11 Luglio 2007

Tra alberghi in Costa Azzurra e frutta fresca in camerino

La copertina del Köln Concert, il capolavoro di Keith JarrettTra i tanti meriti artistici che si possono attribuire a Keith Jarrett, è innegabile quello di aver introdotto milioni di persone alle meraviglie del jazz: il suo Concerto di Colonia è uno degli album più venduti di tutti i tempi e non solo nella categoria ristretta dei dischi jazz. Le meraviglie del suo pianoforte circolano da decenni sui supporti più comuni: le audiocassette casalinghe prima, i CD masterizzati poi, i lettori MP3 per il jogging adesso. Se il Maestro lo scoprisse, però, avrebbe un attacco di ira: è nota la sua attenzione spasmodica per la qualità delle (rare) registrazioni ufficiali. Altrettanto note, a dire il vero, sono le sue idiosincrasie, che gli sono valse addirittura un cospicuo capitolo della sua scheda su Wikipedia.

I suoi fan, perciò, non saranno tanto sorpresi dalla brutta storia che lo ha visto protagonista a Perugia, durante Umbria Jazz: ha interrotto ancora una volta il suo concerto, sgattaiolando insieme ai suoi soci Gary Peacock e Jack DeJohnette verso il consueto alloggio in Costa Azzurra. La motivazione adottata (il flash di una macchina fotografica durante la pausa tra concerto e bis) è sembrata ai più una scusa per tornarsene nel lontano alloggio francese: d’altra parte, per tutta la serata Jarrett sembrava avere la luna storta, fino ad aver insultato la città ospitante. Gli organizzatori del sempre ottimo festival umbro si sono perciò affrettati ad apporre una croce sul suo nome, escludendo future presenze.

Promessa, questa, che sarà difficile da mantenere: di geni simili in circolazione ce ne sono veramente pochi e pochissimi sono i nomi che riescono ad attrarre folle ampie alle costose serate perugine. Quest’anno l’attenzione si è velocemente spostata verso Pat Metheny, ma è evidente che fin quando il genio del pianoforte sarà attivo, ogni anno la tentazione di invitarlo sarà forte. D’altra parte, è un bel po’ di tempo che Jarrett attira l’attenzione del mondo su di sé: sbraita, si lamenta delle proprie malattie, minaccia e poi (qualche volta) si scusa. In ogni caso, qualsiasi cosa fa, sa che è “IL” protagonista del jazz contemporaneo e quindi non si può fare a meno di invitarlo a pié sospinto in ogni manifestazione che si voglia ritenere di spessore internazionale.

Il divismo di Keith Jarrett, in realtà, è la versione più raffinata di quello dei protagonisti classici del gossip: ci lasciamo andare sempre ad un “Ooooh!” meravigliato quanto sentiamo storielle di attrici affascinanti o cantanti famosi che “non si esibiscono” se nel proprio camerino non trovano frutta fresca o portaceneri di vetro ed altre amenità. Perché sappiamo che loro sanno che noi li riteniamo indispensabili, ma invece di rinsavire, facciamo finta di dimenticarcene: perché i divi stra-pagati, nei nostri anni, sono anche un po’ delle divinità stra-pagane.

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    11 Giugno 2007

    Che brutto spot. Punto.

    Un fotogramma della campagna per la Fiat Grande PuntoMichael Buble è un discreto cantante. Piace agli amanti del pop, strizza l’occhio a quelli del jazz, ammicca ai fanatici del soul. Sentire la sua Oh Marie orribilmente remixata ed inserita come spot dell’ultimo spot di casa Fiat, però, fa venire i brividi. E non di piacere. La brutta versione della canzone, unita al delirio delle immagini delle tre Punto verde rospo - bianco sporco - rosso fuoco che vagano per Torino scimmiottando lo storico Italian Job di Michael Caine e soci, fa invece venire le convulsioni: sorprende che le migliaia di viaggiatori in transito dalla Stazione Centrale di Milano non abbiano attacchi di epilessia al decimo passaggio dello spot in dieci minuti sui mega-schermi LG.

    Com’era prevedibile, in Rete gli appassionati di motori si sono lanciati in lunghe discussioni in cui confrontano la propria (eventuale) simpatia per lo spot e le connotazioni dello stesso: è evidente che il 90% degli spettatori televisivi non colgano il senso dello spot ed al massimo hanno un vago ricordo del film The Italian Job con Charlize Teron, di pochi anni fa, piuttosto che di quello originale. Da notare che il film è rimasto poco nella memoria comune e quel poco è legato quasi esclusivamente all’esasperato accento posto sul ruolo delle BMW Mini come protagoniste del film stesso. Un motivo in più per non comprendere il perché la Fiat sia voluta a tutti i costi ricorrere ad una campagna il cui portato è quasi del tutto legato ad un’auto concorente.

