Software e hardware

Vecchie e nuove applicazioni, storie dal mondo dell’informatica

24 gennaio 2012

Basta con le messe tecnologiche

Quando qualche mese fa Andrea Beggi commentava la malcurata presentazione di Android Ice Cream Sandwich e Galaxy Nexus, suggeriva l’efficacia della demo di Siri di Scott Forstall come buon esempio di presentazione ben curata a priori e ben gestita durante. Che Apple abbia fatto scuola nella presentazione delle novità è un dato di fatto, ma come aveva notato Andrea in quell’occasione, non basta dichiararsi “excited” a spron battuto per conquistare la platea dal vivo e chi segue in streaming dall’altra parte del mondo.

I concorrenti di Steve Jobs infatti non ne possiedono né il carisma (e passi), né la capacità di comunicare in maniera convincente le proprie idee innovative; in alcuni casi sorge il dubbio che sia anche sfiducia nei confronti del prodotto, in cui non credono davvero. Al Consumer Electonics Show di Las Vegas, negli scorsi giorni, pare che di keynote e piccoli grandi eventi analoghi ce ne siano stati diversi, ma è difficile leggere commenti entusiastici da parte degli astanti. Nemmeno i giornalisti son sembrati molto esaltati.

La formula del keynote come messa tecnologica è logora e non è solo colpa della scomparsa di Jobs, visto che come detto sopra comunque i suoi discepoli hanno internalizzato la lezione e cercano di dare continuità al “credo” Apple, che sull’attesa entusiasta degli eventi ha costruito il suo appeal negli scorsi anni. Eventi proprietari, lontani dalla logica di eventi come il suddetto CES, che si stanno avviando sempre più verso un futuro incerto, nonostante al contrario l’attenzione di massa per l’hi-tech sia in costante crescita.

Per capire quanto sia necessario un nuovo stile di comunicazione delle novità tecnologiche basti guardare l’atteggiamento di Steve Ballmer all’inaugurazione dell’evento di Las Vegas. È vero che da una parte doveva presentare le novità Microsoft e dall’altro tutti sapevano si trattasse dell’ultima partecipazione dell’azienda all’evento, ma se è possibile è stato ancora meno convincente del solito. Eppure stavolta i prodotti (tra cui Windows 8 ) da comunicare li aveva… Son proprio lo stile e il formato che non vanno più bene.

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8 novembre 2011

Caro studente di Marketing…

Ti sembrerà strano, ma c’è stato un tempo in cui Microsoft era un’azienda “cool”. I suoi prodotti sembravano terribilmente innovativi, così user friendly e ben pubblicizzati, altro che quelli delle cariatidi tipo IBM, che prosperavano su interfacce che oggi troveresti terribili. L’azienda stessa veniva presentata come il posto migliore del mondo in cui lavorare, studenti di marketing come te e giovani ingegneri informatici facevano carte false pur di avere anche solo uno stage a Seattle.

Poi a un certo punto Microsoft era diventata troppo grossa, arrogante: il Web iniziava a diventare strumento di lavoro ancora più prezioso di Office e compagnia, per non parlare delle possibilità di intrattenimento infinito. A un certo punto un’azienda di estrazione universitaria, chiamata Google, era riuscita a conquistare tutti per la semplicità dei suoi prodotti. Anzi: del suo prodotto, il motore di ricerca più potente del mondo, ma con l’interfaccia utente più semplice dell’universo.

Google in pochi anni era cresciuta così bene da diventare il nuovo paradiso lavorativo dei giovani di tutto il mondo e i suoi prodotti riuscivano a sembrare semplici anche quando nascondevano capacità tecnologiche impensabili fino al giorno prima. Il Marketing funzionava così bene da divenire invisibile: altro che le campagne pubblicitarie miliardarie di quei fanfaroni di Microsoft, lo stile di Google era così riconoscibile e affascinante da ispirare un’intera generazione di designer.

