Software e hardware

Vecchie e nuove applicazioni, storie dal mondo dell’informatica

24 settembre 2007

Il mito intramontabile delle PMI miete vittime

Fa una certa impressione vedere il Web pieno dei faccioni dei (presunti) manager di piccole e medie imprese chiamati a testimoniare che non sia «un caso che più del 65% dei clienti SAP sono piccole e medie imprese». Fa impressione non solo per la bruttezza estetica della campagna (ampiamente ricompensata dall’alta qualità dei prodotti SAP), quanto per il fatto che, oltre che sui banner, i faccioni in questione si incontrino anche negli aeroporti o in altri “luoghi” in cui si parla di aziende, business, sviluppo. SAP sta investendo pesantemente per raggiungere un target effettivamente lontano da quella che è la percezione comune dei suoi clienti: non solo le “solite” grandi imprese, dunque, ma anche quelle dai budget più limitati.

Bisogna anche dire che la campagna prevede casi di studio di aziende che SAP ritiene PMI, ma i cui fatturati partono da meno di 20 milioni di Euro ed arrivano ad oltre 500. Il che vuol dire escludere le aziende dell’S&P Mib, ma includere molte aziende quotate sulla Borsa Italiana. L’idea di fondo della campagna SAP è comunque corretta: si punta alle imprese che vogliono crescere, partendo appunto da posizioni di retrovia. Sicuramente è indubbio che soluzioni come quelle della casa tedesca possano dare una mano a sviluppare i business più disparati, soprattutto quelli di matrice industriale; ciò che colpisce, tuttavia, è che non è la prima volta (ma soprattutto non sarà l’ultima) che si vede una grande azienda ricorre al mito intramontabile delle piccole e medie imprese come cliente ideale dei propri prodotti e servizi.

Il problema, d’altronde, è che le grandi aziende che operano in Italia (e ancor meno quelle di origine italiana) sono veramente poche. Quando le grandi aziende hanno smesso di vendersi servizi l’un l’altra, iniziano a rincorrere le PMI come se fosser il serbatoio perfetto: sperano di riciclare i propri metodi e le proprie offerte, consce che ripetere lo stesso mantra (quello derivato dall’esperienza con le sorelle maggiori) a qualche decina di imprese sarà un po’ uno sbattimento, ma si preannuncia decisamente redditizio. Ci provano tutti: banche, società di consulenza, agenzie di pubblicità, assicurazioni, società di leasing e fornitori di tutti i tipi, tutti in fila davanti alle porte delle piccole aziende. Hunter addestrati per attrarre clienti dai fatturati minimi, se non altro per toglierli alla concorrenza; account manager con la schiuma alla bocca che lottano per avere budget ridicoli, pur di poter inserire referenze nel portfolio.

Puntare così ciecamente alle PMI è un errore di marketing da manuale. È come cucinare un infuocato piatto di spaghetti all’arrabbiata e darlo in pasto ad un neonato, dicendo “ma tanto sono solo due fili”; è sbagliare la propria strategia, dare porci alle perle mentre si è convinti di distribuire ostriche, ma soprattutto sbagliare tutto nell’interpretare i desiderata dei propri (potenziali) clienti. I quali, dal canto loro, hanno tutti i problemi (anzi, molti di più) di quelli delle grandi imprese: chiederebbero solo di poterli raccontare a qualcuno, invece di vedersi ogni volta rovesciati addosso tonnellate di slide “buone per tutte le occasioni”. Il mito intramontabile delle PMI continuerà ad uccidere le grandi aziende che su di loro hanno puntato tutto: peccato, perché basterebbe ascoltare la loro voce invece che alzare la propria.

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4 settembre 2007

Fring, il software di cui (e col quale) parleremo molto

Negli ultimi anni, il concetto di “navigare col cellulare” si è progressivamente auto-legittimato, conquistando un’attenzione sensibile non solo da parte degli utenti business (pubblico elettivo di tutte le nuove tecnologie e di quelle a supporto della produttività individuale in particolare). Il simbolo di questa successiva trasformazione del nostro modo di essere sempre on line è sicuramente stato Opera Mini, il browser in miniatura di Opera che, pur essendo gratuito, ha da sempre mostrato potenzialità decisamente interessanti rispetto ai programmi pre-installati a bordo dei terminali, anche di quelli più prestigiosi.

