Con una puntualità solitamente sconosciuta alle altre tematiche - tormentone della blogosfera europea (e non solo), quella della Net Neutrality coinvolge il popolo della Rete almeno una volta al mese: progressivamente tutti esprimono una propria posizione, in una sorta di confronto continuo sul futuro della Rete come veicolo di comunicazione e strumento di distribuzione di contenuti. Una sfida fondamentale allo status quo che vede in prima linea gli operatori di TLC da una parte ed il resto del mondo dall’altra.
In questa sfida “contro tutti” le grandi aziende che forniscono connettività sanno di avere il coltello dalla parte del manico: già hanno visto i loro profitti deprimersi nel corso degli anni, con l’aumentare della concorrenza e lo spostamento del traffico voce verso VoIP e telefonia mobile; ora si rendono conto che anche nel loro nuovo eldorado economico, la fornitura di banda larga, i prezzi devono essere sensibilmente abbassati, nonostante la crescita di qualità del servizio che favorisce ulteriormente l’esplosione del traffico P2P da un lato e dei contenuti Premium dall’altro; tuttavia sanno che, senza i loro cavi, la Rete stessa non esisterebbe.
L’ultimo contributo sul tema viene da Beppe Caravita, che riesce come sempre a coniugare il suo spirito utopico con la competenza economica che serve per interpretare un fenomeno così delicato che comporta non solo un forte dibattito su diritti e doveri degli utenti di Internet, ma anche grandi interessi economici. L’idea è quella di spingere l’iniziativa privata, ad esempio la condivisione delle reti wi-fi, per favorire la possibilità di connettersi anche a chi non vuole sobbarcarsi i costi imposti da content provider e TelCo. Di fatto, è un modo per renderesi conto che ormai non esiste più “una Internet”: accanto a quella tradizionale fatta di testi, e-mail ed immagini, ormai il traffico legato alla trasmissione di file multimediali e (video)telefonate VoIP impone una rilettura dell’intero impianto strutturale della Rete.
Le aziende di TLC vedono i grandi operatori del settore fare tanti soldini grazie al traffico che (s)vendono (cfr. il continuo tracciare le informazioni degli utenti da parte di Google) e gli utenti che sbraitano per livelli di servizio non adeguati: qualche tempo fa la soluzione sembrava l’IPv6, che tuttora è un affascinante progetto sulla carta. Ora, come ha notato Alessandro Longo, sono sempre più necessarie tecniche di traffic shaping, che garantiscano una qualità quantomeno sufficiente ai vari tipi di utente dei vari tipi di Rete. Il problema è che questo implica una fiducia nell’”onestà intellettuale” degli Operatori che visti gli interessi in gioco sarà sempre più difficile da immaginare in futuro.
Riccardo Bagni, vicepresidente di Coop Italia, in una recente intervista ad ItaliaOggi ha posto l’accento sulla compatibilità ambientale come leva vincente nella strategia commerciale delle cooperative aderenti: è nota la preferenza per l’insegna leader nazionale da parte delle signore italiane, che sono tendenzialmente più attente ai valori etici trasmessi dal marchio piuttosto che alle offerte speciali che conquistano i loro mariti. La Coop non ha concorrenti in questo campo: i suoi soci sono disposti a pagare pur di avere una tessera di fidelizzazione, i suoi clienti amano acquistare i prodotti a marchio Coop, solitamente di qualità.
Accanto al business più tradizionale del commercio alimentare, tuttavia, Coop sta individuando nuovi settori competitivi in cui i margini siano più elevati: ecco perciò nascere nuove iniziative come librerie.coop, progetto che sta velocemente crescendo in Emilia Romagna e rappresenta la prima emanazione del Gruppo in termini di nuovi punti vendita specializzati. Ecco soprattutto il debutto in grande stile nel campo dei farmaceutici, con tanto di private label: un settore del tutto inesplorato dalla grande distribuzione, ma con margini potenzialmente alti.
Come se non bastasse, i giornali speculano sull’ipotesi che il primo operatore telefonico mobile virtuale italiano sia, nemmeno a dirlo, proprio Coop Italia, sull’esempio di quanto realizzato dall’omologa Svizzera in collaborazione con Orange. Uno scenario affascinante, che grazie alla forza di mercato di Coop potrebbe da un lato cambiare gli equilibri del mercato, dall’altra avviare una fase di vera concorrenza. Anche in questo caso, il fatturato potrebbe essere interessante per la Coop: non tanto per i margini, quanto per i potenziali volumi.
