Social Network

Le reti sociali che scandiranno il nostro futuro professionale (e non)

8 settembre 2011

Il Giro della discordia

Ivan Basso e Sasha Modolo con Michelino DavicoDa quando Alitalia è approdata su Facebook con un social team professionale, è piacevole dare un’occhiata alla pagina ufficiale della compagnia aerea. I quasi 500.000 fans interagiscono in maniera piacevole con gli interlocutori, anche nei casi più difficili. Finalmente un buon esempio di customer care via social network, con risposta a problemi operativi intervallati a curiosità e proposte da parte dei Clienti.

Negli scorsi giorni, tuttavia, la pagina si è improvvisamente scaldata: l’avvio del Giro della Padania 2011 ha indotto diversi utenti a mostrare un vero e proprio disgusto nei confronti della sponsorizzazione della manifestazione da parte di quella che ritengono (pur se non è più vero in senso stretto) la compagnia di bandiera italiana. C’è chi ipotizza sia un “contentino” per l’abbandono di Malpensa, chi minaccia boicottaggio.

Il team Alitalia su Facebook si guarda bene dal rispondere alle “richieste di chiarimento” degli utenti, che quindi finiscono a darsi ragione a vicenda o al massimo proporre qualche flebile spiegazione sulle scelte promozionali della Compagnia. Peraltro sul sito Alitalia non si fa menzione del Giro della Padania né sull’area commerciale né su quella istituzionale: sembrerebbe davvero una sponsorizzazione “subita” più che “scelta”.

L’arrivo della Corsa in Emilia Romagna ha destato parecchi malumori, soprattutto nei confronti di Coopsette e Unieco, grandi operatori un tempo ritenuti “cooperative rosse”. Il disprezzo verso la manifestazione è infatti molto forte a Sinistra e in particolare Rifondazione Comunista aveva duramente criticato il Giro sin dalle tappe iniziali, scendendo in piazza per bloccare fisicamente i corridori.

La Federazione Ciclistica Italiana ha spinto molto negli scorsi mesi su questa manifestazione, che con tutta evidenza nasce “ricca” sia in termini di budget che di attenzione da parte del grande pubblico. Attenzione però non sempre di carattere positivo: a volte si ha la sensazione che le sponsorizzazioni siano controproducenti per chi le sostiene e questo sembra proprio uno di quei casi.

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31 agosto 2011

Viva le simmetrie di Facebook

Sembrerebbe che Facebook sia pronta a lanciare una nuova “modalità relazionale” tra i propri utenti. Accanto alla classica “amicizia” su cui ruotano attualmente tutte le relazioni tra i Privati, dovrebbe comparire la possibilità di “seguire” gli aggiornamenti di un altro utente senza ulteriori obblighi di vincoli reciproci. Qualcosa di simile a ciò che avviene oggi con le pagine di organizzazioni e celebrità.

Diventare “fan” di qualcun altro, nel delicato mondo degli equilibri di Facebook, rischia di diventare quasi stalking digitale: non tutti gradiranno avere degli occhi puntati sopra il proprio profilo, soprattutto se sono quelli di una persona cui si è evitato di dare l’amicizia. Sicuramente ci saranno meccanismi di disclosure su più livelli dei contenuti, ma questo complicherà ulteriormente i settaggi della privacy.

Si potrebbe dire che il “follow” unidirezionale è già diffuso presso altre piattaforme, Twitter in primis. Il problema è che questi ambienti somigliano oggi sempre più a servizi di broadcasting delle proprie idee più che veri e propri social network. La cartina di tornasole è proprio Facebook, dove tra le storiche “pagine fan” e i profili personali le dinamiche di interazione sono diversissime e poco omologabili.

Un social network, se vuole davvero rappresentare i legami di amicizia tra i propri membri, deve necessariamente essere simmetrico; le piattaforme nate asimmetriche (e magari oggi moribonde come FriendFeed) rischiano di diventare santuari dell’ego boosting. Il continuo misurarsi a vicenda il rapporto tra followers e followed sulla lunga diventa stancante e disincentiva il dialogo sereno tra pari.

