Pubblicità
Advertising e dintorni

Advertising e dintorni
Di manifesti del genere sono pieni gli aeroporti europei. Ryanair ci tiene a ricordare di essere una delle poche compagnie aeree che, nell’ultimo decennio, non ha mai addebitato sovrattasse carburante. Il che, in effetti, fino a qualche anno fa poteva sembrare un fiore all’occhiello; oggi, suona ai più come una presa in giro. La politica dei prezzi Ryanair ha infatti esacerbato la propria aggressività: i prezzi base continuano ad essere molto bassi per le prenotazioni con largo anticipo, ma abbondano gli ed “extra”.
Non solo super-tariffe per l’imbarco delle valigie o per il servizio bar di bordo; oggi i tanti utilizzatori quotidiani della compagnia irlandese si lamentano di dover pagare in tutte le fasi, dall’acquisto con carta di credito all’imbarco prioritario, dal check-in alla borsetta di troppo portata a bordo. Al pari delle tasse aeroportuali, uguali per tutte le compagnie, le tariffe complessive di Ryanair sono spesso superiori di quelle più blasonate, ma ciò nonostante, i flussi di viaggiatori sono in costante aumento, anno dopo anno.
Ryanair, insomma, non è più (solo) percepita come compagnia low cost. Molte famiglie hanno iniziato ad organizzare le proprie vacanze in maniera molto diversa da un tempo: tratte all’apparenza bizzarre come Brindisi-Billund o Cagliari-Siviglia nascondono in realtà opportunità turistiche per entrambe le popolazioni coinvolte; collegamenti come Bergamo-Düsseldorf o Bologna-Edimburgo oggi supportano lo sviluppo di molte aziende, di tutte le dimensioni, che possono ottimizzare tempi e costi di trasferta.
Fin quando ci sarà Michael O’Leary in circolazione, le rumorose campagne pubblicitarie di Ryanair continueranno a far discutere. Ryanair, però, nel frattempo è diventata “altro”: in molti mercati svolge ormai un ruolo dominante ed in molti, come ad esempio in Italia, diventerà presto la prima compagnia aerea per numero di viaggiatori trasportati. Questo porterà il beneficio di nuove rotte interne ed internazionali, ma accrescerà ancora di più l’arroganza della compagnia irlandese nei confronti dei singoli Stati.
Tutti abbiamo ancora nelle orecchie il clamore che aveva sollevato, su Internet e sui media, la decisione di Ryanair di sospendere le proprie attività italiane per rappresaglia nei confronti del richiamo formale dell’ENAC riguardo all’accettabilità di documenti alternativi a Carta d’Identità e Passaporto sui propri aerei: come prevedibile, il tutto si è rapidamente sgonfiato, con una vittoria quasi totale del vettore irlandese sulle autorità italiane. La situazione si ripresenterà altre dieci, cento, mille volte, specie in assenza di player realmente competitivi sui mercati nazionali. La compagnia ha nella maggior parte dei casi il pieno supporto dei suoi clienti affezionati: ma quanto potrà durare la luna di miele?
Filed under Pubblicità, Turismo e trasporti by Giuseppe Mazza
Da quanto tempo non vi capita di utilizzare Google Street View? Dall’ultima volta che avevate provato a cercare casa vostra senza risultato? Riprovateci oggi, potreste rimanere molto colpiti: come testimonia questa mappa, la copertura di Italia, Francia e Spagna è letteralmente esplosa nelle ultime settimane. Le foto come sempre non sono aggiornatissime (nella maggior parte dei casi si direbbe risalenti alla scorsa estate), ma la copertura è molto ampia anche nelle zone più remote delle nostre provincie.
Le possibilità offerte da questo sensibile miglioramento del mezzo sono notevolissime: ludiche in primis, visto l’innegabile fascino di lanciare Pegman (la mascotte arancione di Google Street View) in posti a sorpresa e scoprire ogni volta angoli nuovi, stimolanti ed a volte molto affascinanti; commerciali, considerato che la vista “dal vivo” delle vie può risultare particolarmente utile, ad esempio, nella scelta degli esercizi commerciali da visitare o degli immobili per i quali richiedere maggiori informazioni.
