magari scelta a casaccio. Tanto è gratis!

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20 dicembre 2006

Il personaggio del 2006 sei tu, anzi voi, anzi noi, anzi loro

Quando nello scorso fine settimana Time ha annunciato che il personaggio del 2006 non sarebbe stato (come prevedibile) Mahmoud Ahmadinejad, i media di tutto il mondo si sono scatenati nel comunicarlo ai propri spettatori cercando di spiegare cosa fosse incluso tra quegli «You» cui il settimanale ha dedicato l’ambito premio. Si tratta di una tradizione che dura da decenni e sino ad ora il premio non era mai stato assegnato ad un numero così elevato di persone: in fin dei conti, gli utenti di Internet ormai si misurano in miliardi e quelli che rispondono ai requisiti della rivista sono centinaia di milioni.

I requisiti per sentirsi assegnatari del premio consistono nell’aver utilizzato attivamente i tanti servizi che siamo ormai abituati ad includere sotto l’etichetta Web 2.0: hai vinto il premio se hai condiviso un video su YouTube, partecipato attivamente ad una comunità di MySpace o contribuito ad un articolo su Wikipedia. Un po’ meno se hai mantenuto attivo il tuo blog: l’articolo che spiega le motivazioni del premio dedica molto poco spazio a questa attività, eppure come era prevedibile i blogger italiani si sono scatenati nell’auto-elogiarsi, auto-premiarsi, auto-incensarsi.

L’osservazione sulla parziale rilevanza dei blog è semplice: il Time ha premiato chi è uno step avanti, considerando che mantenere un blog è ormai un’attività scontata come discutere in ufficio con i colleghi; chi invece ha prodotto contenuti multimediali, chi ha partecipato a piattaforme di knowledge sharing, chi ha avviato una propria stazione radiotelevisiva, ha portato un valore aggiunto alla comunità. Questo è davvero lo spirito innovativo di chi merita il premio del magazine: per la prima volta nella storia, non ci sono padroni della conoscenza, ma formichine operose che la creano, la migliorano, la fanno circolare vorticosamente.

Nel frattempo, si può continuare amabilmente a discutere del colpo di mano verso i media classici o del pronome più corretto cui attribuire il premio. Ciò che conta, di questa iniziativa editoriale, è che finalmente la Rete ed i suoi cittadini più attivi abbiano ottenuto un riconoscimento positivo, dopo mesi di brutte notizie e persecuzioni. Per il resto, come ha brillantemente sintetizzato Squonk, «La “rilevanza”, o la “capacità di incidere concretamente” non sono attributi della blogosfera, bensì delle singole persone, le quali – a volte – usano per esprimersi uno strumento di produzione e gestione di contenuti».

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12 dicembre 2006

Il trionfo dell’intermediazione (pubblicitaria e non)

Il management di Yahoo! si è lanciato in un’ampia riorganizzazione interna della società. L’idea di fondo è quella di focalizzare l’attenzione verso gli stakeholders più interessanti: non solo gli utenti finali dei suoi mille servizi, ma anche e soprattutto inserzionisti pubblicitari ed editori, cioè quella parte di clientela B2B che finanzia la crescita del gigante statunitense, tanto per cambiare grazie alle entrate dei servizi pubblicitari. Altro che Flickr ed i servizi a valore aggiunto: passano gli anni ed il fatturato di Yahoo! cresce solo grazie al valore generato dall’ex Overture.

Le divisioni che verranno fuori dalla riorganizzazione si focalizzeranno sui vari aspetti della catena del valore del modello pubblicitario ormai classico: servizi al mercato consumer per attirare traffico, offerte commerciali alle aziende che vogliono investire sul modello a performance e servizi ai partner editoriali che accettano di accompagnare i contenuti con le inserzioni pubblicitarie pubblicate da Yahoo! in maniera non dissimile da quanto offre Google. La piccola grande novità del 2006, però, è che i contenuti (e le inserzioni) in questione ormai travalicano il confine della virtualità.