    Da notare che già un anno e mezzo fa, quando la Grande Punto venne lanciata, era stata utilizzata l’idea del rilancio dell’economia nazionale attraverso l’acquisto dell’utilitaria parzialmente prodotta in Italia. Ciò che si cerca di aggiungere ora, è un tocco glamour: in tal senso può essere letta anche la notizia che Daniel Radcliffe (per gli amici Harry Potter in versione celluloide) non aspetta altro che diventare maggiorenne per acquistare l’Italian scàtolett. La quale sicuramente è più comoda della Mini ma, con buona pace del Punto Racing Club che vi vede un mezzo per fare dello sport amatoriale, ha lo stile di un rospo che non diventerà mai principe. Soprattutto quella di colore verde rospo, appunto.

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    15 Febbraio 2007

    Beyoncé, we love you

    La copertina con Beyonché di Sports IllustratedL’uscita annuale di Sport Illustrated dedicato alla moda da spiaggia è un piccolo evento che ogni anno segna il polso della cultura pop statunitense ed occidentale in genere: il fatto che la sua copertina per la prima volta nella storia quest’anno non presenti le solite modelle o sportive dai corpi torniti ma una bella cantante dalla pelle ambrata è di per sé una notizia. Ad occhi chiusi, chi è un po’ avvezzo alle cose di mondo, può indovinare di chi si tratti: ovviamente di Beyoncé Giselle Knowles, per gli amici Beyoncé, per i fan la donna più bella degli Stati Uniti, anzi del mondo.

    Ad essere precisi, appena qualche giorno fa i lettori di AskMen.com l’avevano etichettata “fidanzata ideale”, preferendola ad un altro centinaio di belle protagoniste dello show business. Nelle stesse ore, la cantante-attrice dal fisico mozzafiato e dalla simpatia irresistibile, stava come al solito mietendo vittime ai Grammy Awards. Appena pochi giorni prima, era stata protagonista ai Golden Globe con lo staff di DreamGirls, tanto per coronare il suo dominio ormai incontrastato sul mondo dello spettacolo al femminile. Da tempo d’altra parte non si vedeva un’artista così completa. Anzi, è difficile farsene venire altre in mente.

    Quale altra cantante, d’altra parte, negli ultimi decenni è riuscita a portare al successo globale il proprio gruppo, avere un successo straordinario come solista ed essere emersa come ottima attrice in ruoli e film molto diversi, da La pantera rosa al succitato DreamGirls? Tutto ciò, tra l’altro, ad appena 25 anni. Tutto ciò imponendosi come personaggio talmente popolare da far venire voglia di lavorare quasi gratis con lei: ciò che Beyoncé tocca diventa oro, visto che il suo pubblico è ormai così eterogeneo da garantirle popolarità ad oltranza, indipendentemente dai singoli prodotti culturali che produce.

    La descrizione del suo successo, si noti, ricorda molto da vicino quanto già descritto qualche mese fa su queste pagine: si parlava di un dossier del Financial Times sul più noto (e ricco) cantante hip hop del mondo. Chi? Jay-Z, ovviamente. Colui che, nemmeno a dirlo, è l’attuale fidanzato di Beyoncé. Il circolo si chiude: la coppia d’oro è sulla breccia dell’onda e lo sarà ancora a lungo. Apparentemente per il loro essere così glamour; nella realtà, per aver capito prima e più di tutti gli altri i meccanismi del successo e gli ingredienti del gran circo dei media: onore al merito, complimenti per l’intelligenza.

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    5 Novembre 2006

    Jay-Z, il genio del marketing che viene dal ghetto

    I telespettatori italiani vedranno spesso, nelle prossime settimane, il nuovo spot dei notebook HP. Un signore dalle spalle ampie ed in abito elegante passa in rassegna le sue mille attività, dalla produzione di abbigliamento agli investimenti finanziari, mischiati con i suoi interessi chic, come gli scacchi. Il suo nome è Shawn, ma ci informa che nel mondo è conosciuto come Jay-Z; HP conclude lo spot etichettandolo come “Mr. Hip hop”. Bella fotografia, belle animazioni, ma scarso mordente: di fatto, alla maggior parte italiani, di Mr. Hip Hop interessa ben poco. Anzi, non lo conosce affatto.

