1 Maggio 2008

Lo Stato che ama/odia Internet (e noi?)

Non si riesce, francamente, ad avere una posizione precisa sul tema della pubblicazione integrale dei dati fiscali degli Italiani che il viceministro Vincenzo Visco ha predisposto negli scorsi giorni. Si inizia una riflessione a mente fredda e si arriva a pensare “Ottima idea, visto che così si sa chi paga veramente le tasse in Italia!”. Poi subentrano sentimenti come paura e invidia e si arriva a domandare “Ma se poi i ladri leggono i redditi dei benestanti e vanno a scassinare le loro villette?” oppure “Perché X dichiara un reddito così basso quando è un noto professionista locale?”.

Non è una coincidenza, tuttavia, che questo stato di incertezza accompagni un po’ tutte le (ormai numerose) iniziative dello Stato che vanno verso un maggior utilizzo della Rete nell’interazione tra uffici della Pubblica Amministrazione e soprattutto cercano di migliorare l’interazione tra cittadini e Stato stesso: tutti gli heavy user di Internet in Italia ricorderanno, ad esempio, l’improbabile obbligo di mandare copia dei siti alla Biblioteca Nazionale di Firenze e le infinite polemiche che ne scaturirono, le nette prese di posizione a favore e soprattutto contro l’iniziativa.

Siamo in uno Stato in cui il Presidente della Repubblica parla di un «mondo aggressivamente multimediale» per motivare i giornalisti della carta stampata a detrimento dell’informazione via Web, ma in cui lo Stato stesso, ormai da tempo orientato sulla strada dell’e-mail certificata, ha nel tempo scoperto i potenziali risparmi che un uso accorto di questi strumenti possono presentare nella perigliosa lotta alla burocrazia e ai suoi costi mostruosi. Noi, però, continuiamo a guardare in maniera preconcetta a qualsiasi decisione statale, senza essere mai convinti davvero della “buona fede” di queste iniziative.

Capita così che nelle stesse ore in cui è stata resa nota una nuova piccola-grande rivoluzione in ambito Giustizia, con un rinvigorito approccio all’uso dell’e-mail certificata tra i Tribunali, la nostra attenzione è andata agli strali di Beppe Grillo contro Visco e la sua idea (teoricamente) anti-evasione. In fin dei conti, il problema non è l’improvvisa impennata della presenza dello Stato sul Web: è l’enorme sfiducia che abbiamo l’uno per l’altro. In un Paese perfetto, non si arriverebbe a parlare di aggressività multimediale e ad esercitarla per accusare lo Stato di essere governato dai mafiosi come ha fatto Grillo.

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    12 Gennaio 2008

    Chiudere gli occhi e pensare a Beppe Grillo

    Proviamo a fare un esperimento: commentare l’ormai noto post di Alessandro Gilioli a proposito della mancata intervista a Beppe Grillo provando ad ignorare le decine di articoli che nel giro di poche ore hanno inondato i blog italiani o le migliaia di commenti ricevuti in coda al post stesso. Riflettervi come se non si fosse blogger, come se l’articolo di Gilioli fosse apparso su L’Espresso qualche anno fa, quando i blog in Italia erano poco diffusi ed i magazine avevano ancora quel valore di approfondimento attualmente preso in carico dai quotidiani cartacei. Tentare, insomma, di ragionare in termini Grilliani: scrivere da dentro una campana, ignorando il confronto con la blogosfera e con i giornalisti, ma anche con coloro che commentano in maniera copiosa sul blog stesso di Grillo.

    Non che mancherebbero le tracce del passato recente, in Rete, per riflettere sui presunti nemici dell’ex-comico diventato pastore di anime: chi non ricorda, ad esempio, la campagna “Contro Beppe Grillo”, che un anno e mezzo fa aveva attirato grande attenzione collettiva, o lo schierarsi deciso di Daniele Luttazzi contro le proposte di legge lanciate in occasione del tanto vituperato V-Day? Come non riportare alla mente la lunga analisi del fenomeno Grillo di Massimo Mantellini, che appena pochi mesi fa scriveva…

    «Forse, dico forse, Grillo è volontariamente fuori da qualsiasi dinamica di rete. Emette ma non riceve, parla ma non risponde, Grillo forse usa Internet bene (ben consigliato, andrebbe detto) ma non abita la rete. E come lui la grande maggioranza dei suoi commentatori e lettori.»