Il vero aspetto business di Google Street View, tuttavia, si noterà sempre di più mano a mano che Google riuscirà a liberare l’estremo potenziale che la manipolazione delle immagini della realtà (e dei relativi spazi pubblicitari) potrà concedere a tutti i partecipanti ai suoi network pubblicitari: quasi per caso (sebbene nel caso di Google il “caso” è sempre sospetto), l’estensione della copertura del servizio è coincisa con la diffusione della notizia di un nuovo brevetto che va proprio in questa direzione.
L’idea di fondo è quella di consentire agli inserzionisti di “aggiornare” in tempo reale i contenuti dei cartelloni pubblicitari fotografati sulle foto di Google che, come noto, difficilmente vengono aggiornate. L’evoluzione dell’idea però è molto più interessante: Google si candida a vendere i cartelloni “unclaimed” tramite le sue consuete aste, rendendo particolarmente interessante, per gli inserzionisti, contestualizzare i propri annunci non più accanto a pagina di testo, quanto ad immagini tratte dalla realtà.
I portavoce di Google si sono affrettati a moderare il clamore derivante da questa notizia, sottolineando che non tutte le migliaia di brevetti registrati annualmente diventano necessariamente prodotti/servizi della grande G. Involontariamente o meno, però, la pietra nello stagno è stata lanciata e sicuramente è un segno in più dell’impatto che Google avrà nella nostra vita offline nei prossimi anni. Non solo attraverso la tecnologia (non sarà certo il Nexus One di turno a cambiare lo scenario di mercato), quanto nel doppio flusso di informazioni “fisiche” che vengono digitalizzate (è il caso di Google Books) e di investimenti “digitali” rispetto a contesti reali (è sicuramente il caso limite cui potrebbe arrivare Google in veste di concessionaria pubblicitaria). Per ora, godiamoci i nostri giri virtuali per spiagge, piazze e colline di mezza Europa.
Filed under Motori di ricerca, Pubblicità by Giuseppe Mazza
Una piccola tradizione su .commEurope è il post di fine anno, quello che cerca di commentare i trend visti nel corso dei mesi. Consuetudine comoda anche per poter poi tornare indietro a scorrere gli archivi e capire cosa è successo dal 2004 ad oggi. Basta rileggere l’articolo di chiusura del 2008, ad esempio, per sentire di nuovo il brivido di un anno che ha cambiato molte carte in gioco, in cui la crisi ha iniziato a mietere vittime nascendo in ambito finanziario internazionale ed iniziando a maturare effetti sulla vita quotidiana.
Quegli effetti si sono poi librati in tutta la loro drammaticità nel corso di questo terribile 2009. Come si era previsto ad inizio anno, pubblicitari e consulenti di comunicazione sono stati abbondantemente falcidiati: nel migliore dei casi, molti di noi hanno fortunatamente mantenuto la propria occupazione, pur lavorando in contesti fortemente colpiti dalla crisi come quello finance. Il segreto è stato quello scritto da Gianluca Diegoli nel suo bilancio di fine anno: trovare il coraggio e cambiare, lasciare per ricominciare.
Il marketing quest’anno ha sostanzialmente giocato in difesa: non tanto e non solo per il taglio dei budget, quanto per la necessità di adottare un tone of voice adeguato al clima di tensione quotidiano. Pochi i settori che hanno mostrato un minimo di vivacità: quello automobilistico, fortemente drogato dagli incentivi statali; quello televisivo, con le prime adozioni di massa del digitale terrestre e la necessità degli incumbent di mantenere le posizioni consolidate; quello delle TLC, grazie alle prospettive offerte da Internet in mobilità.