Come dici? Ti viene da ridere pensando a Google Wave o a Google Knol? Comprensibile, un po’ tutto il mondo è perplesso, pensando a quanto possa essere irrazionale la scelta di appesantire Gmail con Google Buzz (e poi ucciderlo) o tarpare le ali a Google Reader per provare a portare traffico su Google Plus, scommessa social dal destino un po’ infelice. Google sembra ormai un gigante irrazionale e incattivito: pensa che sui libri troverai ancora il loro slogan “Don’t be evil”.

Ora adori Apple, sei circondato da dispositivi con la mela sopra e pensi che loro siano davvero bravi a comunicare i loro prodotti disegnati bene e dallo stile inconfondibile. Pensi che Microsoft sia un’azienda senza futuro e Google il mostro cattivo del Web. Non vedi l’ora di andare a lavorare a Cupertino e sei sicuro che Apple conosca davvero il futuro e sarà l’azienda definitivamente più stilosa della storia; fai attenzione, perché i miti passano, soprattutto quelli tecnologici.

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31 ottobre 2011

Le nuove facce del digital divide

Qualche anno fa si parlava spesso di digital divide nelle zone più povere del mondo: i PC tardavano ad arrivare e in alcuni casi anche le telecomunicazioni erano difficili, se non impossibili. La rapida diffusione dei cellulari ha fatto letteralmente balzare in avanti intere economie locali: in molti casi sono stati “saltati” interi passaggi di digitalizzazione e il mobile è stata l’arma vincente.

L’attenzione sul digital divide si è così nel tempo spostata nuovamente sul mondo Occidentale, ove la crisi ormai costante sta facendo lievitare il coefficiente di Gini nei redditi di diversi Paesi. Qui ormai i cellulari da soli non bastano a muovere l’economia: sono smartphone e tablet probabilmente i tools più utili per poter contribuire a sostenere lo sviluppo economico. O a seguirlo.

In effetti non è chiarissimo il meccanismo: questi devices stanno contribuendo a sostenere i (pochi) settori economici ancora vivi o semplicemente la loro adozione è una conseguenza del livello di benessere necessario per comprarli? Al di là della moda imperante, quanti di coloro che hanno i mezzi per prenderli e mantenerli poi li utilizzano davvero sfruttandone l’enorme potenziale?

Una ricerca di Common Sense Media pubblicata negli scorsi giorni mostra come la correlazione tra benessere economico e adozione di media innovativi si ripercuota in ambito familiare: i bambini occidentali sono sempre più propensi all’utilizzo di smartphone e tablet rispetto ai media tradizionali, ma con tutta evidenza solo quelli più benestanti possono utilizzarli con continuità.

Questa prospettiva del digital divide è piuttosto inquietante: nel momento in cui la differenza tra ceti si evidenzia in così tenera età, sembra di tornare ai tempi in cui la differenza tra figli di analfabeti e scolari delle scuole private sembrava (e probabilmente era) incolmabile. La scuola pubblica aveva aiutato l’Occidente a superare questo iato, ma cosa potrà intervenire ora?

Sembra che in India si punterà proprio su tablet low cost, chiamato Aakash, per evitare di cadere in questa brutta frattura tra bimbi ricchi e poveri, in modo che il digital divide non nasca nemmeno o quantomeno non sia legato alla dotazione hardware. Ci sono molti altri elementi utili per eguagliare i destini economici di famiglie diverse, ma questo è un modo decisamente moderno.

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13 giugno 2011

La fine ingloriosa del BlackBerry

Basterebbe tornare con la mente ad appena un paio di anni fa, quando i vari modelli di BlackBerry, da quelli più tradizionali ai primi modelli con touchscreen, rappresentavano ancora un must have per Manager di varia levatura, anche e soprattutto quelli più importanti. Una posizione che si era consolidata negli anni e che per anni ha reso RIM invincibile sul target professionale.

