Da tempo immemore le Banche si pongono come interlocutore privilegiato per le esigenze di tutela (del patrimonio, del futuro proprio e della famiglia, degli affari, etc.) di individui ed aziende: la comunicazione a volte eccessivamente fredda (non è un caso che si ricorra oggi a “Più Susanna, meno Banca” e similari) è stata spesso intesa come garanzia di “freddezza professionale”, di capacità di astrarsi dalle contingenze per poter svolgere meglio il proprio compito.
Agli estremi, questo approccio di “terza parte fidata” (traduzione alla meno peggio dall’inglese) è stata la motivazione per cui, ad esempio, in molti paesi Europei (Italia in primis) gli Istituti Bancari sono stati incaricati di garantire i flussi di comunicazione tramite firma digitale, potendo svolgere un ruolo “istituzionale” ma al tempo stesso “indipendente” in situazioni quali le controversie tra pubblico e privato.
C’è poco da meravigliarsi, dunque, che una persona apra un’e-mail inviata da un indirizzo riconducibile alla propria Banca: proprio perché magari rarissima, potrebbe essere una comunicazione interessante o importante. Tuttavia, quando si leggono messaggi del genere:
«Siamo spiacenti di annunciare che negli ultimi giorni hackers hanno trasmesso fraudolenti e-mail chiedono le parole di accesso dei nostri clienti. D’ora in poi una nuova misura di sicurezza sarà attivata. Tutti i clienti sono sospesi. Per riattivare il vostro cliente dovete seguire il collegamento e fornirci nuove informazioni di sicurezza per verifica soltanto»
forse dovrebbe sorgere qualche dubbio sulla legittimità della provenienza e della destinazione linkata, per quanto il messaggio ed il sito possano presentare template riconducibili alla grafica ufficiale dell’Istituto.
Una cosa è essere vittima di un attacco keylogging via trojan: un’altra è convincersi che UniCredit o Banca Intesa possano scrivere messaggi in lingua straniera e poi tradurli con il traduttore automatico… Più che mala o buona fede, il phishing si basa sulla stupidità di fondo: non si può nemmeno invocare il fattore emozionale, trattandosi di comunicazioni commerciali da parte di Banche!
Matteo, qualche tempo fa, si era lamentato in maniera analoga dell’assistenza ai prodotti Acer. Prende a cuore la vicenda di Nicola e, dopo averla segnalata sul suo blog, la “passa” a Vanz, che esprime tutta la sua meraviglia per la politica suicida di Acer o, più probabilmente, degli addetti del suo call center, presumibilmente interinali di un outsourcer. Ne parla anche Mantellini, amplificando ulteriormente la vicenda e lasciando spazio, sul suo blog, ad ulteriori commenti negativi su Acer.
Stefano è un vecchio lupo di mare (?) e naviga verso OneMeet, novello sito di dating. Come tutti i suoi lettori, riceve una marea di contatti via e-mail da ragazzine infuocate che lo invitano a pagare la fee. In mezzo a tanti commenti ironici, scattano quelli di personaggi di dubbio gusto che, stranamente, hanno esperienze opposte: il sito viene apprezzato per i contenuti (…) e per le possibilità di venire contattati da donne affascinanti dopo qualche minuto di navigazione.
Massimo è un professionista del campo e ricollega rapidamente i due episodi di “commenti impazziti”: Acer e OneMeet, invece di intervenire in forma “ufficiale” e magari “sensata”, hanno lasciato che dei propri collaboratori infangassero del tutto le loro aziende, già compromesse, nell’immagine, dai post iniziali. Altro che le dotte elucubrazioni sull’uso markettaro dei blog che si leggono sui siti specializzati: se questo è guerrilla marketing (o anche solo una versione distorta), che Dio ce ne scampi.
Per lo street marketing virtuale, ancora, c’è molta strada da fare. Il passaparola è la possibile arma numero uno di ogni professionista del marketing. Peccato che, spesso, se la ritrova puntata addosso. Non tutti hanno la sagacia di tappezzare i lampioni di Roma chiedendo aiuto per Cesare.
Ormai è abitudine diffusa acquistare una protezione antispam per la propria casella di posta. Capita, tuttavia, che lo spam continui ad arrivare, anche su indirizzi che si è sempre cercato di tenere lontani dalla pubblica diffusione. In questi casi, non si può che - con un sospiro - cestinare il messaggio senza nemmeno aprirlo.
Qualora invece, casualmente, gli si dedicasse un po’ di attenzione, si potrebbero leggere capolavori di questo calibro…
From: Earle Palmer <VQGLZDMFXADK@uswestmail.net>
Date: 24 Apr 2005, 10:31:26 AM
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Solo un pazzoide, si suppone, potrebbe leggere l’e-mail e restarne così affascinato da cliccare sul link e addirittura inviare dei soldi al mittente (dire “comprare qualcosa” è troppo, visto il rischio realistico di truffa). Qual è la ragione profonda di tutto questo spreco di risorse?
O lo odi, o lo ami. O lo usi tutti i giorni, più volte al giorno, da anni, o scappi a gambe levate perché magari hai avuto in passato problemi con Video On Line - Telecom On Line - Telecom Italia Network - Tin.it… È a dir poco impossibile che un navigatore italiano non sia passato, almeno una volta, dal sito di Virgilio.
La “notiziona” di oggi è che il portalone ha cambiato look, adottando un design abbastanza particolare, a forma di uovo. Questa, almeno, è la metafora che gli editor spiegano nell’apposita pagina di presentazione. L’idea è carina, ma la presenza di pubblicità è imbarazzante: Risorse.net ha notato quanto la pubblicità di Mini sia alquanto invadente e come tutto il sistema appaia scarsamente sensibile all’usabilità.
La domanda-chiave per poter valutare correttamente la situazione è: cos’è, oggi, Virgilio? Un motore di ricerca leader di mercato, come il recente invito al Search Leaders’ Summit sembra dimostrare? Un contenitore di simpatiche trovate, come “Riduciti ad icona”? Un inquietante polpettone di link alle promozioni di Telecom Italia Media e a dialer di suonerie per cellulari? Nel mondo la sbornia dei portali sembra ormai svanita da tempo: forse, in Italia siamo ancora là.


Telecom Italia Media

Virgilio