Fring a Friend!Una nuova rivoluzione è ora alle porte e in parte già avviata dagli utilizzatori più smart dei cellulari, quelli che non accettano supinamente gli improbabili costi della messaggistica ufficiale (15 cents di Euro ogni 160 caratteri, sigh) e soprattutto delle telefonate internazionali. Lo stesso motivo che aveva decretato il successo di Skype e dei suoi gemelli è infatti alla base del successo crescente di fring, il client VoIP per mobile che sta spopolando in particolare tra i numerosi utilizzatori di Nokia con Symbian a bordo. Chi non ricorda i commenti trionfali di Suzuki Maruti di qualche mese fa?

Le mille possibilità di comunicazione attraverso fringFring non può non piacere: interfaccia semplice, interazione seamless tra operazioni di uso quotidiano (MSN Messenger, Twitter, ICQ e mille altre attività con le quali ci dilettiamo abitualmente via PC) e sistema operativo, con ampio e crescente controllo della connettività, sempre nell’ottica del risparmio: il software cerca automaticamente la connessione meno costosa (tipicamente wi-fi) e gestisce l’auto-roaming con le reti tradizionali, garantendo una buona qualità soprattutto nelle conversazioni tra fringsters.

L’unico dubbio che turba un po’ gli utenti, al momento, non riguarda le caratteristiche tecniche ma il modello di business dello strumento, domanda incubo per chiunque abbia visto le più promettenti dot-com di inizio secolo collassare sotto i debiti. La nota di merito va invece alla presenza di fring in Italia, curata da Hagakure ed in particolare al lavoro di Federica Dardi, che con abnegazione e professionalità sta sostenendo la diffusione del buon software anche nel nostro Paese. Prossimo passo atteso: il sito di fring in più lingue, italiano in primis, per far avvicinare allo strumento anche persone meno sensibili agli aspetti tecnologici ma comunque amanti di telefonia cellulare e dintorni (leggi: il 95% degli italiani).

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29 giugno 2007

Safari per Windows: era meglio evitare?

Che i prodotti Apple siano chic, ben disegnati e ambìti non è un’opinione: è un fatto condiviso. Poco da dire sull’hardware: molte innovazioni Apple, si sa, sono diventati standard di mercato. La novità degli ultimi anni, però, è il sempre maggiore impegno in ambito sviluppo software: anche in questo campo i designer hanno fatto per la maggior parte dei casi un buon lavoro ed i programmatori hanno lavorato bene nel rendere ampiamente funzionale quelli che non dovevano essere solo sterili esercizi di ergonomia. Basti pensare ad iTunes: un software discreto, che nel tempo si è affermato non solo come client per la piattaforma di commercio elettronico Apple, ma anche come ottimo player di file multimediali.

Persino i Linuxisti più smart, da quando la Apple ha ricostruito il suo sistema operativo grazie ad un ampio uso dei sistemi open source, hanno iniziato a propagandarne l’uso come alternativa linuxiana (ma decisamente user friendly) al “solito” Microsoft Windows. Inutile ricordare l’ampio uso che dei sistemi in questione si fa in ambito professionale: grafici, pubblicitari ed esperti di desktop publishing sembrano non conoscere altra piattaforma su cui far girare i loro impegnativi (in termini di risorse necessarie) strumenti di lavoro. Superfluo anche ricordare l’attesa spasmodica legata al lancio dell’iPhone di questi giorni, negli Stati Uniti: esiste gente che vuole investire 500 dollari ed impegnarsi in un contratto biennale pur di non farsi mancare il (presunto) gioiellino.

