Televisione

Programmi e protagonisti della televisione passata e presente

1 agosto 2010

Tra le due litiganti, l’incumbent gode

Si discute, sui forum dei calciofili, degli spot bizzarri che in questi giorni circolano sulle reti Mediaset: il messaggio è tipo “Da quest’anno 12 squadre giocano su Mediaset Premium”, ma poi i protagonisti della campagna (tra cui Gerry Scotti) elencano 10 squadre e mostrano i relativi loghi. Sul sito fino a qualche giorno fa regnava ulteriore confusione: squadre con vasto seguito come la Sampdoria una volta erano dentro e un’altra fuori; solo da pochi giorni a livello puramente testuale vengono elencate 12 squadre, ma rimangono 10 simboletti sui banner.

Peccato per questa confusione, anche perché sin dall’esordio la comunicazione di Mediaset Premium è stata contraddistinta da spot di buona fattura e bello stile. La sensazione è che stavolta si corra per cercare di recuperare sottoscrittori in extremis prima della partenza (manca ormai meno di un mese) del Campionato di Serie A, anche se la colpa di tutto questo disordine è della procedura di assegnazione dei diritti da parte della Lega Calcio, che ha fatto l’altalena tra Mediaset e Dahlia fino ad esaurimento delle disponibilità delle due piattaforme.

Proprio la piattaforma nata dalle ceneri di La7 Cartapiù è la vittima di questo teatrino infinito, visto che ora deve costruire la propria offerta su 8 squadre abbastanza marginali; l’unico vero asso nella manica sembra la copertura completa del calendario di Serie B, anzi di serie bwin (notevole esempio di sponsorizzazione, molto più efficace del pleonastico “Serie A Tim”). Peraltro, la copertura sul territorio è ancora quella che è e forse solo il passaggio definitivo al digitale terrestre su tutto il territorio nazionale potrà consentire una vera competizione.

Chi vince davvero a mani basse? Naturalmente, Sky. Che può permettersi di comunicare con efficacia la copertura di interi campionati internazionali e spostare perciò il focus della propria comunicazione sulla qualità del proprio servizio, interamente in alta definizione, giustificando un costo notevolmente superiore dei propri abbonamenti. Sky è ancora l’incumbent in ambito pay TV e il prossimo debutto sul digitale terrestre (seppure con forti limitazioni) sarà uno sgambetto notevole a Mediaset e Fininvest. I maliziosi prevedono decreti governativi ad hoc.

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4 luglio 2010

In morte di Pietro Taricone

Le ore di apprensione per la sorte di Pietro Taricone ed il cordoglio che è seguito all’annuncio della sua morte probabilmente ci ronzeranno in testa per lungo tempo. Per il dramma umano, certo, ma anche per l’incredibile girandola di opinioni, ricordi, giudizi e commenti che ha contraddistinto la scomparsa di un personaggio che, (tendenzialmente) nel bene e (qualche volta) nel male, ha segnato il decennio appena concluso.

Che Mediaset non volesse lasciarsi sfuggire l’occasione per lucrare sul dolore si era già intuito quando le notizie provenienti da Terni erano ancora piuttosto frammentate e confuse: l’unica certezza era che a lottare con la morte c’era un uomo giovane e famoso. Le reti televisive si sono scatenate poche ore dopo, dando alla vicenda un taglio “personalizzato” che ricordava un po’ quello del lutto per Raimondo Vianello.

IIn questo caso, tuttavia, il fascino del personaggio e la storia peculiare erano manna dal cielo per programmi scandalistici e pseudo-giornalistici. Le trasmissioni dedicate all’evento su Canale 5 hanno fatto il boom di ascolti, riprendendo ad oltranza immagini vecchie di 10 anni e istituzionalizzando il ruolo di Pietro Taricone come “vincitore morale” della prima e di tutte le edizioni del Grande Fratello, reality show di punta della rete.