Per il resto, mestizia come se piovesse. Un anno da dimenticare, anche e soprattutto per coloro che tra noi hanno avuto problemi personali, tanto per condire fatturati in crollo e un generale clima di sfiducia legato a fatti di cronaca truci ed incredibili. Molti di noi hanno trovato conforto su FriendFeed, che è stata la piattaforma simbolo del 2009 per tutti i geeks, proprio nell’anno in cui il mass market scopriva Twitter dopo l’ubriacatura di Facebook. Per il resto, meglio dimenticare quanto successo e quanto non successo.
Filed under Marketing, Pubblicità by Giuseppe Mazza
Si era già parlato qualche tempo fa su queste pagine dell’interesse “forzato” che la pubblicità riesce a stimolare negli infiniti viaggi in Metropolitana dei pendolari delle grandi città: una specie di appiglio creativo durante viaggi in cui l’unica alternativa è scrutare gli altri viaggiatori, correndo il rischio di passare per maniaci.
C’è un piccolo grande fenomeno che tuttavia nessuno dei pendolari capisce davvero: le migliaia di scritte che, da oltre un decennio, appaiono frequenti nella Metropolitana di Milano. La maggior parte, infatti, prendono di mira Lucifero, commentandone azioni surreali, insultandone le sue abitudini sessuali e i suoi compari infernali.
La mano è sempre la stessa, anche se spesso cambiano gli insulti. Paolo Madeddu qualche anno fa scrisse su Urban un articolo sull’argomento, provando a farci sorridere su questo strano personaggio che, negli ultimi anni, ha sempre più concentrato la sua attenzione ai manifesti pubblicitari, diminuendo i danni altrove.
Lucifero è così il protagonista a posteriori di molti dei manifesti pubblicitari che accompagnano i viaggi quotidiani dei pendolari: i loro personaggi si ritrovano attaccati fumetti con i quali si scambiano battute e commenti su Lucifero. A volte le scritte diventano molto volgari, ma probabilmente fa parte del misterioso “gioco”.
A volte le scritte inneggiano a Baal, che dai più è conosciuto come una divinità fenicia, ma per il nostro è un demone al pari di Lucifero. Qualche volta appaiono altri personaggi e qualche disegnino infantile, ma in generale lo stile di comunicazione rimane basilare, sebbene non siano mancati i casi di citazioni colte all’interno dei fumetti.
La curiosità su “Lucifero infame” ha dato luce a canzoni, racconti, rassegne fotografiche, persino t-shirt. Nessuno ha una soluzione al mistero: come scrisse qualche anno fa Personalità Confusa, saremmo curiosi di guardare in faccia gli archeologi intenti a comprendere la città basandosi su centinaia di insulti incomprensibili a un demone.
Filed under Pubblicità, Turismo e trasporti by Giuseppe Mazza
Il primo step gli editori italiani lo hanno fatto nel momento in cui hanno iniziato ad aggreggare la versione online di tutte le proprie testate sotto un unico dominio. Prima utilizzando il dominio dell’editore o di un’iniziativa specifica per il canale (pensiamo alla genesi di Kataweb), poi quello della testata principale del gruppo.
Hanno così prevalso i grandi quotidiani, sotto i cui domini, con esiti spesso bizzarri in termini di naming, sono finite anche tutte le iniziative editoriali dei gruppi non riconducibili ad una testata specifica: dai siti promozionali agli annunci di lavoro, tutto ha trovato casa sotto tre-quattro cappelli principali e conosciutissimi.
Questo ha fatto sì che, nelle statistiche pubbliche, questi domini cappello esplodessero in termini di pageviews. La tendenza, peraltro, si è poi vista anche a livello internazionale: è notizia recente la scomparsa del sito dell’International Herald Tribune in favore del New York Times, con clamorosi danni all’indicizzazione dei contenuti.
Quella che invece è una peculiarità del tutto italiana è l’agitazione che ha contraddistinto il mercato a partire dall’annuncio della nascita di Premium Publisher Network, il consorzio fondato inizialmente da Rcs Mediagroup e Gruppo Editoriale L’Espresso poi arricchitosi con l’ingresso dell’Editoriale La Stampa e recenemente di Athesis.
