Motori di ricerca
Da Google a Yahoo!, tutti i protagonisti del settore

Da Google a Yahoo!, tutti i protagonisti del settore
Da un po’ di tempo, la maggior parte degli articoli sulle iniziative “social” di Google iniziano con incipit del tipo “Voglio bene a Google, però stavolta…”. Questo potrebbe iniziare allo stesso modo, se non fosse che, parlando di Google Buzz, è un po’ presto per farsi davvero un’opinione. Vero che si tratta di una piattaforma con molte decine di milioni di utenti dal giorno zero, ma il suo utilizzo è ancora troppo limitato per trarre conclusioni.
Dopo l’accartocciamento di Orkut (oggi sul solo mercato brasiliano), dopo la meteora infuocata di Knol (altro che Wikipedia), dopo lo sgonfiamento di Lively (persino Second Life ha resistito meglio) e soprattutto dopo il trauma collettivo di Wave (il grande sogno divenuto un incubo di usabilità), magari stavolta Google ha azzeccato la formula giusta per svolgere un ruolo preminente nel difficilissimo mondo dei social network “universali”.
La formula di Google Buzz, d’altronde, è ben rodata: è una copia di FriendFeed, spruzzata di “ispirazioni” prese da altri social network noti e condita dallo stile Google. Il suo peccato originale è probabilmente la volontà di integrare il più possibile i servizi già esistenti di Google: così come non aveva mai funzionato davvero Google Friend Connect, ora scricchiola il tentativo di trasformare Google Profiles nella base per lo sviluppo di Buzz.
Gmail ha la fiducia di circa 150 milioni di clienti, Facebook quasi tre volte tanto. Google Buzz ha una buona base di partenza nel primo servizio, ma solo in tempi lunghi arriverà a raggiungere la copertura del secondo. Molti di noi lo vivono come un esperimento per avvicinare ai social network gli utilizzatori abituali della posta elettronica Google, magari facendo leva sull’interazione via mobile che, al momento, non è certo il punto forte di Facebook.
Giudizio sospeso su Google Buzz, dunque, nella speranza di venire smentiti riguardo l’immaturità della soluzione, comunque in ogni caso un passo avanti rispetto alla macchinosità di Google Wave. Se l’esperimento di Google funzionerà, nuovi utenti si avvicineranno alle potenzialità di comunicazione offerte dai social network; se il tutto rimarrà così, sarà solo un macigno in più integrato in un’applicazione un tempo snella e veloce chiamata Gmail.
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Da quanto tempo non vi capita di utilizzare Google Street View? Dall’ultima volta che avevate provato a cercare casa vostra senza risultato? Riprovateci oggi, potreste rimanere molto colpiti: come testimonia questa mappa, la copertura di Italia, Francia e Spagna è letteralmente esplosa nelle ultime settimane. Le foto come sempre non sono aggiornatissime (nella maggior parte dei casi si direbbe risalenti alla scorsa estate), ma la copertura è molto ampia anche nelle zone più remote delle nostre provincie.
Le possibilità offerte da questo sensibile miglioramento del mezzo sono notevolissime: ludiche in primis, visto l’innegabile fascino di lanciare Pegman (la mascotte arancione di Google Street View) in posti a sorpresa e scoprire ogni volta angoli nuovi, stimolanti ed a volte molto affascinanti; commerciali, considerato che la vista “dal vivo” delle vie può risultare particolarmente utile, ad esempio, nella scelta degli esercizi commerciali da visitare o degli immobili per i quali richiedere maggiori informazioni.
Il vero aspetto business di Google Street View, tuttavia, si noterà sempre di più mano a mano che Google riuscirà a liberare l’estremo potenziale che la manipolazione delle immagini della realtà (e dei relativi spazi pubblicitari) potrà concedere a tutti i partecipanti ai suoi network pubblicitari: quasi per caso (sebbene nel caso di Google il “caso” è sempre sospetto), l’estensione della copertura del servizio è coincisa con la diffusione della notizia di un nuovo brevetto che va proprio in questa direzione.
