Musica

Commenti a notizie ed eventi del business musicale

15 febbraio 2007

Beyoncé, we love you

La copertina con Beyonché di Sports IllustratedL’uscita annuale di Sport Illustrated dedicato alla moda da spiaggia è un piccolo evento che ogni anno segna il polso della cultura pop statunitense ed occidentale in genere: il fatto che la sua copertina per la prima volta nella storia quest’anno non presenti le solite modelle o sportive dai corpi torniti ma una bella cantante dalla pelle ambrata è di per sé una notizia. Ad occhi chiusi, chi è un po’ avvezzo alle cose di mondo, può indovinare di chi si tratti: ovviamente di Beyoncé Giselle Knowles, per gli amici Beyoncé, per i fan la donna più bella degli Stati Uniti, anzi del mondo.

Ad essere precisi, appena qualche giorno fa i lettori di AskMen.com l’avevano etichettata “fidanzata ideale”, preferendola ad un altro centinaio di belle protagoniste dello show business. Nelle stesse ore, la cantante-attrice dal fisico mozzafiato e dalla simpatia irresistibile, stava come al solito mietendo vittime ai Grammy Awards. Appena pochi giorni prima, era stata protagonista ai Golden Globe con lo staff di DreamGirls, tanto per coronare il suo dominio ormai incontrastato sul mondo dello spettacolo al femminile. Da tempo d’altra parte non si vedeva un’artista così completa. Anzi, è difficile farsene venire altre in mente.

Quale altra cantante, d’altra parte, negli ultimi decenni è riuscita a portare al successo globale il proprio gruppo, avere un successo straordinario come solista ed essere emersa come ottima attrice in ruoli e film molto diversi, da La pantera rosa al succitato DreamGirls? Tutto ciò, tra l’altro, ad appena 25 anni. Tutto ciò imponendosi come personaggio talmente popolare da far venire voglia di lavorare quasi gratis con lei: ciò che Beyoncé tocca diventa oro, visto che il suo pubblico è ormai così eterogeneo da garantirle popolarità ad oltranza, indipendentemente dai singoli prodotti culturali che produce.

La descrizione del suo successo, si noti, ricorda molto da vicino quanto già descritto qualche mese fa su queste pagine: si parlava di un dossier del Financial Times sul più noto (e ricco) cantante hip hop del mondo. Chi? Jay-Z, ovviamente. Colui che, nemmeno a dirlo, è l’attuale fidanzato di Beyoncé. Il circolo si chiude: la coppia d’oro è sulla breccia dell’onda e lo sarà ancora a lungo. Apparentemente per il loro essere così glamour; nella realtà, per aver capito prima e più di tutti gli altri i meccanismi del successo e gli ingredienti del gran circo dei media: onore al merito, complimenti per l’intelligenza.

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5 novembre 2006

Jay-Z, il genio del marketing che viene dal ghetto

I telespettatori italiani vedranno spesso, nelle prossime settimane, il nuovo spot dei notebook HP. Un signore dalle spalle ampie ed in abito elegante passa in rassegna le sue mille attività, dalla produzione di abbigliamento agli investimenti finanziari, mischiati con i suoi interessi chic, come gli scacchi. Il suo nome è Shawn, ma ci informa che nel mondo è conosciuto come Jay-Z; HP conclude lo spot etichettandolo come “Mr. Hip hop”. Bella fotografia, belle animazioni, ma scarso mordente: di fatto, alla maggior parte italiani, di Mr. Hip Hop interessa ben poco. Anzi, non lo conosce affatto.

Ancora per poco probabilmente, perché Jay-Z, oltre a svolgere bene le succitate attività, è notissimo nel mondo come rapper e produttore di alta qualità: un personaggio sensazionale, che negli Stati Uniti ha raggiunto una notorietà tale da essere protagonista di uno spot senza nemmeno mostrare il proprio viso. La differenza principale tra l’effetto della campagna negli Stati Uniti ed in Europa è che nel primo caso tutti gli statunitensi conoscono il carattere cool del personaggio e strizzano l’occhio all’auto-ironia dello spot; nel nostro continente, solo i ragazzi più attenti capiscono il messaggio di Jay-Z, ma probabilmente fanno fatica a capire il perché venga presentato come uomo d’affari.