Poi piano piano sulle scrivanie dei C-level è iniziato ad apparire l'iPhone. Proprio nei mesi in cui BlackBerry iniziava a inseguire il mass market, perdeva i suoi testimoni più prestigiosi e giù a scendere, se non altro per spirito di emulazione, anche qualsivoglia attrazione nei confronti del middle Management. Una carneficina visibile di mese in mese, di cambio in cambio di terminale.

Oggi gli stoici utilizzatori professionali del BlackBerry son sempre meno. Vengono quasi scherniti dai colleghi passati all'iPhone e da quelli che sentendosi più geek hanno scelto i palmari di fascia alta basati su Android. È più facile vedere dei BlackBerry in mano agli adolescenti in metropolitana, utilizzati soprattutto come spara-SMS. L'ultima campagna TV sembra cercare quest'utenza.

Se qualche anno fa, quando Research in Motion era semi-monopolista nel mondo degli smartphone soprattutto negli Stati Uniti, fosse stata comprata da Microsoft, avremmo visto crescere un mostro importante, capace di sbranare il mondo a furia di e-mail e notifiche. Invece entrambe le aziende hanno scelto strade oblique, soprattutto Microsoft interessata a raccogliere i cocci di Nokia.

Dal punto di vista finanziario, RIM è una società che lascia sempre più perplessi gli investitori, che hanno chiesto interventi drastici al/sul Management. È stata una scommessa giocata al rialzo che un giorno si è sgonfiata, distrutta dalla perdurante arretratezza dei suoi software e dal fascino del design di Cupertino: quelli tra noi con ancora in mano un BlackBerry ormai guardano altrove.

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2 maggio 2011

In Rete bisogna scegliere i partner giusti

Una decina di giorni fa, la nostra attenzione era tutta dedicata al crollo dei servizi in cloud computing di Amazon, colpevole di aver fatto scomparire per diverse ore la stragrande maggioranza delle Internet startup più amate. Pochi giorni dopo è stato il turno dell’accoppiata Playstation Network/Qriocity, le due reti Sony colpite da attacchi feroci da parte di ladri di informazioni senza troppi scrupoli: molti hanno visto la propria carta di credito tremare.

L’ultima ondata di indignazione è invece stata tutta italiana e ha riguardato Aruba, colpevole di aver sottovalutato più la portata comunicativa che gli effettivi danni (pressoché nulli) ai dati contenuti nella server farm incendiata. In tutti e tre i casi, l’ondata di pentimento collettivo ha riguardato l’essersi affidati a servizi remoti, senza possibilità di controllo da parte di utenti finali e aziende clienti, con il retrogusto amaro di averne sopravvalutato l’affidabilità.

Nonostante molti di noi, indossato il cappellino del consulente, incitino gli interlocutori a migrare servizi e applicazioni tra le nuvole, rimane una grande diffidenza nei confronti di chi gestisce le infrastrutture, con sforzi in avanti irrazionali guidati da leve non del tutto corrette come quella del prezzo. Per intenderci: va bene far ospitare il proprio sito a 20€ l’anno, ma poi non è serio aspettare un piccolo grande blackout per pentirsi di un uso professionale.

Il vantaggio di avere un sistema evoluto di posta elettronica come Gmail (e il relativo storage) sempre disponibili da qualsiasi terminale ormai lo abbiamo compreso; dobbiamo tutti fare uno shift culturale nell’applicare gli stessi criteri di selezione dei propri partner anche sulle altre applicazioni remote che abbiamo iniziato/inizieremo progressivamente a utilizzare. Probabilmente l’era del free a tutti i costi è finita, almeno per uso professionale.

Dall’altro lato, la vicenda Sony non deve farci cadere nel pessimismo cosmico del “se anche i grandi si fanno rubare le anagrafiche, allora non compro più nulla online”: i furti continueranno a esistere, è un atteggiamento più maturo cautelarsi per tempo (leggi: carte di credito con coperture assicurative) piuttosto che tornare anche indietro anche da questo punto di vista. Al contrario, continuiamo a sostenere chi propone innovazione, è meglio per tutti.

