Personaggi

Volti, nomi e (dis)avventure (mass) mediali

19 aprile 2010

Raimondo Vianello, né totem né eroe

Quando pochi mesi fa è scomparso Mike Bongiorno, tra valanghe di tweet e video televisivi, saltava con forza alla luce come nella costruzione postuma del mito si fosse preferito esaltare gli anni della giovinezza, anche con qualche eccesso: non solo Rischiatutto o Lascia e Raddoppia, ma addirittura la figura di Bongiorno-partigiano. Merito soprattutto delle numerose interviste agiografiche maturate negli ultimi anni della propria vita, da Fabio Fazio in giù. Questo aveva creato una situazione surreale, con l’ex vicepresidente di Mediaset ritratto di continuo come eroe della Rai dei tempi d’oro, come incarnazione dell’Americano liberatore dell’Italia dai Nazisti.

Solo in Rete qualcuno ricordava anche il Bongiorno “cattivo”, quello che insultava le vallette che si permettevano di ironizzare sullo sponsor di turno o utilizzava le trasmissioni Fininvest come mezzo di propaganda politica. Voci minoritarie, comunque, visto che lo stillicidio a distanza Piersilvio Berlusconi vs. Mike Bongiorno vs. Silvio Berlusconi in qualche modo aveva posto il conduttore dalla parte dei “buoni”. Quella parte che ora a Raimondo Vianello sembra definitivamente preclusa. I giudizi verso quest’ultimo sono unanimi e prescindono dalla parte politica; anzi, sembrano unanimi proprio perché in qualche modo non c’è rischio di travisare la sua posizione politica.

In Italia, d’altronde, vita ed opere di qualsiasi personaggio noto vengono ormai letti solamente in tale chiave. Raimondo Vianello assurge così ad “eroe della Seconda Repubblica” grazie alla sua presunta coerenza politica di uomo di centrodestra in uno scenario profondamente mutato di decennio di decennio. Si vedono in televisione alcuni siparietti con Ugo Tognazzi, ma ci si affretta a ricordare come i cattocomunisti al potere ai tempi (?) non li vedessero in maniera così positiva; scorrono in TV, su Internet, persino nella camera ardente, le immagini di Casa Vianello, l’opera dell’anzianità che viene sistematicamente letta come sigillo della vendita al diavolo della propria anima.

La sua “colpa” è quella di essersi calato sempre più nei panni dell’impiegato modello: non gli viene criticata tanto la giovinezza nella Repubblica Sociale Italiana quanto la vecchiaia vissuta tra la casa di Milano 2, l’Ospedale San Raffaele, la chiesa di Milano 2, gli studi di Cologno Monzese. Quell’ultima parte della sua vita diventa per alcuni ingombrante testimonianza di fiducia incondizionata verso il proprio datore di lavoro, per altri semplice segno di affetto per chi ha rilanciato la coppia un tempo famosa (e molti altri, Mike Bongiorno compreso) negli anni in cui la Rai l’aveva messa nel dimenticatoio. Ed oggi i più giovani conoscono Vianello soprattutto come ex conduttore di Pressing.

I più grandicelli, ricordano Sandra Mondaini nei panni di Sbirulino farsi promotrice, tra i primi in Italia, delle campagne contro la lotto del cancro; pochi ricordano la coppia in obbrobri artistici come Crociera Vianello, eppure sembra ai più che solo quest’ultima fase riesca a connotare il “vero” Vianello, il pater familias un po’ burbero ma in fin dei conti dal cuore d’oro. Si cavalca il mito piegandolo al proprio sentimento, utilizzandolo come totem dell’antiberlusconismo o come interprete sincero dei valori familiari dell’italiano medio. Poi si guarda l’ultima esibizione pubblica significativa e si scopre che in fin dei conti è morto un vecchietto come tanti altri. Non un eroe, non un totem.

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1 novembre 2009

Solitudine dei potenti e linciaggio morale

Non si parlava tanto di transessuali in Italia da circa quattro anni, quando molti ne scoprivano il fascino in seguito alla vicenda Lapo Elkann. Il tema aveva poi fatto capolino associato ad un’edizione del Grande Fratello e proprio questa trasmissione, in questi giorni, lo sta ritirando fuori per esibire una nuova attrazione del circo. Quasi a volerla presentare come una situazione più “originale” del solito, stavolta è il turno di una donna diventata uomo.

