29 Settembre 2007

La triade fornitori-prodotto-clienti perde colpi

Esiste un modo sintetico (per quanto semplicistico) di riassumere secoli di produzione industriale: si tratta di descrivere le aziende come agenti di trasformazione di materie prime, acquisite da fornitori, in prodotti, destinati ai clienti finali, con l’intermediazione di eventuali agenti terzi. La quasi totalità delle attività si può sintetizzare in questo modo: è pur vero che in alcuni casi nei decenni sono nati paradigmi leggermente modificati (ad esempio da parte delle istituzioni finanziarie, i cui prodotti si sono sin da subito presentati come immateriali), ma i tre soggetti principali del paradigma (fornitori, clienti, prodotto) sono sempre stati i protagonisti indiscussi delle attività economiche di stampo capitalistico.

Persino la manodopera, punto di attenzione per eccellenza dei critici più feroci di questo modello economico, è stata per anni vista come un fattore di produzione, riconducibile perciò ad una materia prima messa in circolo da fornitori (fino all’estremo delle società interinali, che trattano i dipendenti come fornitori e li rivendono come prodotti ai propri clienti). A valle, invece, raramente si sono visti cambi nella natura dei clienti: al massimo, col tempo è variata l’importanza degli intermediari, crescendo notevolmente nel B2C (pensiamo alla crescita esponenziale del potere della GDO) e diminuendo drasticamente nel B2B (ormai molti agenti di commercio fanno la fame).

Esiste un mercato che, tuttavia, ha nel tempo scardinato questo modello tradizionale: si tratta di quello pubblicitario. Gli italiani lo hanno scoperto con la nascita delle televisioni commerciali: abituati ad essere clienti della elefantiaca Rai, negli ultimi anni hanno scoperto di essere il prodotto che le reti private (ma ormai anche la stessa TV di Stato) vendono ai propri inserzionisti pubblicitari. Non è un caso che anche il mondo dell’editoria cartacea abbia progressivamente sposato questo modello: le revenue da prezzo di copertina ormai sono risibili rispetto agli introiti pubblicitari. La frequente trasformazione dei concessionari in editori è la riprova più evidente in tutta Europa: Urbano Cairo non è stato il solo a verticalizzare la propria attività.

Lo sboom delle attività econimiche legate alla Rete al cambio di millennio è in parte derivato dal non essere riusciti ad applicare in pieno né il modello industriale tradizionale, né quello ormai preminente in ambito pubblicitario. Solo l’ampia avanzata del Web 1.5 e dell’ampio ricorso al crowdsourcing ha permesso di creare un modello economico almeno parzialmente sostenibile: le folle sono diventate fornitori di contenuti per i gestori dei siti, che li veicolano ad aziende clienti interessate ad apporvi la propria pubblicità. Qualcosa di molto simile al modello pubblicitario, ma con una differenza fondamentale: la materia prima, stavolta, sono le idee, non le eyeballs. Non è un particolare insignificante: è su questa distinzione che si fonda il futuro della pubblicità in Rete, ma soprattutto della sostenibilità economica della stragrande maggioranza delle piattaforme di cui ci serviamo quotidianamente…

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    7 Giugno 2007

    Ed alla fine vinse il Web 1.5

    Quando l’hype sul Web (presunto) 2.0 ha iniziato a montare, molti in Europa si illudevano che questa nuova ondata di entusiasmo ed opportunità avrebbe potuto vedere il vecchio continente tra i protagonisti. Sogno realistico: markettari, sviluppatori e manager europei non sono meno “creativi” di quelli di Oltreoceano. Lo scoppio della grande bolla aveva già mietuto vittime illustri: chi non ricorda belle favole come quella di Tiscali? Un tempo il Gruppo era presente in decine di paesi, ora è limitato a pochissime realtà, a causa delle vendite che si sono rese necessarie per sostenere i debiti contratti nei tempi (anch’essi presunti) d’oro.

    Il fantasmagorico mondo del Web 2.0 sembrava inizialmente connotato da un diffuso uso del crowdsourcing: un ottimo modo per abbattere la necessità di impiegare decine di persone anche solo per lo startup. La rivincita del garage: una bella idea, un team di sviluppatori ambiziosi, una connessione capiente. Poi ci si è resi conto che la connessione, visto il tipo di applicazioni (spesso audio, video, foto), doveva essere ben più che capiente; allo stesso modo si è capito che la capacità dei server che ospita le ambiziose applicazioni di nuova generazione dovesse essere misurato in Terabyte (e non solo di spazio su disco). Ciò che non si è speso in risorse umane, insomma, si è iniziato a spenderlo in tecnologia.

    Era evidente che i grandi player internazionali, quelli nati o rinati dalle ceneri della prima bolla e progressivamente affermatisi come leader della nuova ondata, si facessero avanti con poderose stampelle: Google è il caso più evidente, ma è solo la base dell’iceberg. Pochi sono sopravvissuti alla prima bolla così com’erano; molti sono i soggetti che si sono evoluti (vedi Yahoo!) e molti sono gli attori nati nell’interludio che hanno creato le basi per la nuova ondata di start-up ed ora come tanti Conti Ugolino divorano queste creature che tanto hanno dato al buzz intorno al Web 2.0. Come dire, il Web 1.5, quello nato post-bolla, sta ormai inglobando le vere punte di diamante di ciò che è innovativo e vincente sul mercato.

    Cosa resterà, una volta finito il processo di consolidamento ed esplosa la bolla 2.0? Ad esempio, tanto per riprendere il link proposto ieri da dot-coma, la gioia e la sorpresa di leggere il blog di Marc Andreessen (sì, proprio QUEL Marc Andreessen) che si presenta come un navigatore qualsiasi… Oppure piccole chicche come il Brilliant Button Maker di Luca Zappa, un programmatore di Reply che con la sua idea, in pochi mesi, ha regalato oltre 4 milioni di immaginette ai suoi utenti. Tutto ciò che di bello vi viene in mente e che abitualmente collegate all’idea di Web 2.0, invece, presto finirà nelle mani di aziende più grosse e bisognose di innovazione: d’altra parte molti progetti sono ancora in Beta, si troveranno bene nel mondo dei perpetual beta di Google e soci.

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