L’idea di fondo è quella di consentire agli inserzionisti di “aggiornare” in tempo reale i contenuti dei cartelloni pubblicitari fotografati sulle foto di Google che, come noto, difficilmente vengono aggiornate. L’evoluzione dell’idea però è molto più interessante: Google si candida a vendere i cartelloni “unclaimed” tramite le sue consuete aste, rendendo particolarmente interessante, per gli inserzionisti, contestualizzare i propri annunci non più accanto a pagina di testo, quanto ad immagini tratte dalla realtà.
I portavoce di Google si sono affrettati a moderare il clamore derivante da questa notizia, sottolineando che non tutte le migliaia di brevetti registrati annualmente diventano necessariamente prodotti/servizi della grande G. Involontariamente o meno, però, la pietra nello stagno è stata lanciata e sicuramente è un segno in più dell’impatto che Google avrà nella nostra vita offline nei prossimi anni. Non solo attraverso la tecnologia (non sarà certo il Nexus One di turno a cambiare lo scenario di mercato), quanto nel doppio flusso di informazioni “fisiche” che vengono digitalizzate (è il caso di Google Books) e di investimenti “digitali” rispetto a contesti reali (è sicuramente il caso limite cui potrebbe arrivare Google in veste di concessionaria pubblicitaria). Per ora, godiamoci i nostri giri virtuali per spiagge, piazze e colline di mezza Europa.
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Nonostante il suo costo ancora piuttosto elevato rispetto ai comparables, ormai l’iPhone di Apple è un prodotto di massa. Raggiunta una penetrazione quasi totale sui geeks, ha velocemente conquistato vip e persone in cerca di visibilità, poi ha saltato lo squalo ed è diventato diffuso anche tra i meno affini al marchio Apple. La stessa strada che, qualche anno prima, aveva seguito l’iPod.
La carovana degli early adopters, perciò, si è spostata altrove. L’attenzione è caduta sul Kindle di Amazon, ora acquistabile dall’Italia. Look vagamente simile ai prodotti Apple e sedici fantastiche tonalità di grigio con le quali visualizzare giornali e libri. Anche stavolta a molti è tornato in mente l’iPod prima versione, anch’esso con lo schermo piccolo e brutto, ma una qualità del suono eccelsa.
Tutti a comprare il Kindle, compresi coloro che non aprivano un libro da anni, istruzioni dell’iPhone escluse. Tutti a magnificare le magnifiche sorti e progressive di un oggetto che di eccelso ha poco e riesce a rendere desiderabile persino un quotidiano gratuito da prendere in metropolitana: sicuramente più maneggevole e chiaro nella lettura. Tutti a domandarsi come hanno fatto a vivere senza.
Il dollaro debole, probabilmente, ha convinto molti a buttarsi nell’avventura. L’altro fattore scatenante, quello del voler essere alla moda prima degli altri, forse deriva anche dalla delusione collettiva per Google Wave, piattaforma tanto attesa quanto incomprensibile: meglio buttarsi su qualcosa di fisico (che si mostra meglio) e abbordabile (si può anche far finta di leggere libri in lingua originale).
Chi si è incaponito su Google Wave, d’altra parte, non ha avuto grande appeal nemmeno presso i geek più duri: le onde pubbliche più grandi in lingua italiana raccolgono al massimo qualche decina di utenti, facce note sui social network che fanno capolino nella lista ma poi non rilasciano nemmeno un commento o un voto. Anche perché magari non hanno ancora nemmeno capito come si faccia.
Tra Amazon Kindle e Google Wave, dunque, per ora vince il primo. Sarà per molto un gadget di nicchia, perché per comprarlo bisognerà azzardarsi nel mondo dell’e-commerce (cosa che purtroppo terrorizza ancora molti) e per utilizzarlo si dovrà addirittura tornare a leggere (cosa che fanno in pochi). Riguardo al secondo, per ora è una bella promessa mantenuta troppo in fretta per essere bella fino in fondo.