    Se ne parlava criticamente persino su .commEurope, esattamente due anni fa: oggi come allora, Beppe Grillo lancia i suoi strali via blog, ma oggi ancor più di allora ha un pubblico fedele e convinto della bontà delle sue argomentazioni. Un pubblico ormai trasbordato offline, che sulla Rete come in piazza crede nelle recriminazioni di Grillo (anche quando del tutto infondate) a proposito della censura “dall’alto” delle sue idee. Una censura che sarebbe operata dai grandi operatori del mondo della comunicazione, giornali e non, ma che dovrebbe essere del tutto inutile proprio in base ad uno degli assunti principali delle campagne di Grillo: se è vero che Rete sociale e blog sono il “vero” mezzo del futuro, proprio l’ampia attenzione che tutti dedichiamo alle iniziative del mattatore dovrebbe essere la sua arma più tagliente verso il “Regime” che critica.

    Nella campana si sta comodi e protetti: il blog è un amplificatore sparato a tutto volume verso l’esterno, ma il vetro riesce a filtrare le reazioni che le parole pesanti lanciate nell’etere creano nella massa (e tra i giornalisti). Solo una cosa serve davvero, cioè un’organizzazione che sostenga gli sforzi e mantenga ben salda la campana: Grillo l’ha trovata nella Casaleggio Associati, in quella brillante struttura guidata da GianRoberto Casaleggio che, nel bene e nel male, da anni sta profondamente incidendo sulla realtà del Web italiano. Sorge il dubbio che scavando sotto il predicatore che arringa le folle, insomma, ci sia un terreno consolidato e ben poco anarchico. La prossima puntata della guerra di Grillo contro lo stato di cose precostituito, a questo punto, dovrebbe essere il match “Grillo vs. Casaleggio”. Ma succederà?

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    31 Luglio 2007

    Politici scottati dalla prova del fuoco

    Due anni e mezzo fa, mentre andava salendo l’attenzione del mondo politico verso i fenomeni della Rete sociale, molti di noi avevano partecipato al dibattito lanciato da Luca De Biase sulle tecniche e le strategie da adottare nel confronto con l’esigente pubblico di blog e dintorni. Le successive tornate elettorali, quelle Politiche in particolare, non hanno però segnato un grosso passo in avanti verso i precetti individuati da chi in Rete vive da tempo: i politici sono andati avanti con le proprie tattiche di comunicazione politica tradizionale, eventualmente aprendo i soliti siti-vetrina che d’altra parte ormai compaiono periodicamente da almeno dieci anni a questa parte.

    Poi negli ultimi mesi la multimedialità ha preso il sopravvento ed oggi l’attenzione degli astanti si è progressivamente rivolta verso le nuove piattaforme: “se abbiamo imparato ad andare in TV — avranno pensato i politici — sarà un gioco presentarci su YouTube”, un po’ come andare in triciclo dopo aver imparato ad andare in bici. Ed eccoli così tutti impettiti ed eleganti sui loro tricicli virtuali, con la calza davanti all’obiettivo ed il montaggio da filmato di matrimonio. Da notare che il riferimento non è necessariamente al video di Enrico Letta, che tutto sommato dimostra almeno un tentativo di dialogo; il problema è generalizzato e legato al difficile rapporto che il mondo della politica continua ad avere con elettori e radici locali degli organismi politici.

    Basti vedere le difficoltà del povero Paolo Gentiloni alle prese con la maledizione di Beppe Grillo: dopo mesi e mesi di post seguiti da una ventina di commenti ciascuno, è bastato puntare il riflettore sul suo blog per renderlo tecnicamente inutilizzabile e comunicativamente inutile. Una volta appreso l’esito dell’accettazione alle primarie del Partito Democratico, i suoi colleghi di partito, come Rosy Bindi, affilano le armi mentre vedono comparire sul Web misteriosi scalfarottini di turno e diventare sempre più forti personaggi insidiosi come il buon Mario Adinolfi, l’uomo che concilia poker, MTV ed aspirazioni politiche. A questo punto manca davvero solo Personalità Confusa, il nostro idolo bloggaro.

    Alle prossime Elezioni Politiche il Web avrà per la prima volta un’importanza rilevante anche in Italia, così come succederà ancora prima alle prossime Elezioni Presidenziali negli Stati Uniti. Inutile dire che i nostri politici dovranno imparare da quei candidati come gestire la popolarità via Web; eppure, anche noi elettori dovremo cercare di comprendere da quell’esperienza come sfruttare i meccanismi della Rete senza creare solo effetto rumore. C’è tanto da dire e tanto da ascoltare, da entrambe le parti, ma bisogna capire come farlo: altrimenti sarà solo un’immensa cagnara multimediale, visto che nessuno avrà una vita sufficiente a leggere anche un solo post con 3.000 commenti. Figurarsi se quella vita deve anche utilizzarla per fare il mestiere che gli abbiamo assegnato, quello di nostro rappresentante.

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