Tutto è bello e con l’effetto aqua, in casa Apple. Tranne un piccolo, apparentemente di secondo piano, software che Steve Jobs, alle prese con le attese dei mercati di nuovi prodotti a ritmo insistente, ha dovuto annunciare al mondo nel suo ultimo intervento pubblico. Si tratta di Safari, che dopo qualche anno di presenza nei sistemi operativi Apple, è stato lanciato come browser alternativo anche per Windows Vista ed i suoi antenati. Tutti, inutile negarlo, siamo corsi a scaricarlo: per quanto in beta, un software giunto alla versione 3.0 dovrebbe essere abbastanza stabile da essere utilizzabile anche nelle situazioni d’uso quotidiane. Ed invece no.

Safari per Windows funziona poco e male. Anzi, ad essere corretti, spesso non funziona affatto: la maggior parte dei tentativi di navigazione, infatti, si conclude con un laconico

«Safari is missing important resources and should be reinstalled»,

tipico messaggio stupidamente non risolutivo, della famiglia di quelli che i Macintosh-friends da sempre rinfacciano ai prodotti di casa Microsoft. C’è da dire che nel mercato dei browser, sin dai tempi della guerra Netscape Communicator 4 – Internet Explorer 4 (quanti ricordi), vince chi innova: non meraviglia perciò che Safari ed Internet Explorer 7 vengano scaricati a più non posso e siano perciò in ascesa rispetto allo stantio Firefox, da cui hanno preso e migliorato molte delle idee che negli scorsi anni ne avevano fatto un browser molto utilizzato soprattutto tra le fasce più raffinate di utenti.

Ciò che non si capisce della vicenda, però, è il perché la Apple si sia voluta far del male immettendo sul mercato un prodotto del tutto immaturo: che la guerra dei browser sia vitale per il futuro della comunicazione multimediale è un dato di fatto, ma è pur vero che proprio per questo non è il caso di fare figuracce. In casa Apple, ad esempio, hanno puntato molto su vantaggi del tipo “maggiore velocità di rendering delle pagine”: ma sono veramente questi i benefit attesi da chi utilizza normalmente il Web? Non era forse meglio puntare solo sullo sviluppo di browser solo per il mobile, settore in cui solo Opera, con la sua edizione Mini, è riuscita a creare uno standard? Per ora aspettiamo la prossima release ufficiale, prevista per l’autunno: a quel punto, però, speriamo che la strategia sullo sviluppo dei browser di casa Apple sia meno financial-markets-driven e più consumer-market-driven.

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23 aprile 2007

La tecnologia come status, tra Euro e Dollari

L’urlo disperato di Leander Kahney, l’autore di Wired specializzato nel mondo Apple, suona strano alle orecchie degli europei: vedere un pur brillante giornalista lamentarsi per la perdita di “geekitudine” della sua marca preferita fa nascere qualche sospetto sulla capacità di distinguere passione e professionalità, status e tecnologia. In questo, Kahney è un po’ interprete di molti altri macintoshiani della prima e della seconda ora: non di quelli attuali, che ormai vedono la mela morsicata con occhio diverso e fanno appunto arrabbiare i primi. Da un lato i duri e puri del mouse ad un tasto, contrapposti agli acquirenti dei nuovi prodotti, molto più pragmatici e semmai coscientemente modaioli.

Quei ragazzini che Kahney critica tanto, sono stati la salvezza della Apple: l’aver perso la label “Computers” nel nome è stato non solo l’ultimo passo della rivoluzione intelligente di Steve Jobs, quanto il primo di una nuova azienda che opera in un nuovo mercato. Informatica ed elettronica di consumo, di fatto, convergono sempre più e questo sta cambiando il nostro modo di vivere entrambi i mondi: un approccio più soft verso il mondo dei computer va ad unirsi con una maggiore predisposizione a gestire il cambiamento tecnologico a proprio favore. Per la prima volta non è tanto il potersi permettere un Mac da migliaia di dollari ad attribuire uno status, quanto l’assaporare il pezzettino mancante della mela.

