4 Settembre 2007

Fring, il software di cui (e col quale) parleremo molto

Negli ultimi anni, il concetto di “navigare col cellulare” si è progressivamente auto-legittimato, conquistando un’attenzione sensibile non solo da parte degli utenti business (pubblico elettivo di tutte le nuove tecnologie e di quelle a supporto della produttività individuale in particolare). Il simbolo di questa successiva trasformazione del nostro modo di essere sempre on line è sicuramente stato Opera Mini, il browser in miniatura di Opera che, pur essendo gratuito, ha da sempre mostrato potenzialità decisamente interessanti rispetto ai programmi pre-installati a bordo dei terminali, anche di quelli più prestigiosi.

Fring a Friend!Una nuova rivoluzione è ora alle porte e in parte già avviata dagli utilizzatori più smart dei cellulari, quelli che non accettano supinamente gli improbabili costi della messaggistica ufficiale (15 cents di Euro ogni 160 caratteri, sigh) e soprattutto delle telefonate internazionali. Lo stesso motivo che aveva decretato il successo di Skype e dei suoi gemelli è infatti alla base del successo crescente di fring, il client VoIP per mobile che sta spopolando in particolare tra i numerosi utilizzatori di Nokia con Symbian a bordo. Chi non ricorda i commenti trionfali di Suzuki Maruti di qualche mese fa?

Le mille possibilità di comunicazione attraverso fringFring non può non piacere: interfaccia semplice, interazione seamless tra operazioni di uso quotidiano (MSN Messenger, Twitter, ICQ e mille altre attività con le quali ci dilettiamo abitualmente via PC) e sistema operativo, con ampio e crescente controllo della connettività, sempre nell’ottica del risparmio: il software cerca automaticamente la connessione meno costosa (tipicamente wi-fi) e gestisce l’auto-roaming con le reti tradizionali, garantendo una buona qualità soprattutto nelle conversazioni tra fringsters.

L’unico dubbio che turba un po’ gli utenti, al momento, non riguarda le caratteristiche tecniche ma il modello di business dello strumento, domanda incubo per chiunque abbia visto le più promettenti dot-com di inizio secolo collassare sotto i debiti. La nota di merito va invece alla presenza di fring in Italia, curata da Hagakure ed in particolare al lavoro di Federica Dardi, che con abnegazione e professionalità sta sostenendo la diffusione del buon software anche nel nostro Paese. Prossimo passo atteso: il sito di fring in più lingue, italiano in primis, per far avvicinare allo strumento anche persone meno sensibili agli aspetti tecnologici ma comunque amanti di telefonia cellulare e dintorni (leggi: il 95% degli italiani).

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    29 Giugno 2007

    Safari per Windows: era meglio evitare?

    Che i prodotti Apple siano chic, ben disegnati e ambìti non è un’opinione: è un fatto condiviso. Poco da dire sull’hardware: molte innovazioni Apple, si sa, sono diventati standard di mercato. La novità degli ultimi anni, però, è il sempre maggiore impegno in ambito sviluppo software: anche in questo campo i designer hanno fatto per la maggior parte dei casi un buon lavoro ed i programmatori hanno lavorato bene nel rendere ampiamente funzionale quelli che non dovevano essere solo sterili esercizi di ergonomia. Basti pensare ad iTunes: un software discreto, che nel tempo si è affermato non solo come client per la piattaforma di commercio elettronico Apple, ma anche come ottimo player di file multimediali.

    Persino i Linuxisti più smart, da quando la Apple ha ricostruito il suo sistema operativo grazie ad un ampio uso dei sistemi open source, hanno iniziato a propagandarne l’uso come alternativa linuxiana (ma decisamente user friendly) al “solito” Microsoft Windows. Inutile ricordare l’ampio uso che dei sistemi in questione si fa in ambito professionale: grafici, pubblicitari ed esperti di desktop publishing sembrano non conoscere altra piattaforma su cui far girare i loro impegnativi (in termini di risorse necessarie) strumenti di lavoro. Superfluo anche ricordare l’attesa spasmodica legata al lancio dell’iPhone di questi giorni, negli Stati Uniti: esiste gente che vuole investire 500 dollari ed impegnarsi in un contratto biennale pur di non farsi mancare il (presunto) gioiellino.

