Giornalismo

Storie, etica e professionalità di chi lavora nel mondo della stampa

20 settembre 2009

E tutti twittavano “Al lupo! Al lupo!”

Se nel mondo “reale” la morte di Mike Bongiorno ha rappresentato la fine di uno degli ultimi personaggi residui di un mondo che sta sparendo, in Rete si è assistito ad una sorta di rivisitazione italica della scomparsa di Michael Jackson vista attraverso i social network. Come era avvenuto in quell’occasione negli Stati Uniti, molti di noi hanno appreso la notizia curiosando in Rete, magari approfittando della pausa pranzo per fare un giro sulle piattaforme sociali.

I primi che hanno tweettato la notizia, a dire il vero, l’hanno comunque appresa da media tradizionali. Quelli che l’hanno letta, sono corsi a verificarla sui quotidiani online e, in assenza di riscontro immediato, hanno iniziato a retweettarla a mo’ di scoop del secolo. In realtà sono bastate poche decine di minuti per permettere ad agenzie e quotidiani di togliere dal freezer i coccodrilli, con molti particolari sulla carriera del presentatore e pochi sulle circostanze della morte.

La notizia si è quindi incanalata sui social network “di approfondimento”, quali FriendFeed e similari. I tweet hanno cambiato leggermente tono, passando dallo “sto dando una notizia in anteprima” a “mi dispiace per la morte di Mike Bongiorno”. Il focus del giorno quindi non è stato più il decesso in sé, ma le emozioni suscitate dall’evento in chi lo stava commentando a poche ore di distanza. Con tanto di commenti sull’efficacia di Twitter nel diffondere notizie.

Uno sviluppo tutto sommato equilibrato della vicenda, lontano da quello cui si assiste ogni volta che si è di fronte ad una notizia che si vorrebbe “far crescere dal basso”. Che si sia testimoni di una piccola o grande scossa di terremoto nel quartiere, di un treno che deraglia o di un violento acquazzone, lo spirito da reporter ci pervade rendendoci inconsciamente obbligati a gridare al mondo quanto sia importante ciò cui stiamo assistendo, alla faccia dei media silenziosi.

Grazie a Dio, raramente i nostri drammi sotto casa sono davvero rilevanti per il resto del mondo. I nostri contatti sui social network però si fidano della nostra percezione ed amplificano le notizione che diffondiamo a rotta di collo. Con tutta calma, le agenzie di stampa valutano l’accaduto, lo formalizzano con il livello di allarme che gli è proprio e lo immettono nel circuito tradizionale dei media. Solo in pochi casi la notizia ha davvero l’entità che percepiamo noi.

Una volta si diceva grassroots journalism e si faceva sui blog, ora bastano 140 caratteri per lanciare un urlo che, se il nostro network è abbastanza grosso e abbastanza suscettibile, non rimarrà solo. Dovremmo però imparare ad evitare di gridare “Al lupo! Al lupo!” e sconfessare i media se non premiano  la nostra voglia di protagonismo. Bene per la nascita dal basso dell’informazione; male, anzi malissimo, per il volersi sentire centro dell’universo.

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10 maggio 2009

Giornalisti, blogger e redattori di Wikipedia

Metà dei quotidiani al mondo hanno ironizzato sul fatto che l’altra metà abbia ripreso, senza nessuna verifica, una citazione errata da Wikipedia inserita appositamente da uno studente dublinese per evidenziare a tutto il mondo esattamente il tranello in cui i giornali sono caduti ed in cui, in effetti, cadono con preoccupante frequenza. Molti blogger hanno così iniziato a dubitare della qualità delle voci di Wikipedia, rischiando il tipico fenomeno del bambino gettato via con l’acqua sporca.

Il circolo vizioso è auto-evidente: un redattore qualsiasi, magari un anonimo in malafede, inserisce un contenuto falso o comunque non documentato su Wikipedia su una voce che, qualche tempo dopo, risulterà particolarmente di attualità. In quel momento la voce verrà consultata da milioni di lettori in tutto il mondo, blogger e giornalisti compresi. Questi ultimi lo riprenderanno sui propri articoli e presto un altro redattore citerà quegli articoli come fonti “attendibili” su Wikipedia stessa.