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13 febbraio 2011

Altro che Nokia: la sfida è sempre tra Microsoft, Google e Apple

Tutti giù a dare contro Nokia e la sua scelta, da molti ritenuta suicida, di scegliere Windows Phone come sistema operativo per i propri smartphone. La scelta è sicuramente discutibile, anche se probabilmente obbligata: la fine ingloriosa di Symbian e l’incapacità di investire seriamente su MeeGo richiedeva di puntare sull’unica piattaforma vagamente alternativa all’ormai onnipresente Android.

La faccenda poteva essere gestita meglio, almeno a livello di comunicazione: molti altri aspetti del nuovo piano strategico di Nokia sono passati in secondo piano, compresa la dichiarazione di volersi posizionare come fornitore principale del prossimo miliardo di futuri utilizzatori di cellulari. Potrebbe un giorno risultare una scelta valida puntare sui volumi piuttosto che su terminali di fascia alta.

Il lato osuro è che Nokia sia uscita dalla vicenda come l’ennesima pedina in mano a Microsoft in un’arena molto più ampia, quella del personal computing, in cui proprio Google è il competitor più agguerrito. Microsoft continua a tessere la sua tela, che include attori come la moribonda Yahoo! e la promettente Facebook; Google impone direttamente il suo marchio, con qualche partner hardware.

Il terzo incomodo è Apple, che rispetto all’approccio mass market di Microsoft e all’approccio geek-friendly di Google punta speditamente su un pubblico di alta gamma. E macina utili, lei sì senza partner né hardware né software, mostrando agli altri due player che non c’è bisogno di organizzare ogni volta un’armata brancaleone per mostrare al mondo il proprio predominio sul mondo dell’high tech.

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31 dicembre 2010

Ciò che rimarrà impresso del 2010

Puntuale come il Capodanno, anche quest’anno .commEurope ammorba i lettori con le considerazioni di fine anno. Auguri ai lettori per un sereno 2011, sperando che si consolidino i barlumi di ottimismo visti nel 2010.

Trend principale dell’anno: Mobile Internet

Non è per scrivere “si era detto qui“, ma in effetti il 2010 è stato davvero l’anno del Mobile Internet per le masse. Unico punto degno di nota: rispetto alla classica navigazione via browser tipica dei PC, Internet sugli smartphone ha assunto soprattutto il volto delle apps. Non solo iPhone: Android sta facendo passi da gigante da tanti punti di vista, mentre languono sempre più RIM, Microsoft e persino Nokia.

Oggetto dell’anno: Apple iPad

Fortemente collegato al punto precedente, il tablet di Apple ha costituito il ponte storicamente mancante tra PC e cellulari: ciò che non erano riusciti a fare i pesantissimi notebook negli scorsi decenni, ha potuto un oggetto costoso, ma semplicissimo da utilizzare. Sul mass market hanno tenuto duro i netbook: magari non ne sono stati venduti più tanti come gli anni scorsi, ma ormai è chiaro che notebook = PC fisso.

Delusione dell’anno: gli e-book reader

Pare che nell’ultimo Natale siano stati regalati soprattutto lettori Blu-Ray ed e-book reader. Tuttavia, se la prima tecnologia ha ormai superato l’estenuante guerra dei formati, la seconda è preda di un delirio mai visto: non è questione di hardware (l’iPad di cui sopra e l’Amazon Kindle potranno far bene in futuro), ma proprio di software e formati. Una situazione imbarazzante, che non aiuta l’editoria in forte crisi.

