3 gennaio 2010

Il 2010 sarà l’anno del Mobile Internet

Un giorno qualsiasi del 2003, in un’aula della Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino: un gruppetto di middle manager dell’ex Omnitel, da poco Vodafone Italia, presenta agli studenti del Master in Business Administration le strategie dell’Azienda all’alba dell’UMTS e poco tempo dopo il lancio di Vodafone Live! e degli MMS, servizi adeguati ai terminali a colori da pochissimo presenti sul mercato.

Ad un certo punto, un allievo dell’MBA alza la manina e chiede come mai Vodafone Italia non abbia ancora lanciato tariffe flat per navigazione GPRS, nemmeno per la clientela aziendale. I manager rispondo indispettiti, rispondendo che la navigazione col cellulare non trova interesse sul mercato. Chi muore dalla voglia, può ricorrere agli interessantissimi servizi di Vodafone Live! via Wap.

Passano pochi anni ed Internet Mobile diventa un fulcro dell’offerta di Vodafone in tutta Europa. Tutti gli operatori concorrenti, d’altra parte, hanno da tempo lanciato le ormai diffusissime chiavette USB per sostituire gli ingombranti modem PCMCIA e la rete si è evoluta offrendo prima l’UMTS, poi l’HSDPA/HSUPA. I cellulari evoluti, sempre più simili a PDA evoluti, hanno fatto il resto.

La domanda c’è, eccome. Sebbene la copertura in alcune zone d’Italia sia instabile o addirittura assente, molti di noi hanno capito i vantaggi della navigazione in movimento. Si accennava in merito parlando di trend 2009: durante le feste, molti di noi avranno notato un aumento drastico degli auguri via social network. Dall’altro lato, milioni di persone hanno continuato a far crollare la rete TIM come tradizione.

Quest’anno ci sarà la svolta. Se proprio bisogna individuare un macrotrend per il 2010, sarà sicuramente l’esplosione del Mobile Internet, anche tra gli “insospettabili” utenti del mass market. I dati di Gartner confermano un’ampia crescita della diffusione degli smartphone, ma più che un’evoluzione hardware sarà soprattutto uno shift culturale (prezzi della connettività permettendo).

In maniera abbastanza incredibile, Morgan Stanley ha rilasciato materiale prezioso in maniera pubblica, utile per immaginare l’evoluzione del mercato e confermare sostanzialmente questa evoluzione del mercato anche a livello internazionale. Teniamocelo da parte, perché potrà esserci utile per comprendere uno dei pochi sviluppi positivi che ci riserva questo difficile 2010.

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27 dicembre 2009

Il 2009? Meglio dimenticarlo

Una piccola tradizione su .commEurope è il post di fine anno, quello che cerca di commentare i trend visti nel corso dei mesi. Consuetudine comoda anche per poter poi tornare indietro a scorrere gli archivi e capire cosa è successo dal 2004 ad oggi. Basta rileggere l’articolo di chiusura del 2008, ad esempio, per sentire di nuovo il brivido di un anno che ha cambiato molte carte in gioco, in cui la crisi ha iniziato a mietere vittime nascendo in ambito finanziario internazionale ed iniziando a maturare effetti sulla vita quotidiana.

Quegli effetti si sono poi librati in tutta la loro drammaticità nel corso di questo terribile 2009. Come si era previsto ad inizio anno, pubblicitari e consulenti di comunicazione sono stati abbondantemente falcidiati: nel migliore dei casi, molti di noi hanno fortunatamente mantenuto la propria occupazione, pur lavorando in contesti fortemente colpiti dalla crisi come quello finance. Il segreto è stato quello scritto da Gianluca Diegoli nel suo bilancio di fine anno: trovare il coraggio e cambiare, lasciare per ricominciare.

Il marketing quest’anno ha sostanzialmente giocato in difesa: non tanto e non solo per il taglio dei budget, quanto per la necessità di adottare un tone of voice adeguato al clima di tensione quotidiano. Pochi i settori che hanno mostrato un minimo di vivacità: quello automobilistico, fortemente drogato dagli incentivi statali; quello televisivo, con le prime adozioni di massa del digitale terrestre e la necessità degli incumbent di mantenere le posizioni consolidate; quello delle TLC, grazie alle prospettive offerte da Internet in mobilità.