Un vero e proprio circuito, che permette ai blogger di lanciarsi in invettive contro i giornalisti. Il problema riscontrato è nella scarsa fiducia che i giornalisti hanno in sé stessi e la loro dimestichezza con ricrca e verifica delle fonti. Preferiscono, stressati dai tempi e dalle gerarchie dei giornali contemporanei, confondersi con gli utenti “qualsiasi” della Rete, abbandonarsi alle placide consuetudini che, nel tempo, si sono sedimentate tra blogger ed altri cittadini di queste terre.

Un'immagine da toothpastefordinner.com ripresa da Enrica Garzilli sul suo tumblelogQuesto ha inevitabilmente ibridato i ruoli e spinto molti blogger a considerarsi di pari dignità o addirittura più attendibili dei giornalisti, ritenuti superati e inutili come i loro giornali. Posizione del tutto sciocca, che deriva da una colpa di fondo di entrambe le parti in causa: i giornalisti hanno peccato di faciloneria, i blogger hanno peccato di presunzione. Questo scenario ha messo in luce i redattori di Wikipedia come enti terzi ed eterei, superiori a tutto e tutti, seguaci del santo Neutral point of view e della correttezza delle fonti. Posizione che però cozza col fatto che non siano onniscenti e pertando che Wikipedia non vuole e non debba essere l’unica fonte attendibile su questa Terra.

Forse sarebbe il momento che tutti tornassimo a fare il nostro mestiere o, quantomeno, a inseguire i nostri interessi senza volerli a forza trasformare in un lavoro. I giornalisti dovrebbero riscoprire il fascino del proprio lavoro, i blogger dovrebbero divertirsi nel tenere i propri diari e i redattori di Wikipedia dovrebbero concentrarsi sulla qualità delle voci piuttosto che sulle rigidità burocratiche. Poi, ognuno di noi potrebbe svolgere le tre attività nel corso della propria vita. Mai nello stesso momento, però.

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12 aprile 2009

La Pasqua dei terremotati e dei giornalisti invadenti

Difficilmente si ricorda una Pasqua tanto amara in Europa. Il ricordo di 300 vite spezzate è vivido e le difficoltà viste negli occhi di persone troppo simili a noi per essere ignorate hanno segnato profondamente questi giorni di (presunta) festa.

Non può evidentemente esistere nessun altro tema meritevole oggi di riflessioni profonde se non quello del terremoto e così anche .commEurope si adegua: ovviamente, il focus è verso il tema principale di questo blog, cioè la gestione della comunicazione.

Il terremoto a L’Aquila, d’altronde, rimarrà impresso nelle nostre menti anche per il pessimo servizio che i giornalisti di tutte le testate e di quelle televisive in particolare hanno reso agli abitanti delle zone terremotate prima che a noi spettatori.

I giornalisti hanno infatti abbondantemente intralciato i lavori di salvataggio e di soccorso ai terremotati. Va bene il diritto di cronaca e grazie per il sacrificio (…) dei viaggi su e giù tra Roma e L’Aquila, ma forse si poteva evitare di far precipitare la situazione.

La sensazione che si è diffusa in Rete è quella che i telegiornali abbiano dimostrato un tale interesse per gli ascolti da essere diventati poco credibili quando hanno cercato di dimostrare compassione e pietà per le vittime e supporto ai soccorritori.

Ascolti, peraltro, del tutto inutili a fini pubblicitari. La Rai, in particolare, ha bruscamente ridotto la trasmissione di spot e reso pertanto inutile la corsa all’audience. Corsa che, a questo punto, si sospetta essere un esercizio di auto-esaltazione fine a sé stesso.

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15 febbraio 2009

Eluana Englaro, Enrico Mentana, il Grande Fratello

La morte di Eluana Englaro addolora o rasserena: a seconda della propria posizione etica su eutanasia e stato vegetativo, è dificile non “schierarsi” su tempi e modi della vicenda. Lo abbiamo fatto tutti noi, al di là della professione esercitata e dell’esperienza nel campo: lo hanno fatto anche i giornalisti, che di questa storia ci hanno parlato in abbondanza.

Più di una voce obietta che questa copertura sia stata eccessiva. Alcuni pongono l’accento sui vari media confrontandone comportamenti e livelli di approfondimento, altri evidenziano l’imbarazzante livello di spettacolarizzazione che una vicenda tutto sommato privata ha assunto. Qualche giornalista forse è andato oltre, soprattutto in televisione.