Si spera quindi che l’iniziativa di Facebook faccia la fine di Places, Deals e degli altri mille tentativi abortiti negli ultimi anni di uscire dall’approccio storico e provare a cambiare pelle. Si possono capire quelli di monetizzare il successo globale, meno quelli che provano a indebolire una struttura relazionale magari rigida, ma che ha convinto 700 milioni di utenti grazie alla semplicità dei meccanismi relazionali.

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4 luglio 2011

Non è una buona idea sparare all’uccellino

Che Twitter sia intrinsecamente debole è un dato di fatto da ormai diversi anni. Magari è stata un po’ stabilizzata la piattaforma dal punto di vista tecnico, ma l’assenza di un business model sensato continua a tenere la piattaforma, pur di successo, sull’orlo del precipizio. Anzi, più aumenta la gente che le balla intorno, più l’orlo si avvicina. Di nuovo in questi giorni un paio di episodi inducono a riflettere sulle potenzialità complesse dell’informazione via Twitter, che come tutti i luoghi virtuali di successo è ormai terreno di scontro ideologico e commerciale.

Guardiamo al caso italiano: ieri un gruppo di utenti ha iniziato a lamentarsi della preponderanza dell’hashtag #saldi tra gli argomenti di discussione più attivi, ritenendolo futile in un momento di scontri violenti in Val di Susa. Così si è sperimentata una nuova forma di guerrilla: il tag #saldi è stato adottato al posto di #notav, per veicolare sulla campagna contro l’Alta velocità Torino-Lione chi fosse curioso di leggere resoconti di scorribande nei negozi. Comprensibile il tentativo di sottolineare il valore etico dell’idea; terribile pensare che possa diventare pratica comune.

Il caso americano è invece di oggi, Indipendence Day negli Stati Uniti. La manipolazione dei flussi informativi su Twitter, in questo caso, è stata ancora più diretta: un sedicente hacker ha preso possesso del flusso di Fox News e ha battuto notizia della morte di Barack Obama in un attentato; ovviamente i tweet hanno iniziato a girare vorticosamente, anche in considerazione dei 33.000 iscritti al profilo della TV. Uno scherzo crudele nei confronti di una Nazione che celebra con dolore dieci anni dall’11 settembre: dieci anni di instabilità, guerre e terrore quotidiano.

Sono due storie come tante altre sentite negli scorsi mesi, utili ancora una volta a sollevare il velo sul peso che viene dato all’informazione via Twitter e sui rischi connessi a una gestione allegra delle notizie sul social network e inevitabilmente sugli altri siti che lo riprendono, informativi e non. Con la crescita degli utenti e la concentrazione degli iscritti sui profili di celebrities e fonti informative tradizionali, Twitter sta mostrando la sua incapacità di funzionare da cassa di risonanza sull’informazione dal basso, permettendo al contrario la nascita di fenomeni perversi.

Lo spam che cresce a dismisura, i trucchetti per acquisire/attribuire notorietà, le operazioni come quelle sopracitate contribuiscono ad affossare la credibilità e l’affidabilità di un mezzo che al contrario potrebbe essere utile, molto comodo da utilizzare e discreto nella sua presenza pubblica. Qualche analista dice che l’unica ancora di salvezza economica per Twitter sia il confluire in un agglomerato Web di maggiori dimensioni; a questo punto sorge il dubbio che la “salvezza” in questione comporti anche la tutela di un mezzo informativo che è ormai patrimonio comune.

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14 marzo 2011

Twitterremoto

Massima solidarietà e partecipazione per il dramma giapponese. Un terremoto così forte non solo fa male a chi è colpito direttamente dalla morte dei familiari, ma anche a chi ha vissuto quelle scosse sulla propria pelle e ne avrà un ricordo indelebile, uno di quelli che cambiano la vita e il modo stesso di intenderla. I media a più riprese hanno sottolineato come, mentre le linee telefoniche continuavano a crollare, gli accessi a Internet rimanevano ancora attivi. Non è molto chiara la modalità tecnica di questa sopravvivenza, ma è stata sicuramente l’occasione per tirare nuovamente in mezzo il ruolo di Twitter come megafono.