Per il resto, mestizia come se piovesse. Un anno da dimenticare, anche e soprattutto per coloro che tra noi hanno avuto problemi personali, tanto per condire fatturati in crollo e un generale clima di sfiducia legato a fatti di cronaca truci ed incredibili. Molti di noi hanno trovato conforto su FriendFeed, che è stata la piattaforma simbolo del 2009 per tutti i geeks, proprio nell’anno in cui il mass market scopriva Twitter dopo l’ubriacatura di Facebook. Per il resto, meglio dimenticare quanto successo e quanto non successo.

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20 dicembre 2009

I Blogger alle prese col Paese reale

Gaspar Torriero passa qualche settimana lontano da Internet e (ri)scopre un mondo diverso da quello quotidiano. Un mondo fatto di esseri umani lontani anni luce dalle dinamiche di Rete, dai suoi miti e dalle discussioni che si rincorrono nei forum tematici o negli spazi aperti offerti dai social network. Qualche mese fa Sir Squonk aveva fatto altrettanto, regalandoci un quadretto ben fatto della realtà vista in giro per le spiagge italiane.

L’immagine restituita oggi da Gaspar ha segno maggiormente negativo, perché rilevata in un contesto economico più difficile, in termini di tempo e di luogo. E soprattutto è ulteriormente distante da quella realtà che immaginiamo quotidianamente nei nostri post in Rete e che solo eventi traumatici come quello della scorsa settimana possono farci riscoprire. Eventi che peraltro passano sui nostri schermi come materiale di discussione. E basta.

Discutiamo, magari animatamente, di tecnologia e marketing, di hobby e politica internazionale. Ci piace comunicare in Rete, sentirci la parte culturalmente viva di un Paese morto, ma in fin dei conti siamo semplicemente estranei rispetto alla cultura dominante. Esultiamo per la bocciatura del Lodo Alfano, mentre il resto del Paese non ha la minima idea di cosa sia, in cosa differisca da un Lodo Mondadori o da un Lodo Schifani.

D’altra parte, siamo avidi consumatori di news, rispetto a quello che chiamiamo con fare schifato “Paese reale” e che immaginiamo eternamente schiavo del TG nazional-popolare di turno. Ce la tiriamo, sicuri di noi e dei nostri strumenti di comunicazione, dedicando loro cure ed attenzioni. Il Paese reale va a votare e noi ci meravigliamo dei risultati elettorali. Che stolti loro, nelle loro cabine elettorali. E noi, nelle nostre torri d’avorio.

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13 dicembre 2009

L’immagine internazionale dell’Italia

L'immagine dell'attuale home page di CNN

Questa foto dell’attuale pagina del sito CNN rimarrà nelle nostre memorie per lungo tempo. Testimonia con forza quella che è l’immagine che in questi giorni, in queste settimane, l’Italia presenta a livello internazionale. Da un lato ciò che è successo a Milano poche ore fa, al centro un richiamo alle ultime notizie da Perugia, a destra un indicatore del peso che queste notizie gridate in home page hanno rispetto al resto dei contenuti.

L’interesse per entrambe le vicende potrebbe essere morboso: un anziano maltrattato e sanguinolento, una ragazzina incarcerata dopo losche storie di sesso e morte. Vicende accomunate non solo dall’essersi svolte a poche centinaia di kilometri ed entrambe nel nostro Paese, ma anche dall’avere direttamente o indirettamente un rapporto con la Legge, con la Giustizia ed i suoi rapporti con la Politica e le attese delle persone.

Attese di giustizia che si scontrano con la voglia di linciaggio. Sete di serenità che si infrange contro vicende occulte, poco chiare e mal comunicate dai media. Non si saprà mai se Amanda Knox ed i suoi amici siano stati davvero i truci esecutori, non si saprà mai perché il deficiente abbia aggredito Silvio Berlusconi. Tutti ci faremo un’idea, contorta per cause di forza maggiore, delle vicende e dei protagonisti. E non solo in Italia.