Ci sarebbe poco da meravigliarsi se il prossimo passo di Coop fosse, ad esempio, nella fornitura di benzina. Qualcuno ironizza sull’effervescenza della Coop in coincidenza con l’andata al potere del centrosinistra: malignità a parte, ciò che è vero (e non del tutto negativo), è la tendenza del nuovo Governo a favorire la crescita di un soggetto forte nel settore del commercio europeo. I grandi concorrenti francesi nel B2C e tedeschi nel B2B / discount stanno crescendo a passi veloci: sarà importante poter rispondere colpo su colpo in questi nuovi settori, già sperimentati con successo in Europa. Chi ne godrà, alla fine, sarà soprattutto il consumatore finale.
In modo nemmeno tanto inaspettato, la Commissione Europea ha analizzato il mercato italiano della TV Digitale Terrestre, accogliendo le motivazioni dell’esposto di AltroConsumo ed evidenziando una situazione di duopolio non differente da quella del mercato analogico. Di fatto, non c’è nessuna differenza sostanziale rispetto alla storica occupazione delle frequenze da parte di Mediaset e Rai: l’unica differenza è che nel digitale terrestre La 7 prova a proporre qualche offerta commerciale imitativa di quella Mediaset.
La Rai, a dire il vero, è piuttosto indietro dal punto di vista dell’offerta: sebbene ormai produca un numero indefinito di canali per le piattaforme satellitari (da quelli pseudo - Premium offerti nei bouquet di Sky a quelli di tipo educational), non ha ancora assunto una posizione chiara nei confronti del DTT. Per di più, i suoi manager ed i politici coinvolti mettono “Rai” e “digitale terrestre” solo quando si tratta di giustificare aumenti della tassa più odiata dagli italiani, il canone radiotelevisivo, per coprire gli investimenti nella copertura del territorio.
“Vorrei ma non posso”, come al solito, è lo slogan dei leader dell’Azienda: che si parli di diritti sportivi o cinematografici, non c’è speranza: ogni volta ci si arrende e si ritorna a pensare a fiction e quiz, ovviamente prodotti da parte di attori esterni. Se a La 7 fanno scioperi a causa dell’esplosione di questa tendenza all’esternalizzazione, in Rai si direbbe che non esistano più professionisti capaci di darsi da fare: persino gli autori, storici pilastri della Rai, sembrano aver gettato le armi.
Dopo la Commissione, anche il Garante per le Comunicazioni, con uno strano tempismo, cerca di tirare le orecchie agli operatori dominanti, ma poi ha il coraggio di citare H3G e L’Espresso come nuovi attori del mercato capaci di impensierirli. Pura retorica: farebbe meglio a dare un’occhiata a ciò che succede in casa dei duopolisti. Chissà se la Rai sarà mai scevra da interessi politici: in un certo senso, sarebbe comunque meglio che prevalessero quelli economici. Sarebbe persino interessante, vedere la Rai gestita da gente interessata: finalmente, sarebbe un vero protagonista di un vero mercato.
Sembrano così lontani i tempi in cui, col solito push commerciale tipico delle aziende Tlc italiane, l’allora non ancora fortissima Omnitel lanciava con squilli di trombe i servizi Wap come mezzo per rimanere aggiornati dell’andamento delle partite di campionato della propria squadra di calcio. L’offerta standard prevedeva un ingombrante Motorola TalkAbout col quale “navigare su Internet”. Peccato che la mirabolante promessa (erano gli anni delle follie e non si poteva non farla), si estrinsecava nella possibilità di leggere una manciata di caratteri su delle pseudo-pagine facenti parte del mirabolante mondo di Omnitel 2000, costosissimo private garden poi confluito nell’altrettanto fallimentare progetto Vizzavi.
Gli altri operatori imitavano pensando di emulare le tecnologie vincenti dall’altra parte del mondo, tipo I-Mode e i suoi fratelli. C’era poco da meravigliarsi che gli italiani, pur grandi amanti del mondo mobile, non fossero rimasti rapiti dal Wap: di Internet nemmeno l’ombra, di addebiti faraonici sì. Per molti, Wap è negli scorsi diventato sinonimo di “modo di scaricare le suonerie”, grazie alla tecnica Wap Push, che di fatto consiste in un link Wap inviato via SMS. Nel frattempo, d’altronde, la banda larga all’italiana (alias l’ADSL) si è prepotentemente affermata come mezzo di accesso d’eccellenza.