Come avvenuto negli scorsi anni con la scomparsa di personaggi celebri, Twitter ha fatto da risonanza dell’accaduto nelle prime ore e poi da punto di sintesi della solidarietà mondiale. Quello che è mancato, oggi come allora, è stata però l’informazione “di prima mano”, la fonte magari non famosa, ma utile a capire. Il meccanismo perverso della piattaforma, peraltro, fa sì che sia impossibile che una notizia salga di livello in tempi brevi; magari un giornalista ha 1.000 fans tra i suoi iscritti, ma a sua volta non è iscritto a nessuno di essi, quindi qualora pubblicassero qualcosa non se ne accorgerebbe. Figurarsi gli amici degli amici.

Il Giappone è uno dei Paesi a più alta concentrazione di Internet-users e in questo caso le fonti dirette, sul territorio, all’apparenza avevano molto da dire. Ma cosa, esattamente? «Oh mio Dio, un forte terremoto» o «Gulp, la mia scrivania è crollata sotto i miei occhi» sono tweet emozionanti, ma aggiungono poco. Se qualcuno avesse avuto qualcosa importante da dire (tipo «Ho sentito dei superstiti sotto le macerie del palazzo XYZ, andate a scavare lì») difficilmente l’avrebbe scritto su Twitter; chi ha voluto rassicurare i propri parenti e amici è ricorso a Facebook, instaurando mini-conversazioni coi dettagli personali per rassicurarli.

La discussione via Twitter si è ripiegata su sé stessa. Come al solito è diventato il giochino in cui gli Occidentali, davanti al PC, scambiavano commenti sulle immagini proposte dai media facendo entrare il terremoto tra i trend topics prima di passare il giorno dopo al Nord Africa o a qualche Camp o whatever. La sensazione come al solito è quella di essere di fronte a un mezzo potente, che è uscito dalla logica dell’SMS erga omnes per entrare in quella della chat pubblica universale; un mezzo troppo generalista per competere con applicazioni specifiche, troppo scarno per diventare mass market. Che farà da grande l’uccellino blu?

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21 dicembre 2010

La strada di Diaspora? Lunga lunga

La paura che la fine di FriendFeed sia vicina è ormai stabile quanto l’etichetta “Beta” sui siti che ancora si fanno chiamare Web2.0 nonostante l’odio generalizzato verso questa espressione. Un qualcosa di irrazionale, che però continua a mietere proseliti. Anche quelli che fino a qualche settimana fa si mostravano “razionali” nei confronti della crisi della piattaforma, dopo l’ultimo week-end nefasto hanno iniziato a guardarsi in giro.

Così, nelle stesse ore in cui per la prima volta Facebook citava FriendFeed sulle sue pagine come “laboratorio” in cui sperimentare il nuovo sign-on tramite il social network blu, molti di noi sono caduti nella “trappola” di Diaspora. Che la label Beta ancora se la sogna, visto che fa chiamare Alpha una versione che un tempo per decenza non si sarebbe fatta vedere a nessuno. Tantomeno al grande pubblico, per quanto “su invito”.

Vista la viralità degli inviti (ne vengono assegnati 5 a ogni nuovo sottoscrittore), peraltro, è bastato un week-end perché centinaia (migliaia?) di utenti stanchi di FriendFeed andassero a cercar (per poche ore) pace altrove. Il risultato è che oggi i nostri profili stanno lì, tendenzialmente vuoti, incapaci di accogliere input da social network esterni (come avviene per le altre piattaforme) e timidamente linkati ai profili su Facebook e Twitter.

Diaspora ha tanta strada da fare, ma come si ricorderà aveva ottenuto discreta visibilità sui media già ai tempi dell’annuncio, grazie al mini-investimento di Mark Zuckerberg che, più che essere masochista e contribuire al vero nemico di Facebook, ha saggiamente investito su un laboratorio che, necessariamente, dovrà portare innovazione per distinguersi sul mercato. Innovazione che, onestamente, al momento manca.

