10 Luglio 2008

TamTamy, il social networking all’italiana

A volte fa piacere poter parlare bene del lavoro di amici: si è consci di essere un po’ di parte, ma se si prova a mantenere un minimo di obiettività, si può riuscire a scrivere post informativi e non inni fini a sé stessi. Obiettivo, questo, che anche queste righe vorrebbero avere: spiegare a chi non la conoscesse cos’è TamTamy e perché questa piattaforma italiana è un piccolo orgoglio nazionale.

A dire il vero, Pino Fondati su Il Sole 24 Ore, la scorsa settimana, ha già riepilogato bene le coordinate di TamTamy: si tratta di una piattaforma prodotta da Reply per offrire a privati, piccole e grandi aziende una serie di strumenti tecnologici 2.0 integrati in un unico contesto. Basta immaginare Wordpress MU mescolato con forum, wiki, chat e ricoperto da uno strato user-friendly che permette di utilizzare i vari strumenti in maniera “lineare”.

TamTamy è gratuitamente testabile, in versione Alpha, da parte di chi volesse avviare un proprio social network. Aziende, club e anche gruppi di amici possono interagire tramite una piattaforma abbastanza versatile, sfruttandone tutti o alcuni degli strumenti disponibili: si tratta di un progetto del tutto italiano, anche se il lancio internazionale degli scorsi mesi ha fatto sì che l’interfaccia attuale sia in lingua inglese.

Gli iscritti di questa versione Alpha che hanno avviato un proprio network sembrano già essere diversi e sorge una certa curiosità su quale sia il feedback dei “pionieri”. Al contrario, è noto che chi ha vissuto TamTamy nella sua prima installazione, quella di Intranet Reply, ha un buon ricordo fatto di persone, storie e dialoghi, prima ancora che di tecnologia.

Per quanto paradossale, più una tecnologia riesce ad essere invisibile all’utente finale, più ha la possibilità di venire adottata in maniera “naturale” anche da chi non ha particolari competenze tecniche. TamTamy gode di questo paradosso, visto che riesca ad agire silenziosa in sottofondo offrendo strumenti diversi in maniera discreta, non oppressiva: usi solo ciò che ti serve.

Ci sono spazi di miglioramento, come per tutte le piattaforme in Alpha. La possibilità di giocare sull’asse “contenuto pubblico vs. contenuto privato”, ad esempio, permetterebbe probabilmente di superare in scioltezza soluzioni similari, non relegando TamTamy a puro strumento di comunicazione interna; l’integrazione di un CMS leggero permetterebbe di creare tumblelog ed altri spazi di condivisione “veloci”.

Qualunque siano le dimensioni di sviluppo, comunque, massimo rispetto per il TamTamy Team, che una volta tanto ci fa sentire orgogliosi della professionalità italiana anche quando si parla di tecnologia. Cosa affatto scontata, per chi è capitato agli eventi Web 2.0 in Stati Uniti e Germania dove Reply era presente come sponsor: una piccola isola tricolore in un tripudio di stelle e strisce.

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    8 Dicembre 2007

    Il mito del consumatore alto, bello e propenso a spendere

    Qual è il target più ambito dai markettari di tutto il mondo? Notoriamente, i gay: i media continuano ad alimentare il mito che li pittura come «statisticamente più ricchi, sofisticati e spendaccioni» e così si alimenta il circolo vizioso per cui confidando nelle loro raffinate esigenze si alzano i prezzi all’inverosimile ed alla fine si riesce ad intercettare il solo target di omosessuali veramente ricchi e gaudenti, alimentando ulteriormente la credenza popolare ed estromettendo dall’offerta il resto della popolazione gay. Ragionando a mente fredda, viene da domandarsi come si sia potuto creare una correlazione tra identità sessuale e propensione al consumo: tenendo questo passo, presto si sosterrà che è chic andare con i trans se si è sniffatori di cocaina.