L’unico problemino, per noi europei, è che le politiche commerciali di Apple prima e dei suoi competitor poi, stanno facendo lievitare sensibilmente i prezzi anche per gli oggetti meno impegnativi. La stessa diffusione dei famigerati iPod in Europa, di fatto, potrebbe essere sensibilmente maggiore qualora i prezzi al consumo seguissero l’andamento del cambio Euro/Dollaro, piuttosto che essere partoriti a tavolino da chi sa che la domanda è rigida, ma non stima il mercato europeo come sufficientemente ampio per rischiare di più. Questo, in un circolo vizioso, non fa che acuire il divario tra le varie anime del nuovo mercato: troppo distanti, ancora, per potersi avvicinare.

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18 febbraio 2007

Altro che walled gardens…

Una ventina di anni fa, “essere connessi” in Europa voleva dire attingere alle risorse messe a disposizione dai nodi delle BBS attraverso FidoNet e similari; negli Stati Uniti, invece, la “Rete” era soprattutto quella dei servizi di CompuServe prima e di AOL poi. Il modello era intrinsecamente diverso: accedere alle BBS voleva dire interrogare piattaforme magari con servizi minimi e specializzatissimi, eppure solitamente indipendenti e gratuiti; sottoscrivere un abbonamento ai grandi service provider statunitensi voleva buttarsi a piedi uniti nel loro mondo di informazioni e contenuti selezionati.

Erano i primi esempi di quelli che negli anni successivi sono stati definiti walled gardens, modello di successo oltreoceano che non ha mai attecchito dalle nostre parti. Pochi anni fa, si stimava che l’85% degli utenti AOL non uscisse mai dal mondo pre-confenzionato dal loro fornitore di connettività e che in generale il 40% del tempo speso dagli statunitensi on line veniva passato nel giardinetto di AOL. Oggi le modalità di utilizzo sono cambiate, ma solo perché nuovi grandi attori sono apparsi sul mercato: in fin dei conti, lo stesso universo dei servizi Google è ormai così onnicomprensivo da farci passare la maggior parte del tempo trascorso on line sui propri server.

La differenza rispetto al passato è che, appunto, non sono più i fornitori di connettività a fare da partner tuttologo ai propri clienti: devono fare i conti con questi nuovi attori, che sono editori e fornitori di servizi contemporaneamente, per poter offrire pacchetti interessanti ai propri clienti. Il mercato della telefonia mobile è quello più in fermento: non c’è operatore al mondo che non sta cercando di creare il proprio recinto di servizi utili, ma non può non scendere a compromessi con i grandi player del Web per poter offrire nomi e marchi che attirino l’attenzione della propria clientela. L’effetto è che i portalini marchiati a fuoco dagli operatori hanno come maggior benefit i servizi dei siti più famosi e così tutti gli utenti finiscono per odiare i giardinetti della discordia, soprattutto in Europa.

Gli operatori mobili ne hanno sperimentate di tutti i colori, con tecnologie stupidamente ibride come I-mode o portali rigidissimi come Vodafone Live! e similari, mentre i loro cugini fornitori di connessioni wireline hanno iniziato a proporre strampalati modelli di IpTV chiusi e costosi. Soprattutto i primi, però, sono sulla via di Damasco: in fin dei conti persino vendere 15.000 Euro al mese di traffico con lo sconto del 99,8% e tutte le notti di navigazione gratis rende più della speranza che qualcuno clicchi per sbaglio sul tasto specialissssimo del proprio cellulare. Tanto ci sarà sempre qualcuno che installerà potenti applicazioni su Symbian o semplicemente Opera Mini su Java: a quel punto, tanto vale gettare la spugna.

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17 gennaio 2007

I dolori del giovane iPhone

Le prime immagini dell'iPhoneUn’attesa spasmodica come quella per l’iPhone difficilmente si era vista in passato: ci sarà anche stata curiosità per Windows Vista (se non altro per l’eterno sviluppo) od interesse per il primo iMac, ma nulla di paragonabile a quella miriade di simulazioni 3D, finte foto rubate, supposizioni filosofiche ed ipotesi tecniche che in questi anni ha dominato il dibattito pubblico. In fin dei conti, al già sovraffollato mondo della telefonia mobile, dell’ingresso di Apple interessava poco: ma per gli Apple-fili di tutto il mondo, l’iPhone doveva essere la sintesi perfetta del passaggio dell’ex Apple Computer verso la sua nuova realtà di produttore di ergonomica elettronica di consumo a tutto tondo.