L’unico punto distintivo, infatti, è la (remota?) possibilità di installare Diaspora su propri server; per il resto, a parte qualche bizzarra uscita di marketing, siamo al solito scrivi-il-tuo-nome, metti-in-lista-i-tuoi-amici, carica-la-fotina-del-profilo. Aspettiamo di vedere i risultati dell’evoluzione, anche se si sperava in qualcosa di più sconvolgente. O almeno in un clone di FriendFeed, che nella sua semplicità ci piace ancora tanto.

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27 settembre 2010

Wind, i social network e la coerenza di Gruppo

Dopo quasi un mese di attività, il bilancio dell’attività del team di Wind Italia sui social network è moderatamente positivo. “Moderatamente” perché, come tutte le grandi aziende che si confrontano con la Rete, manca la sicurezza di sé maturata su altri canali: sembrano sempre elefanti nelle cristallerie; wannabe-delicati, ma elefanti. “Positivo” perché accettare la sfida, magari in partnership con un attore di peso come Ogilvy, vuol dire mostrare di voler gestire il rapporto con Prospect e Clienti in maniera innovativa, o quantomeno trasparente.

Chi ha iniziato questo esercizio sui social network ha ottenuto risultati altalenanti, ma spesso coerenti con l’immagine complessiva dell’azienda. Restando nel campo delle TelCo, fa un po’ sorridere (di tenerezza) lo sbattimento del team di Nòverca per far conoscere e apprezzare un brand del tutto sconosciuto al mondo pur attento a queste tematiche di chi frequenta i social network più evoluti; al contrario, è evidente che lo spirito e le modalità di interazione di 3 Italia sono pienamente coerenti con quelli propri del mezzo (e quindi efficaci).

C’è però una cosa che stona nello sbarco del Gruppo Wind sui social network ed è venuta fuori dopo pochi giorni dal debutto, durante una discussione su FriendFeed. Dopo aver risposto stoicamente alle stroncature dell’orrendo spot con Panariello (quello in cui lui dice qualcosa tipo “C’era proprio bisogno di buttar via tanti soldi per dei testimonial?”), il team si arena sulle lamentele feroci di un Cliente Infostrada: emerge che si sbatteranno per risolvere i problemi, ma che non sarebbe loro compito. Perché loro sono Wind, non Infostrada. Eh?

I cartelloni sulla convergenza fisso-mobile del Gruppo WindDopo aver passato un’estate a esaltare la solidità del Gruppo Wind con una campagna istituzionale finalmente adeguata agli standard di un’azienda con 20 milioni di Clienti, ma soprattutto in un momento in cui diverse città italiane sono piene di manifesti che esaltano la convergenza fisso-mobile come non avveniva dai tempi del lancio di Wind in Italia, quando finalmente il Gruppo può parlare direttamente con Clienti e Prospect, ci tiene a sottolineare che Wind e Infostrada sono due realtà diverse?

Il motivo è evidente: il budget per l’iniziativa sarà gestito da chi segue le attività Mobile del Gruppo e quindi anche la relativa organizzazione sarà strettamente legata a tale business unit. È un po’ come se il Gruppo Barilla apparisse con un proprio profilo istituzionale sui social network e poi si rifiutasse di rispondere alle domande sul Mulino Bianco. Come dite? Lo fanno tutti i grandi Gruppi? Può essere, ma non è una scusante.

La comunicazione aziendale non deve necessariamente seguire i ghirigori dell’organizzazione; anzi, deve riuscire a portarli a unità. Si possono fare scelte di relativa indipendenza tra marchi (restando nel paragone, può aver senso tenere distinti gli stili di comunicazione di Barilla e Voiello), ma se un’azienda sceglie la strada della convergenza e ne fa una missione aziendale, poi deve essere coerente in tutte le iniziative di marketing.