    La realtà è sempre più sfaccettata di ciò che le categorie di consumatori create ad hoc dagli istituti di ricerca cercano di fotografare: è già difficile immaginare cluster compatti di consumatori, ma è a dir poco impossibile riuscire a soddisfarne le esigenze con offerte di massa. Ci si prova quotidianamente, con tutti i “distinguo” che i bravi marketer tengono sempre a mente: è bene volgere le asimmetrie informative a proprio favore, è male cercare di imporre ex abrupto delle categorie che poi non trovano riscontro nella realtà quotidiana. Categorie che (ecco un altro mito) sembrerebbero essere superate dalla flessibilità offerta dal Web e che invece vengono solo frammentate in mille rivoli di interessi differenti, poco omogenei, in definitiva non trattabili come insiemi, ma poi riclusterizzati alla meno peggio per seguire le indicazioni della Nielsen.

    Negli scorsi giorni, Massimo Moruzzi ha condotto un’interessante discussione sul suo blog a proposito del profilo “atteso” da chi investe in pubblicità in Rete: siamo tutti così abituati a dire che la Rete è popolata da coltissimi professionisti propensi a spendere (on line e non) che quando scopriamo che a cliccare sulle pubblicità sono le sciure alla ricerca di buoni sconto, ci rimaniamo male. Poi però facciamo un po’ di mente locale e ci rendiamo conto che effettivamente tutti noi abbiamo cliccato almeno una volta su un leaderboard e quell’unica volta era legata al concorso a premi dei Pan di Stelle del Mulino Bianco o del dolcificante. Prodotti che magari non compreremo mai, che non sono minimamente nel nostro target, ma che ci hanno attirato con la loro campagnetta “Clicca qui e vinci un iPod”.

    I consumatori perfetti non esistono. Non esistono perché non siamo in un mercato perfetto, ma nella realtà quotidiana: nessuno si alza la mattina per impiegare le proprie risorse economiche nella maniera più efficiente; tutti si alzano la mattina per cercare di sfruttare le opportunità offerte dal mercato, sperando di essere un pelo più furbi degli altri consumatori ad intravederle (vedi corsa all’acquisto sottocosto negli ipermercati) e più scaltri dei rivenditori (vedi corsa alla vendita sottocosto negli ipermercati). La verità è che tutti gli altri consumatori avranno una sensibilità mediamente pari alla nostra e difficilmente un rivenditore perderà il pallino della propria operazione promozionale: persino MediaWorld è riuscita a recuperare alla grande dalla bizzarra situazione in cui si era posta dopo il Mondiale di Calcio 2006.

    Ci sono professionisti come Luca Lani che di pubblicità in Rete vivono e sicuramente le loro analisi possono suonare positive per chi voglia investire: probabilmente tali professionisti sono abbastanza professionali (!) da illustrare agli investitori pregi e difetti del mercato pubblicitario in Rete. Ci sono poi aziende cresciute troppo velocemente che vogliono fare le furbe, spacciando piattaforme come Facebook e similari come il media pubblicitario del futuro e finendo per vendere a CPM a consumatori teoricamente perfetti. Ovviamente colti, ricchissimi e molto smart. Che però poi passano il tempo a pubblicare foto delle vacanze, mordere virtualmente le proprie connessioni ed ignorare del tutto le campagne in questione. A meno che, ovviamente, non riguardino i Pan di Stelle, i dolcificanti e gli iPod in premio.

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    4 Ottobre 2007

    Alcune lessons learned sul social networking

    Delle piattaforme dedicata al social networking, in questi anni, abbiamo parlato tanto: dai primordi di Orkut (tornato alla ribalta qualche mese fa solo per i problemi con Daniela Cicarelli) all’eterno successo di LinkedIn, dalle cronache giudiziarie su YouTube e Google Video ai miti costruiti su MySpace e dintorni, dalle alterne vicende di Flickr al successo (parzialmente) inaspettato di aNobii. Ogni volta si è arrivati alla più classica delle considerazioni: che ogni piattaforma non è una monade intoccabile, ma un pianeta affogato in un universo in costante crescita. Il successo di ognuna di queste iniziative, d’altronde, è emerso ed esploso grazie all’eco che le informazioni pubblicate in quelle sedi hanno avuto in altre sedi, blog dei membri in primis. Ora è forse venuto il momento di trarre qualche lezione da quanto visto in questo lustro di reti sociali, in termini di design, ergonomia e gestione delle piattaforme e di interazione delle stesse con il resto dell’universo Web: ecco sfornato un bel decalogo, visto che questo tipo di liste piace tanto agli utenti italiani.