Piattaforma dell’anno: 2Spaghi

Se ne parlava qualche mese fa quando ancora la piattaforma era un divertissement per geek in trasferta. Negli ultimi mesi 2Spaghi ha avuto una bella crescita e ha iniziato a investire correttamente sul mobile. Come notava Alberto D’Ottavi negli scorsi giorni, finalmente anche in Italia c’è una case history Internattara interessante da narrare agli scettici. Partita nel 2006 e con grandi aspettative per il 2011 e non solo.

Azienda dell’anno: BP

L’azienda di cui si è parlato (male) di più nel corso del 2010 è stata, ovviamente, BP. Il disastro ambientale che ha provocato sulle coste del continente americano rimarrà nei libri universitari di diverse facoltà: non solo ingegneria ambientale o biologia o chimica, ma anche comunicazione, marketing, giornalismo. Una storia che ci ha insegnato molto, ma da cui sembra molti non vogliano imparare abbastanza.

Personaggio dell’anno: Julian Assange

Sebbene molti di noi potrebbero ricevere un maggiore impatto sulla propria vita da parte della vicenda di Paola Caruso più che dal vociferare planetario su Mark Zuckerberg o dalle rivelazioni di Julian Assange, è probabilmente quest’ultimo che rimarrà nelle nostre memorie come outsider dell’anno. Gli impatti della sua attività sul mondo reale sono ancora agli inizi: speriamo siano positivi, non destabilizzanti.

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17 ottobre 2010

Dalla mafia al mandolino

Verso fine settembre, un fantomatico Osservatorio Antiplagio scova tra le novità dell’App Store per iPhone e iPod un’applicazione chiamata What Country e comunica alle principali agenzie (l’Ansa ci casca subito) di aver chiesto al Ministero del Turismo italiano di intervenire per proteggere l’immagine dell’Italia, presentata come terra di “Pizza, Mafia, Pasta, Scooters”.

I media italiani si lanciano in filippiche contro Apple, accusata di maltrattare il Paese nonostante il grande affetto che di solito i suoi prodotti ricevono da queste parti. Michela Vittoria Brambilla dichiara che coinvolgerà l’Avvocatura dello Stato contro un simile scempio, preannunciando una battaglia a tutto campo per raggiungere un obiettivo così importante.

Il confronto tra la presentazione di 'What Country' prima e dopo l'intevento del Ministero del Turismo

Passano un paio di settimane e la notizia torna a galla, visto che l’applicazione è stata parzialmente cambiata. Il Ministro del Turismo inizia a girare tutte le principali trasmissioni televisive per decantare il suo successo, i telegiornali declamano la sconfitta di Apple e il trionfo del mandolino, che ora appare negli screenshot di presentazione insieme a un’Ape Piaggio.

Negli stessi giorni in cui l’Italia appare nel mondo come la Patria della cronaca nera a causa delle storie impressionanti che si succedono (ma non è una novità), ci illudiamo che le cose possano migliorare eliminano un piccolo software da un catalogo che ne contiene milioni. Farebbe quasi tenerezza, se l’attenzione riservata a questo caso non ci ricoprisse di ridicolo.

Gli eavy users dei social network si interrogano sul perché Apple non presenti una (giustificatissima) querela, visto che è stata tirata in ballo a più non posso. Gli unici a gongolare stanno in Bielorussia e sono quelli di Apalon, che producono l’app e come al solito (vedi il clamore sull’applicazione anti-Nazi) riescono a farsi pubblicità gratis, puntando sulla stupidità altrui.

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30 maggio 2010

Wireless, ma non troppo

In questi giorni di eccitazione collettiva per l’iPad, gli Apple-maniaci si precipitano ad esaltare la capacità del nuovo terminale di abilitare nuovi modelli di comunicazione interpersonale in mobilità, spaziando dalle attività più ludiche al lavoro intenso dei professional, che finalmente hanno uno strumento di dimensioni sensate su cui lavorare rispetto agli schermi ed alle tastiere degli Smartphone che pur negli scorsi anni avevano contribuito a definire un nuovo paradigma di collaborazione a distanza.