Il tema transessualità, più che per il programma televisivo, rimarrà attaccato a questo autunno 2009 per merito/colpa della vicenda di Piero Marrazzo, sorpreso in atteggiamenti casalinghi con una transessuale di origini brasiliane. Una storia difficile da comprendere sino in fondo, che forse solo in queste ore sta venendo fuori in maniera un po’ più chiara, grazie alle testimonianze dei vicini di casa di Natalì, in Via Gradoli.

Emerge infatti una storia simile a quella di molti altri amanti, di qualsiasi genere, razza e religione: un marito infedele che tradisce la moglie invaghendosi di una più giovane. Storia squallida quotidiana, ma non sufficiente a giustificare il vero e proprio linciaggio mediatico cui l’ex presentatore televisivo è stato sottoposto nell’ultima settimana. Una pioggia continua di insulti, attacchi e richieste di dimissioni, mal gestita da Marrazzo.

La linea comune dei media è stata “Marrazzo si deve dimettere perché è risultato ricattabile da Carabinieri corrotti”. La linea reale professata (con ampie dosi di ignavia) da molti connazionali è stata “Marrazzo si deve dimettere perché va a trans”. Molti hanno pensato la seconda ed hanno adottato in pubblico la prima, magari non riuscendo poi a sostenerla nel dibattito e lasciando trapelare le vere motivazioni della sfiducia al politico.

Fa male, tutta la vicenda, perché come al solito viene fuori l’Italia razzista ed omofobica, che perdona i mariti fedifraghi ma non quelli che fanno emergere pulsioni sessuali “diverse” da quelle più comuni. Piero Marrazzo è finito nel frullatore come un Sircana qualsiasi, senza le giustificazioni del tipo “colpo di testa” o “debolezza temporanea” che solitamente si leggono in casi analoghi, quando dall’altra parte c’è una donna.

La storia di un potente che si sente solo e cerca compagnia in luoghi diversi da quelli della quotidianità è una vicenda che si ripeterà ancora negli anni. Ciò che si può auspicare è che si smetta di guardare male chi ha preferenze diverse dalle proprie, nascondendo il proprio linciaggio morale sotto la scusa dei pericoli della ricattabilità del politico di turno: siamo dei tremendi bigotti e pretendiamo anche di fare bella figura in pubblico.

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13 settembre 2009

I figli so’ piezz’ e clone

Che Madonna sia un genio del (self) marketing è cosa nota; né stupisce la sua ultima canzone (self) Celebration. Si odono strali riguardo al coinvolgimento della dodicenne Lourdes, ma in fin dei conti siamo nei limiti del previsto/prevedibile: una mossa per fare notizia, per far parlare di un singolo dimenticabile e in qualche modo spianare la strada alla Madonna 2.0. La figlia, appunto.

In qualche modo, quasi cogliamo il dramma di una persona che ha passato una vita ad assumere pose sexy in calzamaglia ed ora riesce a stimolare un’unica domanda sex-related tra i fan: “Ma prenderà le pastiglie per la menopausa?” (in attesa che la menopausa stessa venga lanciata da Madonna come la nuova moda per le ventenni). Tanto vale riportare indietro le lancette del tempo e rilanciare.

Nulla di meglio di una (prossima) teenager, che diventi allo stesso tempo la Britney e la Madonna del prossimo decennio. E senza troppo biasimo per la madre: non è il primo caso, quello di Madame Ciccone, di genitore che voglia estendere all’infinito la propria fama creandosi in casa un clone. Al momento, in Italia, sono ad esempio numerose le campagne pubblicitarie che presentano insieme genitori e figli.

Può sempre essere che tu sia Kirk Douglas e tuo figlio Michael riesca ad essere al tempo stesso la tua reincarnazione e la tua nemesi: nella maggior parte dei casi, tuttavia, i figli furbetti ripercorrono  a memoria i passi dei genitori, riuscendo a conquistare i figli dei fan che proprio i genitori avevano esaltato. L’effetto Scarpetta/De Filippo, insomma: di padre in figlio, un tentativo continuo di innovare nella tradizione.