Qualche giorno fa il Ministro Michela Brambilla ha dichiarato che, in sostanza, le manifestazioni contro il Governo delle scorse settimane abbiano danneggiato l’immagine dell’Italia a livello internazionale. Può essere vero, ma né più né meno di queste altre vicende squallide che contraddistinguono ormai ciò che sembriamo più ciò che siamo. Non è colpa di Opposizione, Governo o Magistratura: è un intero sistema che va a rotoli.

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6 dicembre 2009

Premio Nobel per la Pace ad Internet? Forse è ancora presto

Barack Obama non meritava il Nobel per la Pace. Gli vogliamo bene, abbiamo fiducia in lui e speriamo che un giorno possa maturare davvero il diritto di ricevere un premio talmente importante, ma al momento non ha fatto nulla per ottenere il riconoscimento, anzi (cfr. i migliaia di soldati statunitensi sparsi in giro per il mondo in aumento). I soldi del suo premio finiscono in beneficienza, ma la cicatrice sul Premio rimane: si è aperto un dibattito più o meno strisciante sulle altre persone e le altre istituzioni che avrebbero meritato il Nobel più di Obama.

La presa di posizione più forte, sebbene volutamente non in contrapposizione con l’attribuzione al Presidente degli Stati Uniti, è quella del Comitato che propone di assegnare ad Internet il prossimo Nobel per la Pace. L’iniziativa è partita dall’Italia, in particolare dalla redazione di Wired, per poi riuscire a coinvolgere importanti esponenti dell’élite culturale internazionale. Personaggi come Umberto Veronesi, Giorgio Armani e Nicholas Negroponte hanno speso la propria immagine per appoggiare a livello internazionale la causa della rivista Condè Nast.

Onore a Riccardo Luna per essere riuscito a portare così in alto un suo sogno. Sicuramente è affascinante l’idea di inseguire un proprio ideale e portarlo avanti in maniera coinvolgente per tutti; sicuramente bisogna ammettere che per l’edizione italiana di Wired è stato un bel colpo di immagine patrocinare l’iniziativa. Con meno sicurezza, invece, si può affermare che l’idea stessa sia “giusta”, che vada perseguita e condivisa da tutto il “popolo” che vive abitualmente su Internet, arricchendo le pagine del Web di passione e contenuti di valore.

Le reazioni sono state diverse, alcune totalmente negative, altre più possibiliste, come racconta Gabriella Longo. La verità è che difficilmente si può prendere una posizione netta su questa ipotesi che, a seconda dei punti di vista, potrebbe esaltare la centralità di Internet nelle dinamiche sociali più importanti, ma anche metterla eccessivamente in mostra in un periodo in cui i censori internazionali già la aggrediscono in maniera crescente. Forse è solo troppo presto, forse la Rete è ancora un germoglio che deve crescere in serenità.

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29 novembre 2009

La fine ingloriosa della coda lunga

Visto che in Rete tutto si muove per simpatie/affetti/innamoramenti, persino quando si parla di economia/marketing/trend di mercato, non è difficile ricordare le migliaia di messaggi eccitati a proposito di Chris Anderson e della sua coda lunga. Lettori o meno di The Long Tail, tutti ci sentivamo in diritto di esprimere il nostro parere su un’idea rivoluzionaria: che sarebbero stati i micro-gusti, le decisioni individuali, le tendenze sotterranee e non più le imposizioni dall’alto a guidare le evoluzioni dei principali settori economici, industria culturale in primis.

Mentre ci imbottivamo di gadget tecnologici uguali per tutti (leggi iPod) e rendevamo di massa anche quelli nati come “di élite” (leggi iPhone), dichiaravamo che li avremmo riempiti di materiali sonori di gusto sopraffino e peculiare, finendo poi per saturarli di hit estive e tormentoni della pubblicità. Lo stesso fenomeno poi visto anche in termini di libri e film: leggermente più guidati dal passaparola i primi, totalmente guidati dai gusti di massa i secondi. Qualche piccola stellina in ambito editoriale, le solite stellone in ambito cinematografico.