L’agitazione deriva forse dall’entusiasmo di aver osato sfidare, a livello nazionale, i giganti internazionali della pubblicità a performance. In barba a qualsiasi normativa a tutela della concorrenza, il prossimo passo potrebbe essere un bel super-dominio che aggreghi tutti gli editori del consorzio. Tanto, se la concessionaria è la stessa per tutti…
Filed under Editoria, Pubblicità by Giuseppe Mazza
Solo chi attraversa quotidianamente le metropoli in lungo e in largo, passando decine di minuti su autobus, tram e filobus può avere idea di quanta noia si possa accumulare in attesa alla fermata o mentre il proprio mezzo è bloccato nel traffico, ma anche semplicemente durante il tragitto. Non che in metropolitana vada meglio: si risparmia solo la parte di traffico di superficie.
Il grande successo dei quotidiani gratuiti è dovuto in parte anche a questa voglia di far passare il tempo mentre si va o si torna dal lavoro. I più saggi leggono libri, i più stanchi (a causa della sveglia all’alba o della giormata di lavoro appena finita) iniziano a guardarsi intorno, leggendo (di nuovo) la lista delle fermate della metropolitana, le copertine dei quotidiani dei vicini o gli annunci pubblicitari.
Qui casca l’asino. Per una misteriosa tradizione (forse legata ai budget minimi degli investitori), i messaggi pubblicitari sui mezzi di superficie sono quasi sempre brutti, poco originali e di basso profilo. Gli annunci sulle televisioni presenti a terra o sui mezzi (Moby TV o Telesia, ad esempio) sono così ripetitivi che ad un certo punto si cerca il telecomando per cercare di cambiare programma.
Qualche giorno fa KTTB si lamentava della bruttezza delle affissioni in metropolitana a Milano. Qui si fa una preghiera ad agenzie pubblicitarie e investitori: imparate a fare pubblicità sui mezzi pubblici. Rendetela accattivante, originale, non ripetitiva. Avete migliaia di occhi puntati addosso, che non aspettano altro che di essere divertiti, informati, attratti dalla vostra comunicazione.
Se proprio non riuscite a cavare un ragno dal buco, almeno fate un annuncio tradizionale, ma con un sito Web ottimizzato per il mobile bene in evidenza. Ormai l’uso di Internet sul cellulare è diffusissimo persino in metropolitana e le chance di portare qualcuno a navigare sul sito sono molto più alte rispetto ad un indirizzo scritto su una pagina pubblicitaria in una rivista patinata.
Filed under Pubblicità, Turismo e trasporti by Giuseppe Mazza
Quel genio di Paul The Wine Guy si sveglia il 30 dicembre ed invece di organizzare il Capodanno come tutti gli altri blogger, tende ad alcuni tra i più noti di loro una deliziosa trappola: si finge addetto marketing di un’azienda alimentare austriaca interessata a comprare dei loro interventi promozionali da pubblicare sui blog personali, con un budget pubblicitario totale di qualche decina di migliaia di Euro.
L’unica vecchia volpe che non cade nel tranello è Gianluca Diegoli, che non solo declina l’offerta, ma soprattutto rilancia su Twitter/Friendfeed la notizia, diventando l’hub delle blogstar che, sorprese dalla proposta, hanno reazioni diverse e soprattutto ambigue: tendenzialmente si tende a voler spostare gli interventi su spazi diversi dal proprio blog principale, eventualmente proponendo collaborazioni commerciali.
Quando Paul The Wine Guy espone pubblicamente i risultati della sua indagine, le rezioni sono ulteriormente confuse: i non-contattati si sono divertiti a crocifiggere pubblicamente coloro che hanno tentennato, accusandoli di scarsa trasparenza e scarsa etica; le blogstar più sfacciate hanno esposto in pubblico i propri prezzi (qualche centinaio di Euro), quelle più “professionali” hanno scritto articoli di approfondimento e di riflessione collettiva.