Un po’ quello che in questi mesi ha fatto Giovanni Baglioni, erede naturale del padre Claudio ma sufficientemente diverso per attrarre (anche) nuove fette di pubblico. La stessa cosa che ha fatto Ziggy Marley, che da un lato ha cercato di produrre qualcosa di nuovo, dall’altro si è adagiato tranquillamente nel solco tracciato dal padre Bob. Nulla di diverso dai tanti “figli” che oggi corrono in Formula 1.

Poca meraviglia per Madonna, dunque, e per le sue aspirazioni di mamma in carriera. Il pubblico è abbastanza cattivo da selezionare e quindi Lourdes dovrà lottare per affermarsi ai livelli della madre. Anzi, in qualche modo, la sua vita professionale sarà resa difficile dal continuo confronto con una madre ingombrante. Una madre che è un vero marchio di fabbrica, anzi una fabbrica proprio.

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12 luglio 2009

La parabola di Debora Serracchiani

Questa è la storia di un’eroina del Web che, in appena 3 mesi, è passata dall’adorazione totale alla diffidenza completa da parte di chi l’aveva appoggiata e non ha poi condiviso le sue scelte politiche. Si tratta di Debora Serracchiani, che a fine marzo è diventata famosa per aver osato sfidare “dal basso” le gerarchie del Partito Democratico, ad aprile è stata candidata a Strasburgo e a giugno, una volta eletta al Parlamento Europeo, si è ufficialmente schierata con gli attuali vertici del Partito, appoggiando la candidatura di Dario Franceschini a segretario del Partito Democratico.

La storia è fatta con le voci di blogger noti che, progressivamente, hanno dedicato alla parlamentare post di tono e carattere diverso. Non vuole essere esaustiva e probabilmente si potrebbe trovare qualche post che la criticava quando era all’apogeo e la esalta ora che il Web l’ha abbandonata. Qualcuno l’ha accusata di tradimento, altri di incoerenza. Qualunque sia la verità politica della sua scelta, ora Debora Serracchiani è un personaggio pubblico dalla visibilità ampia su tutti i media: in qualche modo, la sua strategia di comunicazione politica (volontaria o involontaria che sia) ha funzionato.

Massimo Moruzzi, 24 marzo 2009

«E questa da dove arriva? – si dice abbia sussurrato Franceschini. Da Udine. Non so se Debora Serracchiani possa essere la Obama italiana o solo un altro Nanni Moretti che ci ricorda di dire qualcosa di sinistra – o anche solo di buonsenso, ma comunque: grazie, Debora!»

Luca Sofri, 27 marzo 2009

«Debora Serracchiani è meritatamente sulla cresta dell’onda da qualche giorno, ormai. A quelli che dicono “vabbè, è stato solo il discorso di un giorno: voglio vedere cosa è capace di fare poi”, bisogna rispondere: “è stata capace di fare quel discorso di un giorno”. Ma l’informazione che volevo aggiungere e che mi pare non sia sufficientemente nota è un’altra. Anche se è vero che non si dovrebbe parlare dell’età di una signora, mi pare giusto smontare i paternalismi di chi la tratta come una ragazzina simpatica, e far presente che ha 38 anni: tanto per mettere qualche ansia a chi non se ne sente impensierito.»

Daria Bignardi, 1 aprile 2009

«Debora Serracchiani dimostra 24 anni ma ne ha 38, ed è avvocato del lavoro a Udine. Con un intervento di 12 minuti all’Assemblea dei circoli democratici di Roma, sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, le ha suonate a tutti, mettendo in imbarazzo i notabili del partito e infiammando la cosiddetta base. Il suo video ha invaso il web e Debora è diventata l’eroina della settimana: su Facebook in poche ore sono sorti i seguenti gruppi: «Debora Serracchiani al Parlamento Europeo», «Debora Serracchiani presidente del Consiglio», «Debora Serracchiani leader del Pd», «Debora Serracchiani for President», «Quelli che avrebbero detto le stesse cose che ha detto Debora Serracchiani» e «Debora Serracchiani e quelli come lei». Come ha fatto Debora senza acca a scatenare un tale entusiasmo? Ha solo detto quello che tutti i simpatizzanti del Partito democratico pensano.»

Luca Sofri, 5 aprile 2009

«La candidatura di Debora Serracchiani è una buona cosa: non si può apprezzare che una responsabile del PD dica delle cose convincenti e riscuota grandi consensi tra la “base” e gli elettori, e poi non apprezzare altrettanto che le siano date delle responsabilità e degli spazi e che il suo consenso sia sfruttato (e la sua corsa sarà in salita, comunque). L’unica cosa di cui bisogna essere preoccupati è che la sua candidatura diventi la solitaria foglia di fico che copre altre scelte assai deludenti e lontane dalle annunciate intenzioni di rinnovamento e congruità con il ruolo di deputato europeo.»