Qualcosa, però, stavolta è andato storto nella meravigliosa macchina da guerra del marketing di Mr. Jobs: per quanto l’oggetto in sé sia assolutamente bellissimo, sostenere che abbia avuto un buon lancio sul mercato è un po’ forzato. Si è rapidamente formato il partito di chi non vuole comprarlo ed ovviamente di chi non aspetta altro: in mezzo, coloro che cercano di comprendere le ragioni di questa bizzarra strategia di marketing. Nulla da eccepire sulla rapida ascesa delle azioni dopo l’annuncio di Jobs: ma gli effetti nel medio periodo possono essere di tutt’altro segno.

L’interfaccia è affascinante ed ovviamente tutti si sono apprestati a copiarla: ma cosa succederà quando i produttori di dispositivi portatili (cellulari o PDA ormai poco importa) ne adotteranno gli aspetti più innovativi nei propri prodotti? L’iPhone infatti sarà sul mercato tra non meno di sei mesi per un ristretto numero di clienti statunitensi e solo tra un paio di anni in Europa ed Asia. Nel frattempo i prodotti dei concorrenti, già sostanzialmente più avanti dell’iPhone su molti fronti, saranno forse più attraenti per la maggior parte degli utenti, soprattutto di quelli con maggior potere di spesa.

A questi ultimi, business o meno, del nome non troppo originale o dei pochi megapixel della fotocamera importerà poco: ma all’assenza di un supporto alle reti 3G ed all’impossibilità di installare applicazioni presteranno molta più attenzione. Soprattutto quest’ultimo punto sembra il punto debole dell’iPhone: nemmeno le scarsamente illuminate TelCo europee avevano immaginato dei terminali così blindati. Jobs ha dato spiegazioni pseudo-tecniche: eppure, è chiaro che l’obiettivo è di creare eleganti gingilli ad uso e consumo delle compagnie telefoniche e degli altri venditori di contenuti multimediali (applicazioni comprese).

Non ci vuole una sfera di cristallo per immaginare che la prima versione dell’iPhone venderà un numero notevole di esemplari agli Apple-fili per poi fare il boom con le evoluzioni successive: è successo con l’iPod e succederà con tutti i prodotti della Apple. Più che un erede degli sfortunati Mactorola, l’iPhone è il più nuovo discendente della stirpe Newton, ma non di certo l’ultimo. La nuova Apple che sta nascendo imparerà dai suoi errori e la prossima volta azzeccherà forse un po’ di più i tempi del lancio dei propri prodotti: il buon Jobs, nei prossimi anni, ci stupirà ancora molte volte e noi, come sempre, lo premieremo.

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1 gennaio 2007

Auguri e buoni propositi per il 2007

All’inizio di ogni anno, da queste parti ci si lancia in improbabili previsioni. Quest’anno sarebbe bello puntare l’obiettivo verso l’interno e decidere dove si vuole andare nel 2007, più che immaginare cosa il mercato farà nel corso dell’anno. Se poi si è bravi, da un lato il mercato farà qualcosa di simile a quello che noi abbiamo pianificato; dall’altro lato, sarà comunque necessario tenerlo d’occhio per orientare le proprie strategie nel modo migliore, consci che tanto le previsioni valgono giusto un battito di ciglia. Perciò, tra uno zampone ed un torrone, ecco i propositi da bravo markettaro per l’anno che inizia oggi…

  • Dedicare più tempo alla ricerca di nuovi clienti
    Perché ognuno di noi, che venda servizi agli enti pubblici o accendini per strada, panini nei bar o personal computer alle imprese, è portato a dedicare un tempo assolutamente esagerato alla cura del proprio giardinetto consolidato. Chi di noi lavora in una piccola azienda, in particolare, ha il brutto vizio di avere un unico grande cliente: nel momento in cui il rapporto di fiducia si incrina o il cliente diventa avaro, si rischia veramente grosso. Ben vengano, perciò, le iniziative per allargare i propri confini, creando piani di marketing che non siano tanto originali da guadagnare premi, ma abbastanza aggressivi da guadagnare clientela.
     