    1. Lasciate etichettare correttamente le relazioni tra membri

      Se c’è un problema reale in LinkedIn, consiste nel fatto che tutte le relazioni hanno uguale valore. Se c’è qualcosa che fa star male in MySpace, è che la stragrande maggioranza dei “friends” sono contatti fittizi gestiti da soggetti non meglio identificati o comunque del tutto lontani dal membro in questione. Al contrario, su Flickr, è possibile strutturare il livello di profondità del rapporto in termini più precisi, distinguendo tra “contatto”, “amico”, “familiare”; su aNobii, è possibile tracciare i propri “amici”, ma anche sottoscrivere gli aggiornamenti di sconosciuti dai gusti interessanti, etichettandoli come “vicini”. Nel medio termine, la possibilità di etichettare correttamente le relazioni sarà un asset per le piattaforme che hanno gestito meglio questo aspetto (es. i diritti di accesso alle informazioni differenziati su Flickr).

    2. Non costruite piattaforme troppo rigide

      L’angoscia implicita nel gestire il proprio profilo su FaceBook, deriva dal fatto che la piattaforma lega indissolubilmente la partecipazione ad un network con il possesso di un indirizzo e-mail. Assodato che non potrete mai più entrare tra gli alumni del vostro Ateneo a causa della mancanza di un indirizzo e-mail del relativo dominio, vi verrà voglia di cercare di far parte almeno del network dell’azienda attuale. Nel caso in cui l’azienda in questione non sia già tracciata, dovrete inviare richiesta formale a FaceBook per avviare il relativo network. Alla fine, aderirete sconsolati solo al vostro network nazionale, che di per sé è del tutto inutile (qual è il senso di affermare la propria partecipazione ad un network “Italy”?). Gli utenti, alla lunga, si stancano delle rigidità, specie di quelle che non favoriscono l’integrità collettiva dei dati, ma sembrano pure perversioni dei designer; preferiscono piuttosto la folle anarchia delle pagine di MySpace, tutte diverse l’una dall’altra e tutte totalmente destrutturate (alla faccia dell’accessibilità).

    3. Permettete di condividere i contenuti sui siti di proprietà dei membri

      Ora ci sembra una lezione banale, ma è grazie a questo aspetto che le piattaforme di condivisione di contenuti multimediali sono cresciute ed hanno raggiunto quotazioni incredibili. YouTube è stata la prima a capire questo nuovo paradigma: a costo di sacrificare un po’ di banda in più, è riuscita a piazzare milioni di box col proprio marchio in blog e siti di varia natura. Degli spazi multimediali, in cui proiettare il video richiesto dall’utente e poi suggerire altri contenuti interessanti, pubblicità ed informazioni in continua evoluzione: altro che AdSense, questo sì che può diventare il mezzo pubblicitario del futuro di Google. Nel loro piccolo, anche Flickr ed aNobii stanno creando utili agganci nelle pagine dei propri membri: non male, in un mondo in cui la credibilità viene misurata in termini di link.

    4. Scegliete correttamente il vostro target

      Dev’essere facile, fare il country manager di Studylounge, rispetto a svolgere lo stesso ruolo in FaceBook. Nel primo caso la missione del tuo portale è chiara ed i membri si iscrivono con obiettivi precisi. Nel secondo sei ancora alla ricerca di un’identità (già, anche FaceBook era nato per tracciare le care vecchie informazioni universitarie) ed invidi un po’ il tuo alter ego in LinkedIn che gestisce una comunità di milioni di membri esclusivamente dediti a mappare le proprie relazioni professionali. Poi guardi verso il tuo collega di MySpace e ti domandi dove voglia arrivare: OK inseguire i ragazzini, ma si sa che sono soggetti volubili e l’evoluzione di Orkut insegna. E le comunità di professionisti saranno anche un target interessante, ma ormai sono un po’ troppe (ed i membri si annoiano a mappare ogni volta gli stessi contatti).