Marco Massarotto, 16 maggio 2009

«Debora Serracchiani posta su flickr la sua sidebar di facebook. Thanks for sharing, Debora: ti uso come cavia, a questo punto. Nell’immagine vediamo molti dati significativi, uno in particolare: 2.358 richieste di amicizia inevase. Ora le alternative possono essere:
- Debora Serracchiani trascura facebook e le tantissime richieste si sono accumulate nel tempo.
- Debora Serracchiani NON trascura facebook, ma ha oggettivamente difficoltà a tenere il ritmo con la sua popolarità crescente.»

Alessandro Gilioli, 9 giugno 2009

«Alla dirigenza del Pd evidentemente il caso Serracchiani – 144.558 preferenze – non dice nulla. Pensano di aver fatto bella figura candidandola e mandandola a Strasburgo: ora però ragazzina lasciaci lavorare che dobbiamo scannarci tra Franceschini e Bersani. L’idea di farsi da parte tutti e di lasciare spazio a mille Serracchiani, ai cuori contenti del meno sette per cento non viene neppure in mente.»

Sir Squonk, 28 giugno 2009

«Ho visto e ascoltato gli interventi di Ignazio Marino e di Debora Serracchiani, due persone del PD che mi interessano, delle quali ho una buona opinione, delle quali in tanti dicono un gran bene e per le quali si disegnano magnifiche sorti e progressive. E insomma, non saprei come metterla diversamente: che delusione. Perché qui, noi semplici elettori ci saremmo anche un po’ stancati delle belle enunciazioni di metodo fini a se stesse. Perché è intristente e umiliante ascoltare nove minuti e quaranta secondi di dissertazione il cui punto più alto viene toccato pronunciando l’immortale massima “Io vorrei che da queste riunioni qui venissero fuori anche le proposte”. Non so, forse l’evento di ieri non aveva questo come obiettivo – quello di fare proposte, dico – o forse le proposte le hanno fatte altri e non i due che ho seguito con attenzione. So solo che se io non avessi saputo chi fosse Debora Serracchiani, al termine del suo intervento non lo avrei saputo comunque. E so anche che invece pensavo di sapere chi fosse Debora Serracchiani, e adesso non lo so più.»

Nicola Mattina, 28 giugno 2009

«Non mi ha convinto neanche un po’ il discorso di Debora Serracchiani a Torino. Il motivo è molto semplice: è praticamente lo stesso del famoso discorso che ha segnato l’inizio della sua fortuna politica. Mi sarei aspettato che, invece di continuare a dire “dobbiamo dare delle risposte”, avesse detto “queste sono le mie risposte”. Così è il pistolotto di una maestrina, non il discorso di una leader: un’occasione persa!»

Massimo Mantellini, 30 giugno 2009

«La Serracchiani sta con Franceschini. Che sta con Rutelli, che sta con Fioroni che sta con la Binetti (e insomma…)»

Alessandro Gilioli, 1 luglio 2009

«Serracchiani molla e accetta di fare la linea giovani del marchio Franceschini. Senza offesa, il contenuto delle sue risposte a Curzio Maltese è di profilo bassino. Occorre evidentemente arrendersi al fatto che il Pd non ha una generazione di trenta-quarantenni con le palle: alla fine preferiscono tutti accomodarsi all’ombra dei leader.»

Luca Sofri, 1 luglio 2009

«Che Debora Serracchiani abbia deciso di stare assieme a Franceschini a questo giro è un dato, e io ne sono il primo critico. È una scelta fallimentare politicamente e disgraziata per lei stessa. Ma che questa scelta si spieghi con gli argomenti sintetizzati oggi dalla sua intervista su Repubblica è una cosa che escludo del tutto, avendo ascoltato assai i suoi motivi negli ultimi tempi, e che dovrebbe escludere qualunque lettore intelligente. Quindi se dobbiamo criticarla sulla scelta, non facciamolo per quelle parole, non all’altezza delle sue intenzioni e della sua lucidità. E chi oggi la attacca allegro su quelle parole o ha seconde intenzioni o pensa di essere l’unico furbo. Dai, non facciamo la solita cosa di passare dall’adorazione alle monetine.»