Meriterebbe una lettura approfondita, perciò, il bell’articolo apparso oggi nelle prime due pagine dell’inserto Weekend del Financial Times. Il lungo dossier è soprendente: si scopre un personaggio unico, che ha saputo reinterpretare lo spirito imprenditoriale da spacciatore nel ghetto in un approccio di marketing assolutamente esemplare. Ha costruito un mondo di significati su sé stesso ed ha iniziato a fare brand extension passando alla produzione di abbigliamento trendy ed ovviamente ad una casa discografica che sforna successi. Il segreto è nel cross marketing: Jay-Z ad esempio sposorizza la propria linea di abbigliamento durante i propri concerti ed addirittura durante lo spot per l’HP.

Come un Re Mida del marketing, ciò che Jay-Z tocca diventa cool agli occhi degli statunitensi: tutto può essere oggetto della sua attenzione, sia prodotti economici come la “birra nazionale” Budweiser, sia prodotti che rappresentino il suo elevatissimo livello di vita, come lo champagne, prodotto di cui ormai segna le sorti del mercato nord-americano. Il reddito dell’Hip Hop CEO (e già quest’etichetta originale è più comprensibile di quella italiana) è ormai misurabile in centinaia di milioni di dollari. Niente male per un ex ragazzino del ghetto che ora ha 36 anni e li ha accumulati in soli 10 anni di carriera.

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10 aprile 2006

Il riconoscimento ufficiale della musica digitale

In un impeto di buon senso, non così scontato viste le performance degli ultimi anni, la Fimi ha riconosciuto che 14 milioni di download in un anno sono una cifra consistente per un paese da 60 milioni di abitanti e pertanto ha ritenuto di regalare alla musica digitale un riconoscimento ufficiale: evento che avviene attraverso l’avvio della classifica musicale dedicata, con cadenza similare a quelle più tradizionali dei dischi di Luttazziana memoria. Un giro di affari da 11,6 milioni di Euro che, per l’asfittico mondo discografico italiano, è pura manna dal cielo, viene finalmente dimensionato e promosso.

Gli attori principali del mercato partecipano tutti alla rilevazione: dal classico iTunes italiano a MediaWorld, da MTV a Coca Cola (…), i paladini della musica digitale italiana sono un po’ quelli che regnano in tutta l’Europa. Mancano però Libero, RossoAlice e le compagnie telefoniche: dato che sorprende solo parzialmente, vista la notoria diffidenza delle TelCo nel mettere in piazza i numeri dei propri giri di affari. Il problema non è indifferente: se da un lato è male che la classifica ignori le produzioni indipendenti, in questo caso è un vero problema il fatto di non riuscire a determinare un pezzo rilevante del mercato.

Incredibile o meno che sia, infatti, l’80% della musica downloadata è destinata ai cellulari: per la maggior parte si tratta di suonerie o quantomeno di brani destinati a diventarlo. Non è difficile immaginare che i 190 negozi censiti in Europa debbano molto ai produttori di telefonia mobile: non c’è niente di meglio di un mercato che nasce dal nulla, si fortifica nel giro di pochi anni e soprattutto è fortemente radicato tra i più giovani, clienti che hanno anni di potenziali download davanti.

Peculiarità ancora una volta italiana, comunque: in Gran Bretagna come negli Stati Uniti, è la musica “vera” e non le suonerie TrueTones che produce il maggior fatturato alle major discografiche. Sarebbe curioso capire quanto la preferenza per la “musica in miniatura” condizioni i gusti: la prima leader della classifica è Gianna Nannini, poi seguono le hit radiofoniche del momento. Siamo al 4% del mercato discografico nazionale ed al 6% di quello mondiale: vedremo se sarà il gusto a determinare le suonerie, o il dover creare musica per suonerie ad incidere sui gusti.

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4 agosto 2005

La pubblicità è morta, viva la pubblicità

La strada era stata aperta dall’ultimo numero di Prima Comunicazione, che in copertina poneva il mascherone di Darth Vader a simboleggiare il «volto spaventoso» della crisi europea della pubblicità. Una crisi che assume sfaccettature diverse da quelle degli scorsi anni, in cui il problema principale era la brusca frenata degli investimenti. Oggi assistiamo a fenomeni eterogenei che, tuttavia, contribuiscono in maniera fin troppo efficace a mettere in dubbio un modello solo, quello pubblicitario: fenomeni che si possono ricondurre all’esplosione (anzi, all’implosione) del modello industriale di offerta pubblicitaria.

Sulla strada tracciata dal magazine si son posti Beppe Grillo ieri e Antonio Tombolini oggi: da punti di vista diversi, tutti condividono che il punto che il business della pubblicità ha soffocato le possibilità stesse del mezzo pubblicitario. Grillo ne fa un’analisi molto meno demagogica di quella dei suoi lettori, Tombolini ci regala una riflessione semplice ma fondamentale: di fatto, i costi pubblicitari stanno crescendo così tanto da mettere seriamente in crisi non tanto e non solo il fatturato aziendale, quanto i ricavi, sempre più ridotti. Grillo risponde che si è di fatto di fronte ad una sorta di meccanismo perverso per cui paghiamo sempre di più prodotti e servizi che, a loro volta, avranno bisogno di maggiori introiti per giustificare gli investimenti pubblicitari.