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Ci sono due issues che in qualche modo stanno condizionando e sempre più orienteranno lo sviluppo dei motori di ricerca: il cosiddetto “real time Web” e la gestione della privacy degli individui, siano essi navigatori abituali o meno. Due tematiche solo all’apparenza slegate, che interessano tutti noi prima ancora che le aziende coinvolte.
Il primo tema, come è ormai noto agli analisti più accorti, è la buzzword che monopolizzerà i mesi a venire. In più di un’occasione le principali Web Company mondiali l’hanno indicato come linea guida dei propri piani industriali e in qualche modo la disponibilità continua e aggiornata delle informazioni è da sempre l’araba fenice del Web.
I motori di ricerca si candidano come leader natural del campo e non sorprende che Google stia lavorando alacramente sul tema: i risultati di ricerca del motore oscillano oggi tra risultati troppo vecchi per essere interessanti e intere pagine di link a notizie che starebbero meglio su Google News che sulle pagine principali del motore.
Il fenomeno è evidente ad esempio quando avviene una catastrofe in un piccolo paese: le prime due-tre pagine di risultati sono link ad articoli ripetitivi dei quotidiani; le successive, sono informazioni prese random da vecchi articoli, post di blog, pagine tratte da siti irrilevanti. Marginali i riferimenti ai social network, privati o pubblici.
Su quest’ultimo tema attori come Bing stanno cercando di cambiare la logica tradizionale dei motori di ricerca. La paura di molti, tuttavia, è che il mix sia troppo difficile da dosare: qual è davvero l’informazione rilevante nelle ore successive la catastrofe? E nei giorni successivi? Ed un anno dopo, che valenza hanno i singoli item?
Proprio qui si innesta la seconda sfda, quella della gestione corretta dei dati personali che gli utenti, spesso innavertitamente, lasciano a disposizione dei social network. La corsa alle informazioni in real time passa inevitabilmente dalla raccolta e dalla sistematizzazione di tali dati, con conseguenze poco gestibili da parte dei singoli.
A molti piace la ricerca in tempo reale di Twitter, che permette di capire l’awareness di un argomento, oppure quella di FriendFeed, che restituisce rapidamente le discussioni in corso sulla piattaforma indipendentemente dalla fonte in cui sono state inserite. Sono strumenti affascinanti, potenti per i geek e dannosi per gli stolti.
Non affascina, invece, l’idea di un Google con 10 twittate come risultato della ricerca. All’estremo opposto, un motore di ricerca unicamente concentrato su informazioni consolidate risulta anacronistico e, specie nel caso di eventi dirompenti, inutile. Chi riuscirà ad azzeccare il giusto mix, potrà ottenere credito illimitato dalla collettività.
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Ad inizio 2008 avevamo dato una scorsa ai dati statistici sugli accessi a .commEurope tramite motori di ricerca, rilevati con Google Analytics. I dati, pubblicati sullo .commEurope Zeitgeist, nel tempo sono stati periodicamente aggiornati e mantenuti in ordine con le consuete modalità di rappresentazione: 100 @ per la chiave di ricerca più utilizzata nel periodo di analisi e giù a scendere per le altre chiavi più usate.
In considerazione del fatto che tra poco si chiuderà il secondo anno di monitoraggio delle statistiche, possiamo ora propore qualche considerazione sull’evoluzione delle ricerche nel tempo e rispetto ai contenuti di questo blog, che è stato mantenuto tendenzialmente aggiornato. Come sempre, ci saranno alcune tematiche la cui rilevanza perdura nel tempo e altre più legate ai personaggi, alle mode e agli avvenimenti del periodo.
Nel primo campo rientrano sicuramente le ricerche afferenti al dominio Teorema Tour – Avitour – TodoMondo. Tutto deriva da un articolo su TodoMondo del 2005, sul quale ormai da anni si avvicendano discussioni infinite (siamo ormai oltre i 140 commenti) su presunti fallimenti, viaggi da sogno a prezzi bassi, bancarotte del tour operator e altre tematiche affini; una specie di forum auto-creatosi nei commenti di un vecchio post.