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28 giugno 2009

Michael Jackson e il successo che uccide

La notizia della morte di Michael Jackson ha velocemente travolto prima la Rete e poi tutti i media. In poche ore è riemerso un pubblico di fan silenzioso da anni, composto da persone cresciute con l’idolo musicale Michael che spesso si sono sentite tradite dall’uomo Jackson. Ora che è morto, contribuiscono alla corsa generalizzata a riscoprire la musica, più che il personaggio discusso e discutibile. Si sa, in fin dei conti dei morti si parla sempre bene.

Michael Jackson è l’ultimo di una serie di personaggi che, dopo aver segnato interi periodi delle nostre vite, hanno subito nemesi feroci nelle vite private, culminate sempre nella morte. Personaggi quasi sempre legati al mondo dello spettacolo e nella maggior parte dei casi alla musica pop: in un certo senso, è l’ennesimo Elvis che si spegne travolto dagli scandali, l’ennesimo artista che ha raggiunto l’apice in età giovanile e gli inferi una volta diventato adulto.

Altri si sono tolti la vita, in maniera volontaria o involontariamente auto-indotta, prima di “scadere”. Si fa fatica a immaginare Kurt Cobain o James Dean da vecchi, si continua a venerarli come icone di giovinezze turbinose ma avvincenti. Persone che hanno cercato di vivere a doppia velocità lontano dai riflettori, ma che hanno scoperto la durezza omologante dei ritmi delle stagioni e della vita quotidiana, solo in parte sostituibili dalla ricchezza e dalla fama.

Jackson non c’è più, stroncato da un successo cui non è riuscito a sopravvivere. Di lui rimaranno sterminate pagine di Wikipedia che, in maniera un po’ imperfetta come avviene in questi giorni post mortem, proveranno a raccontare la vita di una stella precipitata troppo dall’alto per non farsi male. Rimarranno i milioni di dischi disseminati nelle case di tutto il mondo. Rimarrà soprattutto un nome, perché di Michael Jackson, nella storia, non ce saranno altri.

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30 giugno 2008

La Fiat alla conquista della Cina (o forse no)

Imbarazzante ingenuità o calcolata astuzia? Non ci sono vie di mezzo per giudicare la vicenda dello spot di Richard Gere per la Lancia Delta, le presunte proteste ufficiali cinesi e le ampiamente dibattute scuse da parte del Gruppo Fiat. Sono due scenari opposti, ma che sorprendono entrambi per la loro ormai non così rara frequenza: la globalizzazione va avanti e un cultural clash al giorno, subito o voluto, è ordinaria amministrazione.

L’ipotesi dell’ingenuità prende spunto dalla versione internazionale del comunicato stampa con cui il Gruppo Fiat ha annunciato il lancio della campagna, definendo lo spot «a political poem about peace» ed esaltando la sensibilità di Richard Gere come fine mediatore culturale alle prese coi mali del mondo orientale. Cosa quanto meno bizzarra, viste le numerose minacce di morte ricevute dall’attore in seguito a clamorose cadute di stile come il bacio in pubblico a Shilpa Shetty.

La tesi opposta, quella della campagna “furbetta” di marketing, è quella sostenuta da chi, come Alberto Fattori, nutre qualche dubbio sulla sequenza degli eventi: prima il lancio dello spot in pompa magna, poi le scuse da parte del Gruppo di Torino, senza che in mezzo apparisse nessuna vera presa di posizione, ufficiale o ufficiosa, da parte del Governo o di qualsiasi altra Istituzione di Pechino. Una strategia, insomma, per far parlare di sé e del proprio prodotto da parte dei media di tutto il mondo.

Prima di ricadere in una nuova flame war come quella dell’anno scorso, sia ben chiaro che la Fiat è un’azienda bellissima, che è bello che l’economia nazionale possa godere degli effetti benefici della sua ripresa, che è un bene che dia lavoro diretto o indiretto a tanti di noi etcetera etcetera. Però, è possibile alzare la manina per esprimere un (bel) po’ di perplessità su questo tipo di campagne, del tutto incoerenti con lo stile di un marchio sobrio come Lancia?