Quando Enrico Mentana ha presentato le proprie dimissioni ai manager Mediaset, ormai le polemiche avevano cambiato natura: dal ruolo dei giornalisti nella vicenda alla reazione dei media al decesso. Mentana è diventato il paladino del silenzio rispettoso vs. chi ha voluto mettere in onda i vari Grande Fratello e X-Factor poche ore dopo la notizia.

I risultati del Grande Fratello, in qualche modo, sembrano avergli dato torto. La massa non ha il suo stesso senso etico e forse, memore della super-copertura giornalistica dei giorni precedenti, ha abbandonato il cadavere dell’Englaro al suo destino e si è concentrata sui “drammi” di Cinecittà. Più che l’etica, poté l’assuefazione. Più della morte, lo spettacolo.

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18 gennaio 2009

Quando tutto diventa “storico”

Quanti momenti “storici” ci sono nelle noste vite terrene? Quanti ne viviamo in prima persona, quanti ne vediamo tracciati sui vari media, quanti ci sono raccontati da conoscenti, parenti, amici, colleghi? Quanti meritano davvero l’epiteto di “storico”, quanti in effetti lasceranno un  solco nella coscienza comune e quanti nella storia personale?

A leggere i giornali, viviamo ogni giorno nuovi, emozionantissimi, momenti storici. Tutto merita questo aggettivo: la decisione di un consigliere provinciale, il record olimpico di un atleta, gli aerei sul World Trade Center, la cresima del figlio di un attore, lo share di un programma televisivo. Tutto insieme giù nel calderone, tutto indelebilmente (?) “storico”.

La comunicazione politica, poi, si diletta a enfatizzare questa tendenza. La nascita di ogni partitino sembra essere la svolta che porterà la democrazia italiana verso un glorioso futuro, ogni risultato delle elezioni statunitensi viene letto come momento imprescindibile per il salvataggio delle sorti del mondo. Con buona pace degli “storici” risultati di Obama.

La verità è che i nostri giorni procedono con una noia terribile e senza grosse svolte significative. Potrà far parte della Storia il primo passo dell’Uomo sulla Luna, ma tra qualche centinaio di anni di tutto periodo storico rimarrà poco o nulla. Perché la comunicazione va veloce e la cronaca è diversa dalla storia. Altri momenti “storici” si succederanno.

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26 ottobre 2008

I problemi di Wordpress e le rivoluzioni rimandate

I lettori abituali di commEurope avranno notato misteriosi ritardi nella pubblicazione dei post da settembre in poi: il “merito” è degli aggionamenti di Wordpress, che non solo presentano ogni volta impatti deliranti sugli archivi (vedi la vendetta delle lettere accentate), ma soprattutto comportano una serie di ritardi per cui alla fine si decide di rischiare e lasciare on line una versione più vecchia e perciò per definizione ricca di bug.

Il punto è che un blog dev’essere solo (per quanto culturalmente stimolante, ci mancherebbe) un passatempo. Siamo tutti consci di star vivendo una rivoluzione nei flussi di comunicazione peer-to-peer o bottom-up, ma dobbiamo anche renderci conto di essere delle mosche alle prese con una carta adesiva. Terribilmente attraente, ma dai rischi mortali per quanto riguarda la vita del blogger che le vola incontro.

Se si è giornalisti professionisti, non solo si è più bravi a scrivere, ma si ha anche un certo rapporto con tempi e modi della scrittura. Se si è blogger amatoriali, il rapporto è più complesso: perché i tempi non sono quelli della propria professione e la cura degli strumenti di supporto non è a carico di altri. Un giornalista deve concentrarsi sulla qualità del proprio intervento, il blogger deve mantenere la tipografia virtuale e poi vestirsi da editore prima ancora che da autore.

Tutto ciò fa sì che i giornalisti professionisti possano stare tranquilli: abbiamo ancora molto bisogno del loro tempo passato a documentarsi, dedicato alla scrittura e poi passato, magari, a difendere le proprie opinioni di fronte ai lettori inferociti. Se poi per farlo usano un blog, tanto meglio per loro e per i giornali che rappresentano: sia onore ad Alessandro Gilioli, ad esempio, che è riuscito a creare uno spazio di qualità per diffondere i propri articoli e confrontarsi coi lettori.