Nel secondo tipo di ricerche emergono invece spunti legati all’attualità: periodicamente (ed ovviamente non è difficile vederlo con forza in queste settimane), ad esempio, torna in auge la chiave “simboli elettorali”, grazie ad un articolo di marzo 2008. Nel nostro Paese però l’attualità è sempre più monotona ed i temi sempre più simili nel tempo e così anche queste ricerche si stratificano nel tempo, finendo anch’esse nella Top20.
Questi fenomeni riguardano sia le aziende, sia i personaggi. C’è un nucleo ogni giorno nuovo di navigatori accomunato dal ricercare informazioni sull’apertura di KFC in Italia e uno formato da coloro che continuano a volerne sapere di più su Eleonora Berlusconi o su Gianfranco De Laurentiis, ricorrendo ad articoli del 2004. La sensazione comune è che si cerchino sopratutto informazioni e contenuti difficili da trovare in siti ufficiali.
Se ad esempio il sito ufficiale di Muji fosse meglio organizzato e indicizzato sui motori di ricerca, non ci sarebbe bisogno di arrivare su .commEurope; se Milena Gabanelli avesse chiuso una volta per tutte la querelle con Paolo Barnard, non ci sarebbero più decine di visite mensili ad articoli vecchi di oltre un anno; se UniCredit avesse gestito con meno fretta il merge con Capitalia, si approderebbe sul sito ufficiale invece che su questo blog.
L’indicazione, insomma, sembra essere unica: che siate Eleonora Berlusconi o un manager di Avitour, che siate Milena Gabanelli o il product manager di Barilla Alixir (altro tormentone su .commEurope), forse fareste bene a comunicare di più (e meglio) in Rete. Altrimenti chi è interessato a voi (fan, clienti, prospect o anche nemici) continuerà a planare in Rete in articoli magari vecchi, magari negativi, sicuramente fuori controllo.
Filed under .commEurope, Motori di ricerca, Vita in Rete by Giuseppe Mazza
L’incidente di percorso occorso a Google qualche giorno fa, consistente nell’irraggiungibilità di un paio d’ore dei suoi servizi, ha spinto molti esperti di tecnologia a rendersi conto di ciò che i loro colleghi che si occupano di business sottolineano da tempo: Google è il centro della Rete ed un suo problema, tecnico o commerciale che sia, rischia di travolgere seriamente tutto il resto degli attori.Sul ruolo crescente di Google come monopolista della Rete si discute d’altronde da molto tempo: proprio l’affetto che molti di noi nutrono nei confronti della Big G ci fa da un lato annotare con preoccupazione il suo rendersi ogni giorno più arrogante, dall’altro sottolineare che, tra servizi lanciati in proprio e acquisizioni di startup, non ha sbagliato un colpo e pertanto il ruolo di traino della Rete è meritato.Cadono i server di Google? Spariscono i nostri blog ospitati da Blogger, ma anche gli spazi pubblicitari che magari sostengono la nostra attività in Rete. I nostri siti privati che usano Google Analytics fanno fatica a caricare, la nostra posta (magari anche professionale) su GMail è ferma. Si stoppa la Rete, rallenta la nostra vita privata e rischia di fermarsi anche il lavoro. E tutto per il problema di un’azienda.Un anno fa era successo qualcosa di simile ad Amazon e questo aveva evidenziato la criticità nell’uso di servizi di cloud computing in ambito aziendale. Ora leggiamo delle enormi server farm di Facebook e ci domandiamo quanto possano essere sterminate quelle di Google e quanti problemi la nostra azienda potrebbe rischiare qualora scegliesse di gestire on the cloud le applicazioni in quegli stabilimenti.Si tratta di un problema di urgente attualità e di difficile soluzione. Noi ci fidiamo ciecamente di Google e degli altri grandi fornitori globali, ma nulla può assicurarci davvero che, per quanto i loro servizi siano il meglio sul mercato e generalmente affidabili, tutta l’economia mondiale possa girare sui loro server. Eppure, ci stiamo arrivando, nemmeno troppo lentamente: che Dio sia clemente con i loro datacenter.