Nulla di particolarmente diverso dagli UmPC già disponibili sul mercato negli scorsi anni, a dire il vero: l’iPad è costoso per un uso amatoriale, ma rispetto ai modelli meglio disegnati degli ultimi anni (un nome su tutti: HTC Shift) ha un prezzo relativamente più accessibile e soprattutto una migliore integrazione con le tecnologie dominanti del futuro, cloud computing in particolare. Il design fortemente wireless-centrico tipico della produzione Apple degli ultimi anni trova infatti nell’iPad il suo trionfo definitivo.

Come la maggior parte degli UmPC, Tablet PC e Smartphone evoluti visti sul mercato negli ultimi anni, tuttavia, l’iPad si scontra con un brutto crollo della batteria dopo poche ore di utilizzo intensivo: proprio le connessioni dati, quella UMTS in particolare, sono artefici di un consumo esasperato di energia; gli schermi, sempre più larghi e luminosi, fanno il resto. Si fa fatica a fidarsi di terminali potenti, ma troppo in balìa del litio per essere strumenti di lavoro affidabili su base continuativa.

Sono un po’ di anni che si discute della cosiddetta “wire-free power”, l’alimentazione a distanza, senza troppi risultati: i prodotti oggi disponibili sul mercato al massimo consentono di risparmiare qualche filo mettendo cellulari e altri gadget tecnologici su piastre caricatrici. Si tratta dello scoglio più grande che questi terminali (e poi a salire quelli energeticamente più impegnativi, quali i notebook) dovranno affrontare nei prossimi anni, per realizzare finalmente il sogno di un lavoro veramente wireless.

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17 gennaio 2010

Il futuro ha il touchscreen

Qualche settimana fa, Vittorio Zambardino stava sperimentando l’Amazon Kindle quando si rese conto di continuare a tastarne lo schermo in attesa di feedback, senza risultato. L’oggettino modaiolo infatti non è dotato di touchscreen e questo è sicuramente un grosso neo per il reader, il cui successo continua in queste settimane nonostante gli oggettivi limiti hardware e software che lo accompagnano sin dal rilascio delle prime versioni.

L’esperienza di Zambardino l’hanno vissuta molti di noi passando dai cellulari tradizionali ai palmari come iPhone e BlackBerry Storm, dai PC tradizionali ai nuovi notebook che puntano sul multitouch nativo di Windows 7, o magari adottando un UMPC come strumento di lavoro in mobilità. Una volta fatto uno o più di questi salti (molti di noi li hanno fatti tutti e tre), è difficile tornare indietro e non iniziare a toccare qualsiasi schermo.

In queste settimane, tutti i gossip a proposito del (presunto) e-book reader/tablet di Apple vertono sulle caratteristiche hardware e tra questi la maggior parte si concentra nell’immaginare una versione “gigante” dell’iPod Touch, la cui caratteristica principale è appunto l’interazione via touchscreen. Un aspetto interessante, visto che al contrario l’Amazon Kindle concentra la propria interazione con l’utente su una classica tastiera QWERTY.

Il futuro ha il touchscreen per tutti noi. Perché è una modalità di interazione comoda, efficiente ed efficace per la navigazione tra informazioni, pagine Web e dati memorizzati sui terminali. Rimane ancora piuttosto scomodo per scrivere, visto che né il riconoscimento della scrittura né le tastiere virtuali riescono ancora a garantire una velocità di digitazione adeguata: sicuramente la ricerca e sviluppo delle più importanti software house lavorerà su questo.

Indipendentemente dal fatto che Apple lancerà o meno un nuovo terminale, la strada è segnata. La HCI del futuro passerà dal touchscreen e questo rappresenterà un passo avanti significativo nei mondi contigui dell’informatica e della telematica. Sarà sicuramente una svolta per il modo di comunicare, di interagire tra le informazioni e con le persone. Sperando che, spinti dall’abitudine, non si inizi anche a tastarci l’un l’altro.

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