Nessuno è riuscito davvero a trarre una riflessione univoca sull’etica sottesa e necessaria a gestire questo tipo di operazioni, sia in veste di marketer che di autore di post. Si fa tanto parlare di buzz marketing, ma in fin dei conti alla fine sembra di essere tornati ai pubbliredazionali che, notoriamente, le concessionarie tradizionali danno quasi gratis a chi acquista campagne… Perché i veri soldi, con la pubblicità, girano altrove.
Filed under Etica, Pubblicità, Vita in Rete by Giuseppe Mazza
Pare che il desiderio più diffuso per il 2009 sia quello di godere della massima serenità: così anche .commEurope si adegua e gli auguri per il nuovo anno sono, appunto, quelli di vivere mesi intensi, ma senza i patemi d’animo vissuti nelle ultime settimane. Augurio per tutti i lettori e per i pubblicitari in particolare. Se è vero (e purtroppo lo è) che il lavoro è parte dominante della nostra vita, la pesante situazione di mercato nel settore della comunicazione graverà molto sulle nostre carriere, sui nostri sogni, sulle nostre scelte personali.
Sta facendo scalpore, in queste ore, l’articolo di Fulvio Zendrini che traccia una fine ingloriosa (si parla di “morte annunciata”) per i centri media italiani, colpevoli di una gestione poco ortodossa dei rapporti (e dei flussi finanziari) con clienti e concessionarie di pubblicità. Senza entrare eccessivamente nel merito delle tesi di Zendrini, che già un paio d’anni fa aveva dichiarato che «La pubblicità è morta», ciò che emerge con forza in queste settimane è il grido di allarme di tutte le componenti del mercato: il sistema si è inceppato.
Soffrono le piccole agenzie, che lasciano a casa i finti-freelance con cui collaborano da anni; serrano i ranghi le grandi, che si concentrano sui budget principali perché non sanno come sviluppare nuovo business. Piangono amaramente le concessionarie e gli editori, con diversi magazine costretti a saltare le uscite a causa di assenza totale di investimenti; cercano un nuovo ruolo i centri media, che con buona pace di Zendrini hanno un ruolo importante in tutto il mondo e possono continuare ad avercelo anche in Italia.
Un sereno 2009, allora, a tutta la filiera: a pubblicitari, PR, consulenti, designer, planner e account manager vari. Non sarà certo il miglior fatturato del secolo ad aspettarci, ma cerchiamo di inventarci qualcosa per non finire a picco. Ed alle cassandre, rispondiamo colpo su colpo: se il tavolo salta, il gioco finisce per tutti. Conviene allora avere (almeno un minimo di) spirito collaborativo: che tutti, in azienda ed in agenzia, tirino fuori le unghie. Ci si graffierà un po’, ma almeno non assisteremo all’eutanasia collettiva del mercato.
Filed under Pubblicità by Giuseppe Mazza
Imbarazzante ingenuità o calcolata astuzia? Non ci sono vie di mezzo per giudicare la vicenda dello spot di Richard Gere per la Lancia Delta, le presunte proteste ufficiali cinesi e le ampiamente dibattute scuse da parte del Gruppo Fiat. Sono due scenari opposti, ma che sorprendono entrambi per la loro ormai non così rara frequenza: la globalizzazione va avanti e un cultural clash al giorno, subito o voluto, è ordinaria amministrazione.
L’ipotesi dell’ingenuità prende spunto dalla versione internazionale del comunicato stampa con cui il Gruppo Fiat ha annunciato il lancio della campagna, definendo lo spot «a political poem about peace» ed esaltando la sensibilità di Richard Gere come fine mediatore culturale alle prese coi mali del mondo orientale. Cosa quanto meno bizzarra, viste le numerose minacce di morte ricevute dall’attore in seguito a clamorose cadute di stile come il bacio in pubblico a Shilpa Shetty.
La tesi opposta, quella della campagna “furbetta” di marketing, è quella sostenuta da chi, come Alberto Fattori, nutre qualche dubbio sulla sequenza degli eventi: prima il lancio dello spot in pompa magna, poi le scuse da parte del Gruppo di Torino, senza che in mezzo apparisse nessuna vera presa di posizione, ufficiale o ufficiosa, da parte del Governo o di qualsiasi altra Istituzione di Pechino. Una strategia, insomma, per far parlare di sé e del proprio prodotto da parte dei media di tutto il mondo.