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Capita di vedere la seguente citazione ormai un po’ ovunque sul Web
«If you can’t imagine anyone linking to what you’re about to write, don’t write it»
attribuita di volta in volta a Clay Shirky e/o Jeff Jarvis. Due nomi pesanti dell’immaginario Internettiano contemporaneo, in effetti legati in un articolo del Guardian che racconta la visione del primo e raccoglie la frase di cui sopra, che Shirky attribuisce al secondo. Frase che appunto viene citata, ma che estrapolata dal contesto complessivo dell’articolo può dare adito a interpretazioni un po’ estremistiche.
La realtà è che, ancora oggi, vale scrivere qualcosa che non sia immediatamente linkabile. Non è detto che tutto debba essere necessariamente pubblico, digitale e soprattutto scritto. E non si parla solo di dichiarazioni d’amore che, in qualche modo, possono rientrare bene in questa categorizzazione: ci si riferisce anche a documentazione scientifica, economica e spesso anche più prosaicamente business-related.
Sebbene il glorioso Pagerank di Google ci abbia agevolato la vita nel corso degli anni, ha fatto sì che, soprattutto tra noi blogger, il concetto di link-come-funzione-del-valore-del-testo ha raggiunto livelli preoccupanti. Al contrario, i motori di ricerca dovrebbero aiutarci a ricercare proprio tra le informazioni più nascoste, ma magari preziosissime. Quante notizie che potrebbero esserci utili sono sepolte in qualche pagina nascosta e remota?
Basti guardare al mondo dei tumblelog per capire che la costante aspirazione di molti è linkare il più possibile i contenuti più popolari, al fine forse di ricevere un giorno dei preziosi link che facciano scalare le posizioni sulle varie classifiche. Qualche mese fa Axell si era lamentato di questa tendenza suicida, ricevendo per la maggior parte reazioni ironiche o sdegnate. Peccato che, nel frattempo, il fenomeno sia notevolmente peggiorato.
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Sulla strategia di marketing del lancio di Google Chrome è già stato detto tutto in Rete: anche i meno avvezzi alla materia hanno intuito la portata innovativa del lancio detto/non detto con un fumetto divulgativo, mentre i più sensibili ai temi della strategia aziendale hanno intuito l’importanza significativa di questo prodotto per una Google che ormai non è più e non è solo una Web company, ma un attore leader dell’ICT a tutto tondo. Nulla da eccepire, anzi: onore al management di Google per essere riusciti a sviluppare un prodotto di qualità così lontano da occhi indiscreti, salvo riuscire a farlo deflagrare sul mercato con una veemenza mediatica raramente ricordata in passato. Quando anche i telegiornali di Stati come quelli del Sud Europa arrivano a parlare di un software in termini talmente trionfalistici, viene da dire che Google dovrebbe elevare un monumento a Stefano Hesse e ai suoi collaboratori sparsi per l’Europa.
C’è solo un problemino, in tutto ciò. E cioè che in pochi sembrano aver compreso davvero il contenuto degli interventi dei media tradizionali sull’argomento. Inutile dire che non ci si riferisce agli Internet addicted, che giustamente sono corsi in massa a scaricare l’applicazione gratuita, né all’estremo opposto a coloro che non hanno mai acceso un PC in vita propria; si fa riferimento, piuttosto, alla crescente parte della popolazione che gode di un accesso ad Internet, anche solo perché a disposizione in ufficio. Sono coloro che non hanno idea di cosa sia Firefox, che dell’icona “Internet Explorer” sul desktop leggono la parte “Internet” e si accontentano, perché la grande “e” celeste è sinonimo stesso di Rete e Rete è sinonimo di Libero o Virgilio.
