Se si cerca un manager televisivo europeo che ha conquistato attenzione e meriti sul campo e non grazie ad appoggi politici o industriali, sicuramente Antonio Campo Dall’Orto può rispondere all’appello a testa alta: il golden boy della televisione italiana, nato professionalmente in casa Mediaset (è tra i più noti alumni del Master Publitalia) e noto soprattutto per il lancio di MTV in Italia, è negli anni riuscito a conservare un alto profilo manageriale e contenutistico, riuscendo a sopravvivere anche a vicende “fastidiose” come quella relativa a Luttazzi, che qualche mese fa lo ha pubblicamente indicato come artefice della sospensione improvvisa del suo “Decameron”.
Campo Dall’Orto non è più il giovane brillante che, a 28 anni, era vicedirettore di Canale 5: negli anni si è fatto le ossa affrontando sfide difficili come il recupero e la promozione di La 7, conquistatasi negli anni l’etichetta di televisione di élite sia in termini di qualità dei programmi che di profilo degli spettatori. Un progetto inseguito in modo caparbio e quasi irrazionale, che lo ha portato a rinunciare a possibilità molto importanti e che lo ha reso uno tra i manager più apprezzati della gestione di Marco Tronchetti Provera. Una fiducia che nel tempo si è tradotta col passaggio della responsabilità di MTV a quella di MTV e La 7, fino a quella dell’intera Telecom Italia Media.
Ora il Gruppo Telecom Italia ha cambiato gestione ed è iniziata la danza tipica dello spoils system: Franco Bernabé sta piazzando uomini di fiducia nei ruoli chiave ed evidentemente Dall’Orto gli ricorda troppo il management precedente. La decisione è chiara, ma decisamente criticabile: il manager è stato invitato a presentare dimissioni volontarie e a tornare nella “sua” MTV, a giocare con contenuti e programmi per ragazzini invece che con le sfide globali di un Gruppo che non ha mai voluto scommettere veramente sul mezzo televisivo, preferendo personaggi di dubbio profilo come il famigerato Luca Luciani invece che persone brillanti come il buon manager veneto.
In difesa di Antonio Campo Dall’Orto sono scesi in campo figure importanti per l’industria televisiva come Aldo Grasso, che ha pubblicamente elogiato il percorso professionale e creativo dell’ex-direttore di La 7 e delle sue scoperte. A questo punto, c’è da sperare che qualcuno dei vecchi interlocutori torni alla carica e gli offra il posto di primo piano che merita. Riguardo a La 7, invece, poniamo un fiore sul sarcofago che stanno costruendo intorno a programmi, strutture e prospettive. Abbiamo perso l’occasione di vedere nascere il famoso terzo polo ed a questo punto possiamo stare tranquilli che non lo vedremo per un bel po’ di lustri ancora.


