20 Luglio 2008

Una posizione eretica sui prezzi dell’iPhone in Europa

L’iPhone, in Europa, non è così caro come sembra. Detta così suona come un’affermazione piuttosto forte rispetto alla reazione che i blogger europei hanno avuto davanti ai costi del nuovo terminale 3G della Apple. La condanna è infatti unanime, in Italia come all’estero: un prezzo dei terminali che mediamente si pone sui 500 Euro (considerando un prezzo medio tra la versione a 8 GB e quella a 16 GB) viene ritenuto un freno insopportabile alla diffusione dello strumento.

Le statistiche degli Operatori mobili, a quanto si dice nell’ambiente TLC, dimostrano l’infondatezza del teorema: le vendite sono alle stelle, soprattutto per il modello a 16 GB. Cosa peraltro del tutto prevedibile: il terminale si aspettava in Europa da ormai un anno e i più smart hanno preferito attendere una versione localizzata e tecnologicamente molto più avanzata della precedente, piuttosto che supplicare gli amici in visita negli Stati Uniti di stivare la versione originale nei propri bagagli.

Si può comprendere il disappunto degli Europei nello scoprire che un terminale che dall’altra parte dell’Atlantico viene venduto a 199 Dollari, varcato l’Oceano inizi a costare fino a 4 volte l’originale, ma questa è una situazione ormai vecchia che, purtroppo, con il crollo del Dollaro si è paradossalmente acuita, grazie alla gestione dei prezzi da parte delle aziende di elettronica di consumo che, in questo modo, recuperano in Europa i ricavi perduti altrove vendendo sottocosto.

Non si capisce, al contrario, la reazione in valore assoluto rispetto al prezzo dell’iPhone: si tratta di uno smartphone paragonabile a molti altri sul mercato, che paradossalmente presentano spesso prezzi decisamente superiori. Forse dimentichiamo il prezzo al debutto dei Nokia di fascia alta o della maggior parte dei modelli HTC: bei terminali, che hanno qualche funzione in più e qualcuna in meno dell’iPhone, ma che appena arrivati sul mercato hanno prezzi per il cliente finale decisamente alti.

Si sente spesso dire che l’iPhone vorrebbe rappresentare al tempo stesso un terminale di alto livello, ma anche la connettività in movimento per i neofiti; che dovrebbe essere una piattaforma solida per un uso business, ma anche l’evoluzione multimediale del cellulare come lo abbiamo sempre conosciuto. Si sente dire di tutto, persino che sia usato in Paesi come l’Italia come specchietto per le allodole da parte degli operatori mobili alle prese con un mercato che non tira più come un tempo.

L’unica cosa che non si dice è che l’iPhone 3G non è un handset per tutti, così come un prototipo di un’auto da corsa non è un prodotto per le masse: i suoi emuli, probabilmente, lo saranno. Non siamo più ai tempi del claudicante iPhone prima maniera: l’iPhone 3G riesce davvero a restituire una nuova mobilità, che l’Edge del suo antenato non poteva garantire. Più maneggevole di un UmPC e più affidabile di un palmare simil-Palm, l’iPhone ha un prezzo ragionevole per ciò che è davvero: un PC da tasca.

  • Permalink • Stampa • 2 commenti

    1 Aprile 2008

    Quando branding e realtà coincidono

    Quel capolavoro di sito che risponde al nome di BrandChannel ha pubblicato la classifica dei BrandJunkie Awards, i premi votati dai brand-maniaci che frequentano il sito ai marchi più noti del Mondo, assegnati secondo categorie piuttosto originali: la marca con cui si vorrebbe andare a cena, ad esempio, o quello che dimostra di essere più “green”; il brand che ispira di più o il marchio del passato che si rimpiange di più. Categorie che dicono molto del rapporto che i frequentatori del sito hanno con i marchi più noti, ironiche sino ad un certo punto.