Nulla da biasimare a questa iniziativa di Wind in particolare, dunque, visto che la società da sempre ha sofferto di questa doppia anima nella comunicazione (e il cartellone in cui Fiorello sta ben lontano da Panariello e Incontrada sembra dimostrarlo, nonostante lo slogan sovrapposto): quello dei muri invisibili (al Cliente) è peraltro un problema che attanaglia la maggior parte delle nostre aziende e spesso nemmeno avere un azionista di riferimento straniero aiuta.

Come è avvenuto per il Gruppo Wind, sarà bello vedere altre aziende, soprattutto le più grandi, confrontarsi con i social network, consce che ciò che è cambiato davvero, probabilmente, sono (siamo) i Clienti: molto più attenti di un tempo a questi dettagli, molto più desiderosi di parlare direttamente con le aziende, senza i penosi contact center a mediare delle relazioni i cui valori in gioco sono sempre maggiori. E non solo quelli economici.

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28 febbraio 2010

Google Buzz, il macigno col punto interrogativo sopra

Da un po’ di tempo, la maggior parte degli articoli sulle iniziative “social” di Google iniziano con incipit del tipo “Voglio bene a Google, però stavolta…”. Questo potrebbe iniziare allo stesso modo, se non fosse che, parlando di Google Buzz, è un po’ presto per farsi davvero un’opinione. Vero che si tratta di una piattaforma con molte decine di milioni di utenti dal giorno zero, ma il suo utilizzo è ancora troppo limitato per trarre conclusioni.

Dopo l’accartocciamento di Orkut (oggi sul solo mercato brasiliano), dopo la meteora infuocata di Knol (altro che Wikipedia), dopo lo sgonfiamento di Lively (persino Second Life ha resistito meglio) e soprattutto dopo il trauma collettivo di Wave (il grande sogno divenuto un incubo di usabilità), magari stavolta Google ha azzeccato la formula giusta per svolgere un ruolo preminente nel difficilissimo mondo dei social network “universali”.

La formula di Google Buzz, d’altronde, è ben rodata: è una copia di FriendFeed, spruzzata di “ispirazioni” prese da altri social network noti e condita dallo stile Google. Il suo peccato originale è probabilmente la volontà di integrare il più possibile i servizi già esistenti di Google: così come non aveva mai funzionato davvero Google Friend Connect, ora scricchiola il tentativo di trasformare Google Profiles nella base per lo sviluppo di Buzz.

Gmail ha la fiducia di circa 150 milioni di clienti, Facebook quasi tre volte tanto. Google Buzz ha una buona base di partenza nel primo servizio, ma solo in tempi lunghi arriverà a raggiungere la copertura del secondo. Molti di noi lo vivono come un esperimento per avvicinare ai social network gli utilizzatori abituali della posta elettronica Google, magari facendo leva sull’interazione via mobile che, al momento, non è certo il punto forte di Facebook.

Giudizio sospeso su Google Buzz, dunque, nella speranza di venire smentiti riguardo l’immaturità della soluzione, comunque in ogni caso un passo avanti rispetto alla macchinosità di Google Wave. Se l’esperimento di Google funzionerà, nuovi utenti si avvicineranno alle potenzialità di comunicazione offerte dai social network; se il tutto rimarrà così, sarà solo un macigno in più integrato in un’applicazione un tempo snella e veloce chiamata Gmail.

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11 ottobre 2009

L’ora dell’harakiri virtuale

La notizia del giorno è la chiusura definitiva di Maestrini per Caso, storico blog italiano ormai agonizzante da mesi. La notizia della settimana la scomparsa dal Web di Paul The Wine Guy, fresco trionfatore ai Macchianera Blog Awards 2009. Si potrebbe andare avanti così, citando le scomparse dal Web di Dr. Pruno, SuzukiMaruti, Capitano: heavy users di social network che di punto in bianco abbandonano la scena e scompaiono.