Un vero peccato, visto che il giovane attore negli anni si era allontanato in maniera evidente da quella esperienza, sia in termini di scelte di vita (fu molto discussa la sua “fuga in campagna”), sia artistiche: magari con ruoli marginali, ma film e serie televisive interpretate denotavano un percorso creativo in piena crescita. Il personaggio di Ermanno in Tutti pazzi per amore 2 sicuramente è stata una prova da attore brillante e consumato.

Non è stata solo Mediaset, tuttavia, a cercare di sfruttare l’attenzione collettiva per la morte di Pietro Taricone. Si sono sentiti in dovere di ricordare il personaggio autori di destra e di sinistra, con l’ennesimo sbracciarsi di Roberto Saviano a rasentare il ridicolo. La voglia di appropriarsi del personaggio da parte di Casa Pound (come era già avvenuto per Rino Gaetano) ha ulteriormente scatenato dibattiti spesso insensati.

Rimane il dolore per Kasia Smutniak e per la loro figlioletta, sbattuta in prima pagina dai giornali a caccia di dettagli sulla morte di quello che è già stato definito “il James Dean italiano”. Rimane la compassione per i genitori, perché perdere i figli è difficile e lo è ancora di più quando sono così giovani. Rimane la pietà per una vita spezzata per spavalderia, ma anche la tristezza per chi ora non potrà più difendersi dal chiacchiericcio.

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20 giugno 2010

Pierluigi Diaco, arrogante di successo

Il successo iniziale di Pierluigi Diaco era legato al suo ruolo istituzionale di “giovane intellettuale”: veniva invitato in contesti in cui si destreggiava come una Susanna tra i vecchioni. Fossero trasmissioni televisive o radiofoniche, eventi politici o convegni imprenditoriali, Diaco portava la voce di una persona giovane ma, signora mia, veramente brillante. Un primo della classe appena uscito dalla scuola (apparve in TV a 17 anni), sempre pronto a parlare di musica, politica, economia e tendenzialmente di tutto lo scibile umano.

Il problema è che negli anni Diaco è invecchiato e non è riuscito a ritagliarsi un ruolo distintivo. Ha provato a buttarsi in politica, ottenendo solo irrisione e non consenso; ha cercato di interpretare a modo suo la professione di giornalista, su quotidiani di nicchia come Il Foglio o periodici di massa come Panorama; ha condotto trasmissioni eterogenee in televisione, finendo a litigare con gli ospiti. Nonostante questo altalenare tra auto-esaltazione e rischio-dimenticatoio, è comunque riuscito a guadagnare la stima di molti potenti.

Oggi Diaco conduce Unomattina Estate e per la prima volta ha l’opportunità di comunicare col grande pubblico di Rai Uno: ne approfitta fino in fondo e come ha notato Aldo Grasso è, in un certo senso, la sua consacrazione, il coronamento di un percorso di botte a destra e a sinistra, di ossequi verso i potenti di politica e show business. L’ex giovane sa della visibilità del suo nuovo ruolo e ne approfitta fino in fondo per comunicare ai telespettatori la sua visione del mondo, della vita, della società, della cultura.

I suoi siparietti acidi con Georgia Luzi ormai sono famosi, la sua arroganza fa rabbrividireil suo enciclopedismo stupisce chi non lo conosce e non di certo in positivo. Diaco sa di avere successo  su alcuni target, perché sa come interpretare in chiave populistica le sue occasioni di confronto con ogni microfono sotto tiro. In fin dei conti, Filippo Facci aveva già scritto tutto di lui quasi dieci anni fa, quando si temeva che Diaco ce l’avrebbe fatta davvero. Per ora non è andata così, speriamo continui a rendersi ridicolo ancora a lungo.

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19 aprile 2010

Raimondo Vianello, né totem né eroe

Quando pochi mesi fa è scomparso Mike Bongiorno, tra valanghe di tweet e video televisivi, saltava con forza alla luce come nella costruzione postuma del mito si fosse preferito esaltare gli anni della giovinezza, anche con qualche eccesso: non solo Rischiatutto o Lascia e Raddoppia, ma addirittura la figura di Bongiorno-partigiano. Merito soprattutto delle numerose interviste agiografiche maturate negli ultimi anni della propria vita, da Fabio Fazio in giù. Questo aveva creato una situazione surreale, con l’ex vicepresidente di Mediaset ritratto di continuo come eroe della Rai dei tempi d’oro, come incarnazione dell’Americano liberatore dell’Italia dai Nazisti.