    Tutto è bello e con l’effetto aqua, in casa Apple. Tranne un piccolo, apparentemente di secondo piano, software che Steve Jobs, alle prese con le attese dei mercati di nuovi prodotti a ritmo insistente, ha dovuto annunciare al mondo nel suo ultimo intervento pubblico. Si tratta di Safari, che dopo qualche anno di presenza nei sistemi operativi Apple, è stato lanciato come browser alternativo anche per Windows Vista ed i suoi antenati. Tutti, inutile negarlo, siamo corsi a scaricarlo: per quanto in beta, un software giunto alla versione 3.0 dovrebbe essere abbastanza stabile da essere utilizzabile anche nelle situazioni d’uso quotidiane. Ed invece no.

    Safari per Windows funziona poco e male. Anzi, ad essere corretti, spesso non funziona affatto: la maggior parte dei tentativi di navigazione, infatti, si conclude con un laconico

    «Safari is missing important resources and should be reinstalled»,

    tipico messaggio stupidamente non risolutivo, della famiglia di quelli che i Macintosh-friends da sempre rinfacciano ai prodotti di casa Microsoft. C’è da dire che nel mercato dei browser, sin dai tempi della guerra Netscape Communicator 4 - Internet Explorer 4 (quanti ricordi), vince chi innova: non meraviglia perciò che Safari ed Internet Explorer 7 vengano scaricati a più non posso e siano perciò in ascesa rispetto allo stantio Firefox, da cui hanno preso e migliorato molte delle idee che negli scorsi anni ne avevano fatto un browser molto utilizzato soprattutto tra le fasce più raffinate di utenti.

    Ciò che non si capisce della vicenda, però, è il perché la Apple si sia voluta far del male immettendo sul mercato un prodotto del tutto immaturo: che la guerra dei browser sia vitale per il futuro della comunicazione multimediale è un dato di fatto, ma è pur vero che proprio per questo non è il caso di fare figuracce. In casa Apple, ad esempio, hanno puntato molto su vantaggi del tipo “maggiore velocità di rendering delle pagine”: ma sono veramente questi i benefit attesi da chi utilizza normalmente il Web? Non era forse meglio puntare solo sullo sviluppo di browser solo per il mobile, settore in cui solo Opera, con la sua edizione Mini, è riuscita a creare uno standard? Per ora aspettiamo la prossima release ufficiale, prevista per l’autunno: a quel punto, però, speriamo che la strategia sullo sviluppo dei browser di casa Apple sia meno financial-markets-driven e più consumer-market-driven.

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    23 Aprile 2007

    La tecnologia come status, tra Euro e Dollari

    L’urlo disperato di Leander Kahney, l’autore di Wired specializzato nel mondo Apple, suona strano alle orecchie degli europei: vedere un pur brillante giornalista lamentarsi per la perdita di “geekitudine” della sua marca preferita fa nascere qualche sospetto sulla capacità di distinguere passione e professionalità, status e tecnologia. In questo, Kahney è un po’ interprete di molti altri macintoshiani della prima e della seconda ora: non di quelli attuali, che ormai vedono la mela morsicata con occhio diverso e fanno appunto arrabbiare i primi. Da un lato i duri e puri del mouse ad un tasto, contrapposti agli acquirenti dei nuovi prodotti, molto più pragmatici e semmai coscientemente modaioli.

