18 Novembre 2006

La maledizione di Google Video (e YouTube)

Ci siamo riempiti la bocca, per superare gli anni post-esplosione della bolla speculativa, di riflessioni sulla riscoperta della parola scritta o sul successo di blog e wiki come sinonimo di una nuova circolazione di idee e notizie che rifuggisse dagli schemi canonici dell’informazione radiotelevisiva. Poi ci si è resi conto che le vere novità di questi anni non stanno tanto in questi nostri pensierini da scolaretti formato deluxe, quanto nell’ampia condivisione di foto e video resa possibile dalla cresita della banda larga in tutto il mondo.

Di multimediale, negli scorsi anni, circolavano solo i file audio sulle reti P2P: poi qualcuno ha saputo creare un mercato musicale digitale e le produzioni dei grandi artisti internazionali ora ricevono nuovamente l’attenzione che meritano, stavolta sui dispositivi portatili e non su quelli più classici in vinile. Oggi il focus della Rete non è più verso suoni e parole scritte: sono le immagini a trionfare. Google, con Google Video prima e poi soprattutto con l’acquisizione di YouTube, si è posta ancora una volta sulla breccia dell’onda ed ha saputo, proprio lei che delle parole scritte ha sempre fatto il suo core business, riciclarsi come leader del nuovo mercato.

Mercato che, si badi bene, è profondamente diverso da quello musicale: qui i video, così come avviene per le immagini di Flickr (non a caso acquisita dalla rivale Yahoo!), sono prioritariamente geenrati dagli utenti stessi che li condividono. Anche quando il contenuto non è di propria produzione, sicuramente lo è la scelta “editoriale” di decidere come tagliare e montare gli spezzoni provenienti dai media principali, ma soprattutto di cosa pubblicare. Non siamo più ai tempi del P2P musicale: non si mette più a disposizione tutto l’archivio musicale “perché così fan tutti”. Si scelgono contenuti e li si promuove su altri mezzi, blog in primis.

È evidente che cotanta autonomia sia un bene per la libertà di diffusione delle infomazioni: non a caso, la maggior parte degli articoli di Corriere.it ormai include una citazione o un link a video diffusi sulle piattaforme di casa Google. Tutto ciò si trasforma in un’enorme maledizione per la Grande G, protagonista involontaria delle attenzioni spasmodiche dei media. La disinterpretazione delle parole del buon Stefano Hesse riguardo alla storiaccia del ragazzo down maltrattato è il sinonimo più evidente della nostra scarsa sensibilità nel comprendere la difficoltà di contenere e regolare un traffico così intenso ed importante. Dobbiamo tutti fare autocritica per la leggerezza con cui pubblichiamo contenuti, ma soprattutto avvisare i giornalisti che i tempi non sono affatto maturi, per sferrare attacchi così grevi a chi sta costruendo il futuro con più responsabilità di ciò che si voglia far credere.

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    17 Marzo 2006

    So tutto di te

    È di qualche giorno fa la notizia che un giornalista di Chicago sia riuscito a ricostruire l’identità di migliaia di spie della CIA utilizzando servizi informativi disponibili sulla Rete, gratuitamente o a pagamento. Abbastanza scontata la sconvolta reazione delle autorità statunitensi: nel continuo sforzo di sapere di tutto di più delle abitudini di navigazione degli utenti Internet, scoprono di essere le prime vulnerabili. Doveri di comunicazione istituzionale da una parte e strumenti di ricerca delle informazioni dall’altra sembrerebbero una morsa (piacevolmente, a volte) fatale per chi vuole avere segreti a tutti i costi.

    Una decina di anni fa, mentre anche in Europa Internet stava iniziando il suo percorso di eccellenza e notorietà, aveva destato sorpresa e preoccupazione la scoperta che InfoSpace, allora portalone informativo onnicomprensivo, potesse restituire i riferimenti telefonici e quindi geografici dei navigatori dei maggiori Paesi del mondo, linkati ad una cartina 2-D abbastanza precisa. Negli anni successivi, il servizio è diventato pressoché scontato anche in Europa: i principali fornitori di directories hanno iniziato a fornire gli stessi servizi confidando nella qualità e nell’aggiornamento dei propri dati, a volte in cooperazione con siti più specializzati sul mapping puro.

    Dopo i picchi di precisione raggiunti negli scorsi anni, ora è iniziato il percorso inverso, dovuto alle più restrittive leggi sulla privacy e sulla disponibilità pubblica dei dati in via di adozione in tutta Europa: chiunque, anche in Italia, ha provato l’esperienza frustrante di non trovare più i numeri telefonici un tempo disponibili gratuitamente su diversi siti. Quello che invece sta esplodendo, al contrario, è la volontà di comunicare i propri dati urbi et orbi in maniera diversa: chi prima scriveva in chiave (semi)anonima su forum e newsgroup, oggi abitualmente ha un blog nel quale si firma con nome e cognome. Magari il blog ha un tono professionale e questo fa rapidamente intuire la professione dello scrivente: magari si seguono i suoi commenti disseminati in altri luoghi e se ne conferma ed amplia la conoscenza.