Ne parliamo tra qualche anno, insomma. Quando l’infrastruttura sarà trasparente e non richiederà tempo per manutenzione e aggiornamenti, quando i blog saranno uno strumento professionalmente riconosciuto e non una passione da seguire a notte fonda, quando avremo accesso alle fonti come avviene normalmente ai professionisti. Nel frattempo, un post alla settimana è più che sufficiente per mantenere attivo questo Speakers’ Corner personale.

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29 agosto 2008

L’assalto a Best Western e l’etica del giornalismo

Anche i più distratti avranno letto con apprensione, magari mentre passavano le proprie ferie in un hotel della catena Best Western, dell’assalto informatico che la catena avrebbe recentemente subito da parte di un cracker infiltratosi nei sistemi informativi passando attraverso un client di un albergo di Berlino.

Lo avranno letto perché, soprattutto se si è stati in passato clienti della catena (e chi non lo è stato?), non avranno potuto ignorare i titoloni che sui giornali parlavano di una cifra impressionante di 8,2 miliardi di dollari di danni e di un bacino di 8 milioni di possibili clienti truffati in tutto il mondo.

Basti leggere l’articolo che su Punto Informatico annunciava l’ecatombe informatica, etichettandola come «una delle più clamorose di sempre» e non lesinando particolari sul destino infelice dei titolari di carta di credito che avevano malauguratamente alloggiato presso un qualsivoglia albergo dell’enorme catena alberghiera.

Cotanto clamore, d’altra parte, era stato promosso dal Sunday Herald, giornale su cui era apparso il primo lancio sul tema. Il giornalista, ovviamente, era convinto di aver fatto il colpo della vita: centrare uno scoop simile a volte può cambiare un’intera carriera e tanto vale girare il coltello nella piaga finché è calda.

Per fortuna, tuttavia, Best Western ha risposto con chiarezza alle accuse: il comunicato stampa italiano, ad esempio, limita i danni ad un accesso improprio ai sistemi dell’hotel berlinese, spiegando con trasparenza il sistema di collegamento tra questi e quelli centrali della catena che, notoriamente, è composta da alberghi molto indipendenti e “federati” sotto il marchio Best Western.

Altro che 8 milioni di clienti danneggiati in tutto il mondo: le vittime del furto di dati sarebbero solo 10 clienti (di cui 8 tedeschi), già contattati dalla catena e tranquillizzati sulla loro situazione. Tanta disponibilità per tutti: chiunque sia stato turbato dalla vicenda può telefonare al numero verde Best Western per chiedere informazioni e supporto.

Bravi quelli di Best Western, meno bravi i singoli alberghi che in effetti non brillano per coerenza con le iniziative della catena, riservatezza delle informazioni e gestione dei pagamenti. Pessimi invece i giornalisti, che si sono buttati a pesce sulla notizia ingigantendola in maniera inopportuna e dannosa per l’immagine di Best Western e degli albergatori aderenti al circuito.

Solo pochi giornali hanno pubblicato rettifiche adeguate ed ovviamente nulla può garantire che chi ha letto il primo articolo possa anche incappare in quello di smentita. Tra i giornali italiani che avevano esagerato nel lanciare la notizia, proprio il succitato Punto Informatico è riuscito a riequilibrare i toni, pur dando conto del fatto che Iain Bruce, il giornalista che aveva buttato il masso nello stagno, continui a voler difendere il suo scoop a dispetto di ogni evidenza, senza alcuna etica e senso di responsabilità per aver causato danni così gravi a Best Western.

Questo è uno di quei casi in cui un’azienda farebbe bene a portare in giudizio un giornalista: altro che danno di immagine, questa è stata proprio una coltellata, ingiustificata e ingiustificabile, sul business di un’azienda seria ed affidabile.

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27 gennaio 2008

La blogizzazione dei giornali miete vittime

Questa è una storiella dedicata ai lettori di .commEurope abitanti nel mondo reale e non nella blogosfera (alias la maggior parte): è quella del blogger italiano Paul The Wine Guy che, pur avendo iniziato a curare il suo blog da pochi mesi, è riuscito a ottenere una grande notorietà tramite iniziative originali e innovative. Qualche esempio? Il Blogstar Deathmatch, perfetto per attirare l’attenzione delle vedette nostrane, oppure 7 giorni senza Google, utile per guadagnarsi la simpatia di tuti gli altri blogger Google-dipendenti (alias la maggior parte). Ultima idea originale: la serie Understanding Art for Geeks, pubblicata periodicamente sul suo blog e poi sistematizzata su Flickr.