La 7

MTV

Telecom Italia Media
Lord Lucas ha esaminato con attenzione il nuovo flop televisivo firmato Simona Ventura: questa volta si tratta di “X Factor”, (l’ennesimo) talent show finalizzato (per l’ennesima volta) a scoprire “nuove stelle” musicali. L’analisi è molto interessante perché sottolinea come il programma, pur con tutti i suoi limiti, è stato letteralmente mandato allo sbaraglio dalla rete: è sensazione diffusa (basti leggere i commenti all’articolo in questione) che se la stessa trasmissione fosse stata trasmessa da un’altra rete o, quanto meno, in uno spazio di palinsesto più sensato, avrebbe potuto avere esiti decisamente migliori. A questo punto sorgono parecchi dubbi sull’attuale direzione di Rai Due: perché la seconda rete di Stato viene gestita in maniera così cattiva? C’è un disegno dietro la delirante programmazione quotidiana?
Le questioni, al di là di ogni retorica, assumono rilevanza soprattutto rispetto all’ampio dibattito pubblico che ha accompagnato entrambe le nomine di Antonio Marano a direttore di Rai Due: un personaggio che arriva in un’azienda in veste di ex deputato (per di più di un partito “particolare” come è la Lega Nord) deve dimostrare il doppio del suo valore per diventare un manager credibile. Marano ci ha provato seriamente al primo giro, dopo la nomina del 2002: tante polemiche per l’epurazione di Michele Santoro, ma anche programmi di successo come “Chiambretti c’è” e (sigh) “L’Isola dei Famosi”. Il ritorno nel 2006, invece, è stato contrassegnato soprattutto dai flop: “Desperate Housewives” e “Lost” a parte, tutte le altre iniziative (chi non ricorda l’orripilante “Wild West”?) di questo nuovo mandato sono naufragate sotto uno share tristissimo, quasi sempre di molto inferiore alla media storica di rete.
Sorge il dubbio che Rai Due abbia ormai un pubblico consolidato ma in lenta involuzione: che si dedichi l’intera programmazione della rete alle Olimpiadi (è successo con Torino 2006, ad esempio) o si proietti il monoscopio, sorge il dubbio che il “popolo di Rai Due” sia sempre lo stesso, limitato e in continuo calo. Un pubblico troppo eterogeneo per essere davvero interessante per gli investitori pubblicitari: sicuramente formato dalle tante casalinghe abituate ai soporiferi programmi del pomeriggio, ma difficilmente da quei “giovani” che Rai Due continua a dire di voler raggiungere come risposta al posizionamento (quello sì davvero chiaro) di Italia Uno. Simona Ventura, che ormai appare nel 50% del palinsesto live della rete, si odia o si ama: difficilmente un pubblico davvero “giovane” può esaltarsi davanti a programmi da catalessi istantanea come “L’Isola dei Famosi” o la versione Venturesca di “Quelli che il Calcio”.
Proprio quest’ultimo programma, d’altronde, è il simbolo del declino di questa rete televisiva: quando aveva una natura decisamente più corsara e veniva guidato su Rai Tre dal piglio innovativo di Fabio Fazio, era sicuramente un punto fisso della domenica televisiva di qualità. Ora, su Rai Due, ha assunto la stessa patina del resto della programmazione: un vischioso flusso di antipatia che travolge tutte le trasmissioni, da quelle del mattino dei week-end a quelle della tarda notte durante la settimana. Non c’è genere televisivo innovativo che non venga travolto dall’insipienza che trabocca dall’imbalsamato palinsesto di Marano: stavolta è finito in mezzo “X Factor”, ma non è difficile immaginare che qualsiasi programma proposto su questa rete farà la stessa fine ingloriosa. Che Marano ringrazi le serie televisive che ancora gli salvano le medie di rete: non basterà Santoro a fare da foglia di fico degli insuccessi.