Negli scorsi giorni, The Economist ha gridato che il re è nudo. Con un dossier equilibrato e non gridato, ha rilevato il successo del vampiresco New Moon ed ha ipotizzato un probabile successo di Avatar, a confermare la rinascita dei grandi blockbuster rispetto al previsto boom delle produzioni alternative. I numeri riportati dal giornale sono impressionati e dovrebbero far fischiare le orecchie a Chris Anderson che, nel frattempo, fa finta di aver parlato sempre e solo di “altro”, concentrando la sua attenzione sul mercato delle news.

Può essere che il destino florido della coda lunga sia stato limitato dai limiti cognitivi dell’uomo, più propenso a seguire il gregge piuttosto che individuare nicchie appassionanti. Il problema è che le evoluzioni del mercato per inseguirla hanno esiti imprevedibili: ad esempio, si lancia il digitale terrestre per aumentare il numero di canali a disposizione dell’utente, poi li si nasconde ancora di più di come avveniva sulle frequenze analogiche. Abbiamo inseguito il mito del meglio per ognuno, siamo finiti sotto il giogo del meno peggio per tutti.

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22 novembre 2009

Innovare in Europa, innovare in Italia

Desta una certa curiosità il dossier di Punto Informatico dedicato all’Innovation Day SMAU ed ai relativi vincitori. Si tratta di testimonianze che restituiscono un’idea un po’ diversa da quello che è il comune sentire sulla possibilità di innovare in Italia ed in generale in Europa. Rispetto al pessimismo cosmico che pervade chi affronta queste tematiche sul tram andando frustrato al lavoro, si intravvede un minimo di speranza sulla possibilità di fare impresa e di farla in maniera il più possibile innovativa, aggredendo mercati internazionali per fare economie di scala, ancora prima di provare a lanciarsi nel giardinetto sotto casa.

Se c’è una cosa che emerge dalle testimonianze, come prevedibile, è la difficoltà di trovare fondi freschi che permettano magari non lo sviluppo delle attività, ma quantomeno la fase di startup. Su questo, la sensazione è che il circuito del credito tradizionale faccia fatica a star dietro le iniziative realmente innovative: se hai bisogno di metter su una startup hi-tech e l’unica cosa che puoi dare in garanzia è l’appartamento in periferia dei tuoi genitori, difficilmente otterrai il credito necessario anche solo per avviare le attività. E questo vale per la stragrande maggioranza delle Banche Retail europee: ormai di Istituti mono-nazione ne esistono pochi.

L’azienda che ha vinto il mini-premio (appena 10.000 Euro) esiste in realtà dal 2005; ha ormai superato la soglia critica dell’avvio dell’attività e piano piano sta sviluppando un portafoglio di prodotti con gradi diversi di innovazione. Le altre sono ancora in fase di lancio e in qualche modo risentono di modelli di business ancora troppo uguali a quelli che ormai hanno fallito dieci anni fa: il freemium supportato dall’advertising continua ad illudere troppi, anche perché l’unico catalizzatore di fondi continua ad essere il sistema AdWords/AdSense di Google. Il che è un vincolo pesante, per una qualsivoglia startup, specie se europea.

L’altro aspetto che non viene fuori dal dossier, ma che emerge con forza dalle testimonianze dei giovani imprenditori che appaiono in Rete e probabilmente vessa quotidianamente molti di noi nella nostra attività professionale in settori innovativi, è che tutti gli stati europei (ed in questo l’Italia non è un’eccezione vistosa) sono letteralmente prigionieri delle proprie regole e queste, inevitabilmente, fermano l’avvio di progetti imprenditoriali, specie di quelli più innovativi. Questo fa ancora più paura della mancanza di fondi.