Per questa amplissima fascia di utenti, l’annuncio di Google Chrome rimane come una stella cadente in cielo: qualcosa che si intuisce essere importante, ma che non si comprende in pieno… E il cui ricordo, dopo pochi secondi, sparisce dalla mente. Se anche la parte più curiosa di questa ampia popolazione avesse voglia di avventurarsi nel cliccare sul link promozionale nella pagina di Google («Ma cos’è, un “browser”?», rimarrebbe perplessa nel leggere quelle tavole a fumetti così tecniche, seppur ben disegnate; se anche volesse lanciarsi nel download dell’applicazione, rimarrebbe fortemente scoraggiata dai messaggi di allarme del browser prima (si tratta di installare un eseguibile) e del firewall poi (visto che sconsiglierebbe di lasciare aprire le porte al programma di setup prima ed al nuovo browser poi).
Entusiasmiamoci pure per la genialità di Google Chrome così come facevamo per Mozilla Firefox. Ironizziamo sulla sua qualità rispetto all’improbabile Safari, con cui pure condivide pezzi importanti del codice. Ma teniamo presente che sarà sempre un gioco inter nos, di gente che sa di cosa parla e che sa come tenere d’occhio la crescente presenza di Google nella propria vita on line e si esalta nel leggere l’articolone di Wired che sembra proprio uno di quelli dei bei tempi andati. Però smettiamola di fantasticare sull’inevitabile declino di Internet Explorer, sul trionfo a scena aperta di Google e sulla morte di Microsoft: se si parla di mercato ICT, bisogna essere seri e ragionare con la testa, non col cuore.
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L’articolo di Vittorio Zambardino sul monopolio di Google è sicuramente un bel commento alle posizioni di Mr. TechCrunch, alias Michael Arrington, che nei giorni scorsi aveva espresso forti perplessità sull’accordo pubblicitario da 800 milioni di dollari tra Yahoo! e Google. Tra le righe, tuttavia, Zambardino va oltre il tema originale: estende il suo ragionamento sino a comprendere tutta la “guerra per la conoscenza” che, ormai da qualche decennio, sta coinvolgendo il mondo Occidentale. Una guerra che ha visto battaglie importanti ma non ravvicinate all’inizio e che invece sta oggi procedendo a tappe forzate e sempre più veloci, tra un annuncio ai mercati e l’altro.
Bisogna dire che, all’inizio, la guerra era legata soprattutto alla gestione “hardware” della profondità e dell’ampiezza della conoscenza: produrre macchine potenti (e con tanta memoria) rappresentava un buon biglietto da visita presso le grandi aziende ancor prima che presso i privati. Solo l’ascesa di Microsoft e il suo spostare l’asse verso il software, ad inizio degli anni Novanta, era riuscita a cambiare il livello di attenzione collettivo verso queste tematiche. Se prima eravamo abituati a confrontarci con una pletora di produttori di hardware, con Microsoft abbiamo imparato a convivere con un unico fornitore software: un soggetto capace, in apparenza l’unico, di offrire sistemi informativi capaci di gestire informazioni e dati su macchine diverse, in lingue diverse.
Forse proprio Yahoo!, oggi oggetto del desiderio di Redmond, ha fatto cambiare di nuovo paradigma appena pochi anni dopo: la gestione della conoscenza non più necessariamente legata all’hardware locale, ma nemmeno al software. Un solo programmino gratuito, un browser, necessario per accedere al patrimonio importante della directory numero uno: gestita da decine di persone apparentemente esperte, la classificazione del primissimo World Wide Web operata da Yahoo! era uno strumento invincibile per confrontarsi con un mondo nuovo. Solo il rafforzamento dei concorrenti nel far prevalere la tecnologia sull’uomo ha permesso un nuovo salto in avanti: Google non sarebbe esistita senza gli sforzi iniziali di Altavista o Lycos e i loro studi nel data mining.