    In un universo in cui valore immateriale del marchio e prodotti dell’azienda che quel marchio utilizza rappresentano mondi sempre più staccati, non basta più riferirsi ai Lovemarks che Kevin Roberts e i suoi amici ci hanno raccontato nel bel libro omonimo: i commenti ai risultati degli Awards scritti da Jim Thompson dimostrano dei trend che vanno oltre l’infatuazione verso i marchi, coinvolgendo non solo le aziende più note, ma la visione stessa che i visitatori un po’ pazzi (ma dall’evidente profilo socio-culturale elevato)del sito hanno del mondo.

    Basti spulciare la classifica per notare la comparsa degli Stati Uniti (!) nella top-3 dei “marchi che necessitano di rebranding”, a dimostrare come si sia arrivati a considerare il tema del branding su un livello superiore, ormai molto staccato da quello del mondo materiale che vagamente quei nomi cercano di rappresentare. La presenza di Barack Obama nella top-10 dei “marchi che ci si attende rivoluzioneranno il mondo del branding nei prossimi 5 anni”, suggerisce addirittura l’aderenza totale tra universo simbolico e universo reale.

    Lo vediamo, ad essere sinceri, anche nella vita di tutti i giorni: il continuo dibattito su Starbucks in Italia o l’insistente ricerca di informazioni su KFC Italia difficilmente sono davvero relative al Frappuccino o alle ali di pollo fritte: rappresentano piuttosto l’attesa epifanica di un qualcosa di irrazionale, di un cambiamento visto altrove che si vuole importare a tutti i costi. Nulla di dissimile dal successo di Apple, che trionfa in quasi tutte le graduatorie: la novità vince sempre e i marchi che sanno interpretare lo spirito del cambiamento hanno una marcia in più.

    Paradossalmente, lo si nota anche dalla classifica dei marchi non più esistenti che i visitatori di BrandChannel vorrebbero far resuscitare: Atari, Polaroid, Cingular o Netscape, ad esempio, sono stati brand che hanno saputo rappresentare innovative punte di diamante nel periodo storico in cui hanno regnato nei rispettivi settori. Forse farebbe bene IBM a riflettere sulla sua comparsa in questa lista: sarà anche rimasta nei cuori dei manager come azienda di consulenza, ma i brand-maniaci non le perdoneranno mai la cessione di portatili e dintorni a Lenovo…

  • Permalink • Stampa • Commenti

    29 Giugno 2007

    Safari per Windows: era meglio evitare?

    Che i prodotti Apple siano chic, ben disegnati e ambìti non è un’opinione: è un fatto condiviso. Poco da dire sull’hardware: molte innovazioni Apple, si sa, sono diventati standard di mercato. La novità degli ultimi anni, però, è il sempre maggiore impegno in ambito sviluppo software: anche in questo campo i designer hanno fatto per la maggior parte dei casi un buon lavoro ed i programmatori hanno lavorato bene nel rendere ampiamente funzionale quelli che non dovevano essere solo sterili esercizi di ergonomia. Basti pensare ad iTunes: un software discreto, che nel tempo si è affermato non solo come client per la piattaforma di commercio elettronico Apple, ma anche come ottimo player di file multimediali.

    Persino i Linuxisti più smart, da quando la Apple ha ricostruito il suo sistema operativo grazie ad un ampio uso dei sistemi open source, hanno iniziato a propagandarne l’uso come alternativa linuxiana (ma decisamente user friendly) al “solito” Microsoft Windows. Inutile ricordare l’ampio uso che dei sistemi in questione si fa in ambito professionale: grafici, pubblicitari ed esperti di desktop publishing sembrano non conoscere altra piattaforma su cui far girare i loro impegnativi (in termini di risorse necessarie) strumenti di lavoro. Superfluo anche ricordare l’attesa spasmodica legata al lancio dell’iPhone di questi giorni, negli Stati Uniti: esiste gente che vuole investire 500 dollari ed impegnarsi in un contratto biennale pur di non farsi mancare il (presunto) gioiellino.