Solo in Rete qualcuno ricordava anche il Bongiorno “cattivo”, quello che insultava le vallette che si permettevano di ironizzare sullo sponsor di turno o utilizzava le trasmissioni Fininvest come mezzo di propaganda politica. Voci minoritarie, comunque, visto che lo stillicidio a distanza Piersilvio Berlusconi vs. Mike Bongiorno vs. Silvio Berlusconi in qualche modo aveva posto il conduttore dalla parte dei “buoni”. Quella parte che ora a Raimondo Vianello sembra definitivamente preclusa. I giudizi verso quest’ultimo sono unanimi e prescindono dalla parte politica; anzi, sembrano unanimi proprio perché in qualche modo non c’è rischio di travisare la sua posizione politica.

In Italia, d’altronde, vita ed opere di qualsiasi personaggio noto vengono ormai letti solamente in tale chiave. Raimondo Vianello assurge così ad “eroe della Seconda Repubblica” grazie alla sua presunta coerenza politica di uomo di centrodestra in uno scenario profondamente mutato di decennio di decennio. Si vedono in televisione alcuni siparietti con Ugo Tognazzi, ma ci si affretta a ricordare come i cattocomunisti al potere ai tempi (?) non li vedessero in maniera così positiva; scorrono in TV, su Internet, persino nella camera ardente, le immagini di Casa Vianello, l’opera dell’anzianità che viene sistematicamente letta come sigillo della vendita al diavolo della propria anima.

La sua “colpa” è quella di essersi calato sempre più nei panni dell’impiegato modello: non gli viene criticata tanto la giovinezza nella Repubblica Sociale Italiana quanto la vecchiaia vissuta tra la casa di Milano 2, l’Ospedale San Raffaele, la chiesa di Milano 2, gli studi di Cologno Monzese. Quell’ultima parte della sua vita diventa per alcuni ingombrante testimonianza di fiducia incondizionata verso il proprio datore di lavoro, per altri semplice segno di affetto per chi ha rilanciato la coppia un tempo famosa (e molti altri, Mike Bongiorno compreso) negli anni in cui la Rai l’aveva messa nel dimenticatoio. Ed oggi i più giovani conoscono Vianello soprattutto come ex conduttore di Pressing.

I più grandicelli, ricordano Sandra Mondaini nei panni di Sbirulino farsi promotrice, tra i primi in Italia, delle campagne contro la lotto del cancro; pochi ricordano la coppia in obbrobri artistici come Crociera Vianello, eppure sembra ai più che solo quest’ultima fase riesca a connotare il “vero” Vianello, il pater familias un po’ burbero ma in fin dei conti dal cuore d’oro. Si cavalca il mito piegandolo al proprio sentimento, utilizzandolo come totem dell’antiberlusconismo o come interprete sincero dei valori familiari dell’italiano medio. Poi si guarda l’ultima esibizione pubblica significativa e si scopre che in fin dei conti è morto un vecchietto come tanti altri. Non un eroe, non un totem.

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21 febbraio 2010

Il Festival di Sanremo e i segnali del Paese reale

Febbraio 2009: all’ultimo giro di votazioni del Festival di Sanremo un brivido scorre per l’Italia. La triade finale è formata da Sal Da Vinci, da Marco Carta e da Povia: se vince il primo è un brutto segno (il trionfo dei neomelodici?), se vince il secondo è un bruttissimo segno (la musica italiana è in mano ai talent show?), se vince il terzo è un pessimo segno (l’Italia è così omofoba da appoggiare chi odia i gay?).