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15 novembre 2009

Quaranta anni di Internet

Nell’autunno del 1969 l’agenzia governativa statunitense ARPA (poi conosciuta come DARPA, in un eterno altalenare tra i due nomi) diede l’avvio a quella che sarebbe stata la più importante invenzione della seconda metà del ventesimo secolo: erano i primi passi di Internet, substrato indispensabile delle nostre vite contemporanee e tecnologia abilitante per tutte le invenzioni di rilievo successive. Nemmeno la peggiore delle distopie riuscirebbe ad immaginare un mondo diverso da quello odierno, senza la Rete e le sue ricadute profonde su ogni tecnologia di comunicazione, su ogni contesto sociale che abbia superato la soglia della civiltà.

Qualche anno fa si plaudiva, giustamente, a Tim Berners Lee ed al suo World Wide Web; oggi, con l’evolversi di nuovi protocolli e nuovi contesti d’uso, ci si rende conto di come Internet stia evolvendo molto oltre il concetto di pagina Web, di sito da navigare per cercare informazioni. Dobbiamo esultare per la capacità di rigenerarsi ed evolvere, di riscoprire quotidianamente gli strumenti di base ricombinandoli in nuove possibilità di interazione e comunicazione. Persino la posta elettronica sta conoscendo una nuova giovinezza, spesso nascosta sotto le spoglie di messaggi di servizio, a supporto delle applicazioni che girano su BlackBerry e similari.

La grande svolta di Internet è probabilmente avvenuta nell’ultimo lustro, quando i relativi protocolli e linguaggi hanno iniziato ad ibridarsi in maniera complessa con i linguaggi di programmazione “vecchio stile”. Molte persone hanno iniziato ad utilizzare il browser come strumento principale di lavoro senza nemmeno rendersene conto, accedendo ad applicazioni remote le cui interfacce e modalità di funzionamento si sono fatte ogni giorno più vicine a quelle del Web. Negli ambienti iniziali la Rete è diventata la metafora e il background in cui mischiare operatività quotidiana, comunicazioni top-down e primi accenni di flussi informativi tra colleghi.

Oggi possiamo goderci lo slideshow del Guardian che narra la storia di Internet, sorridendo su piccoli fallimenti e grandi successi delle tecnologie che si sono alternate sui nostri schermi nel corso di questi 40 anni. Ci sono sfide importanti ancora da giocare, come le decisioni globali sulla Net Neutrality o l’indipendenza della Rete da censori pubblici poco illuminati. Ciò che conta è che continuerà ad accompagnarci nella vita quotidiana e lo farà sempre più in maniera nascosta: il che è un bene, perché solo quando si capirà che la connettività è un’utility primaria al pari della corrente elettrica o dell’acqua potabile, il tutto potrà librarsi libero da vincoli.

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8 novembre 2009

Amazon Kindle, Google Wave e le mode degli early adopters

Nonostante il suo costo ancora piuttosto elevato rispetto ai comparables, ormai l’iPhone di Apple è un prodotto di massa. Raggiunta una penetrazione quasi totale sui geeks, ha velocemente conquistato vip e persone in cerca di visibilità, poi ha saltato lo squalo ed è diventato diffuso anche tra i meno affini al marchio Apple. La stessa strada che, qualche anno prima, aveva seguito l’iPod.

La carovana degli early adopters, perciò, si è spostata altrove. L’attenzione è caduta sul Kindle di Amazon, ora acquistabile dall’Italia. Look vagamente simile ai prodotti Apple e sedici fantastiche tonalità di grigio con le quali visualizzare giornali e libri. Anche stavolta a molti è tornato in mente l’iPod prima versione, anch’esso con lo schermo piccolo e brutto, ma una qualità del suono eccelsa.

Tutti a comprare il Kindle, compresi coloro che non aprivano un libro da anni, istruzioni dell’iPhone escluse. Tutti a magnificare le magnifiche sorti e progressive di un oggetto che di eccelso ha poco e riesce a rendere desiderabile persino un quotidiano gratuito da prendere in metropolitana: sicuramente più maneggevole e chiaro nella lettura. Tutti a domandarsi come hanno fatto a vivere senza.