Sia Yahoo! che Google, infatti, nel corso degli ultimi mesi hanno avviato attività di intermediazione sui media classici: dopo quello destinato ai quotidiani cartacei, Google ha recentemente avviato un programma destinato alla vendita di spazi pubblicitari sulle radio locali statunitensi. Yahoo! si è invece inventata un’iniziativa che riposiziona la società come partner delle aziende editoriali classiche: i contenuti Web-oriented fluiranno verso i giornali cartacei, inserzioni ed informazioni faranno il percorso inverso verso la Rete. Si tratta di una partnership a tutto tondo che proietta l’ombra lunga dei giganti del Web rispetto al modello tradizionale dei media sostenuti dalla pubblicità.

La storia, si direbbe, è decisamente diversa dagli strombazzamenti che accompagnarono l’infruttuosa fusione di AOL e Time Warner: stavolta i leader di mercato della Rete hanno assunto il ruolo di intermediatori per eccellenza di informazioni da una parte e di crescenti flussi pubblicitari dall’altra. Un ruolo complesso che probabilmente inciderà profondamente sul panorama dei media dei prossimi anni: in un mondo dominato dalla pubblicità, chi è il padrone del vapore mette anche uno zampino profondo sulle scelte editoriali. Tanto più se, con l’altra mano, della gestione delle informazioni ha fatto da sempre il suo pane quotidiano.

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13 ottobre 2006

Dada acquisisce Splinder (ed i suoi utenti?)

Si prevedono giorni di faville in Borsa per Dada: dopo svariate acquisizioni internazionali di service provider per il mercato mobile (yawn…), finalmente l’azienda fiorentina, sempre più parte integrante del mondo RCS, ha messo a punto un colpo importante assumendo il controllo di Tipic, l’azienda (finto-)statunitense che produce un ottimo sistema di messaggistica istantanea, ma soprattutto gestisce da diversi anni le comunità Motime e Splinder. Un affare da 4,5 milioni di Euro che implica una valutazione pari a 50 volte (…) il fatturato 2005 della piccola società: qualcuno dice un po’ troppo, ma il potenziale c’è.

Il problemino principale di questo business “in potenza” è che l’unico vero asset della società sono gli utenti: circa 220.000 blog vengono definiti attivi, ma chiunque in questi anni ha frequentato le terre di Splinder sa che la mortalità dei blog è altissima e tolti alcuni utenti storici (vedi Personalità confusa, ad esempio), la maggior parte di chi è riuscito a mantenere il proprio blog vivo per un periodo abbastanza lungo prima o poi ha fatto il grande salto verso piattaforme magari pubbliche, ma ospitate su un proprio dominio. Per di più, il fatto che uno dei primi gruppi editoriali italiani abbia comprato la principale piattaforma blog nazionale sembra puzzare di infanticidio nella culla di un nuovo modo di fare informazione.

Nell’immediato, comunque, la paura maggiore dei cittadini della Rete è che Dada trasformi anche Splinder in un ricettacolo di banner pro-suonerie, come già avvenuto con quel gioiellino un tempo famoso come Clarence, oppure ne snaturi le modalità di erogazione, come già visto per le molte acquisizioni degli scorsi anni, al solo fine di accaparrarsi gli utenti e poi smobilitare il servizio stesso (gli “archeologi” ricorderanno Freemail.it e Freeweb.org, ad esempio). Per il mondo “reale”, però, l’acquisizione di Tipic dovrebbe destare un’altra preoccupazione: che si sia tornati ai tempi “dorati”, ma amarissimi, a cavallo del cambio di secolo.

Il tono del comunicato stampa o i commenti sulle valutazioni del tipo “20 Euro per ogni blog attivo” non possono che ricordare i discorsi simili che si ascoltavano ai tempi della quotazione di Tiscali: sembra che la storia non abbia insegnato nulla agli investitori, che oggi hanno premiato il titolo. Ora sarà interessante leggere dell’evoluzione di Tipic nel blog promesso dagli attuali gestori o in quello del fondatore Marco Palombi: speriamo diventi la prima acquisizione di una nuova era di sano equilibrio e non l’ultima di una folle corsa all’oro immateriale.

