25 Marzo 2006

L’auto al centro del mondo

È stato annunciato in questi giorni l’apertura in Italia del BMW Training Center, un centro di eccellenza che concentra attività di formazione al personale e sviluppo del knowledge del proprio mercato di riferimento. In un segmento in cui i clienti scelgono Bmw come una religione più che come una passione, assisterli con professionisti di primo livello permette un’ulteriore fidelizzazione. Difficilmente c’è il rischio che cambino religione, facilmente li si potrà convincere a cambiare frequentemente la propria auto, inseguendo l’ultimo modello proposto dalla casa tedesca.

Volvo, Bmw, Alfa Romeo, Audi: ci sono marchi che riescono a mantenere i propri fedelissimi attraverso i decenni, accompagnandone la crescita attraverso l’evoluzione della propria gamma. Per quanto l’automobile sia un prodotto dannatamente industriale, è uno dei pochi oggetti del desiderio che riesce ad attrarre nerboruti maschi e farli sciogliere in brodo di giuggiole di fronte ad un cerchione. Le campagne pubblicitarie si adeguano e si specializzano: alcune aziende cercano di toccare i nervi sensibili della passione, altri marchi scelgono la strada del tecnicismo.

Strada comunque sempre meno battuta: che sia efficace o meno, la scelta delle case automobilistiche di alta gamma sta sempre più abbandonando il prodotto, lasciando alle auto più proletarie la comunicazione di prezzi, rate ed optional di serie. Per rivolgersi a chi mette l’auto al centro del mondo, c’è bisogno di comunicare con i sentimenti. Per chi invece la considera uno strumento di utilizzo quotidiano, conta più il climatizzatore che il rombo del motore. Di fatto, il mercato è diviso in due: di fatto, ci sono due mondi che si completano a vicenda.

Sarebbe bello che anche le case più modeste prendessero esempio dalla Bmw per puntare sulla qualità del servizio: alla fine continuano a concentrarsi sul prodotto, riducendo di qualche centesimo i costi introducendo qualche elemento plastico in più. In alcune fabbriche italiane, gli operai specializzati continueranno a produrre uno stesso pezzo ogni 8 minuti, impiegando un minuto per perfezionarlo e 7 minuti per discutere amabilmente: non c’è obiettivamente bisogno di produrne di più e vengono pagati per fare questo minimo, magari da una società interinale. L’auto è anche al centro del loro mondo: quanto basta per vivere.

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    1 Giugno 2005

    Scienze della Comunicazione: una buona idea finita male

    Erano i primi anni Novanta, quando Umberto Eco tirò fuori dal suo cappello un’altra idea rivoluzionaria per il sonnolento mondo accademico italiano: una Laurea in Scienze della Comunicazione. Non un “laboratorio creativo” come il DAMS, ma una laurea che, specie nell’accezione di Eco, aveva i connotati di uno studio (quinquennale) di qualcosa di “scientifico”, con un forte taglio semiologico.

    A quella felice creazione a numero limitato (la selezione di un centinaio di posti prevedeva almeno un numero pari a 20 volte tanto di candidati) sono seguiti altri corsi in giro per l’Italia, in un crescendo di specializzazioni e di iscritti. La riforma universitaria ha fatto nascere ulteriori “figli” di quel corso originale, sia di tipo triennale che biennale. Gli Atenei privati come la Lumsa e lo Iulm non hanno perso il treno e progressivamente hanno ampliato la loro offerta in maniera sempre più sofisticata. Molte facoltà di sociologia hanno partorito dei mostri che, a loro volta, sono diventati più grandi dei genitori accademici (l’esempio de La Sapienza è il più noto).

    Col successo, però, è cresciuta anche la perplessità di fondo di chi quella Laurea la inseguiva, di chi l’aveva già conquistata, di chi la prendeva in considerazione per il suo futuro: per quanto si viva nel mondo della Comunicazione etc. etc., tutte le migliaia di laureati sfornati annualmente, avrebbero avuto accesso al mondo del lavoro? In che termini? Con quali qualifiche e quali professionalità, vista l’accusa ricorrente di essere una “Laurea in Tuttologia”?