    5. Individuate il vostro mercato geografico

      Orkut è un caso di studio anche per quanto riguarda l’evoluzione geografica delle piattaforme dedite al social networking. Si tratta, infatti, di un network ormai popolato quasi esclusivamente da brasiliani: i naviganti del resto del mondo si sono iscritti nel 2004 e poi se ne sono dimenticati. In Brasile, invece, la piattaforma evolve ed accumula credibilità per varie applicazioni, dal dating alla condivisione di contenuti multimediali. Una storia strana, rispetto alle altre piattaforme, solitamente nate negli Stati Uniti e poi evolutesi in maniera uniforme in tutto il Mondo, con rilasci progressivi della propria infrastruttura nella lingua del Paese di volta in volta target. Se avete sogni di gloria, seguite questa strategia; altrimenti, create la vostra bella piattaforma nazionale e concentratevi sul diventare leader in questo mercato ristretto, nella vostra nicchia di riferimento.

    6. Spingete sull’integrazione con altre piattaforme, preservando le vostre peculiarità

      Il concetto di mash-up è alla radice di tutti i fenomeni etichettati come Web 2.0 e dei social network in particolare. Riuscire ad integrare servizi infrastrutturali di rete (es. le applicazioni geografiche di Google) con i contenuti dei propri membri, ma anche con i servizi della concorrenza, riesce a regalare all’utente una sensazione di maggiore affidabilità e completezza. FaceBook ha puntato tutto su questo: con l’ambizione di diventare il “sistema operativo” comune e trasversale alle altre piattaforme dedicate al social networking, ha sviluppato e permesso di sviluppare gadget, tools e widget che, attingendo dalle fonti più svariate, permettono di mappare efficientemente il proprio profilo e le proprie relazioni. Peccato che, in questo senso, FaceBook ha perso ogni peculiarità rispetto ai concorrenti; meglio piattaforme come aNobii che offrono informazioni in più (i libri preferiti ed i desideri d’acquisto) rispetto al solito profilo individuale, integrando eventuali informazioni provenienti dall’esterno (Amazon, ad esempio, in questo caso) in maniera seamless.

    7. Effettuate investimenti adeguati

      Sequoia Capital potrà anche continuare ad investire su LinkedIn (e su altre piattaforme di social networking) milioni di dollari, ma questo farà solo sorgere il dubbio che le nostre piattaforme preferite siano ancora bimbi incapaci di camminare con le proprie gambe. Il problema è che mantenere piattaforme così radicate a livello mondiale costa. E non poco. Basti pensare ai social network basati sulla condivisione di materiale multimediale: lo spazio per storare centinaia di migliaia di video, le infrastrutture per erogarli e la banda per distribuirli sono investimenti non banali. E se finito lo startup avete eternamente bisogno di venture capital, vuol dire che il vostro modello di business ha ancora qualche problema…

    8. Permettete livelli di aggregazione diversi tra i membri

      Il successo dei forum di Flickr ha dimostrato la positività di un modello che, accanto alle sottoscrizioni individuali, permette anche l’aggregazione di gruppi spontanei ed ai gruppi stessi propone strumenti per favorire la condivisione delle proprie passioni. FaceBook permette la creazione di gruppi più o meno destrutturati, accanto agli ufficialissimi network, offrendo strumenti di collaborazione diversi. LinkedIn permette di mettere delle simpatiche etichette sui propri profili che rappresentino l’appartenenza a Gruppi ma, di fatto, non offre particolare supporto a queste comunità. In fin dei conti, il caro vecchio forum sembra ancora lo strumento più adeguato a supportare gruppi e sub-network: l’importante è che sia ben integrato nella piattaforma.

    9. Supportate i vostri Clienti (o Fornitori)

      Sarà anche divertente leggere i profili dei vostri membri o scorrerne il video, ma ricordate che, li intendiate come clienti o come fornitori, dovete essere pronti a supportarli nella loro attività quotidiana. Le piattaforme di social networking, sino ad ora, hanno mostrato zero supporto: qualche form per richiedere assistenza, qualche e-mail automatica di ritorno, poi niente più. Unica eccezione positiva, aNobii: complice probabilmente la sua dimensione ancora ridotta, questa piattaforma non solo raccoglie il feedback degli utenti su ogni item (per la serie “migliorate le informazioni insieme a noi”), ma gestisce rapidamente anche le richieste di censimento di nuove opere e soprattutto risponde con serietà a chi segnala bug, risolvendoli quasi in real time. Gli altri, purtroppo, sono molto ma molto più indietro.