    Ancora per poco probabilmente, perché Jay-Z, oltre a svolgere bene le succitate attività, è notissimo nel mondo come rapper e produttore di alta qualità: un personaggio sensazionale, che negli Stati Uniti ha raggiunto una notorietà tale da essere protagonista di uno spot senza nemmeno mostrare il proprio viso. La differenza principale tra l’effetto della campagna negli Stati Uniti ed in Europa è che nel primo caso tutti gli statunitensi conoscono il carattere cool del personaggio e strizzano l’occhio all’auto-ironia dello spot; nel nostro continente, solo i ragazzi più attenti capiscono il messaggio di Jay-Z, ma probabilmente fanno fatica a capire il perché venga presentato come uomo d’affari.

    Meriterebbe una lettura approfondita, perciò, il bell’articolo apparso oggi nelle prime due pagine dell’inserto Weekend del Financial Times. Il lungo dossier è soprendente: si scopre un personaggio unico, che ha saputo reinterpretare lo spirito imprenditoriale da spacciatore nel ghetto in un approccio di marketing assolutamente esemplare. Ha costruito un mondo di significati su sé stesso ed ha iniziato a fare brand extension passando alla produzione di abbigliamento trendy ed ovviamente ad una casa discografica che sforna successi. Il segreto è nel cross marketing: Jay-Z ad esempio sposorizza la propria linea di abbigliamento durante i propri concerti ed addirittura durante lo spot per l’HP.

    Come un Re Mida del marketing, ciò che Jay-Z tocca diventa cool agli occhi degli statunitensi: tutto può essere oggetto della sua attenzione, sia prodotti economici come la “birra nazionale” Budweiser, sia prodotti che rappresentino il suo elevatissimo livello di vita, come lo champagne, prodotto di cui ormai segna le sorti del mercato nord-americano. Il reddito dell’Hip Hop CEO (e già quest’etichetta originale è più comprensibile di quella italiana) è ormai misurabile in centinaia di milioni di dollari. Niente male per un ex ragazzino del ghetto che ora ha 36 anni e li ha accumulati in soli 10 anni di carriera.

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    10 Aprile 2006

    Il riconoscimento ufficiale della musica digitale

    In un impeto di buon senso, non così scontato viste le performance degli ultimi anni, la Fimi ha riconosciuto che 14 milioni di download in un anno sono una cifra consistente per un paese da 60 milioni di abitanti e pertanto ha ritenuto di regalare alla musica digitale un riconoscimento ufficiale: evento che avviene attraverso l’avvio della classifica musicale dedicata, con cadenza similare a quelle più tradizionali dei dischi di Luttazziana memoria. Un giro di affari da 11,6 milioni di Euro che, per l’asfittico mondo discografico italiano, è pura manna dal cielo, viene finalmente dimensionato e promosso.

    Gli attori principali del mercato partecipano tutti alla rilevazione: dal classico iTunes italiano a MediaWorld, da MTV a Coca Cola (…), i paladini della musica digitale italiana sono un po’ quelli che regnano in tutta l’Europa. Mancano però Libero, RossoAlice e le compagnie telefoniche: dato che sorprende solo parzialmente, vista la notoria diffidenza delle TelCo nel mettere in piazza i numeri dei propri giri di affari. Il problema non è indifferente: se da un lato è male che la classifica ignori le produzioni indipendenti, in questo caso è un vero problema il fatto di non riuscire a determinare un pezzo rilevante del mercato.

    Incredibile o meno che sia, infatti, l’80% della musica downloadata è destinata ai cellulari: per la maggior parte si tratta di suonerie o quantomeno di brani destinati a diventarlo. Non è difficile immaginare che i 190 negozi censiti in Europa debbano molto ai produttori di telefonia mobile: non c’è niente di meglio di un mercato che nasce dal nulla, si fortifica nel giro di pochi anni e soprattutto è fortemente radicato tra i più giovani, clienti che hanno anni di potenziali download davanti.

    Peculiarità ancora una volta italiana, comunque: in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, è la musica “vera” e non le suonerie TrueTones che produce il maggior fatturato alle major discografiche. Sarebbe curioso capire quanto la preferenza per la “musica in miniatura” condizioni i gusti: la prima leader della classifica è Gianna Nannini, poi seguono le hit radiofoniche del momento. Siamo al 4% del mercato discografico nazionale ed al 6% di quello mondiale: vedremo se sarà il gusto a determinare le suonerie, o il dover creare musica per suonerie ad incidere sui gusti.

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