    Sarà interessante vedere come la notevole capacità di visualizzazione delle informazioni di strumenti come Google Earth potrà progressivamente essere ampliata dal desiderio, magari proveniente dal basso, di comunicare le proprie informazioni e quelle dell’ambiente circostante, linkandole in maniera progressiva ed esaustiva. Sembra quasi di iniziare a vederlo, un mondo virtuale parallelo in cui le copie digitali di quello reale vengono completate con le informazioni disseminate per la Rete da chi quel mondo reale lo vive, al pari di quello digitale. Come tutte le tecnologie innovative, sembra utilizzare un approccio interessante ed utile: anche pericoloso, se utilizzato male.

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    1 Febbraio 2006

    La Costituzione Italiana garantisce la libertà di pensiero e di espressione

    Sebbene non dedichino al tema la stessa enfasi che negli Stati Uniti viene data al quinto emendamento, le Costituzioni europee pongono al cuore stesso del loro sistema i temi delle libertà civili, in particolare di quella di pensiero e di espressione. Lo fanno in maniera più o meno ampia, più o meno estesa, ma sembrano crederci fino in fondo: le democrazie europee sono nate grazie al sacrificio di chi quei diritti non ha potuto esercitarli, ma ha donato la propria vita ed il proprio lavoro affinché altri potessero darli per scontati.

    Questo, ovviamente, fa sì che oggi si goda, per diritto acquisito, della possibilità di dire, fare e vedere ciò che si desidera, come e quando lo si desidera. Persino l’accusa ai fanatici del calcio di sfruttare lo streaming delle televisioni orientali per guardare in formato francobollo le partite potrebbe, in qualche modo, essere un esercizio di libertà e diventare perciò una limitazione l’impedirne l’uso tramite inquietanti filtri su scala nazionale. Si tratta dello stesso atteggiamento visto sulla vicenda delle scommesse sportive: per impedire l’utilizzo illecito di servizi forniti da stranieri si cerca di tutelare gli operatori italiani attraverso limiti alla libertà. Se non è possibile sconfiggere diplomaticamente il nemico, si abbatte il ponte che ci collega alle sue terre.

    Per fortuna, verrebbe da dire, lo Stato tutela almeno la stampa tradizionale, anche quando la sua diffusione è inferiore a quella di un sito Web di media rilevanza: vengono tutelate le idee dei giornalisti, spesso portavoci di importanti questioni di interesse comune. Un tema caldo, sentito dai cittadini, che due settimane dopo il post sul tema di Beppe Grillo, continuano a commentare la sua indignazione per i contributi “a pioggia”, in particolare a quelli editi da cooperative e movimenti politici. In un generale clima di sfiducia verso politici e tycoon dei media (quando la figura non coincide…), d’altra parte, ci si schiera rapidamente su un lato o sull’altro della barricata.

    Il sonno della ragione populistica, però, genera mostri: Grillo tira in mezzo persino Il Mucchio selvaggio, storica rivista appoggiata dalla scena alternative italiana. Al contrario, sfuggono dalla trivella operazioni editoriali poco chiare in cui interessi economici e sostentamenti alla politica si mischiano: tema molto più preoccupante dei contributi dello Stato, ufficiali e noti a tutti. Contributi che, comunque, sono lo specchio della realtà economica: se un settore va male, la sua editoria specialistica soffrirà e soffocherà, senza l’aiuto indiretto da parte dei cittadini. Naturalmente, non tutti gli operatori del settore desidereranno gli aiuti: l’importante, come al Pronto Soccorso, è che chi merita di star bene ed ha un periodo di difficoltà, riceva le cure adeguate.

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    27 Gennaio 2006

    Cina vs. Mondo, 2 a 0

    Il goal più importante che la Cina potesse segnare nei confronti del resto del mondo, l’ha già fatto qualche anno fa, aprendosi all’economia di mercato e soprattutto spalancando le proprie porte agli investitori esteri, ansiosi di avere manodopera a costo infimo anche per le lavorazioni più raffinate, quali quelle hi-tech o quelle dell’alta moda. In pochi anni, siamo arrivati al punto che - chiunque può verificarlo guardando i regali fatti a Natale - la maggior parte dei prodotti d’uso quotidiano viene prodotta proprio lì. Per ora, i marchi sono ancora quelli occidentali: presto i cinesi non dovranno nemmeno pagare questi balzelli ai marchi più noti, avendone appreso tutto il knowledge.