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20 giugno 2008

La gestione dell’immagine di Mara Carfagna e la credibilità del Governo

Non passa giorno senza che un Istituto di ricerca, un quotidiano o un sito Web propongano all’attenzione dei cittadini i risultati di un qualche sondaggio riguardante la popolarità dei componenti del Governo Berlusconi o l’opinione sui provvedimenti adottati (pochi), sui disegni annuncianti (molti), sulle polemiche tra Gruppi parlamentari su argomenti futili (troppe). In fin dei conti si tratta della naturale estensione nell’agorà politica quotidiana delle dinamiche dell’agone elettorale (pressoché) annuale. I sondaggi condizionano il voto anche in Italia come all’Estero succede ormai da tempo: non poteva mancare il completamento dell’abitudine con l’adozione della popolarità personale dei politici come driver per orientare l’azione di Governo.

Ecco che, inevitabilmente, un occhio di bue si è acceso sul panorama politico per illuminare Mara Carfagna, che dell’Esecutivo è probabilmente la rappresentante più famosa (capo del Governo escluso, ovviamente) per larga parte della popolazione. Nel suo curriculum compaiono concorsi di bellezza, vallettaggio televisivo su reti pubbliche e private, calendari scosciati: un volto noto, insomma, quindi per definizione rassicurante. Più giovane di una Gabriella Carlucci, più spigliata di una Stefania Prestigiacomo, dalla prosa migliore rispetto a Topo Gigio: una figura perfetta, pertanto, per svolgere il ruolo di Ministro delle Pari Opportunità, con ampie deleghe su temi di attualità.

La foto ufficiale della Deputata Mara Carfagna nella XV LegislaturaMara Carfagna, nel 2006, suscitava tenerezza: sin dalla foto ufficiale da Deputata con gli occhi da cerbiatto sperduto nel bosco, ha sempre cercato di dissuadere il pubblico (ops: l’elettorato) che lei era lì perché brava, laureata in Giurisprudenza e stimata dal futuro Premier. E nonostante questo, finiva sempre in prima pagina più per vicende di cronaca rosa (chi non ricorda l’affaire Berlusconi – Lario – Carfagna) che per effettivi contributi al dibattito politico. Cosa pensassero di lei le deputate parte della Maggioranza è cosa nota: rimarrà sempre il dubbio di cosa di cosa rappresentasse la sua sovra-esposizione mediatica per le silenti parlamentari del Centrodestra all’opposizione.

La foto ufficiale della Deputata Mara Carfagna nella XVI LegislaturaMara Carfagna, nel 2008, è una donna che comunica sicurezza (?) e sobrietà: addio capelli da soubrette, ecco un taglio più istituzionale; arrivederci tailleur da discussione di laurea, ecco la camicetta da manager scafata. Altro che il passato imbarazzante di Michela Vittoria Brambilla: Mara ha appena qualche foto un po’ osé da farsi perdonare ed un Ministero fatto apposta per esercitare una vigorosa azione ispirata al benpensantismo. La comunicazione politica ricorda canoni troppo televisivo-dipendenti? Lei ci ricorda i valori della famiglia. I blogger la sfottono per il suo blog-comunicato-stampa-dipendente? Lei ci ricorda i valori della famiglia. Gay, lesbo e trans la provocano chiedendo reali pari opportunità? Lei ci ricorda i valori della famiglia. Il che, a noi, ricorda tanto Michele Guardì.

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21 aprile 2008

Onore ad Antonio Campo Dall’Orto

Se si cerca un manager televisivo europeo che ha conquistato attenzione e meriti sul campo e non grazie ad appoggi politici o industriali, sicuramente Antonio Campo Dall’Orto può rispondere all’appello a testa alta: il golden boy della televisione italiana, nato professionalmente in casa Mediaset (è tra i più noti alumni del Master Publitalia) e noto soprattutto per il lancio di MTV in Italia, è negli anni riuscito a conservare un alto profilo manageriale e contenutistico, riuscendo a sopravvivere anche a vicende “fastidiose” come quella relativa a Luttazzi, che qualche mese fa lo ha pubblicamente indicato come artefice della sospensione improvvisa del suo “Decameron”.