  • Non trascurare la Ricerca & Sviluppo
    Così come per i clienti, siamo portati anche a vendere sempre noi stessi, i nostri prodotti e le nostre idiosincrasie. Se riuscissimo a vendere prodotti e servizi veramente innovativi, probabilmente gli amici del giardinetto di sopra potrebbero farci in qualche modo da “tester” e la nostra nuova idea potrebbe davvero essere quella che ci serve, nel momento giusto. L’R&D di oggi non è più o comunque non solo quella di un tempo: tutti noi dobbiamo avere l’interesse e sentire la necessità di farne un po’, senza aspettare il verdetto oracolare degli uffici deputati. Tutto si può innovare, veramente tutto.
     
  • Contribuire di più a Wikipedia
    Tutti abbiamo dato un colpettino a Wikipedia, su argomenti magari a noi più vicini o comunque più interessanti. Ora è forse il momento di dare un contributo più sostanzioso: sebbene il mondo dei wiki stia un po’ perdendo il fascino originale del lavoro di condivisione della conoscenza fine a sé stesso, non è trascurabile il fatto che molte delle nostre ricerche quotidiane su Google terminano puntualmente su una pagina di Wikipedia. Vista anche la limitatezza della versione italiana, a questo punto diventa quasi un dovere morale ricambiare il favore: dallo scambio di informazioni, poi, c’è sempre da imparare tanto.
     
  • Dare credito alla multimedialità
    Noi figli dell’MS-Dos abbiamo il brutto vizio di vedere il PC come una maledetta macchina da ufficio: tanti numeri in Excel, tante presentazioni in PowerPoint, tanti testi in HTML. Eppure c’è un mondo nuovo là fuori da almeno dieci anni: non basta ascoltare gli MP3 con Windows Media Player per essere sulla breccia dell’onda! Timidamente, è il caso di iniziare a produrre e condividere qualcosa che vada oltre i testi scritti: forse nessuno ci darà mai il credito di artistici plasmatori di immagini e suoni, ma forse potremo essergli utile o quantomeno interessarlo.
     
  • Non aspettare il 2008 per fare il grande passo
    Questo è il migliore augurio per tutti: che il 2007 sia veramente l’anno in cui tireremo fuori gli artigli e decideremo di fare ciò che magari per tutto il 2006 abbiamo solo vagheggiato. Prima che anche la bolla del Web 2.0 scoppi, c’è da approfittare dei timidi segnali di ripresa che l’economia europea dimostra e saltare sul carro dei vincitori. Poi, ovviamente, inizierà l’ennesimo ciclo depressivo: speriamo il più tardi possibile, speriamo non in questo − incrociamo le dita − brillante 2007.

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28 dicembre 2006

Aspettando la “nuova” Microsoft

I blogger europei si stanno accodando a quelli statunitensi nel discutere l’ultima iniziativa di Microsoft per promuovere il lancio di Windows Vista presso il pubblico consumer: inviare ai blogger tecnofili più stimati oltreoceano dei portatili sui cui effettuare dei test sul nuovo sistema operativo e poterne quindi riferire i risultati al pubblico del proprio blog. Come racconta Luca Conti, le posizioni sono a dir poco variegate: da un lato i blogger che reclamano di essere abbastanza indipendenti da poter accettare qualsiasi tipo di regalo, dall’altro i lettori che guardano con sospetto ad iniziative simili.