Alla fine, vince il giovane sardo Marco Carta, sia al televoto (con quasi il 60% dei voti), sia nelle classifiche di vendita dei dischi (con oltre 120.000 copie). Tutti si convincono che ha vinto il male minore, che in fin dei conti ‘sto ragazzotto allievo di Maria De Filippi non è così male, che è la solita canzone d’amore sanremese: viene consacrato un nuovo “Big” della canzone italiana, idolo delle ragazzine.

Febbraio 2010: all’ultimo giro di votazioni del Festival di Sanremo il terrore scorre per l’Italia. La triade finale è formata da Marco Mengoni, da Valerio Scanu e dal trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici: se vince il primo è un brutto segno (il trionfo di X-Factor?), se vince il secondo è un bruttissimo segno (di nuovo un prodotto creato nel laboratorio di Amici?), se vincono i terzi… No comment.

Alla fine, vince il giovane sardo Valerio Scanu ed è sancita nuovamente la superiorità del programma di Canale5 rispetto a quello di Rai2 (che comunque si consola col primo premio al “giovane” Tony Maiello). Poche decine di minuti prima, Maurizio Costanzo ha lasciato il suo segno indelebile sulla finale del Festival; poche ore dopo, la trasmissione della De Filippi scorrerà sull’ammiraglia Mediaset.

La loro egemonia culturale è sempre più palese. E questo Festival di Sanremo così surreale, con le Tagliatelle di Nonna Pina mischiate con la Banda dei Carabinieri mischiata con Dita Von Teese mischiata con la Fiat di Termini Imerese è un degno specchio del Paese reale, quello da cui gli heavy users di Internet, che stravedono per i (pochi) cantanti “eleganti” saliti sul palco dell’Ariston sono lontani anni luce.

La rivolta degli orchestrali contro il podio di Sanremo 2010

I monarchici populisti vs. gli orchestrali in rivolta, i fan dei talent show vs. gli intellettuali che stravedono per la vincitrice del premio per la critica. Qualcuno ha qualche dubbio su chi vincerà le prossime elezioni? E quelle successive? E quelle di fine legislatura? Se ce l’ha, è perché ha infilato la testa sotto la sabbia e non ha colto quelli che una volta erano “segnali deboli” ed ora sono tronchi di albero.

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7 febbraio 2010

La televisione come modello formativo

Qualche giorno fa Ester Memoli ha segnalato questo video su FriendFeed, dando l’avvio ad un intenso dibattito su una scena che molti temono si ripeta quotidianamente nelle scuole italiane: allievi aggressivi nei confronti dei docenti, con modi un tempo ritenuti incredibili per un simile contesto formativo. Sorprendentemente, c’è un aspetto su cui tutti i partecipanti alla discussione concordano: la colpa viene data in maniera univoca ad alcuni programmi televisivi, in particolare a quelli ideati e condotti da Maria De Filippi, che su discussioni e litigi hanno basato la propria fortuna.

Alcuni citano Uomini e donne, altri Amici. Se la prima trasmissione ha un seguito marginale e fatto da casalinghe annoiate, la seconda riesce a catalizzare l’attenzione del pubblico giovane e in qualche modo rappresenta la migliore approssimazione del “grande sogno” che diventa realtà. Non quello di vincere al SuperEnalotto per poi vivere una vita tranquilla “altrove”, ma quello di acquisire fama e ricchezza attraverso il proprio talento, per poi passare una vita sui palcoscenici. Personaggi come Marco Carta ed Alessandra Amoroso sono i testimonial di questa illusione.

L’arroganza degli studenti della “scuola” di Maria De Filippi è cifra stilistica della trasmissione sin dagli esordi, ma negli anni la voglia di protagonismo dei giovani artisti li ha portati a concentarsi sui litigi in pubblico coi professori come mezzo per evidenziare il proprio ego, la propria forza individuale. Scene come quella reale vista sopra sono tradizione ogni domenica sera su Canale5. L’”arroganza televisiva” è ormai uno stile di vita ed i reality show sono al contempo specchio fedele di questa realtà e modelli formativi per persone di tutte le età, non solo giovani.