Campo Dall’Orto non è più il giovane brillante che, a 28 anni, era vicedirettore di Canale 5: negli anni si è fatto le ossa affrontando sfide difficili come il recupero e la promozione di La 7, conquistatasi negli anni l’etichetta di televisione di élite sia in termini di qualità dei programmi che di profilo degli spettatori. Un progetto inseguito in modo caparbio e quasi irrazionale, che lo ha portato a rinunciare a possibilità molto importanti e che lo ha reso uno tra i manager più apprezzati della gestione di Marco Tronchetti Provera. Una fiducia che nel tempo si è tradotta col passaggio della responsabilità di MTV a quella di MTV e La 7, fino a quella dell’intera Telecom Italia Media.

Ora il Gruppo Telecom Italia ha cambiato gestione ed è iniziata la danza tipica dello spoils system: Franco Bernabé sta piazzando uomini di fiducia nei ruoli chiave ed evidentemente Dall’Orto gli ricorda troppo il management precedente. La decisione è chiara, ma decisamente criticabile: il manager è stato invitato a presentare dimissioni volontarie e a tornare nella “sua” MTV, a giocare con contenuti e programmi per ragazzini invece che con le sfide globali di un Gruppo che non ha mai voluto scommettere veramente sul mezzo televisivo, preferendo personaggi di dubbio profilo come il famigerato Luca Luciani invece che persone brillanti come il buon manager veneto.

In difesa di Antonio Campo Dall’Orto sono scesi in campo figure importanti per l’industria televisiva come Aldo Grasso, che ha pubblicamente elogiato il percorso professionale e creativo dell’ex-direttore di La 7 e delle sue scoperte. A questo punto, c’è da sperare che qualcuno dei vecchi interlocutori torni alla carica e gli offra il posto di primo piano che merita. Riguardo a La 7, invece, poniamo un fiore sul sarcofago che stanno costruendo intorno a programmi, strutture e prospettive. Abbiamo perso l’occasione di vedere nascere il famoso terzo polo ed a questo punto possiamo stare tranquilli che non lo vedremo per un bel po’ di lustri ancora.

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12 gennaio 2008

Chiudere gli occhi e pensare a Beppe Grillo

Proviamo a fare un esperimento: commentare l’ormai noto post di Alessandro Gilioli a proposito della mancata intervista a Beppe Grillo provando ad ignorare le decine di articoli che nel giro di poche ore hanno inondato i blog italiani o le migliaia di commenti ricevuti in coda al post stesso. Riflettervi come se non si fosse blogger, come se l’articolo di Gilioli fosse apparso su L’Espresso qualche anno fa, quando i blog in Italia erano poco diffusi ed i magazine avevano ancora quel valore di approfondimento attualmente preso in carico dai quotidiani cartacei. Tentare, insomma, di ragionare in termini Grilliani: scrivere da dentro una campana, ignorando il confronto con la blogosfera e con i giornalisti, ma anche con coloro che commentano in maniera copiosa sul blog stesso di Grillo.

Non che mancherebbero le tracce del passato recente, in Rete, per riflettere sui presunti nemici dell’ex-comico diventato pastore di anime: chi non ricorda, ad esempio, la campagna “Contro Beppe Grillo”, che un anno e mezzo fa aveva attirato grande attenzione collettiva, o lo schierarsi deciso di Daniele Luttazzi contro le proposte di legge lanciate in occasione del tanto vituperato V-Day? Come non riportare alla mente la lunga analisi del fenomeno Grillo di Massimo Mantellini, che appena pochi mesi fa scriveva…

«Forse, dico forse, Grillo è volontariamente fuori da qualsiasi dinamica di rete. Emette ma non riceve, parla ma non risponde, Grillo forse usa Internet bene (ben consigliato, andrebbe detto) ma non abita la rete. E come lui la grande maggioranza dei suoi commentatori e lettori.»

Se ne parlava criticamente persino su .commEurope, esattamente due anni fa: oggi come allora, Beppe Grillo lancia i suoi strali via blog, ma oggi ancor più di allora ha un pubblico fedele e convinto della bontà delle sue argomentazioni. Un pubblico ormai trasbordato offline, che sulla Rete come in piazza crede nelle recriminazioni di Grillo (anche quando del tutto infondate) a proposito della censura “dall’alto” delle sue idee. Una censura che sarebbe operata dai grandi operatori del mondo della comunicazione, giornali e non, ma che dovrebbe essere del tutto inutile proprio in base ad uno degli assunti principali delle campagne di Grillo: se è vero che Rete sociale e blog sono il “vero” mezzo del futuro, proprio l’ampia attenzione che tutti dedichiamo alle iniziative del mattatore dovrebbe essere la sua arma più tagliente verso il “Regime” che critica.