    Quei ragazzini che Kahney critica tanto, sono stati la salvezza della Apple: l’aver perso la label “Computers” nel nome è stato non solo l’ultimo passo della rivoluzione intelligente di Steve Jobs, quanto il primo di una nuova azienda che opera in un nuovo mercato. Informatica ed elettronica di consumo, di fatto, convergono sempre più e questo sta cambiando il nostro modo di vivere entrambi i mondi: un approccio più soft verso il mondo dei computer va ad unirsi con una maggiore predisposizione a gestire il cambiamento tecnologico a proprio favore. Per la prima volta non è tanto il potersi permettere un Mac da migliaia di dollari ad attribuire uno status, quanto l’assaporare il pezzettino mancante della mela.

    L’unico problemino, per noi europei, è che le politiche commerciali di Apple prima e dei suoi competitor poi, stanno facendo lievitare sensibilmente i prezzi anche per gli oggetti meno impegnativi. La stessa diffusione dei famigerati iPod in Europa, di fatto, potrebbe essere sensibilmente maggiore qualora i prezzi al consumo seguissero l’andamento del cambio Euro/Dollaro, piuttosto che essere partoriti a tavolino da chi sa che la domanda è rigida, ma non stima il mercato europeo come sufficientemente ampio per rischiare di più. Questo, in un circolo vizioso, non fa che acuire il divario tra le varie anime del nuovo mercato: troppo distanti, ancora, per potersi avvicinare.

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    18 Febbraio 2007

    Altro che walled gardens…

    Una ventina di anni fa, “essere connessi” in Europa voleva dire attingere alle risorse messe a disposizione dai nodi delle BBS attraverso FidoNet e similari; negli Stati Uniti, invece, la “Rete” era soprattutto quella dei servizi di CompuServe prima e di AOL poi. Il modello era intrinsecamente diverso: accedere alle BBS voleva dire interrogare piattaforme magari con servizi minimi e specializzatissimi, eppure solitamente indipendenti e gratuiti; sottoscrivere un abbonamento ai grandi service provider statunitensi voleva buttarsi a piedi uniti nel loro mondo di informazioni e contenuti selezionati.

    Erano i primi esempi di quelli che negli anni successivi sono stati definiti walled gardens, modello di successo oltreoceano che non ha mai attecchito dalle nostre parti. Pochi anni fa, si stimava che l’85% degli utenti AOL non uscisse mai dal mondo pre-confenzionato dal loro fornitore di connettività e che in generale il 40% del tempo speso dagli statunitensi on line veniva passato nel giardinetto di AOL. Oggi le modalità di utilizzo sono cambiate, ma solo perché nuovi grandi attori sono apparsi sul mercato: in fin dei conti, lo stesso universo dei servizi Google è ormai così onnicomprensivo da farci passare la maggior parte del tempo trascorso on line sui propri server.

    La differenza rispetto al passato è che, appunto, non sono più i fornitori di connettività a fare da partner tuttologo ai propri clienti: devono fare i conti con questi nuovi attori, che sono editori e fornitori di servizi contemporaneamente, per poter offrire pacchetti interessanti ai propri clienti. Il mercato della telefonia mobile è quello più in fermento: non c’è operatore al mondo che non sta cercando di creare il proprio recinto di servizi utili, ma non può non scendere a compromessi con i grandi player del Web per poter offrire nomi e marchi che attirino l’attenzione della propria clientela. L’effetto è che i portalini marchiati a fuoco dagli operatori hanno come maggior benefit i servizi dei siti più famosi e così tutti gli utenti finiscono per odiare i giardinetti della discordia, soprattutto in Europa.

    Gli operatori mobili ne hanno sperimentate di tutti i colori, con tecnologie stupidamente ibride come I-mode o portali rigidissimi come Vodafone Live! e similari, mentre i loro cugini fornitori di connessioni wireline hanno iniziato a proporre strampalati modelli di IpTV chiusi e costosi. Soprattutto i primi, però, sono sulla via di Damasco: in fin dei conti persino vendere 15.000 Euro al mese di traffico con lo sconto del 99,8% e tutte le notti di navigazione gratis rende più della speranza che qualcuno clicchi per sbaglio sul tasto specialissssimo del proprio cellulare. Tanto ci sarà sempre qualcuno che installerà potenti applicazioni su Symbian o semplicemente Opera Mini su Java: a quel punto, tanto vale gettare la spugna.