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8 ottobre 2006

La coda lunga sbarca in tipografia

In questi giorni di sciopero dei giornalisti, una delle notizie che sta ottenendo maggiore eco sui quotidiani in Rete è lo sbarco in Italia di Lulu.com, la nuova iniziativa di quel volpone di Bob Young, che ormai parecchi anni fa ci aveva stupito con l’idea di un’azienda software concorrente alla strabordante Microsoft: si trattava di RedHat ed era la prima realtà che riusciva a proporre sistemi di qualità basati sul lavoro delle comunità open source, poi venduta al migliore offerente.

Stavolta l’idea non è troppo innovativa, ma sembra ben ideata in termini di time to market e soprattutto di promozione internazionale: è stata predisposta una piattaforma di compravendita di contenuti multimediali indipendente dal supporto di distribuzione ed è stata lanciata in diverse zone del Mondo inseguendo di volta in volta i contenuti e gli strumenti più interessanti per ogni Paese. Che si tratti di voler vendere le proprie creazioni lettearie o quelle musicali, che si voglia consentire il download o predisporne la stampa in tipografia, la scelta è ampia e soprattutto la produzione ha prezzi stracciati.

Esistono anche in Europa piattaforme simili, persino italiane come LampiDiStampa, che consentono iniziative auto-editoriali, ma hanno due vincoli forti: i costi fissi che l’autore deve sostenere e la necessità di dover ricorrere a distributori che tradizionalmente si occupano di distribuire libri tradizionali. Nel caso di Lulu, invece, la focalizzazione totale sul modello on line consente agli autori di usufruire di una piattaforma specializzata e del tutto multimediale.

Rimane da capire chi, in Europa, acquisterà in Rete ed a scatola semi-chiusa libri e musica prodotti da semi-sconosciuti come invece avviene con successo nel resto del Mondo: in Italia è da poco rinata Vitaminic dopo la dissoluzione di qualche anno fa dovuta allo scarso giro d’affari ed è difficile immaginare che tornerà ad essere una potenziale concorrente di Lulu. Probabilmente sarà importante richiamare l’attenzione di nicchie solitamente vessate dagli editori tradizionali, come gli autori di manualistica universitaria: in ogni caso, è il trionfo della coda lunga e della possibilità per ognuno di offrire al mondo il frutto della propria settorialissima passione. Sperando che interessi a qualcuno.

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24 luglio 2006

Giornalisti in carriera

Si vocifera insistentemente del possibile avvento di Paolo Mieli ad amministratore di RCS Media Group: più che una ipotesi gestionale, probabilmente un modo di iniziare a pensare al futuro del grande gruppo editoriale dopo le dimissioni forzate di Vittorio Colao, dato in partenza verso incarichi di matrice ministeriale. Nulla di personale contro Mieli, che è ovviamente un bravo giornalista, ma lo scenario strategico che ne deriva non è dei più felici.

Lasciare nelle mani di un pur navigato giornalista un Gruppo che rappresenta un importante soggetto economico ed al tempo stesso un incredibile centro di potere (basti guardare l’azionariato) è una sfida alle regole del mercato più che una scommessa su un professionista: per quanto Mieli possa ben conoscere il Corriere ed i suoi meccanismi, si fa qualche fatica a vederlo gestire fino in fondo un gruppo multimediale che ormai va oltre la storica leadership nel campo della carta stampata, estendendosi sino a radio (cfr. Play Radio) e Web (cfr. tutto il mondo Dada).

La tendenza, a dire il vero, è ormai avviata da parecchi anni: il primo caso celebre è stato Ernesto Auci, che da direttore de Il Sole 24 Ore prima diventò presidente ed amministratore delegato di Itedi, concentrando nelle proprie mani tutta la gestione delle attività editoriali della famiglia Agnelli e gestendo con successo il rilancio de La Stampa, poi assunse un più tradizionale profilo di comunicatore aziendale assumendo le responsabilità delle relazioni istituzionali del Gruppo Fiat.

Proprio il sostituto di Auci in Itedi, Antonello Perricone, sembrerebbe la più realistica alternativa al buon Mieli: se persino il dio del giornalismo italico, Montanelli, ha fallito nel suo tentativo imprenditoriale di lanciare La Voce, forse anche il suo discepolo dovrebbe rimanere a gestire i contenuti editoriali piuttosto che quelli del conto economico. Ad ognuno il suo mestiere: che i panni sporchi li lavino i manager, sarà compito dei giornalisti essere la loro anima critica, non i loro sostituti.