'The Thinker' di Auguste Rodin nella versione di Paul The Wine GuyUn’ulteriore occasione per ricevere grande attenzione, soprattutto nel mondo dei tumblelog nostrani, ansiosi ogni volta di pubblicare le nuove puntate della serie. Arriviamo infatti ai giorni nostri: l’idea di utilizzare le opere più celebri della storia dell’arte e “personalizzarle” ad uso e consumo dei geek di tutto il mondo è sublime, ma soprattutto virale. La pubblicazione su Flickr è il grilletto: ogni opera accumula decine di migliaia di visite e rapidamente permette a Paul The Wine Guy di ottenere l’attenzione dei grandi siti internazionali. Inizia Slashdot, con il classico dibattito sui massimi sistemi tipico di questa piattaforma, poi arriva l’intervista con underwire, blog di Wired:

«Paul, who requested his last name not be used so his boss doesn’t know he’s occasionally slacking off, works as a web developer in Northern Italy. He tells the Underwire that the project was inspired by his two passions: art and computers. When he was younger, he attended the Academy of Fine Arts of Brera in Milan, and found it easy to “see the hilarious side of a painting.”»

In questa glorificazione internazionale si inserisce anche l’italianissimo Corriere.it: mette in home page il set completo di Understanding Art for Geeks pubblicato sino ad ora. Peccato che “dimentica” qualsiasi attribuzione a Paul The Wine Guy: unica concessione, dopo tutte le polemiche viste negli scorsi mesi, una laconica scritta “Da Flickr.com”, senza link. Scoppia una mobilitazione generale tra i titolari di tumblelog, che esprimono la solidarietà a Paul The Wine Guy: questi, intelligentemente, nota di non essere un angioletto in termini di rispetto del diritto d’autore, concludendo, a proposito dei suoi carnefici,

«devo disimparare nel chiamarli giornalisti. Perché se scrivono mediocremente, fanno errori, sono servili, cascano nelle bufale e copiano tutto ciò che gli capita in giro come un qualsiasi blogger preso a caso, beh, non vedo più nessuna differenza.»

La storia finisce con il ravvedimento del Corriere della Sera, che inserisce la citazione del sito di Paul The Wine Guy, ovviamente senza link. Ma è proprio l’osservazione di Paul che sintetizza, insieme alle discussioni tra giornalisti illuminati come Alberto D’Ottavi e Vittorio Pasteris, l’insegnamento di questa vicenda: la “blogizzazione” dei giornali è un processo complesso, che avviene in un momento storico in cui il diritto d’autore, in Italia, viene gestito in maniera bizzarra, tra vincoli a senso unico e immagini da “degradare” ai sensi di legge. Ecco, Paul The Wine Guy deve anche stare attento: a quest’ora avrà la SIAE alle calcagna per la pubblicazione delle opere d’arte…

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8 novembre 2007

Enzo Biagi e gli altri reduci di un mondo che non esiste più

Nell’effluvio di dossier, speciali televisivi, approfondimenti giornalistici, coccodrilli scongelati al momento giusto e prefiche tardive, il buon Enzo Biagi è stato meritatamente portato sugli allori dopo anni di ingiustificato purgatorio. Chi l’aveva accusato di eccessiva faziosità, chi l’aveva epurato dagli schermi televisivi, chi in fin dei conti aveva sempre sperato che questo vecchietto volesse andare in pensione in santa pace invece di continuare ad insistere per un nuovo programma televisivo, ora si strappa le vesti e nega il passato, anche quello più recente. Chi l’ha seguito, chi è cresciuto guardando i suoi programmi TV o La storia d’Italia a fumetti, può solo piangere la sua scomparsa e rimanere perplesso di cotanto movimento.

Vivere la morte di Enzo Biagi come quella di un personaggio pubblico invece che di un essere umano qualunque rende onore all’importanza che il giornalista ha assunto nella storia culturale del nostro Paese; carica tuttavia di significati eccessivamente politici la scomparsa di un grande uomo di comunicazione. Enzo Biagi era un partigiano: lo era dentro, lo era fino in fondo e fin dopo la morte, come le note di Bella Ciao ci hanno ricordato oggi. Era però anche un uomo equilibrato ed un professionista affidabile: affondava le penna nell’inchiostro, non la lama dell’offesa, nei confronti di coloro che riteneva non tanto nemici personali, quanto persone che attentavano ai principi democratici della sua Italia, quella che aveva contribuito a rifondare dopo la barbarie totalitarista.