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    17 Gennaio 2007

    I dolori del giovane iPhone

    Le prime immagini dell'iPhoneUn’attesa spasmodica come quella per l’iPhone difficilmente si era vista in passato: ci sarà anche stata curiosità per Windows Vista (se non altro per l’eterno sviluppo) od interesse per il primo iMac, ma nulla di paragonabile a quella miriade di simulazioni 3D, finte foto rubate, supposizioni filosofiche ed ipotesi tecniche che in questi anni ha dominato il dibattito pubblico. In fin dei conti, al già sovraffollato mondo della telefonia mobile, dell’ingresso di Apple interessava poco: ma per gli Apple-fili di tutto il mondo, l’iPhone doveva essere la sintesi perfetta del passaggio dell’ex Apple Computer verso la sua nuova realtà di produttore di ergonomica elettronica di consumo a tutto tondo.

    Qualcosa, però, stavolta è andato storto nella meravigliosa macchina da guerra del marketing di Mr. Jobs: per quanto l’oggetto in sé sia assolutamente bellissimo, sostenere che abbia avuto un buon lancio sul mercato è un po’ forzato. Si è rapidamente formato il partito di chi non vuole comprarlo ed ovviamente di chi non aspetta altro: in mezzo, coloro che cercano di comprendere le ragioni di questa bizzarra strategia di marketing. Nulla da eccepire sulla rapida ascesa delle azioni dopo l’annuncio di Jobs: ma gli effetti nel medio periodo possono essere di tutt’altro segno.

    L’interfaccia è affascinante ed ovviamente tutti si sono apprestati a copiarla: ma cosa succederà quando i produttori di dispositivi portatili (cellulari o PDA ormai poco importa) ne adotteranno gli aspetti più innovativi nei propri prodotti? L’iPhone infatti sarà sul mercato tra non meno di sei mesi per un ristretto numero di clienti statunitensi e solo tra un paio di anni in Europa ed Asia. Nel frattempo i prodotti dei concorrenti, già sostanzialmente più avanti dell’iPhone su molti fronti, saranno forse più attraenti per la maggior parte degli utenti, soprattutto di quelli con maggior potere di spesa.

    A questi ultimi, business o meno, del nome non troppo originale o dei pochi megapixel della fotocamera importerà poco: ma all’assenza di un supporto alle reti 3G ed all’impossibilità di installare applicazioni presteranno molta più attenzione. Soprattutto quest’ultimo punto sembra il punto debole dell’iPhone: nemmeno le scarsamente illuminate TelCo europee avevano immaginato dei terminali così blindati. Jobs ha dato spiegazioni pseudo-tecniche: eppure, è chiaro che l’obiettivo è di creare eleganti gingilli ad uso e consumo delle compagnie telefoniche e degli altri venditori di contenuti multimediali (applicazioni comprese).

    Non ci vuole una sfera di cristallo per immaginare che la prima versione dell’iPhone venderà un numero notevole di esemplari agli Apple-fili per poi fare il boom con le evoluzioni successive: è successo con l’iPod e succederà con tutti i prodotti della Apple. Più che un erede degli sfortunati Mactorola, l’iPhone è il più nuovo discendente della stirpe Newton, ma non di certo l’ultimo. La nuova Apple che sta nascendo imparerà dai suoi errori e la prossima volta azzeccherà forse un po’ di più i tempi del lancio dei propri prodotti: il buon Jobs, nei prossimi anni, ci stupirà ancora molte volte e noi, come sempre, lo premieremo.

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