Microsoft in realtà non è affatto nuova a questo tipo di iniziative: Mantellini ricorda i benefit a lui dedicati dall’azienda di Redmond, così come dai suoi concorrenti. La pratica, d’altra parte, è a dir poco pluridecennale: le pubbliche relazioni di matrice statunitense fanno un largo uso di doni, campioni gratuiti ed altre amenità nei confronti dei propri stakeholders e soprattutto dei giornalisti. Ciò che differenzia l’iniziativa di Microsoft da quelle dei concorrenti è probabilmente nel fatto che, essendoci di mezzo la “solita” Edelman, i bloggari statunitensi hanno ricevuto molta più attenzione che in qualsiasi altra campagna similare.

Ciò che attendiamo con ansia nei prossimi mesi sono le prove su strada dei nuovi prodotti, Windows Vista ed Office 2007 in primis, per scoprire in cosa la “nuova” Microsoft ha investito così tanti anni. C’è da dire l’ampia diffusione della Beta 2 della suite, ha mostrato un prodotto finalmente innovativo rispetto alle “limature” che hanno rinnovato i prodotti dalle versioni dei primi anni Novanta alla 2003. La Microsoft sembra essersi fatta decisamente più furba e meno arrogante: la vicenda della funzonalità “Save as Pdf”, sparita già nel Technical Refresh della Beta 2 e poi riapparsa come plug-in, è un esempio del nuovo approccio “quick win” verso concorrenti e mercato finale.

Anche un prodotto come Internet Explorer 7 rappresenta un buon esempio di un nuovo occhio verso le esigenze degli utenti. Sebbene siano state commesse improbabili ingenuità (come togliere l’Alt+D per accedere alla barra degli indirizzi o l’aggiungere il suffisso localizzato invece del .com alla pressione del Ctrl+Invio), la grande attenzione verso gli RSS ed un tentativo (forse non riuscitissimo) di lavorare su filtri anti-phishing sono un buon segno di apertura verso un mercato dell’informatica in forte cambiamento. Ed ora, perfavore, inviate un portatile a tutti i milioni di blogger del mondo, così nessuno avrà più da accusare l’altro di essere un venduto.

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5 novembre 2006

Jay-Z, il genio del marketing che viene dal ghetto

I telespettatori italiani vedranno spesso, nelle prossime settimane, il nuovo spot dei notebook HP. Un signore dalle spalle ampie ed in abito elegante passa in rassegna le sue mille attività, dalla produzione di abbigliamento agli investimenti finanziari, mischiati con i suoi interessi chic, come gli scacchi. Il suo nome è Shawn, ma ci informa che nel mondo è conosciuto come Jay-Z; HP conclude lo spot etichettandolo come “Mr. Hip hop”. Bella fotografia, belle animazioni, ma scarso mordente: di fatto, alla maggior parte italiani, di Mr. Hip Hop interessa ben poco. Anzi, non lo conosce affatto.

Ancora per poco probabilmente, perché Jay-Z, oltre a svolgere bene le succitate attività, è notissimo nel mondo come rapper e produttore di alta qualità: un personaggio sensazionale, che negli Stati Uniti ha raggiunto una notorietà tale da essere protagonista di uno spot senza nemmeno mostrare il proprio viso. La differenza principale tra l’effetto della campagna negli Stati Uniti ed in Europa è che nel primo caso tutti gli statunitensi conoscono il carattere cool del personaggio e strizzano l’occhio all’auto-ironia dello spot; nel nostro continente, solo i ragazzi più attenti capiscono il messaggio di Jay-Z, ma probabilmente fanno fatica a capire il perché venga presentato come uomo d’affari.

Meriterebbe una lettura approfondita, perciò, il bell’articolo apparso oggi nelle prime due pagine dell’inserto Weekend del Financial Times. Il lungo dossier è soprendente: si scopre un personaggio unico, che ha saputo reinterpretare lo spirito imprenditoriale da spacciatore nel ghetto in un approccio di marketing assolutamente esemplare. Ha costruito un mondo di significati su sé stesso ed ha iniziato a fare brand extension passando alla produzione di abbigliamento trendy ed ovviamente ad una casa discografica che sforna successi. Il segreto è nel cross marketing: Jay-Z ad esempio sposorizza la propria linea di abbigliamento durante i propri concerti ed addirittura durante lo spot per l’HP.