Enzo Biagi è purtroppo uno degli ultimi reduci di un mondo che ci sta lasciando, quello di chi è nato nei primi decenni del XX secolo ed ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni del Fascismo prima e la durezza della Seconda Guerra Mondiale poi, ma anche il senso di sfida che quella generazione ha lanciato ai propri padri durante gli anni della Ricostruzione. Quelle persone non solo ci hanno lasciato in eredità l’impianto politico ed economico della società attuale, ma sono riuscite anche ad importare o creare ex novo nuovi modelli di condivisione dell’informazione: sono coloro che sono nati professionalmente sui quotidiani e poi sono riusciti a consolidare il ruolo della radio, affermare l’affidabilità della televisione, diffondere la cultura dei periodici di approfondimento.

Provando a guardare anche solo gli anni più recenti, basta guardare agli anni dell’editto di Sofia verso Biagi per accorgersi di quanto seguito avesse Enzo Biagi ai tempi de Il Fatto: un’affidabilità costruita negli anni, pari solo a quella di alcuni professionisti della sua generazione che nel Dopoguerra si sono affermati nei più svariati settori industriali e culturali. La sua peculiarità, rispetto ai suoi coetanei, sta nel fatto che Biagi si è creato diversi megafoni ed ha saputo utilizzarli con caparbia e sagacia: il suo insegnamento, per chi si occupa di comunicazione, rimane perciò insostituibile e degno di nota. Anche in rispetto della memoria di tutti gli altri reduci, partigiani e non, di quel piccolo scrigno eccezionale che era l’Italia degli anni d’oro.

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30 agosto 2007

Franco Carlini: addio ad un maestro

Chiunque si sia occupato di ricerca scientifica su comunità virtuali, vita in Rete, fenomeni e tendenze del Web durante gli anni Novanta, ricorderà un numero limitato di fonti attendibili. Oltreoceano regnavano gli autori che poi sono diventati i classici del genere (Howard Rheingold, Allucquére Rosanne Stone, Sherry Turkle e pochi altri); in Europa si faceva decisamente fatica a trovare autori affidabili, preparati, indipendenti. La febbre montante stava d’altronde rapidamente corrompendo professori universitari e consulenti tradizionali: tutti occupati a spergiurare in favore di dot-com da quotare.

In Italia, lentamente, si creò un piccolo gruppo di riferimento. Sui quotidiani, il primo a raccontare di reti civiche e storie di Rete fu Beppe Caravita: ogni suo articolo era una piccola oasi per chi veniva divorato dalla curiosità verso questi lidi per i tempi ancora relativamente nuovi. Ma la ricerca ha bisogno di libri per essere ritenuta credibile: Franco Carlini, Fabio Metitieri, Mafe De Baggis e pochissimi altri riuscirono a razionalizzare la loro esperienza in Rete e dare avvio ad una mai abbastanza ampia serie di testi utili per segnalare all’Accademia l’importanza di virtualità e dintorni, oltre l’hype del periodo.

È stata una strana (ed affascinante) sensazione, in questi anni, scoprire che Mafe non fosse una cariatide da Ateneo ma una giovane sciura disponibile a raccontarsi sul suo blog; che Metitieri non fosse uno scrittore irragiungibile ma un lettore disposto a leggere e commentare i blog più famosi come tutti gli altri utenti; che Franco fosse al tempo stesso l’ideatore di iniziative folli come Trash.it e contemporaneamente, continuando a scrivere su Corriere della Sera e Manifesto, il signore dietro progetti aziendali come Tel&Co.

Oggi tutti piangiamo la morte di quest’ultimo personaggio. Tutti, compresi quelli che negli ultimi anni lo hanno letteralmente distrutto ogni volta che nei suoi articoli cercava di moderare gli entusiasmi a proposito delle tendenze del Web. Lo piangono giornalisti come Zambardino e blogger come Mantellini: qui su .commEurope lo si ricorda con uno degli ultimissimi editoriali, in cui come al solito esprimeva una posizione poco popolare, ma chiara e distinta. Chi l’ha criticato così tanto in questi anni (basti guardare i trackback all’articolo di Mauro Lupi su Carlini pubblicato lo scorso marzo) ed ora si atteggia a prefica, invece, il ricordo non lo merita proprio: meglio dimenticare.

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