    Il secondo goal la Cina lo sta segnando in questi giorni e le farà vincere definitivamente la partita: nonostante l’ottimismo di alcuni, sarà la Cina a cambiare il Mondo, più che Internet a cambiare la Cina. Un’azienda che prevede di duplicare i suoi clienti, in qualsiasi settore operi, si guarderà bene dal non rispettare le regole del mercato: i concorrenti ubbidienti sono dietro l’angolo. Non è così certo che sia stato un errore di business: un giorno forse persino Google si renderà conto di avere più utenti nella sola Cina, che in tutti gli altri Stati del mondo messi insieme.

    Ogni volta che si discute di dimensioni, in un Mondo che si muove ancora alla velocità del capitalismo industriale ottocentesco, insomma, la Cina sbanca, con le sue enormi economie di scala: produttrice per il Mondo ora, consumatrice del Mondo poi. I cinesi, nel frattempo, sono ovunque, per illustrarci la loro felice via alla globalizzazione: l’Italia impazzisce per la concorrente cinese del Grande Fratello, il Corriere dedica loro un’edizione in lingua madre, Michele Serra ci dimostra quanto la loro ridente comparsa nella nostra vita sia riuscita a mettere in luce le nostre contraddizioni culturali.

    Per quanto Google possa ritenere dolorosa ma giusta la sua decisione in merito alle auto-limitazioni alla libertà di informazione, probabilmente sa che sta ancora una volta anticipando quella che sarà la nuova ondata sulla Rete. Le misteriose richieste statunitensi o gli imbarazzanti tentativi di oscuramento italiani sono i figlioletti della decisione-madre cinese. I Governi si sono resi conto che la Rete è ormai troppo libera per i tristi limiti normalmente imposti alla libertà di espressione nella vita quotidiana degli Occidentali: non esistendo vincoli tecnologici all’oscuramento delle informazioni fastidiose, tanto vale approfittarne gratuitamente.

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    23 Febbraio 2005

    Liberi tutti (di copiare)

    Bolle la discussione su Libero Blog, uno dei due servizi che, insieme ad una sorta di Arianna dedicato ai blog, segna la virata modaiola della nuova veste di Libero verso il fenomeno blog. Strategia per nulla nuova, verrebbe da dire, da quando Iol lanciò Softcity nel periodo di prima diffusione della Rete, quando andavano di moda i download di freeware. Allo stesso modo, Italia On Line tentò con i portali legati alle città ed alla ricerca di Mp3, mano a mano che questi temi diventavano di pubblico dominio.

    Se “Libero Ricerca Blog” riprende la tecnica di Libero News, l’aggregatore che a sua volta sfrutta l’innovazione originaria di Google News (esplodendone in entrambi i casi gli errori di attribuzione alle label), Libero Blog è un frullatone dei post di presunti “blogger di fiducia” (ma si ha la sensazione che tirino un po’ a casaccio), decontestualizzati, omogeneizzati e resi commentabili sulla nuova piattaforma, con un vago link all’home page dell’autore dei post stessi. La tecnica, anche in questo caso, riprende quella utilizzata in News2000 di prendere i dispacci di agenzia, cambiarne le prime e le ultime righe e ripubblicarli come contenuti originali.

    Le reazioni sono tra le più disparate, per lo più negative: a parte la saggia ironia di Paolo Valdemarin e le prese di posizione di Paolo Graziani, si leggono soprattutto strali degli “autori di fiducia”, in particolare di chi, come Alberto, critica l’incauta politica di appropriamento senza notifica compiuta da Libero. Si possono trovare, comunque, anche interventi propositivi come quelli di Marco Montemagno, che individua i trend più promettenti della Rete (come la “folksonomy” di Flickr e simili) e dà suggerimenti all’azienda del Gruppo Wind per riportare l’iniziativa sulla giusta rotta.

    La perplessità di fondo (ne parla anche Settolo sui commenti a Mantellini), comunque, rimane nei riguardi di chi, dopo essersi pavoneggiato per mesi con le etichette Creative Commons, si è reso conto che il suo ultimo desiderio era che i suoi contenuti venissero davvero distribuiti liberamente. Un’ampia sottovalutazione dei portati legali di iniziative come le licenze Creative Commons è ravvisabile in chi, seppure in buona fede, ha messo sul proprio blog il richiamo ad una licenza tanto per aggiungere un antipixel in più, senza riflettere sull’effettiva concessione a terzi di grande parte dei propri diritti d’autore.

    Se si è davvero sostenitori della libera circolazione delle informazioni, non ci si può scandalizzare che qualcuno, prima o poi, decida di sfruttare i benefici che vengono concessi urbi et orbi. Rimane quantomeno dubbia, in ogni caso, la strategia di Libero di modificare i contenuti, attraverso una misteriosa redazione con tanto di direttore responsabile. Ci si potrebbe augurare che i gruppi di studio italiani sul tema si interessino alla vicenda: sarebbe un bene per i sostenitori della giusta causa e, si spera, un monito per chi, abituato al deep linking di immagini ed informazioni si sente “espropriato” per il fatto che, stavolta, sono i “grandi” che prendono a lui.

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