La pubblicità, di per sé, non sarebbe affatto una cosa negativa. Per prima cosa, svolge un’attività informativa non secondaria: qualsiasi cittadino può testimoniare che almeno una volta è venuto a conoscenza di nuovi prodotti, di nuove offerte, di nuove possibilità, grazie a degli annunci pubblicitari, magari nemmeno troppo insistenti quanto abbastanza chiari. Secondariamente, è un serbatoio di creatività che a volte supera la qualità dei programmi mediamente in onda sulle reti europee. Terzo, per quanto possa sembrare meno importante dal punto di vista delle persone coinvolte, alimenta una filiera non indifferente, che offre occupazione a molte migliaia di professionisti di tutto il Continente.

Si è esagerato, tuttavia. Ormai è evidente, ad esempio, che il bollino “Ticket” sui CD per giustificare la pubblicità in onda su Odeon TV (?) svolge un ruolo alquanto surreale: perché un cliente dovrebbe aggiungere una cifra pari al 10% del costo del CD per pagare l’inutile promozione che qualcuno ha deciso di fare su media poco significativi? Perché uno spettatore di uno spettacolo cinematografico, dopo 7 – 8 Euro di biglietto, deve sottoporsi a decine di minuti di spot in attesa che la sala si riempia? Restituiamo alla pubblicità il valore che le è proprio: informare il cliente per spingere all’acquisto, non opprimere per convincerlo a causa della disperazione.

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17 novembre 2004

Tira più un filo di MTV che un carro di buoi

Non si tratta di un concerto imperdibile, non si tratta di una sfilata di moda di stra-belle, non si tratta di un evento sportivo memorabile. È la solita premiazione annuale degli MTV Europe Awards, stavolta ospitati a Roma. Un’interessante parata di stelle (yawn) del calibro di Eminem, Anastacia, The Hives (?), Franz Ferdinand, Nelly e con presentatori molto professionali come Naomi Campbell, Natasha Bedingfield e Paolo di Canio (eh?).

Come prevedibile, la pollination week ha fatto entusiasmare i ragazzotti di Roma e zone limitrofe: si è arrivati a scontri con la polizia davanti al Foot Locker per accaparrarsi gli ultimi 100 biglietti che poi, con un colpo di genio markettaro, si è deciso di regalare durante la trasmissione TRL, in diretta dalla Terrazza del Pincio.

I ragazzini spingono, le vere star (come gli U2) tirano pacchi, la solita Naomi Campbell flirta: insomma, tutto il chiasso prevedibile e prevedibilmente organizzato dagli organizzatori. Che sanno benissimo quanto tirino più le starlette da MTV che altri artisti più convincenti. Amen, è la loro festa, non infieriamo oltre.

Da notare che per l’occasione, anche la musica italiana potrà schierare i suoi cavalli migliori (…), come Articolo31, Caparezza, Elisa, Linea77, Tiziano Ferro. Deo gratias, pare facciano esibire solo quest’ultimo, che almeno un pubblico in giro per l’Europa è riuscito a disseminarlo. Rimane da verificare l’espressione da mucca che assumeranno i conduttori, come già avvenne per il premio dato nel 1998 ai Bluvertigo, nel premiare questi illustri sconosciuti italici.

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10 novembre 2004

Il mondo onirico di Adriano Celentano e Claudia Mori

Adriano Celentano fa un nuovo album: peccato che a presentarlo non ci va, lasciando che sia Claudia Mori a diffondere a noi comuni mortali il suo verbo. Parte così la solita serie di deliri di onnipotenza, di autocelebrazioni poco credibili per un cantante che, dopo aver cercato di cambiare il mondo, ora canta canzoni di Gianni Bella e Cheope.

L’album, a quanto pare, uscirà

«nei formati cd, cd+dvd, super audio cd, musicassetta, lp picture disc e cofanetto per i fans a tiratura limitata con libro e t-shirt»,

manca solo in formato freesbee, insomma. Come se non bastasse, pare che delle canzoni (due? tre? tutte?) saranno disponibili via Web (a pagamento? gratis? su quale piattaforma? in streaming? scaricabili?), nonostante le polemiche che il personaggino in questione aveva avviato qualche tempo fa col mondo P2P, forse grazie alla posizione più liberale di Claudia Mori.