Come un Re Mida del marketing, ciò che Jay-Z tocca diventa cool agli occhi degli statunitensi: tutto può essere oggetto della sua attenzione, sia prodotti economici come la “birra nazionale” Budweiser, sia prodotti che rappresentino il suo elevatissimo livello di vita, come lo champagne, prodotto di cui ormai segna le sorti del mercato nord-americano. Il reddito dell’Hip Hop CEO (e già quest’etichetta originale è più comprensibile di quella italiana) è ormai misurabile in centinaia di milioni di dollari. Niente male per un ex ragazzino del ghetto che ora ha 36 anni e li ha accumulati in soli 10 anni di carriera.

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28 ottobre 2006

Linux Day, il giorno del Pinguino

Il logo del Linux Day 2006Sì è tenuta oggi Linux Day 2006, la manifestazione che in 104 città italiane ha catalizzato l’attenzione di tecnofili e semplici curiosi del meraviglioso mondo dell’open source in generale e di quello del Pinguino in particolare. Manifestazione sicuramente interessante, come molte di quelle nate dal basso ed organizzate da appassionati: peccato che, almeno nelle grandi città, non siano state viste delle folle esattamente oceaniche. Colpa, forse, dei luoghi di ritrovo: sedi universitarie, associazioni specializzate e così via, luoghi sicuramente frequentati dagli aficionados ma molto meno dalle masse.

Quello che manca al mondo Linux, d’altra parte, sono proprio i grandi numeri: sebbene le grandi aziende (IBM in primis) ormai suggeriscano alle aziende clienti (costose) soluzioni basate su software open source al posto di (costose) soluzioni basate su software proprietario, al di fuori del mondo dei server la diffusione del sistema operativo del Pinguino è del tutto marginale. Da notare che, al contrario, applicazioni ben specifiche realizzate dalle comunità di sviluppatori e destinate al mondo Windows, sono ormai dei piccoli grandi successi: in primis Firefox, ma anche Gimp, CDex e decine di client P2P.

Per aumentare l’interesse verso Linux, non bastano posizioni forti come quella di Beppe Grillo, che puntano molto sul potenziale risparmio dei costi per le grandi organizzazioni, istituzioni pubbliche in primis. Basta scorrere i commenti che il comico ottiene e si trovano affermazioni sorprendenti anche da parte di chi potrebbe diventare alfiere di questo tipo di approccio al mondo del software, ad esempio gli adolescenti. Scrive ad esempio il diciannovenne Carlo Fogli:

«ok linus e’ gratis, e’ affidabile, e’ sicuro, ma chi sene? solo nel momento in cui sara’ supportata UNA sola distro, sulla quale verranno indirizzati tutti gli sforzi per effettuare conversioni di giochi e quant’altro valutero l’ipotesi di lasciare windows, altrimenti ciccia!

E se la penso io ed i miei coetanei cosi, figuriamoci un impiegato che usa windows solo con un applicativo e che non sente l’esigenza di cambiare os!

Cambiate linus! una sola distro! Semplice e funzionale! non tante UNA! e sviluppateci di tutto! ho provato ubuntu lts dapper drake, inutile dire che ad oggi e’ un problema capire come instalare il driver giusto per la mia scheda video! troppo un casino! dai»,

evidenziando quello che è un po’ l’atteggiamento diffuso presso il pubblico finale in tutta Europa (paesi nordici esclusi, probabilmente).

Sicuramente, i tanti eventi previsti per oggi, se organizzati in maniera meno tecnofila (basti guardare il pur ottimo programma di Teramo, del tutto incomprensibile ai novizi), potrebbero combattere questo tipo di pregiudizi. L’interesse è tanto, le brutte esperienze purtroppo pure: speriamo che presto anche nel campo dei sistemi operativi si possa avere alternative di qualità e, come nota Alessandro Ronchi, meno luoghi comuni a proposito di ricette magiche e software gratuiti. I soldi, a volte, non sono il problema principale.

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