    Tutto è bello e con l’effetto aqua, in casa Apple. Tranne un piccolo, apparentemente di secondo piano, software che Steve Jobs, alle prese con le attese dei mercati di nuovi prodotti a ritmo insistente, ha dovuto annunciare al mondo nel suo ultimo intervento pubblico. Si tratta di Safari, che dopo qualche anno di presenza nei sistemi operativi Apple, è stato lanciato come browser alternativo anche per Windows Vista ed i suoi antenati. Tutti, inutile negarlo, siamo corsi a scaricarlo: per quanto in beta, un software giunto alla versione 3.0 dovrebbe essere abbastanza stabile da essere utilizzabile anche nelle situazioni d’uso quotidiane. Ed invece no.

    Safari per Windows funziona poco e male. Anzi, ad essere corretti, spesso non funziona affatto: la maggior parte dei tentativi di navigazione, infatti, si conclude con un laconico

    «Safari is missing important resources and should be reinstalled»,

    tipico messaggio stupidamente non risolutivo, della famiglia di quelli che i Macintosh-friends da sempre rinfacciano ai prodotti di casa Microsoft. C’è da dire che nel mercato dei browser, sin dai tempi della guerra Netscape Communicator 4 - Internet Explorer 4 (quanti ricordi), vince chi innova: non meraviglia perciò che Safari ed Internet Explorer 7 vengano scaricati a più non posso e siano perciò in ascesa rispetto allo stantio Firefox, da cui hanno preso e migliorato molte delle idee che negli scorsi anni ne avevano fatto un browser molto utilizzato soprattutto tra le fasce più raffinate di utenti.

    Ciò che non si capisce della vicenda, però, è il perché la Apple si sia voluta far del male immettendo sul mercato un prodotto del tutto immaturo: che la guerra dei browser sia vitale per il futuro della comunicazione multimediale è un dato di fatto, ma è pur vero che proprio per questo non è il caso di fare figuracce. In casa Apple, ad esempio, hanno puntato molto su vantaggi del tipo “maggiore velocità di rendering delle pagine”: ma sono veramente questi i benefit attesi da chi utilizza normalmente il Web? Non era forse meglio puntare solo sullo sviluppo di browser solo per il mobile, settore in cui solo Opera, con la sua edizione Mini, è riuscita a creare uno standard? Per ora aspettiamo la prossima release ufficiale, prevista per l’autunno: a quel punto, però, speriamo che la strategia sullo sviluppo dei browser di casa Apple sia meno financial-markets-driven e più consumer-market-driven.

  • Permalink • Stampa • Commenti

    28 Aprile 2004

    Tutti sul carro della musica on line

    Dopo George Michael, è ora il turno di David Bowie nel voler “giocare” con la propria visione della musica on line, del copyright, del modo di fare soldi o meno. In termini di istrionici personaggi britannici mancherebbe solo Peter Gabriel: ma d’altra parte già dal 1999 quest’ultimo ha investito soldi ed idee sulla musica in Rete, lanciando Od2.

    Il punto è che, nel bene (quale?) e nel male (quale?), la musica in Rete inizia ad essere davvero un affare. Probabilmente non per Napster, un nome che per gli Internauti ormai vuol dire poco o nulla (lo usano solo i giornalisti quando devono riferire di qualche nuovo P2P). Difficile la strada anche per Real Networks, il cui Rhapsody è arrivato forse troppo tardi su un mercato già saturo. Meriterebbe una benedizione anche Rosso Alice, che a prezzi improbabili per il mercato italiano vuole vendere entertainment ai suoi ADSListi, notoriamente abbonatisi per scaricare a più non posso dai sistemi free.

    Chi, invece, straccia i concorrenti è Apple, che non solo ha saputo imporre lo standard de facto nei lettori MP3 con iPod, ma che soprattutto, con una strategia intelligente ed “universale”, ha messo iTunes, dopo appena un anno di vita, saldamente in testa alla (redditizia) gara.

    Attenzione ai numeri, però. La solita Pew ha stimato 2,6 milioni di contatti mensili per iTunes e 23 milioni di utenti P2P. Ci sarà mai il sorpasso?

  • Permalink • Stampa • 1 commento
    Made with WordPress and Semiologic • Boxed skin by Denis de Bernardy