Antonio Marano

Auditel

Fabio Fazio

Michele Santoro

Rai 2

Simona Ventura

X Factor
L’articolo sconsolato di Marco Camisani Calzolari prima e la chiamata alle armi di Marco Montemagno poi hanno letteralmente monopolizzato le discussioni in Rete negli ultimi giorni: al centro di cotanto vociare, gli anatemi lanciati da Bruno Vespa e Alessandra Graziottin contro i blog, dipinti come diari delle nefandezze di adolescenti in calore. Una sorta di tiro al piattello contro blogger e frequentatori dell’Internet italiana, l’ultima puntata di una lunga serie di invettive, da parte di Bruno Vespa e dei suoi sodali, finalizzate a dimostrare che Internet non è lo specchio fedele della realtà quotidiana, quanto piuttosto lo strumento di condivisione prediletto da chi vive di nefandezze. Dopo la pedofilia, le perversioni sessuali degli assassini e la violenza nelle scuole, si immagina che al prossimo giro di Internet verrà sottolineato il suo essere regno del riciclaggio del denaro sporco o culla del Ku Klux Klan.
C’è poco da meravigliarsi del fatto che gli heavy user italiani di Internet (ed i blogger sono per la stragrande maggioranza un sottoinsieme di questa categoria) siano rimasti così male dal trattamento ricevuto a Porta a Porta. La maggior parte di noi usa il Web come strumento di lavoro prima che come mezzo di sollazzo (o di auto-esaltazione del sé); molti, di fatto, vivono grazie all’economia della Rete. I due Marco di cui sopra grazie alle loro attività Internet-related mantengono sé stessi e le proprie famiglie: vedere un brunovespa qualsiasi buttare fango sulla Rete è per loro un danno enorme. I due imprenditori, come tutti noi, spererebbero che i media italiani promuovessero le potenzialità della Rete; al contrario, invece, vedono messo in crisi il proprio mercato di riferimento e la percezione stessa che i loro clienti possono avere della professionalità di chi si dichiara “esperto di Web”.
Potremo continuare a boicottare, nel nostro piccolo, Bruno Vespa e i suoi ospiti. I numeri, tuttavia, saranno sempre a nostro svantaggio: noi parliamo male delle sue trasmissioni, lui parla male dei nostri siti. Tipica situazione lose-lose: Rete e TV potrebbero sostenersi a vicenda ed invece si accusano vicendevolmente di essere il buco della serratura preferito dai (presunti) maniaci della parte avversa. L’estremizzazione della situazione genera mostri e non c’è bisogno di essere ad Islamabad per sentire il vento del riflusso: la demonizzazione della Rete e dei suoi abitanti fa male a tutti. Meno Rete vuol dire meno informazione e meno informazione vuol dire meno democrazia: anche senza giungere agli estremi del Pakistan, ogni “misura di sicurezza” adottata contro Internet implica necessariamente la diminuzione delle fonti libere, la riduzione della libertà di informazione.
Siamo maledettamente viziati, questo è vero. Siamo così abituati a leggere le notizie su decine di siti internazionali e con ore di vantaggio rispetto a chi le scoprirà al telegiornale delle 20, che non ci rendiamo conto di esserci volontariamente chiusi in una torre eburnea. Una gabbia dorata in cui siamo sicuri dell’eccellenza della nostra posizione e dei vantaggi che essa porta e che vorremmo si diffondessero in maniera universale., ma anche un recinto che viene sempre più guardato con sospetto da chi legifera e da chi vuole garantire un equilibrata tutela dell’ordine pubblico, potenzialmente turbabile (così sembrerebbe) dai noti facinorosi lussuriosi che vivono nelle lande virtuali. Molti di noi ormai hanno rinunciato a lavorare nel settore: sia onore ai due Marco ed a chi ancora resiste.


Alessandra Graziottin

Bruno Vespa

Marco Camisani Calzolari

Marco Montemagno
La vicenda che più ha toccato la Rete in questi giorni l’ha sintetizzata in poche parole Filippo Facci questa sera, su Macchianera:
«un giornalista fa un’inchiesta per Report che viene apprezzata, mandata in onda, lodata, perciò replicata due anni dopo, ma a un certo punto querelata; e la Rai e la Gabanelli non solo abbandonano il giornalista al suo destino, ma gli comunicano che nel caso si rivarranno su di lui.»
Facci ha il dente avvelenato contro la Rai: la richiesta di 10 milioni di Euro di danni è stato uno dei tormentoni precedenti della Rete. Le origini della vicenda-Facci non sono dissimili da quella di Barnard: ma se nel caso di Facci si tratta di una presa di posizione della Rai in quanto soggetto offeso, in quello di Barnard subentra il problema del contenuto scatenante. Facci aveva dato della cloaca alla TV di Stato, Barnard aveva denunciato il comparaggio nel settore farmaceutico rendendo la Rai meritevole di attenzione nel suo svolgimento del ruolo difficile di “servizio pubblico”. Un gesto nobile, di “vera” informazione, che la Rai doveva difendere sino in fondo, in tutte le sedi di giudizio: al contrario, l’Azienda ha promesso al giornalista di rivalersi nei suoi confronti.
È pur vero che Paolo Barnard avrà dei propri interessi in gioco, visto che scrive da anni a destra e manca per accusare la Gabanelli di infiniti misfatti: tuttavia, nel momento in cui ha realizzato il servizio contro le multinazionali del farmaco, era un autore Rai a tutti gli effetti, come tutti gli altri. Che poi sia andato via da Report per oscuri motivi personali (il che porta l’acredine tra l’autore e la conduttrice a punte eccessive), poco importa: la sua “famosa” lettera riporta fatti, date e considerazioni condivisibili a proposito del ruolo della Rai e dei rapporti con i tanti (troppi) giornalisti free-lance che collaborano con le sue trasmissioni di punta. Viene da domandarsi, tra l’altro, di cosa si occupino i giornalisti dipendenti, visto che puntualmente i servizi più brillanti vengono realizzati da esterni.
Il fulcro della vicenda è stata la discussione avvenuta sul Forum ufficiale di Report, condotta dai telespettatori delusi dal comportamento dello staff della trasmissione e della conduttrice, solitamente nota come paladina dei deboli. Milena Gabanelli ha partecipato, si è difesa ed ha difeso la Rai: solo una parte dei suoi fan si è lasciata convincere dalle sue argomentazioni, molti hanno appoggiato Paolo Barnard nel suo denunciare modi e tempi della sua epurazione dalla TV di Stato. Difficile sapere da che parte stia la verità: una ferita è stata aperta ed ha coinvolto attivamente una parte dei telespettatori di Report. Per tutti gli altri, tanto amaro in bocca: se anche i programmi di denuncia meritano di essere denunciati, qualcosa si è incrinato nel rapporto di fiducia giornalisti - cittadini.