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3 giugno 2006

Io voglio il DVD, tu vuoi il film

Giacciono indisturbati sui loro espositori i DVD “usa e getta” che 01 Distribution ha annunciato qualche settimana fa: il filo di polvere che li ricopre nel punto vendita di MediaWorld dentro l’OrioCenter (per la cronaca, il centro commerciale più grande di Italia) è probabilmente colpa del cartello bianco scritto col PC che evidenzia la durata massima di 48 ore. Sorge il dubbio che sia stato messo lì dopo le proteste di chi, attratto dal prezzo inferiore a 10 Euro, avesse pensato di fare un affarone nel comprare La febbre o The Aviator, seppure in un’orripilante confezione cartacea (anch’essa) usa e getta.

In apparenza, si tratta di un’idea realizzata con troppa rapidità rispetto alle esigenze del mercato: è come se una volta scoperta la disponibilità dei DVD degradabili francesi, si fosse voluto a tutti i costi riempirli con contenuti ritenuti interessanti per il pubblico europeo. A leggere le dichiarazioni del manager che ha lanciato l’iniziativa, i problemi sembrano derivare da una cattiva analisi del target: sicuramente non i grandi cinefili, che probabilmente saranno poco sensibili al tema prezzo pur di avere un prodotto di qualità e comunque saranno già abbonati a Sky Cinema, ma nemmeno coloro che non hanno voglia di riportare il DVD al punto vendita in cui l’hanno preso. Per costoro, interessati solamente a passare una serata senza TV, persino il cestone pieno di film a 2,90 Euro posto di fronte ai DVD monouso presenta idee carine.

Non è l’unica idea distributiva di questo 2006 e non sarà l’ultima: viene dopo i squilli di trombe relativi allo streaming messo a disposizione dalle major di oltreoceano a prezzi non proprio popolari (ed errati) e si confronta sul mercato italiano con l’iniziativa di Alex Infascelli, che ha distribuito il suo nuovo H2Odio solamente in edicola ed in download dai siti del Gruppo L’Espresso. Tanti piccoli tentativi di ribaltare la logica attuale di distribuzione cinematografica, soprattutto per quanto riguarda le modalità di godimento delle prime visioni.

Che il P2P faccia paura non è una novità e può essere ritenuto più o meno giusto, più o meno saggio combatterlo e non affrontarlo a viso aperto: al momento, però, produttori e distributori brancolano nel buio. Si continuano a cercare i colpacci da prima visione e si dimentica il valore della coda, si cerca di spremere pochi limoni costosi e si ragiona sempre sullo strumento di trasmissione, raramente sul contenuto. I collezionisti di DVD si accaparreranno qualsiasi cosa appaia nei cesti, ma chi è convinto che un ben determinato film gli abbia cambiato la vita, sarà disposto ad acquisire qualsiasi briciola multimediale che lo ricordi, al di là del supporto. Fin quando continueremo a confondere i due target, continueremo a produrre mostri. Degradabili.

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21 maggio 2006

«E Brown ha venduto due copie in più del suo libro»

La conclusione dell’articolo di Luigina d’Emilio su questo animato week-end di lancio mondiale del film tratto da Il Codice da Vinci è probabilmente la sintesi migliore delle mille voci levatesi a discutere sulla vicenda narrata da Dan Brown prima ancora che della sua trasposizione cinematografica. Qualsiasi discussione sull’argomento, di segno positivo o negativo essa sia stata, ha infatti contribuito a pubblicizzare ulteriormente l’uscita nelle sale, che come prevedibile ha visto un bagno di folla in tutta Europa.

Il film, come nota l’insospettabile Lietta Tornabuoni, è un «brutto thriller», colossal quanto basta per avere successo nei cinema: dal punto di vista estetico più che per i contenuti, visto che come sottolinea la critica, si tratta per lo più di divagazioni pseudo-filosofiche impastate in salsa di secolarismo. Forse è un peccato vedere due grandi attori come Hanks e Tatou così spaesati, ma probabilmente entrambi hanno colto la palla al balzo di una grande produzione per un grande pubblico: i soldini, si sa, fanno gola a tutti.