    10. Facilitate la comunicazione tra i membri

      L’aspetto positivo delle regole iniziali di LinkedIn consisteva nella protezione dallo spam: la richiesta di essere riconosciuti come contatto di un membro già iscritto doveva necessariamente passare per la conoscenza del suo indirizzo e-mail, la possibilità di ricevere un messaggio era legata alla presenza di conoscenze intermedie in comune. L’aspetto negativo di queste regole era l’irraggiungibilità di contatti persi da tempo, tipico output positivo di questo tipo di piattaforme. Ora il modello di LinkedIn è decisamente cambiato: basta dichiarare di essere un ex-collega di un altro membro, per inoltrargli richiesta di connessione. Questo però ha fatto scemare l’importanza degli altri strumenti di contatto, compreso il contatto tra membri mediati da una conoscenza comune. Una vicenda che simboleggia il comportamento di molte altre piattaforme: pongono regole rigide iniziali e poi le allentano nel tempo. Attenzione, però, a bilanciare quotidianamente vincoli sciocchi e protezione dallo spam.

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    17 Marzo 2005

    Giornalisti indiscreti mettono il dito nella piaga

    Tra le reazioni al Rapporto Casaleggio sul social networking tipico della blogosfera, quelle contenute nell’articolo di Nicoletti e nei relativi commenti allo stesso sono sicuramente tra i più accesi: il Rapporto ri - canta la “solita verità” di pochi hub molto interconnessi come nucleo del mondo - blog italiano, commenti ed articoli buttano il Rapporto stesso nell’Arena quotidiana, eleggendolo a strumento di lotta di classe. O poco ci manca.

    Che l’élite della blogosfera sia per definizione settaria non è una grossa scoperta: lo era già svariati anni fa negli Stati Uniti, lo sta diventando ora in Europa ed ancor più in Italia, dove lo sviluppo dei blog passa per l’egocentrismo tipico di noialtri. Coltivare il proprio orticello virtuale diventa una missione di vita per chi “famoso” nel mondo “terreno” non lo diventerà mai, eppure non chiede altro dalla vita che ottenere rispetto ed onore dai pari. Costruire un giardino confinante con tanti altri fa sì che un giorno un vicino virtuale - vip si accorga di te e ti proietti sul palco di un talk show od in una raccolta di poesie scritte da blogger.

    Stressante, la vita del blogger che ambisce, ambisce, ambisce. Di colui che, come nota Nicoletti, del blog fa la propria arma per le piccole e grandi lotte quotidiane, ma soprattutto per proiettare un’ombra gigante del proprio sé. Non ha così torto, il buon giornalista, a chiudere ironicamente il suo articolo definendosi «un cialtrone», sottolineando come lui scriva solo «per denaro e su commissione». I blogger “duri e puri” sembrerebbero invece farlo solo per passione, spinti da impegno civile e buona volontà: nella realtà, molti lo fanno per coccolare il proprio ego col numero dei commenti ricevuti.

    Tra Nicoletti e le voci arrabbiate della blogosfera, si fa fatica a prendere posizione. Gli estremi non aiutano: eppure, con la sua posizione fin troppo critica, Nicoletti è riuscito a tratteggiare i punti dolenti della Rete italiana. “Qualità” come l’assoluto egocentrismo di molti suoi membri, il senso (melo)drammatico del leggere la propria vita come un’interessantìssssima avventura di cui rendere partecipi il mondo, la scarsa vena (realmente) rivoluzionaria, strappano uno sbadiglio più che un applauso.

    Di eccezioni positive ce ne sono molte, sia nei blog di tipo “personale” (i Maestrini, ad esempio) che in quelli più “professionali” (non si può non citare [mini]marketing): ma la fuffa la fa da padrona, alternata con momenti di onirica profondità che, nel complesso, risultano stucchevoli. Altro che “perdersi nei link”, comunque: al terzo blog personale, si cade davanti al monitor colpiti da un’irreversibile catalessi ed i commenti li scrive la testa che cade sulla tastiera.

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    4 Marzo 2005

    LinkedIn, il Monster del futuro?

    Il logo di LinkedInLa ricerca di lavoro (e soprattutto la ricerca di nuovi collaboratori) tramite programmi di social network è qualcosa che è insito nel concetto stesso e nella realizzazione tecnica del concetto: LinkedIn, tuttavia, ha appena fatto fare un salto di qualità al suo prodotto.

    [Continua…]

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