Prima di ricadere in una nuova flame war come quella dell’anno scorso, sia ben chiaro che la Fiat è un’azienda bellissima, che è bello che l’economia nazionale possa godere degli effetti benefici della sua ripresa, che è un bene che dia lavoro diretto o indiretto a tanti di noi etcetera etcetera. Però, è possibile alzare la manina per esprimere un (bel) po’ di perplessità su questo tipo di campagne, del tutto incoerenti con lo stile di un marchio sobrio come Lancia?
Filed under Personaggi, Pubblicità by Giuseppe Mazza
Scriveva qualche tempo fa Mauro Lupi in un commento su dot-coma…
«In realtà i box di ricerca stanno diventando uno strumento di navigazione, per cui molti scrivono i nomi dei siti sapendo che il primo risultato sarà proprio quello del sito dove voglio andare. Se fai il conto, scrivere “google” sul box di ricerca, dare Invio e cliccare sul primo risultato, fa in totale 8 hits (6 lettere e due click). Andare sulla barra dell’indirizzo del brower, scrivere “www.google.com” e dare invio fa 15 hits (14 lettere e un click). Lo so, ci sono le toolbar o altre cose, ma la SMS-generation risparmia anche su questo
»
Bisogna ammettere che (era il 2006) tutti i puristi del Web ascoltavano questo tipo di scenari con un forte senso di fastidio: si faceva notare la differenza tra il digitare correttamente un indirizzo nella barra dei browser e il vedersi supinamente apparire un motore di ricerca come home page ed utilizzarlo per avviare la navigazione magari digitando nella relativa casellina – orrore! – il nome di siti conosciuti (“ebay”, “amazon”, etc.) o addirittura l’intero indirizzo Web. Un comportamento giustificato dagli utenti in vari modi, ma sicuramente “contrario” alle tradizioni del Web.
Bisogna dire che la casella di ricerca su Firefox prima e soprattutto quella su Internet Explorer 7 poi hanno cambiato lo scenario: non è infrequente avviare una navigazione proprio da lì e – mea culpa! – soprattutto sui dispositivi mobile, si scopre di comportarsi esattamente come gli “utonti” di cui ci si lamentava qualche mese prima. Si finisce a navigare come si faceva 20 anni fa nei walled gardens internazionali: si usano le keyword direttamente nello strumento di navigazione, siano esse i termini di cui sfogliare i risultati su un motore di ricerca o per le quali si ha già in testa un sito ben preciso.
Proprio stasera il blog di Google Italia ha pubblicato una guida sulla corretta formattazione degli indirizzi al fine di renderli più intellegibili al motore di ricerca e più amichevoli per gli utenti finali. I quali, però, ormai destinano pochissima attenzione all’indirizzo dei siti, proprio esercitando una fede immensa nei “poteri” di Google e dei suoi fratelli. I puristi di cui sopra, sui relativi blog, continueranno a formattare nel migliore dei modi i propri indirizzi; i relativi lettori ignoreranno del tutto questi sforzi, continuando a digitare il nome del blog in questione sul motore di ricerca. Stessa ricerca, stesso risultato, tutti i giorni.
Non sono trascurabili gli impatti che questa tendenza ha sulla pubblicità in Rete e su quella tradizionale. La scorsa settimana Josh Catone ha pubblicato un articolo su Kellogg’s in cui racconta il successo di una campagna pubblicitaria tradizionale in cui la call to action non è stata il tradizionale “digita www.qualcosa” ma “inserisci la keyword su Yahoo!”. Il motore di ricerca ha supportato la campagna sia in termini di posizionamento sui risultati tradizionali che con un box pubblicitario ad hoc direttamente sulle SERP. I risultati parlano di una risposta 10 volte superiore alle campagne precedenti: fosse anche il doppio, sarebbe già un’enormità.
Filed under Motori di ricerca, Pubblicità by Giuseppe Mazza