FriendFeed in questo ha innovato il rituale dell’harakiri virtuale. Se i Maestrini lasceranno il loro account saggiamente intatto su Blogger, nulla scomparirà dalla nostra memoria storica; al contrario, coloro che hanno cancellato il proprio profilo da FriendFeed, hanno gettato nella confusione totale decine di utenti, discussioni, gruppi. FriendFeed infatti cancella ogni traccia dell’utente sulla piattaforma, lasciando decine di discussioni zoppe.

L’efffetto è straniante, perché da un lato ci si rende conto di quanto tempo si è dedicato a partecipare a discussioni che oggi non esistono più perché trascinate nel cestino insieme ai loro autori; dall’altro, ci si ritrova a leggere propri interventi decontestualizzati e spesso surreali, in risposta a item non più esistenti. Fioccano le discussioni del tipo “Ma che fine ha fatto Mr. X? Perché è sparita Miss Y?”, trascinando tutta la questione nel melodramma.

Dispiace, d’altra parte, quando un amico “virtuale” sparisce dalla circolazione. Può avere mille motivi per farlo, ma se la sua scomparsa comporta la cancellazione del proprio blog o del prorio profilo dal social network più utilizzato, in qualche modo ci si sente traditi e amareggiati. Sembra di essere nella clinica del Dr. Mierzwiak in Eternal Sunshine of the Spotless Mind: ci viene chiesto di dimenticare qualcuno che non vorremmo mai abbandonare.

Ci sono stati casi di contatti virtuali morti davvero ed in quel caso l’effetto è ancora diverso: gli interventi sulle piattaforme pubbliche rimangono, freezati nel tempo; quelli sui domini proprietari spariscono dopo pochi mesi, sostituiti da laconiche pagine che chiedono il rinnovo di domini ormai senza padrone; i profili sui social network, Facebook in primis, vengono sommersi da ricordi, condoglianze, segni di affetto postumo.

Essere heavy user di Internet oggi non è più un voler scappare dal mondo: al contrario, significa vivere costantemente in contatto con centinaia di altre persone, condividendo piccoli eventi quotidiani e grandi riflessioni sul futuro. Siamo esseri di parole ed emozioni, con una sola preghiera comune: smettetela di fare harakiri quando vi siete stufati di interagire col mondo. Freezate la vostra presenza, ma non cancellate i nostri ricordi comuni.

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20 settembre 2009

E tutti twittavano “Al lupo! Al lupo!”

Se nel mondo “reale” la morte di Mike Bongiorno ha rappresentato la fine di uno degli ultimi personaggi residui di un mondo che sta sparendo, in Rete si è assistito ad una sorta di rivisitazione italica della scomparsa di Michael Jackson vista attraverso i social network. Come era avvenuto in quell’occasione negli Stati Uniti, molti di noi hanno appreso la notizia curiosando in Rete, magari approfittando della pausa pranzo per fare un giro sulle piattaforme sociali.

I primi che hanno tweettato la notizia, a dire il vero, l’hanno comunque appresa da media tradizionali. Quelli che l’hanno letta, sono corsi a verificarla sui quotidiani online e, in assenza di riscontro immediato, hanno iniziato a retweettarla a mo’ di scoop del secolo. In realtà sono bastate poche decine di minuti per permettere ad agenzie e quotidiani di togliere dal freezer i coccodrilli, con molti particolari sulla carriera del presentatore e pochi sulle circostanze della morte.

La notizia si è quindi incanalata sui social network “di approfondimento”, quali FriendFeed e similari. I tweet hanno cambiato leggermente tono, passando dallo “sto dando una notizia in anteprima” a “mi dispiace per la morte di Mike Bongiorno”. Il focus del giorno quindi non è stato più il decesso in sé, ma le emozioni suscitate dall’evento in chi lo stava commentando a poche ore di distanza. Con tanto di commenti sull’efficacia di Twitter nel diffondere notizie.