Qualche anno fa uno studio calcolò 17 ore al giorno di risse televisive in Italia. Non è difficile immaginare che il dato sia in costante aumento; il vero problema è che i nuovi stili di comunicazione e interazione sono ormai abbondantemente tracimati nella realtà e contesti come la scuola sono culle perfette per raccogliere i germi nocivi di questo antagonismo esasperato, continuo e malcelato. La prossima volta che qualcuno parlerà di buoni “nativi digitali”, a noi sorgerà il dubbio che in realtà le nuove generazioni contengano più che altro cattivi “tamarri televisivi”.

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1 novembre 2009

Solitudine dei potenti e linciaggio morale

Non si parlava tanto di transessuali in Italia da circa quattro anni, quando molti ne scoprivano il fascino in seguito alla vicenda Lapo Elkann. Il tema aveva poi fatto capolino associato ad un’edizione del Grande Fratello e proprio questa trasmissione, in questi giorni, lo sta ritirando fuori per esibire una nuova attrazione del circo. Quasi a volerla presentare come una situazione più “originale” del solito, stavolta è il turno di una donna diventata uomo.

Il tema transessualità, più che per il programma televisivo, rimarrà attaccato a questo autunno 2009 per merito/colpa della vicenda di Piero Marrazzo, sorpreso in atteggiamenti casalinghi con una transessuale di origini brasiliane. Una storia difficile da comprendere sino in fondo, che forse solo in queste ore sta venendo fuori in maniera un po’ più chiara, grazie alle testimonianze dei vicini di casa di Natalì, in Via Gradoli.

Emerge infatti una storia simile a quella di molti altri amanti, di qualsiasi genere, razza e religione: un marito infedele che tradisce la moglie invaghendosi di una più giovane. Storia squallida quotidiana, ma non sufficiente a giustificare il vero e proprio linciaggio mediatico cui l’ex presentatore televisivo è stato sottoposto nell’ultima settimana. Una pioggia continua di insulti, attacchi e richieste di dimissioni, mal gestita da Marrazzo.

La linea comune dei media è stata “Marrazzo si deve dimettere perché è risultato ricattabile da Carabinieri corrotti”. La linea reale professata (con ampie dosi di ignavia) da molti connazionali è stata “Marrazzo si deve dimettere perché va a trans”. Molti hanno pensato la seconda ed hanno adottato in pubblico la prima, magari non riuscendo poi a sostenerla nel dibattito e lasciando trapelare le vere motivazioni della sfiducia al politico.

Fa male, tutta la vicenda, perché come al solito viene fuori l’Italia razzista ed omofobica, che perdona i mariti fedifraghi ma non quelli che fanno emergere pulsioni sessuali “diverse” da quelle più comuni. Piero Marrazzo è finito nel frullatore come un Sircana qualsiasi, senza le giustificazioni del tipo “colpo di testa” o “debolezza temporanea” che solitamente si leggono in casi analoghi, quando dall’altra parte c’è una donna.

La storia di un potente che si sente solo e cerca compagnia in luoghi diversi da quelli della quotidianità è una vicenda che si ripeterà ancora negli anni. Ciò che si può auspicare è che si smetta di guardare male chi ha preferenze diverse dalle proprie, nascondendo il proprio linciaggio morale sotto la scusa dei pericoli della ricattabilità del politico di turno: siamo dei tremendi bigotti e pretendiamo anche di fare bella figura in pubblico.

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30 agosto 2009

La fiction è l’arma più forte

Viste le continue discussioni sulle nomine Rai, torna in mente in questi giorni l’ottimo articolo di Marco Belpoliti che, ad inizio agosto, è riuscito a sintetizzare lo shift di potere tra le varie posizioni di responsabilità dei canali televisvi italiani. Una riflessione approfondita che fa emergere l’imprevedibile crescita di responsabilità dei “padroni” della fiction, nuovo e potentissimo strumento di persuasione di massa stretto con avidità nelle mani di chi ha capito la sua rilevanza rispetto alle sempre meno credibili fonti di (in)formazione tradizionali.