Ma nel mondo dei sogni che diventano business della coppia più bella del mondo (…) non può mancare la televisione: tipico strumento che Celentano aborrisce ma che brama continuamente come la volpe desidera l’uva. Come se non bastasse, cerca anche di convincerci che siamo noi a desiderarlo: che, se non fosse per le censure Rai, ci avrebbe già deliziato con un programma in quattro puntate.

Ecco, forse a volte bisogna ringraziarla, la censura di regime.

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20 ottobre 2004

Musica e fantasia

De Gregori e Guccini cantano per Emergency, Laura Pausini canta Madonna, Meg ricanta Toquino e De Moraes con Elio e le Storie tese. Poi dicono che non sono fantasiosi, i cantanti italiani. Chi ha al mondo una così fervida immaginazione, soprattutto nel far parlare di sé?

Questa sembra essere la prima impressione, mentre si spulciano le notizie del mondo musicale italiano. Vista la continua crisi del mercato discografico, ogni plus che si riesce a dare all’artista è una speranza per il successo nei negozi. Forse.

Ad esempio, la notizia che Battiato stia realizzando un inno per il padiglione italiano all’Expo giapponese, in confronto a quelle citate in apertura, appare del tutto secondaria. Questo, forse, perché l’ultimo album ha un discreto successo. Magari ha meno bisogno di ulteriore pubblicità: in altri tempi, qualche astuto PR avrebbe magnificato questa notiziola con chissà quali chicche.

Bella l’iniziativa benefica, senza dubbio. Tanto alla fine è la SIAE che si arricchisce, sull’immancabile bollino. Bella l’idea di tirare in mezzo Madonna, Vasco Rossi e Biagio Antonacci per rivitalizzare un album che rischia di morire (dal sonno) prima della nascita. Ancora migliore l’idea di Meg, che può uscire dall’anonimato grazie all’enorme traino mediatico degli EELST.

Ancora uno sforzo, forse qualcuno la comprerà, una copia di un CD a prezzo intero. Forse.

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28 luglio 2004

L’Europa e le maniere forti

Ci si lamenta spesso delle fantasiose operazioni che le forze dell’ordine italiane compiono contro forum e sitarelli propagandistici: è di poche ore fa l’ennesimo sequestro. Poi ci si meraviglia delle sgrammaticate petizioni degli artisti. Infine, ci si duole che Urbani non rispetti le promesse di alleggerimento della legge anti pirateria.

In Francia, invece, ci vanno molto più pesanti: rappresentanti degli autori e fornitori di accesso hanno firmato una Carta per lo sviluppo dell’offerta legale di musica che, in realtà, è esattamente il contrario. Vale a dire: un manifesto contro l’offerta illegale. L’azione principale sono le disconnessioni “d’ufficio” di chi usa programmi P2P. Dev’essere anche piacevole, pagare un accesso ad Internet e vedersi disconnessi da chi dovrebbe garantircelo.

In realtà, è solo l’inizio. Cap Gemini ha pubblicato un rapporto in cui senza troppe parole si punta al sodo: che si filtrino i protocolli, che si lasci aperto sì e no l’HTTP. Altro che petizioni: siamo passati alle armi pesanti.

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15 luglio 2004

Musicisti distratti

Una recente immagine degli U2Capita sempre più spesso: prima erano gli artisti americani, ora anche quelli europei che perdono i loro Master un attimo dopo la realizzazione dei nuovi, attesi album. Stavolta capita alla band europea più famosa, gli U2, che a Nizza, nemmeno fossero dei turisti italiani, si son visti trafugare il loro nuovo album.

Così, pochi minuti dopo la notizia, in Francia c’è già chi ironizza sulle sorti di coloro che metteranno il nuovo album sui P2P. Dall’altra parte della manica, invece, c’è chi lo descrive come un capolavoro. Forse anche la nomina a “miglior gruppo del decennio”, ora, appare alquanto strumentale. I fan, si sa, vanno cucinati a fuoco lento e (possibilmente) in un effluvio di notizie.

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25 giugno 2004

Tira più un pelo di Sting…

Sting si è lanciato anema e core in una specie di elogio delle virtù delle droghe? Pessimo gesto, secondo il Senatore Michele Bonatesta di AN: «fanno più guasti le parole di Sting che mille spacciatori. Perché i ragazzi ascoltano più un cantante che i genitori, vengono “educati” più da uno Sting che dalla famiglia, dalla scuola, dalla Chiesa.» Detto da un consigliere di vigilanza sulla RAI, ha un che di inquietante…

[Continua...]

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