Ora, ovviamente, viviamo in piena era-Google. Il sistema è pervasivo non tanto e non solo nel suo essere il motore di ricerca più utilizzato, ma anche e soprattutto nell’essere diventato la piattaforma più utile per declinare la maggior parte delle nostre attività in Rete. Ci piace e ci fa paura, ci supporta e ci fa arrabbiare: non possiamo farne a meno, perché permea il nostro mondo e il nostro modo di scrivere e leggere. Nonostante tutto, però, possiamo avere una certezza: Google non sarà l’eterno monopolista. Ci sarà un nuovo soggetto, nel giro di pochi anni, che ne prenderà il posto, lasciando a Google comunque uno spazio enorme, simile a quello attualmente detenuto da Microsoft. Ciò che cambierà sarà il mercato stesso: c’è qualcosa di diverso un po’ più in là, ma lo sapremo solo più in là nel tempo.
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Scriveva qualche tempo fa Mauro Lupi in un commento su dot-coma…
«In realtà i box di ricerca stanno diventando uno strumento di navigazione, per cui molti scrivono i nomi dei siti sapendo che il primo risultato sarà proprio quello del sito dove voglio andare. Se fai il conto, scrivere “google” sul box di ricerca, dare Invio e cliccare sul primo risultato, fa in totale 8 hits (6 lettere e due click). Andare sulla barra dell’indirizzo del brower, scrivere “www.google.com” e dare invio fa 15 hits (14 lettere e un click). Lo so, ci sono le toolbar o altre cose, ma la SMS-generation risparmia anche su questo
»
Bisogna ammettere che (era il 2006) tutti i puristi del Web ascoltavano questo tipo di scenari con un forte senso di fastidio: si faceva notare la differenza tra il digitare correttamente un indirizzo nella barra dei browser e il vedersi supinamente apparire un motore di ricerca come home page ed utilizzarlo per avviare la navigazione magari digitando nella relativa casellina – orrore! – il nome di siti conosciuti (“ebay”, “amazon”, etc.) o addirittura l’intero indirizzo Web. Un comportamento giustificato dagli utenti in vari modi, ma sicuramente “contrario” alle tradizioni del Web.
Bisogna dire che la casella di ricerca su Firefox prima e soprattutto quella su Internet Explorer 7 poi hanno cambiato lo scenario: non è infrequente avviare una navigazione proprio da lì e – mea culpa! – soprattutto sui dispositivi mobile, si scopre di comportarsi esattamente come gli “utonti” di cui ci si lamentava qualche mese prima. Si finisce a navigare come si faceva 20 anni fa nei walled gardens internazionali: si usano le keyword direttamente nello strumento di navigazione, siano esse i termini di cui sfogliare i risultati su un motore di ricerca o per le quali si ha già in testa un sito ben preciso.
Proprio stasera il blog di Google Italia ha pubblicato una guida sulla corretta formattazione degli indirizzi al fine di renderli più intellegibili al motore di ricerca e più amichevoli per gli utenti finali. I quali, però, ormai destinano pochissima attenzione all’indirizzo dei siti, proprio esercitando una fede immensa nei “poteri” di Google e dei suoi fratelli. I puristi di cui sopra, sui relativi blog, continueranno a formattare nel migliore dei modi i propri indirizzi; i relativi lettori ignoreranno del tutto questi sforzi, continuando a digitare il nome del blog in questione sul motore di ricerca. Stessa ricerca, stesso risultato, tutti i giorni.
Non sono trascurabili gli impatti che questa tendenza ha sulla pubblicità in Rete e su quella tradizionale. La scorsa settimana Josh Catone ha pubblicato un articolo su Kellogg’s in cui racconta il successo di una campagna pubblicitaria tradizionale in cui la call to action non è stata il tradizionale “digita www.qualcosa” ma “inserisci la keyword su Yahoo!”. Il motore di ricerca ha supportato la campagna sia in termini di posizionamento sui risultati tradizionali che con un box pubblicitario ad hoc direttamente sulle SERP. I risultati parlano di una risposta 10 volte superiore alle campagne precedenti: fosse anche il doppio, sarebbe già un’enormità.
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