Basti guardare i palinsesti delle reti televisive generaliste per rendersi conto di come le fiction rappresentino il piatto forte di molta programmazione. Molti dei canali principali non dedicano più nemmeno una serata ai film mentre, al contrario, serie televisive corte e lunghe spadroneggiano ancor più di varietà e sport. L’unica differenza sostanziale è la produzione: alcune reti preferiscono importare prodotti di successo a livello internazionale, altre propongono con frequenza produzioni nostrane, declinate sul passato o sul presente.

Sono proprio queste ultime, ovviamente, le serie che attraggono maggiori attenzioni da parte di politici e produttori. La nostra vita quotidiana è di volta in volta fonte e copia di quella ritratta nelle serie, in un circolo vizioso/virtuoso di aggiornamento delle serie ai gusti del pubblico e riconoscibilità da parte dei telespettatori nei propri paladini. Serie come I Cesaroni, Un medico in famiglia, Tutti pazzi per amore, riescono a ritrarre l’Italia contemporanea come nessun libro, nemmeno il più populistico di Moccia, potrà mai fare: sono foto in movimento.

Fa sorridere quando si prova a discutere di queste serie con Italiani di località ed estrazione sociale diversi. Per alcuni, le famiglie così aperte ritratte nelle serie sono troppo lontane da quelle viste per strada quotidianamente, ma proprio per questo servono come benchmark per comprendere, ad esempio, le scelte di figli lontani da casa; per altri, le storie rappresentate sono fin troppo addolcite, ma in quanto tali riescono ad ammorbidire e far riflettere rispetto a situazioni analoghe vissute quotidianamente con vicini, colleghi e parenti vari.

Non sono, insomma, solo le fiction storiche ad incidere sulle vite della maggioranza degli Italiani. Anzi: basta una sit com pomeridiana per capire com’è la vita a Milano o una telenovela serale per intuire quella dei rioni di Napoli. O almeno a questo sembra si voglia arrivare: le storie televisive come proxy della vita reale, come bibbia per orientare i propri comportamenti sulla base di quanto trasmesso in TV. Il percorso è lungo, ma una buona parte è già stata percorsa: per parafrasare un caro vecchio sociologo, “La vita come rappresentazione televisiva”.

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21 giugno 2009

L’arroganza televisiva trabocca nella realtà quotidiana

Video su YouTube: una concorrente di belle apparenze ad un quiz condotto da Gerry Scotti sciorina con sicumera i propri titoli accademici, comprensivi di un Dottorato di Ricerca. Il conduttore fa complimenti a ripetizione alla ragazza e propone la prima domanda. Com’è nello spirito del telequiz in quetione, Chi vuol essere milionario?, si tratta di una questione abbastanza sciocca: parte comunque il tempo ed il minimo di suspence dovuta ad ogni passo in questo tipo di trasmissioni. La giovane donna di Lecce risponde e Gerry Scotti sbianca: ha sbagliato ed in qualche modo il conduttore si sente in colpa.

Il video inizia a girare su YouTube insieme a tanti altri simili ed attrae numerosi commenti derivanti dallo sbilancio evidente tra la presentazione esaltata iniziale della concorrente e la figuraccia finale. Inizia ad apparire su un tumblelog e da qui si irradia progressivamente ad altri spazi su Tumblr, su FriendFeed, su Toluu e su Facebook. Cercando il nome della tizia su Google, la prima pagina di risultati contiene commenti sulla sua figuraccia, in mezzo a tracce sparse di sue omonime e accenni alla sua vita accademica. La signora d’altronde non ha un sito personale, né un blog, né un profilo su un social network.

Quando le parte la voglia di ribellarsi al pubblico ludibrio, la scelta cade sul profilo Facebook della sorella. Da lì inizia ad irradiare messaggi minacciosi a chiunque abbia in qualche modo linkato il video, ventilando il fatto che colui che lo aveva pubblicato su YouTube è corso a toglierlo una volta spaventato da una denuncia per diffamazione presentata a Carabinieri e Polizia Postale (così, per abbondare). I messaggi via Facebook contengono una serie di sciocchezze tecnologiche e legali e sono segno del fatto che qualcuno sta imbeccando la signora a farsi forte con chi l’ha pubblicamente criticata.