In questi mesi, tuttavia, molte cose sono cambiate: oggi le aziende più smart stanno iniziando a creare siti accessibili in maniera peculiare dai dispositivi wireless (vedi Alitalia o Fineco), oppure ad ottimizzarli in chiave Xhtml. Il risultato è che oggi, grazie a software ottimi come Opera Mini ed alla velocità “accettabile” dell’UMTS, il Web è davvero always on ed è quello “vero”, senza compromessi rilevanti. Persino i servizi free più tradizionali, quelli accessibili via Wap, sono di buona qualità: basti pensare a Tuttocittà in versione Wap.
Inutile dire che gli operatori continuano a perseverare nell’immane sforzo di attrarre clienti nei propri giardini: ma anche il loro atteggiamento sta cambiando. Da un lato lanciano la TV a prezzi folli, però affiancano un’offerta semi-flat. Da una parte spingono sui portali privati, dall’altra si rendono conto di quanto tirino di più i contenuti auto-prodotti e scambiati dai clienti che quelli “ufficiali”. Probabilmente, siamo nella del mercato più ricca di possibilità per tutti: stavolta, ci siamo davvero.
Chissà di cosa parlerebbe, se fosse un manager di Wind, il markettaro telefonico fotografato su [mini]marketing: oltre che di mancati ricavi da ragazzini scaltri, avrebbe il coraggio di spiegarci la sua strategia sul mercato mobile? Riuscirebbe a spiegare perché se Mike Bongiorno e Fiorello proiettano agli italiani un’aurea di affidabile alternativa a Telecom Italia nel mondo del fisso, Aldo Giovanni e Giacomo nei loro spot autoscritti ed autoprodotti (caso più unico che raro in Italia), non fanno altro che replicare all’infinito il concetto di tariffe ultraeconomiche e puro utilizzo del cellulare come mezzo per trasmettere la voce?
Sarebbe utile, in particolare, che il nostro interlocutore ci spiegasse in cosa la nuova strategia in 8 punti declamata da Sawiris nel post-acquisizione si stia estrinsecando in questi mesi, in cosa sia più redditizia dalle campagne col maggiolone di fine anni Novanta, quelle che decantavano l’innovatività di Wind nel tagliare scatti alla risposta e costi di ricarica. Sono stati acquisiti i nuovi clienti con maggiore capacità di spesa? La sindrome della “SIM secondaria” (eh?) è stata sconfitta? E la penetrazione nel mondo Corporate come va, escludendo il personale pubblico accaparrato con gare da ribassi fuori mercato? I nuovi segmenti non attenti solo al rapporto prezzo/qualità (qualità?) sono stati raggiunti?
Le campagne che prevedono due cellulari Nec a 159 Euro con 300 Euro di traffico (!) od un Motorola di tendenza a 129 Euro con 150 Euro di traffico (…) non sembrano dimostrare una reale inversione di tendenza. D’altra parte, l’arrivo di Tre sul mercato europeo ha sconvolto molti mercati, quello italiano in primis: l’acquisizione di nuovi clienti è diventata cruciale e proprio gli apparati sono diventati l’esca per attirare quelli della concorrenza. Nonostante la lettura folkloristica che Sawiris aveva fatto delle migrazioni dei suoi clienti a Tre, il problema è sensibile: per quanto paradossale, la clientela italiana di Hutchinson Wampoa è più attenta alle telefonate stra-scontate che ai servizi a valore aggiunto, esattamente come quella di Wind.
Anche i concorrenti dell’operatore egiziano (sob), d’altra parte, hanno ormai interiorizzato le strategie dominanti sul mercato: sfogliando il magazine promozionale di Tim, di telefoni di ultima generazioni a prezzi stracciati se ne trovano tanti e le tariffe non appaiono così dissimili da quelle di Wind. La differenza principale tra Telecom Italia e Wind, tuttavia, sta altrove: la prima ormai ha puntato pesantemente sul triple play, la seconda sembra sempre più divisa in tante anime quanti sono le campagne che ha on air. Quando vedremo Fiorello ed Aldo Giovanni e Giacomo nella stessa campagna?