Il dollaro debole, probabilmente, ha convinto molti a buttarsi nell’avventura. L’altro fattore scatenante, quello del voler essere alla moda prima degli altri, forse deriva anche dalla delusione collettiva per Google Wave, piattaforma tanto attesa quanto incomprensibile: meglio buttarsi su qualcosa di fisico (che si mostra meglio) e abbordabile (si può anche far finta di leggere libri in lingua originale).

Chi si è incaponito su Google Wave, d’altra parte, non ha avuto grande appeal nemmeno presso i geek più duri: le onde pubbliche più grandi in lingua italiana raccolgono al massimo qualche decina di utenti, facce note sui social network che fanno capolino nella lista ma poi non rilasciano nemmeno un commento o un voto. Anche perché magari non hanno ancora nemmeno capito come si faccia.

Tra Amazon Kindle e Google Wave, dunque, per ora vince il primo. Sarà per molto un gadget di nicchia, perché per comprarlo bisognerà azzardarsi nel mondo dell’e-commerce (cosa che purtroppo terrorizza ancora molti) e per utilizzarlo si dovrà addirittura tornare a leggere (cosa che fanno in pochi). Riguardo al secondo, per ora è una bella promessa mantenuta troppo in fretta per essere bella fino in fondo.

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1 novembre 2009

Solitudine dei potenti e linciaggio morale

Non si parlava tanto di transessuali in Italia da circa quattro anni, quando molti ne scoprivano il fascino in seguito alla vicenda Lapo Elkann. Il tema aveva poi fatto capolino associato ad un’edizione del Grande Fratello e proprio questa trasmissione, in questi giorni, lo sta ritirando fuori per esibire una nuova attrazione del circo. Quasi a volerla presentare come una situazione più “originale” del solito, stavolta è il turno di una donna diventata uomo.

Il tema transessualità, più che per il programma televisivo, rimarrà attaccato a questo autunno 2009 per merito/colpa della vicenda di Piero Marrazzo, sorpreso in atteggiamenti casalinghi con una transessuale di origini brasiliane. Una storia difficile da comprendere sino in fondo, che forse solo in queste ore sta venendo fuori in maniera un po’ più chiara, grazie alle testimonianze dei vicini di casa di Natalì, in Via Gradoli.

Emerge infatti una storia simile a quella di molti altri amanti, di qualsiasi genere, razza e religione: un marito infedele che tradisce la moglie invaghendosi di una più giovane. Storia squallida quotidiana, ma non sufficiente a giustificare il vero e proprio linciaggio mediatico cui l’ex presentatore televisivo è stato sottoposto nell’ultima settimana. Una pioggia continua di insulti, attacchi e richieste di dimissioni, mal gestita da Marrazzo.

La linea comune dei media è stata “Marrazzo si deve dimettere perché è risultato ricattabile da Carabinieri corrotti”. La linea reale professata (con ampie dosi di ignavia) da molti connazionali è stata “Marrazzo si deve dimettere perché va a trans”. Molti hanno pensato la seconda ed hanno adottato in pubblico la prima, magari non riuscendo poi a sostenerla nel dibattito e lasciando trapelare le vere motivazioni della sfiducia al politico.

Fa male, tutta la vicenda, perché come al solito viene fuori l’Italia razzista ed omofobica, che perdona i mariti fedifraghi ma non quelli che fanno emergere pulsioni sessuali “diverse” da quelle più comuni. Piero Marrazzo è finito nel frullatore come un Sircana qualsiasi, senza le giustificazioni del tipo “colpo di testa” o “debolezza temporanea” che solitamente si leggono in casi analoghi, quando dall’altra parte c’è una donna.

La storia di un potente che si sente solo e cerca compagnia in luoghi diversi da quelli della quotidianità è una vicenda che si ripeterà ancora negli anni. Ciò che si può auspicare è che si smetta di guardare male chi ha preferenze diverse dalle proprie, nascondendo il proprio linciaggio morale sotto la scusa dei pericoli della ricattabilità del politico di turno: siamo dei tremendi bigotti e pretendiamo anche di fare bella figura in pubblico.

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