    L’immagine si è incrinata definitivamente negli ultimi mesi, quando si è iniziato a regalare, in via meramente promozionale, le lauree ad honorem: quella a Vasco Rossi e quella a Valentino Rossi sono state l’apogeo di questo fenomeno di spettacolarizzazione di un Corso di Laurea (nelle sue varie ramificazioni, come quella Urbinate) che ormai viene paragonato a (poco più del) nulla. Ironicamente, Mantellini propone una laurea alla starlette di turno, mentre De Biase cerca di trovare un senso alla Laurea stessa ed a quelle ad honorem in particolare. Che Lucio Dalla sia un docente universitario, passi: ma ci sono modi più decenti di far pubblicità ad un Corso di Laurea che, più di ulteriore promozione, avrebbe bisogno di una campagna di razionalizzazione (in tutti i sensi).

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    6 Maggio 2005

    Tre anni spesi bene alla Scuola Nazionale di Cinema

    Scade nei prossimi giorni il bando nazionale per l’accesso ai corsi triennali della Scuola Nazionale di Cinema, una delle due anime (insieme alla Cineteca Nazionale), del Centro Sperimentale di Cinematografia, la storica istituzione italiana che da oltre 70 anni forma i protagonisti del cinema italiano, ma anche intellettuali del calibro di Alvaro, Ingrao, Garcia Marquez.

    Il Centro rimane una delle poche istituzioni culturali “sane” nel triste panorama italico: l’avvento di Alberoni, dopo un periodo critico in cui la sua gestione fu accusata di essere troppo “aziendalista”, è nella realtà stato benefico per le sorti ed il futuro dell’istituzione, che oggi sta vivendo una nuova vita e sta aprendo nuove sedi specializzate in Piemonte, Lombardia, Sicilia.

    I corsi annunciati nel bando di concorso per il triennio 2006 - 2008, coprono tutti i campi della cinematografia: dalla recitazione alla produzione, dalla regia alla sceneggiatura e così via. I 78 posti complessivi comprendono i 16 del corso di Animazione che, contrariamente agli altri, tenuti a Roma, si terrà nel torinese. La selezione sarà dura e progressiva, ma probabilmente ne vale la pena: il titolo di accesso è il diploma, ma i laureati hanno “una marcia in più” se scelgono i corsi più attinenti con la loro specializzazione universitaria.

    Auguri a tutti i lettori di .commEurope che vorranno “provarci”: è un bene, per il Cinema italiano, che una nuova generazione di cinefili ne diventi protagonista attiva.

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    16 Dicembre 2004

    Menti illuminate ci illuminano sul futuro dei nostri figli

    Ci sarebbe da domandarsi a cosa volessero giungere gli organizzatori del convegno sulle “Nuove solitudini” (eh?) invitando allo stesso tavolo antropologi e neurologi. A leggere le agenzie, sicuramente ad un po’ di pubblicità. La ricetta è sempre la solita: far dire banalità melodrammatiche a medici e ricercatori per recuperare un po’ di spazio su quotidiani gratuiti e radio locali, tipicamente i mezzi più golosi di queste notizie. I media mainstream, invece, di solito ignorano del tutto i proclami. A meno che non siano a corto di notizie, ovviamente.

    Forse per paura di perdere persino il proprio pubblico affezionato, stavolta, non si è risparmiato sulle “notizie - bomba”: scopriamo che non solo i videogiochi fanno “male” ai ragazzi, ma anche la televisione ha il suo bel ruolo nel rincretinirli.

    [Continua…]

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    16 Settembre 2004

    Quando manca la fantasia…

    Impazza sulla blogosfera italiana la storia della tesi plagiata di Monia Alessandrini, meglio conosciuta ai più come autrice dell’interessante webzine Comzine. Su ManteBlog come su Macchianera, i tenutari dei blog italiani si scatenano con tanto di Googlebombing «Cristina Gavello è una copiona» ed ampie difese dell’involontariamente coinvolto Vittorio Pasteris, relatore della tesi della copiona.

    Non che sia così raro, che le tesi “volino” da una parte all’altra: Paolo Graziani racconta il suo caso in cui Internet c’entra poco ma il dolore è tanto ed altrettanto, senza parlare delle vittime delle biblioteche e delle tesi pubbliche. In fin dei conti solo chi è laureato (tanti e tanti, grazie a Dio) capisce cosa vuol dire smazzarsi ore ed ore per fare una tesi e vedersela rubata con un paio di copia & incolla.

    La cosa grave, nel caso di Monia, è che la sua alter ego è diventata, nel suo piccolo, “famosa”. Ormai il web book incriminato non esiste più, ma restano tracce sul Web dei link (commentati molto positivamente). D’altra parte i poverini di NetManager già hanno abbastanza guai in casa per pensare anche a queste storiacce.

    Un’ultima chicca, scoperta per puro caso pochi minuti fa: chi ha dato il permesso a questi di ripubblicare in pillole PubblicitArte?

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