Filippo Facci

Milena Gabanelli

Paolo Barnard

Rai
I ragionamenti di qualche giorno fa a proposito della “televisionizzazione” della società italiana avevano come protagonista principale Mediaset, che sicuramente negli anni è stata l’alfiere della televisione gratuita di medio profilo criticata in quella sede. Bisogna ammettere, però, che l’azienda in questione sia stata anche l’unica che ha provato ad innovare, puntando sullo sviluppo tecnologico, nell’ambito della TV a pagamento. Non bisogna risalire a Telepiù analogica per apprezzare gli sforzi del Biscione nel proporre nuovi modelli televisivi ai suoi spettatori e nuove opportunità di business ai suoi clienti: basti ricordare gli sforzi iniziati qualche anno fa nel creare il “mondo” di Mediaset Premium.
Un ecosistema particolare sin dall’inizio, quello di Mediaset Premium: basato su una tecnica del tutto nuova per gli italiani (il famigerato digitale terrestre) e inserito in un contesto tecnologico di grande spessore. Un sistema capace di gestire al millesimo la complessità di milioni di tessere prepagate acquisite da famiglie di ogni fascia sociale (comprese quelle formate da persone solitamente tagliate fuori dagli standard culturali di Sky) con sistemi di pagamento eterogenei (non solo negozi specializzati e non, ma anche Bancomat e ricariche a distanza), su un’offerta complessa in maniera progressiva e crescente. Un tentativo, se vogliamo, di far risollevare l’azienda Mediaset, maltrattata in Borsa anche per la sua eterna crisi di identità.
Premium è stata in questi anni una babele posta sotto il logo rassicurante di Mediaset, condita da quei contenuti televisivi che tanto piacciono alle famiglie italiane (vedi calcio e reality show), antagonista rispetto alla “spocchiosità” di Sky. La piattaforma satellitare, infatti, ha nel tempo cercato di ampliare il suo bacino (ancora una volta col calcio, inutile dirlo), ma è riuscita a fidelizzare solamente il pubblico degli utenti più sofisticati, quello degli appassionati di eleganti film d’autore e di avvincenti serie TV di chiara derivazione hollywoodiana. Quegli stessi ingredienti che ora Mediaset sta dosando in Premium Gallery, la nuova offerta che, partendo dal digitale terrestre, presto finirà nell’offerta di Sky a fare da cavallo di Troia targato Mediaset.
Steel, Mia e Joi diventeranno presenze costanti sui televisori degli italiani: sono il primo passo verso la pay-TV di massa, che però finalmente punta sulla qualità dei contenuti e non sull’appeal nazional-popolare da Grande Fratello 24/7. Gli eleganti spot con Uma Thurman e Hugh Laurie realizzati da SaffirioTortelliVigoriti, per quanto un po’ troppo simili come idea creativa a quelli visti con Pelé e calciatori italiani appena qualche mese fa, rappresentano un primo assaggio dello stile dell’offerta Mediaset Premium Gallery: low cost sì (appena 8 Euro al mese), ma succosa. Una bella ventata di rinnovamento per Mediaset, per il benedetto digitale terrestre e per tutta la televisione italiana. Funzionerà?


Gallery

Hugh Laurie

Mediaset

Premium

SaffirioTortelliVigoriti

Sky

Uma Thurman