Uno sviluppo tutto sommato equilibrato della vicenda, lontano da quello cui si assiste ogni volta che si è di fronte ad una notizia che si vorrebbe “far crescere dal basso”. Che si sia testimoni di una piccola o grande scossa di terremoto nel quartiere, di un treno che deraglia o di un violento acquazzone, lo spirito da reporter ci pervade rendendoci inconsciamente obbligati a gridare al mondo quanto sia importante ciò cui stiamo assistendo, alla faccia dei media silenziosi.

Grazie a Dio, raramente i nostri drammi sotto casa sono davvero rilevanti per il resto del mondo. I nostri contatti sui social network però si fidano della nostra percezione ed amplificano le notizione che diffondiamo a rotta di collo. Con tutta calma, le agenzie di stampa valutano l’accaduto, lo formalizzano con il livello di allarme che gli è proprio e lo immettono nel circuito tradizionale dei media. Solo in pochi casi la notizia ha davvero l’entità che percepiamo noi.

Una volta si diceva grassroots journalism e si faceva sui blog, ora bastano 140 caratteri per lanciare un urlo che, se il nostro network è abbastanza grosso e abbastanza suscettibile, non rimarrà solo. Dovremmo però imparare ad evitare di gridare “Al lupo! Al lupo!” e sconfessare i media se non premiano  la nostra voglia di protagonismo. Bene per la nascita dal basso dell’informazione; male, anzi malissimo, per il volersi sentire centro dell’universo.

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6 settembre 2009

Real time Web e Privacy: le grandi sfide per i motori di ricerca

Ci sono due issues che in qualche modo stanno condizionando e sempre più orienteranno lo sviluppo dei motori di ricerca: il cosiddetto “real time Web” e la gestione della privacy degli individui, siano essi navigatori abituali o meno. Due tematiche solo all’apparenza slegate, che interessano tutti noi prima ancora che le aziende coinvolte.

Il primo tema, come è ormai noto agli analisti più accorti, è la buzzword che monopolizzerà i mesi a venire. In più di un’occasione le principali Web Company mondiali l’hanno indicato come linea guida dei propri piani industriali e in qualche modo la disponibilità continua e aggiornata delle informazioni è da sempre l’araba fenice del Web.

I motori di ricerca si candidano come leader natural del campo e non sorprende che Google stia lavorando alacramente sul tema: i risultati di ricerca del motore oscillano oggi tra risultati troppo vecchi per essere interessanti e intere pagine di link a notizie che starebbero meglio su Google News che sulle pagine principali del motore.

Il fenomeno è evidente ad esempio quando avviene una catastrofe in un piccolo paese: le prime due-tre pagine di risultati sono link ad articoli ripetitivi dei quotidiani; le successive, sono informazioni prese random da vecchi articoli, post di blog, pagine tratte da siti irrilevanti. Marginali i riferimenti ai social network, privati o pubblici.

Su quest’ultimo tema attori come Bing stanno cercando di cambiare la logica tradizionale dei motori di ricerca. La paura di molti, tuttavia, è che il mix sia troppo difficile da dosare: qual è davvero l’informazione rilevante nelle ore successive la catastrofe? E nei giorni successivi? Ed un anno dopo, che valenza hanno i singoli item?

Proprio qui si innesta la seconda sfda, quella della gestione corretta dei dati personali che gli utenti, spesso innavertitamente, lasciano a disposizione dei social network. La corsa alle informazioni in real time passa inevitabilmente dalla raccolta e dalla sistematizzazione di tali dati, con conseguenze poco gestibili da parte dei singoli.

A molti piace la ricerca in tempo reale di Twitter, che permette di capire l’awareness di un argomento, oppure quella di FriendFeed, che restituisce rapidamente le discussioni in corso sulla piattaforma indipendentemente dalla fonte in cui sono state inserite. Sono strumenti affascinanti, potenti per i geek e dannosi per gli stolti.

Non affascina, invece, l’idea di un Google con 10 twittate come risultato della ricerca. All’estremo opposto, un motore di ricerca unicamente concentrato su informazioni consolidate risulta anacronistico e, specie nel caso di eventi dirompenti, inutile. Chi riuscirà ad azzeccare il giusto mix, potrà ottenere credito illimitato dalla collettività.

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