Nella campana si sta comodi e protetti: il blog è un amplificatore sparato a tutto volume verso l’esterno, ma il vetro riesce a filtrare le reazioni che le parole pesanti lanciate nell’etere creano nella massa (e tra i giornalisti). Solo una cosa serve davvero, cioè un’organizzazione che sostenga gli sforzi e mantenga ben salda la campana: Grillo l’ha trovata nella Casaleggio Associati, in quella brillante struttura guidata da GianRoberto Casaleggio che, nel bene e nel male, da anni sta profondamente incidendo sulla realtà del Web italiano. Sorge il dubbio che scavando sotto il predicatore che arringa le folle, insomma, ci sia un terreno consolidato e ben poco anarchico. La prossima puntata della guerra di Grillo contro lo stato di cose precostituito, a questo punto, dovrebbe essere il match “Grillo vs. Casaleggio”. Ma succederà?

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8 novembre 2007

Enzo Biagi e gli altri reduci di un mondo che non esiste più

Nell’effluvio di dossier, speciali televisivi, approfondimenti giornalistici, coccodrilli scongelati al momento giusto e prefiche tardive, il buon Enzo Biagi è stato meritatamente portato sugli allori dopo anni di ingiustificato purgatorio. Chi l’aveva accusato di eccessiva faziosità, chi l’aveva epurato dagli schermi televisivi, chi in fin dei conti aveva sempre sperato che questo vecchietto volesse andare in pensione in santa pace invece di continuare ad insistere per un nuovo programma televisivo, ora si strappa le vesti e nega il passato, anche quello più recente. Chi l’ha seguito, chi è cresciuto guardando i suoi programmi TV o La storia d’Italia a fumetti, può solo piangere la sua scomparsa e rimanere perplesso di cotanto movimento.

Vivere la morte di Enzo Biagi come quella di un personaggio pubblico invece che di un essere umano qualunque rende onore all’importanza che il giornalista ha assunto nella storia culturale del nostro Paese; carica tuttavia di significati eccessivamente politici la scomparsa di un grande uomo di comunicazione. Enzo Biagi era un partigiano: lo era dentro, lo era fino in fondo e fin dopo la morte, come le note di Bella Ciao ci hanno ricordato oggi. Era però anche un uomo equilibrato ed un professionista affidabile: affondava le penna nell’inchiostro, non la lama dell’offesa, nei confronti di coloro che riteneva non tanto nemici personali, quanto persone che attentavano ai principi democratici della sua Italia, quella che aveva contribuito a rifondare dopo la barbarie totalitarista.

Enzo Biagi è purtroppo uno degli ultimi reduci di un mondo che ci sta lasciando, quello di chi è nato nei primi decenni del XX secolo ed ha vissuto sulla propria pelle le contraddizioni del Fascismo prima e la durezza della Seconda Guerra Mondiale poi, ma anche il senso di sfida che quella generazione ha lanciato ai propri padri durante gli anni della Ricostruzione. Quelle persone non solo ci hanno lasciato in eredità l’impianto politico ed economico della società attuale, ma sono riuscite anche ad importare o creare ex novo nuovi modelli di condivisione dell’informazione: sono coloro che sono nati professionalmente sui quotidiani e poi sono riusciti a consolidare il ruolo della radio, affermare l’affidabilità della televisione, diffondere la cultura dei periodici di approfondimento.

Provando a guardare anche solo gli anni più recenti, basta guardare agli anni dell’editto di Sofia verso Biagi per accorgersi di quanto seguito avesse Enzo Biagi ai tempi de Il Fatto: un’affidabilità costruita negli anni, pari solo a quella di alcuni professionisti della sua generazione che nel Dopoguerra si sono affermati nei più svariati settori industriali e culturali. La sua peculiarità, rispetto ai suoi coetanei, sta nel fatto che Biagi si è creato diversi megafoni ed ha saputo utilizzarli con caparbia e sagacia: il suo insegnamento, per chi si occupa di comunicazione, rimane perciò insostituibile e degno di nota. Anche in rispetto della memoria di tutti gli altri reduci, partigiani e non, di quel piccolo scrigno eccezionale che era l’Italia degli anni d’oro.

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