La verità storica proposta nel film, d’altra parte, è discutibile al pari di tante altre leggende apparse nel corso dei secoli nel fiorente mondo dell’Occidente cristianizzato: Monsignor Ravasi fa una critica feroce, eppure equilibrata, al fatto che sono state privilegiate alcune “voci”, secondo lui infondate quanto basta per considerarle blasfeme. In fin dei conti, Brown ha fantasticato ad alta voce a proposito di una tradizione tramandata nei secoli attraverso i popoli della cristianità. E con 2 milioni di Euro al giorno solo in Italia, si tratta di una fantasia venduta a buon prezzo.

In tutta l’operazione, infatti, ciò che colpisce davvero è il genio markettaro di Dan Brown da una parte e quello commerciale di Ron Howard dall’altro: comunque vada, sarà un successo. I ciociari in crisi di astinenza da Grande Fratello potranno fare tutti i roghi che vorranno e le organizzazioni clericali si sbracceranno in scomuniche a pié sospinto, eppure tutto ciò che riguarderà film e libro sarà sempre un business clamoroso, nei secoli dei secoli. Amen.

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9 maggio 2006

Viva la Fiera del Libro

È ormai terminata la Fiera del Libro di Torino: anche quest’anno un programma abbastanza intenso ha fatto sì che, in una manciata di giorni, si siano tenuti 800 incontri che, con una crescita decisamente virtuosa rispetto alle ultime edizioni, hanno attratto oltre 300.000 visitatori. Numeri interessanti, che testimoniano da una parte il successo delle formula, dall’altra il desiderio diffuso, non solo in Piemonte, di cultura. A Torino, infatti, sono giunti visitatori di tutta Italia: si tratta ormai di una piacevole tradizione per persone di tutte le età e di tutte le regioni italiane, forse ulteriormente incuriosite dalla bella città conosciuta grazie alle Olimpiadi.

Si sono notati, a voler trovare degli spazi di miglioramento, i primi segni della febbre di crescita: gli espositori sono stati felici del poter vendere il 20 – 30% in più di libri, ma hanno dovuto trascorrere decine di minuti in fila per il bagno, mentre nei loro stand i furti crescevano del 10%. Problemi che sembrerebbero già stati presi in considerazione da parte degli organizzatori in modo da potervi porre rimedio nell’edizione del 2007, che si preannuncia elefantiaca rispetto ai ristretti spazi dei padiglioni di Lingotto Fiera di quest’anno. Già quest’anno, l’aver spostato gli intrattenimenti serali in padiglioni diffusi per la città, ha evitato il soffocamento delle arterie circostanti il Lingotto.

Servirebbe un po’ più di respiro, effettivamente, in termini di spazi a disposizione di incontri, esibizioni ed esposizioni: è vero che Mondadori e Rizzoli possono mantenere i loro grandi stand (noiosi come una superette di periferia), ma sarebbe carino che anche i piccoli editori potessero permettersi spazi un po’ più nobili di quelli condivisi su iniziativa degli enti locali o delle associazioni di categoria. La Fiera riesce infatti a comunicare egregiamente ai suoi visitatori la vitalità dell’editoria italiana: completerebbe l’opera di divulgazione riuscendo a dar voce anche ad iniziative di nicchia.

Quello che tira, infatti, sono i bestseller già noti in libreria: nel solo giorno di venerdì Federico Moccia era ospite di tre incontri diversi, con seguito di adolescenti adoranti, mentre nello stand Feltrinelli le copie del suo ultimo libro erano padrone incontrastate del 10% dello spazio totale (!) dello stand; domenica, gli incontri di Fabio Volto e di altri protagonisti del sottobosco culturale italico erano del tutto sold out. Gli incontri con autori ed editori minori servirebbero a spingere ancora di più lo spirito nobile della Fiera: per attrarre pubblico, però, servirebbero spazi ed idee innovativi. Incrociamo le dita: c’è da scommettere che presto il Salone (oooops, Fiera) ce la farà.

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