Tutti tolgono il video dai propri tumblelog e dai propri profili su social network, chi ha qualcosa da dire inizia delle flame war private con la signora, che continua a brandire azioni legali come un manganello. Non è difficile immaginare che nel giro di qualche giorno rimarrà giusto qualche traccia remota su Google, magari a pagina 35 dei risultati. Nelle nostre teste rimarrà comunque il ricordo di una che ha fatto una figuraccia davanti a milioni di spettatori, ma è preoccupata dal giudizio di una mezza dozzina di blogger che sottolineano il suo modo di fare tronfio, paragonandolo all’effettivo “successo” televisivo.

Lo stesso modo di fare che qualche giorno fa ci è sembrato di scorgere leggendo di tale Floriana Secondi, personaggio del Grande Fratello, che è finita sui giornali per aver prima avviato una rissa nel suo condominio, poi con le forze dell’ordine. Lo stesso modo di dire “Io sono stata in televisione e voi no”, lo stesso modo di preoccuparsi non per le proprie figuracce, ma per l’eco che esse hanno sui mezzi di comunicazione. La stessa arroganza nel voler negare gli avvenimenti, invece di preoccuparsi di non farli mai avvenire. Se vedrete scomparire questo articolo, la ricercatrice folle avrà di nuovo agitato la clava.

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19 aprile 2009

Fabrizio Del Noce e la carica dei conduttori schifati

Finalmente Fabrizio Del Noce ha svelato il perché della scomparsa definitiva di Antonella Clerici da La prova del cuoco: il suo cachet è troppo alto per una trasmissione di daytime. In questo modo il furbo direttore ha passato la palla nella metà campo della giunonica conduttrice che, da ormai mesi, si lamentava di essere stata cassata dal palinsensto a causa del suo essere neo-mamma.

Difficile giudicare chi abbia ragione: da un lato è positivo che la Rai inizi a produrre programmi con costi sensati; dall’altro, quando Del Noce sostiene che lo stesso programma, condotto da Elisa Isoardi, continui ad avere risultati di ascolto positivi, si tratta di una bufala. Notoriamente, in quell’orario, è Forum a farla da padrone, staccando di diversi punti Anna Moroni, Beppe Bigazzi e il coccodrillo.

Merito della conduttrice? Elisa Isoardi ormai è diventata un’icona della sua rete: è infatti in linea con molti altri colleghi che conducono quotidianamente le loro trasmissioni sul primo canale nazionale con una faccia a dir poco schifata. Non è difficile navigare in Rete e vedere spezzoni in cui la Isoardi, con le mani sporche di pastella o di farina, ci comunica con gli occhi un drammatico «Cosa ci faccio qui?».

Esattamente il contrario della Clerici che, magari fingendo, passava sempre l’idea che non avrebbe voluto essere in nessun altro posto al mondo che dietro ai fornelli del suo programma. Tutto al contrario della pattuglia degl ormai numerosi conduttori che, oltre alla Isoardi, sembrano essere stati messi su Rai Uno a soffrire senza significato, spinti da Fabrizio Del Noce e dai suoi registi.

Caterina Balivo, ad esempio, riesce ad apparire fuori posto nella maggior parte dei suoi programmi serali, sebbene al contrario provi a convincerci di essere davvero interessata agli orripilanti programmi che conduce al pomeriggio. Sempre meglio dei veri rappresentanti di questo trend, però: i giornalisti (o ex) “promossi” a fare i conduttori. Uno Mattina in questo è una scuola formidabile.

Tra tutti, brilla Lamberto Sposini: il piglio schifato durante le trasmissioni in cui intervista finti vip e protagonisti dei fatti di cronana più trucidi è ormai cosa nota. Sicuramente lui, come tutti gli altri, ha bisogno di lavorare e deve accontentarsi di ciò che gli passa la rete; ma se questi conduttori proprio non riescono a mostrare simpatia, almeno potrebbero provare ad alzare la testa e mostrare un po’ di dignità.

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